Una strage ~ 1. Il racconto immaginato

 

All’origine del racconto che segue, fatto attraverso gli occhi della propria maestra di scuola elementare, vi è stata la pura curiosità di un bambino di ricostruire una storia che nessuno sapeva raccontare, dove in mancanza di una traccia certa l’immaginazione ha sostituito la testimonianza di chi non aveva potuto testimoniare e il silenzio di chi percepiva nel narrare un tabù storico. Quell’apprensione infantile nel tempo si è trasformata in una narrazione tratta dalla conoscenza delle persone coinvolte negli eventi stragisti e da fonti testimoniali certe, in un testo che, seppure la sua traduzione narrativa non abbia fatto uso di alcun elemento d’invenzione, è comunque diversa da un’esposizione storica o dalla trascrizione di una memoria, perché restituisce una rappresentazione di verità nella forma di un esercizio letterario. D’altronde, per giungere a ricostruire in modo plausibile le vicende dell’eccidio, oltre che attraverso la progressiva consapevolezza storica e l’acquisizione dei documenti prodotti nel tempo, si deve passare sempre per delle vere e proprie riproduzioni immaginarie della scena di quei giorni. Ciò è determinato prima di tutto dalle caratteristiche dell’evento che per il suo improvviso verificarsi, la sua incomprensibile efferatezza e l’incerta presenza di testimoni oculari, ha dovuto essere ricostruito anche attraverso la forza immaginativa del racconto.

 

Meleto - Lapide commemorativa nel rifacimento del 1974
Meleto – Lapide commemorativa nel rifacimento del 1974

 

Le lenzuola bianche

I primi racconti sulle stragi di civili che coinvolsero alcuni paesi sul versante del Valdarno Aretino dei monti del Chianti tra il 4 e l’11 luglio del 1944 mi giunsero da una medesima distanza ma da due prospettive separate. Quelli che sarebbero stati i miei genitori ancora non si conoscevano e solo cinque anni più tardi andarono ad abitare a Meleto, uno dei paesi decimati dalla violenza tedesca. La visione d’isolati paesi dati a fuoco e fiamme era stata un’immagine ricorrente nel periodo poco precedente la Liberazione ed entrambi avevano visto dal versante opposto della vallata quella che in modo inequivocabile apparve loro una distruzione assai estesa (1). Il loro punto di vista tuttavia era diverso: per l’una, il fumo nero che si era alzato all’orizzonte ed era durato a lungo per tutto il giorno rappresentava lo “spettacolo di orrore” che la storia mostrava; per l’altro, i cupi e silenziosi segnali di devastazione, vicini al paese natio di San Cipriano, determinavano il connubio particolare tra l’investimento emozionale e l’evento colto proprio nel momento in cui diveniva fatto storico. Questa differenza, apparentemente soggettiva, in realtà segna da subito per chi affronta la tematica stragista una difficoltà che, come uno sbarramento, impedisce ai “non coinvolti” di penetrare nei fatti veri e propri e nel “diritto” a parlarne. Questa consapevolezza di percepire e partecipare a un evento che permette di entrare a pieno titolo nella Storia universale si oppone al mero prodotto della facoltà immaginativa. A me, ancora dopo molti anni quell’oscura e disumana vicenda procurava due sentimenti paralleli: la rassicurazione che la mia famiglia non era stata toccata dalla strage e l’apprensione immaginativa che l’indeterminatezza della scena provocava. Nella mia mente “quello che potevo aver visto se fossi stato là presente” diveniva “quello che io conosco può esistere solo attraverso la mia immaginazione”.

In questa storia, sebbene razionalità e gioco della mente abbiano lavorato sullo stesso materiale, vi è sempre qualcosa che mantiene ai margini, dal momento che è sembrato aver titolo alla parola solo chi abbia attraversato per intero l’esperienza diretta. Tuttavia, poiché tutto attorno, a volte anche tacendo, parlava fortemente di lei, mi sono sentito sempre destinato a ritornarvi facendo ricorso anche all’immaginazione. Con una certa esitazione più tardi avrei cercato in territori imprevisti il frutto di quel lavoro della mente, scoprendo che tutto ciò che accresce il cosiddetto reale del passato distorce il vero ma produce, comunque e suo malgrado, una memoria ed è una memoria feconda. Ciò nonostante questa rappresentazione, insieme testimonianza e ricordo, non assumerà mai valore storico e ognuno dovrà cercare da solo la propria riconciliazione con la Storia.

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Per un bambino che non aveva parenti tra gli uomini uccisi in quel giorno del 1944, le domande si perdevano presto dietro i silenzi di un paese altrimenti normale. Una piccola scalinata dietro la chiesa, dove le donne tenevano delle piante in vaso che delimitavano uno spazio interdetto ai giochi di noi ragazzi, portava a una lapide sovrastata dall’immagine sacra di una Madonna che piange il figlio morto. Nell’ingenuo e pulito naturalismo delle figure ritratte, quella del Cristo, con le ginocchia e la testa sollevate senza un appoggio e in una posa anomala, sembra trasfigurare, depurandola dall’orrore, la posizione rattrappita che assumono i corpi bruciati dalle fiamme. In qualche modo quella raffigurazione religiosa vuole sublimare e confondere l’enorme tributo del paese alla guerra. Dal 1974, nel luogo dove gli uomini erano stati raccolti dopo il rastrellamento è rimasto solo questo affresco, mentre la lapide commemorativa è stata sostituita poco più distante da una in metallo in una costruzione in cemento armato che disegna una cappella stilizzata e dilata impropriamente la sacralità del posto. Nel mio ricordo d’infanzia, quando le vittorie e le sconfitte contano, il centro del disordinato giardino circostante rimane a dire il vero la statua di un soldato della Grande Guerra con la bandiera sollevata di fronte al nemico, da cui il luogo prende il nome di Monumento. La lapide coi nomi di un colore rosso vivo incisi sulla pietra richiamava invece un conflitto più strano e tra i nomi di famiglie conosciute si parlava di «belve teutoniche», dove l’espressione appariva più consona al passaggio di un’orda barbarica che alla morte in battaglia e assumeva un significato ancora più negativo, ai limiti della dicibilità.

Non tutti i novantasette uomini ricordati erano stati addossati al piccolo contrafforte perché in quella lista vi sono aggiunti anche gli uccisi di Masseto e quelli di San Martino di Pianfranzese, due piccoli abitati posti l’uno nella parte bassa del paese e l’altro a una distanza di alcuni chilometri, nella prosecuzione naturale della collina che s’innalzava verso le montagne del Chianti. Poco più lontano, nelle stesse ore e nella medesima operazione militare, a Castelnuovo dei Sabbioni furono uccisi altri settantaquattro uomini. Dal 1945 le stragi furono sempre commemorate in due cerimonie separate anche se «l’orrenda pira» di tutti gli uomini accatastati e bruciati nella piazza di Castelnuovo divenne il terribile suggello immaginale di un’unica vicenda. In seguito l’escavazione delle miniere di lignite a cielo aperto ha profondamente cambiato il paesaggio circostante, al punto che la completa ricostruzione di quei fatti può essere compiuta ormai solo sulle carte topografiche dell’epoca. Nei libri di storia questo evento è ricordato come “strage di Cavriglia”, comune capoluogo, ma più correttamente andrebbe chiamata “strage di Meleto e di Castelnuovo dei Sabbioni”, paesi decimati nella propria popolazione maschile e a cui facevano capo due distinte brigate partigiane.

L’estraneità della mia famiglia al paese rendeva normale che quel racconto non mi appartenesse e dovesse essere ricostruito nell’immaginazione. Credevo così che il fumo nero, di cui la mamma parlava, fosse causato dagli uomini uccisi tra gli alberi del Monumento, mentre in realtà ciò che si vedeva bruciare a tanta distanza erano i fienili e le case del paese. Da parte sua, attraverso un silenzio evasivo e selettivo, il babbo aumentava il senso di mistero e la mia curiosità. Amico del parroco di San Cipriano che il giorno successivo si era fatto coraggio entrando nel paese morto, sicuramente avrà saputo più cose di quello che raccontava e il suo atteggiamento così mi faceva pensare che si potesse essere in qualche modo imparziali, come se esistesse una verità oggettiva, intermedia e comprensiva di tutte le sfaccettature. A complicare questi racconti lacunosi uno zio, frate francescano, con lo sguardo severo sussurrava come fra i Tedeschi fossero presenti i «Fascisti». Avrei potuto pensare che lui conoscesse la verità dei fatti grazie a segreti svelati dal Vescovo di Fiesole il quale, giunto a piedi in paese pochi giorni dopo la strage, aveva dormito nella stessa aula della scuola elementare che frequentavo. Sicuramente il viaggio dell’uomo di Chiesa, che nel mezzo della temperie stragista s’inoltra a ritroso verso la profondità del male, si presta al racconto del testimone eroico, ma le parole dello zio avevano origine più semplicemente dalle confidenze della bottegaia del paese che quel giorno aveva perso tutti gli uomini di famiglia, commercianti benestanti, alcuni dei quali erano stati iscritti al PNF ma in seguito incolpati di aver messo a repentaglio il paese per «aver fatto il pane» ai Partigiani (2).

Quando udivo queste frasi, accompagnate sempre da gesti di fastidiosa insofferenza, non conoscevo l’ambigua distinzione tra fascisti e repubblichini, che voleva separare un prima spensierato e obbligato da un dopo tragico e volontariamente scelto. Con la caduta del paradigma antifascista nell’opinione corrente, infatti, prese sopravvento una chiave di lettura, parziale e perfida come una malattia, secondo la quale vi era un prima indistinto dove ognuno, «chi più e chi meno», era stato fascista e un dopo consapevole dove le vie si erano divaricate tra gli impenitenti assetati della «bella morte» e gli opportunisti che si sarebbero dati alla macchia. Nel mezzo si sarebbero posti tutti gli altri, una massa indefinita di attendisti, a tanti dei quali si addiceva una definizione di doppia negazione, i «non antifascisti». Nelle ricostruzioni storiche delle stragi più controverse, dove erano coinvolti italiani tra le fila dei tedeschi e le azioni dei Partigiani avevano preceduto le rappresaglie, il problema della responsabilità e quello relativo della colpa ha portato ad un vicolo cieco, dove, smascherando o giustificando questi due posizionamenti come fossero un vissuto prospettico privilegiato, si finiva per rimanere prigionieri dei protagonisti di un tempo. È evidente che una differenza ancora rimane: la prospettiva repubblichina, così come quella tedesca rinchiusa nella gabbia «nazista», è sempre stata indiretta e ostinatamente taciuta dai soggetti di allora, mentre la narrazione partigiana, a dispetto del gran parlare avverso che oggi si fa della «mitologia antifascista», è stata condotta in prima persona, magari nella difensiva. se ne ebbe riprova anche nel processo su Civitella dove i Partigiani, chiamati a testimoniare, sembravano quasi doversi giustificare.

 

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Proprio di fronte alla porta della mia casa c’era un’altra lapide, bianca e dai caratteri aguzzi con i nomi di tre «caduti nella lotta di Liberazione», molto più piccola di quella coi nomi colore rosso vivo. I due elenchi erano distanti tra loro e sproporzionati nel numero, come se si fossero combattute due diverse guerre. Quella separazione però non riusciva a nascondere che tra i Partigiani e la strage vi potesse essere un legame irrisolto, una causa indiretta o brutalmente lineare. Perché i Partigiani non erano nell’elenco dei morti del Monumento? La presenza degli uni era la causa della fine degli altri? Quel giorno la loro assenza era stata il riconoscimento di una velleitaria debolezza o l’impossibilità tragica di dare aiuto? Fino alla domanda più difficile: quello dei Partigiani fu un atto di mancato coraggio? Solo in seguito mi fu chiaro che non esisteva alcun mistero a nascondere la “verità dei fatti”, così come non era difficile capire perché nessuno parlava liberamente. Ognuno, infatti, secondo una convinzione ora rabbiosa ora fatalistica, rimandava a una storia diversa, dove le cause divenivano colpe e le necessità storiche si trasformavano in destini.

 

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Grenadier della HG in tuta mimetica
Soldato della HG in tuta mimetica

 

La riprova più dura nella sua cruda evidenza fu il drammatico confronto nella scuola tra la maestra Ida M. e il figlio di un ex partigiano. Dell’attività del padre nelle formazioni partigiane che operavano nei monti circostanti rimane nei documenti scritti solo la sua partecipazione a uno scontro a fuoco con i tedeschi terminato senza morti e feriti. La maestra invece m’insegnò durante le elementari e con lei sostenni un esame a sei anni per entrare direttamente nella seconda classe, perché ero l’unico nel paese a essere nato nel 1956. In quell’estate frequentai la sua casa per prepararmi agli esami di ammissione. Nel ricordo della cucina dove imparai a scrivere le prime parole non vi è nessun gesto di affetto. Ida era una donna molto severa e triste, che sembrava non sorridere mai, con una voce dal timbro stentoreo. Il racconto del 4 luglio le fu richiesto a più riprese nel corso del tempo, ma un sordo riserbo e un’orgogliosa solitudine le impedivano di mettersi in mostra. Ho ascoltato e letto molti racconti sulle stragi in Toscana, ma quello della maestra mi è sempre parso rassegnato, in parte freddo e reticente, mai completamente drammatico.

A quel tempo Ida viveva con i genitori in una villetta con un giardino dove ancora spiccano due palme esotiche di fronte alle scale. Dopo un corridoio a piano terra si salivano delle scale interrotte da una porta a vetri che introduceva all’appartamento vero e proprio. Quella mattina verso le 6,30 Ida, che ha venti anni, è svegliata da forti colpi alla porta. Quando si alza, la madre ha già fatto entrare dei soldati tedeschi che irrompono nella camera dei genitori, intimando al padre Numa in un cattivo italiano di uscire da casa. L’uomo, impiegato cassiere alla Società Elettrica Valdarno a Montevarchi, dove tutte le mattine si reca in treno dopo aver raggiunto a piedi San Giovanni, s’infila sicuramente la giacca con la custodia degli occhiali e un lapis giallo, oggetti che l’indomani permetteranno di riconoscere il suo cadavere bruciato. A quell’ora di mattina già dovrebbe essere in viaggio, ma per sua sfortuna e per motivi a noi sconosciuti non è andato al lavoro. Mentre Numa esce accompagnato dai soldati, le due donne sono sollecitate a scappare, perché il paese sarebbe stato bruciato. A Ida rimarrà solo il ricordo di un soldato di carnagione scura con tuta mimetica e «stivaloni». Senza capire cosa sta succedendo, si ritrovano in un rifugio nelle vicinanze del vecchio cimitero. Lì giungono gran parte delle donne e dei bambini costretti dai soldati ad abbandonare il paese. Attraversando la via principale Ida ha rivisto il babbo assieme ad altri uomini tenuti sotto il controllo di due mitragliatrici proprio nel giardino pubblico del Monumento. «Andate, andate» sono le ultime parole dell’uomo che ricorderanno. (3)

Nella maestra mi sembrava di cogliere verso il figlio del partigiano una certa intolleranza pregiudiziale quanto spontanea era la mia simpatia per lui. Un giorno vi fu un esplosione di rabbia che colpì tutta la classe: di fronte ad una risposta forse inadeguata del ragazzo, non so come, la maestra finì per accusare i Partigiani di aver «provocato i Tedeschi». Se la percezione del tempo storico è una tarda acquisizione e il peso del passato è un affare proprio degli adulti, quel giorno avvertii vagamente quanto dopo vent’anni potesse ancora esistere un nodo da sciogliere, un enigma irrisolto. La sera, interrogati i genitori sull’oscuro accenno, seppi che in paese si vociferava che in giorni imprecisati antecedenti gli eccidi erano stati uccisi «alcuni» soldati tedeschi. Tutto quello che appariva sottinteso sembrava ogni volta dovesse essere svelato in una resa dei conti finale, ma in realtà dopo un po’ tutto tornava a essere taciuto.

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A fronte di una sospensione del tempo che si determinava durante tutto l’anno, le commemorazioni della strage erano per noi ragazzi un motivo di particolare e proibita «attrazione». La mattina, dopo una Messa celebrata con grande sfoggio di paramenti sacri di color nero, di canti sommessi e profumo d’incenso, tutto il paese si spostava di fronte alla lapide dai nomi in rosso vivo, dove giungeva un picchetto militare con fucili ed elmetti. Si ascoltavano allora i discorsi incomprensibili del Sindaco con la fascia tricolore e del rappresentante dell’Associazione delle Vittime, un uomo piccolo con baffi appena accennati e un cognome ebraico. Alcune donne portavano da casa una sedia per occupare un posto con composta dignità e ripararsi sotto le piante. Spuntavano anche volti a me sconosciuti e dietro i gonfaloni e le bandiere apparivano i fieri e duri Partigiani di un tempo con un fazzoletto rosso al collo. Percepivo un clima strano e confuso, sospeso tra la cerimonia religiosa e il ritrovo politico. L’attesa di noi ragazzi al contrario era per il trombettiere che suonava al presentatarm, quando finalmente ci sentivamo al centro di un grande evento nazionale. Tutto finiva abbastanza velocemente, i soldati partivano per Castelnuovo dei Sabbioni, dove si sarebbe ripetuto il rito con un altro prete, le stesse personalità e il medesimo discorso solenne. A dire il vero, dietro quelle celebrazioni separate in noi ragazzi s’insinuava una particolare competizione commemorativa, che era insieme terribile e ridicola. Al paese rimaneva una corona di alloro con le palline argentate come quelle dell’albero di Natale, ma più piccole. Il giorno dopo le avremmo rubate di nascosto per schiacciarle in mille pezzetti con colpevole soddisfazione chiudendo definitivamente ogni cerimonia. Finalmente l’estate poteva iniziare.

Ida è rimasta con la madre nel rifugio per tutta la giornata. Non è stata tra le prime coraggiose a rientrare nel paese e ad affrontare l’orrore della morte e della devastazione. Forse quel giorno avrà dovuto consolare la madre prima di interrogare il proprio dolore, decidendo di rimanere nascosta e ascoltando i racconti delle altre donne che facevano da spola tra il paese e il rifugio.
Ha passato la notte nel buio tra i lamenti e le consolazioni, i pianti dei bambini e l’incredulità delle donne anziane. Nella notte il paese visto dal rifugio era stato uno spettacolo di orrore, con gli incendi divampati in più luoghi, nell’aria vaghe e sinistre folate dell’odore acre della carne bruciata, senza nessuna luce e qualche urlo isolato. A poche centinaia di metri i Tedeschi hanno festeggiato e mangiato quanto razziato dalle case nelle capanne della Minierina.
Solo il mattino successivo, mentre la madre impietrita dalla paura rimane ancora nascosta nel rifugio, Ida rientra nel paese alla ricerca del babbo. Assieme alle altre donne vaga nelle aie e deve cercare un indizio, provare a riconoscere chi era insieme a lui al Monumento. All’inizio non le sembra di conoscere nessuno, poi vede spuntare un fazzolettino nel taschino di un cadavere. «Vidi la custodia dei suoi occhiali e quel lapis giallo che portava come il segno della sua cultura». Gli occhiali si erano fusi attorno alle orbite degli occhi.
Con una cugina ritorna nella casa che non è stata devastata come altre: riattraversa le scale, entra nella camera violata e ferma alla mattina precedente, il letto disfatto, i mobili sottosopra, i viveri portati via. Come hanno fatto altre donne, prende un lenzuolo per raccogliere il cadavere. Qualcuno ha usato una scala, chi il cassetto grande di un armadio, altri le ceste intrecciate con le cortecce di castagno, ogni cosa che potesse essere utile al trasporto dei resti carbonizzati. Attraversa il paese con il macabro involucro verso il cimitero: un percorso lungo mezzo chilometro, nel caldo e senza la fine pioggerellina del giorno precedente. D’improvviso compare, arrancando, un automezzo militare tedesco. Sono di nuovo «loro», venuti per scattare fotografie al lavoro fatto. C’è chi scappa, chi si scaglia contro strappando le armi e chiedendo di essere uccisa, perché non si ha più paura di niente. Ida e la cugina si gettano nel campo, lasciando il lenzuolo con i resti del babbo sul ciglio della strada. Alla fine raggiungono il cimitero e, ricomposto il corpo per terra in attesa che qualcuno scavi per loro una fossa, guardano la distesa di lenzuola bianche con i ricami e le iniziali in rilievo. La cugina raccoglie dei fiori gialli, si toglie la cintura con fiocchi rossi e legato il mazzolino lo depone come segno di riconoscimento sul corpo dell’uomo. «… Lo vedo sempre il cimitero, pieno di tutte queste lenzuola bianche!».
Passeranno alcuni giorni prima che Ida possa tornare dal rifugio nella casa disabitata: ha messo le sue piante su un’asse fuori la finestra della cucina. In paese sono già passati i soldati della 6th South African Armoured Division cannoneggiando verso i Tedeschi in fuga e ora sono arrivati gli Inglesi. Qualcuno le chiede di Firenze e le indirizza dei complimenti, ma ormai Ida non sorride.

 

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note:

 

(1) I morti per strage in Toscana furono circa 3700, di questi circa 500 riguardarono l’Aretino compreso tra l’alta Val di Chiana e il Valdarno superiore: questi si possono ricavare in Fulvetti, in Fulvetti e Pelini 2006: 85, Schreiber, La vendetta tedesca. 1943-1945 Le rappresaglie naziste in Italia, Mondadori, Milano 2000: 183 sgg e Jona, Le rappresaglie nazifasciste sulle popolazioni toscane. Diciassette mesi di sofferenze e di eroismi, Anfim, Firenze 1992. Il neofascista Pisanò parlò di 1.113 per l’intero Aretino, addebitandoli tutti alla irresponsabilità dei Partigiani «comunisti» (G. Pisanò, Storia della guerra civile in Italia 1943-1945, 3 voll., Edizioni fpe, Milano 1965: I, 381).
(2) La memoria divisa ha privilegiato sempre, accanto alla polarità ufficiale antifascista, il racconto di chi tendeva a sottolineare le responsabilità partigiane, non indagando la narrazione dal grande valore individuale e storico di coloro che, vissuti in vario modo «dentro il fascismo», nell’esperienza stragista scoprirono in persone note o semplicemente «italiane» il volto di un altro e certo più vero fascismo.
(3) Questo racconto è liberamente tratto da Polverini e Priore 1994: 215-8 (d’ora in poi abbreviato in PMNSC) e dalla Dichiarazione di Ida M. resa il 7 novembre 1944 agli Inglesi in Public Record Office, pp. 169-170 (d’ora in poi abbreviato in PRO). In seguito con Dichiarazione s’intenderà sempre lo Statement e con Testimonianza o Intervista tutte le altre dichiarazioni sui fatti di strage rilasciate successivamente o in altri contesti.

© Francesco Gavilli

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