Lucrezio – De Rerum Natura (Libro I, 62-145)

 

Giovan Battista Tiepolo, Il sacrificio di Ifigenia, 1757, Villa Valmarana ai Nani, Vicenza
Giovan Battista Tiepolo, Il sacrificio di Ifigenia, 1757, Villa Valmarana ai Nani, Vicenza

 

Come la vita umana giaceva a terra
ignobilmente e dinanzi a tutti
schiacciata da un’opprimente religione,
che la testa sporgeva dalle regioni celesti
mostrando l’orribile volto,
un greco per primo osò sollevare gli occhi
e primo contro di lei resistere, e
né le favole sugli dèi né i fulmini
né il cielo con il suo minaccioso fragore
trattennero ma tanto più accesero
il coraggio dell’animo, che volle infrangere
i chiusi serramenti della natura.
Una grande forza d’animo prevalse e
s’inoltrò lontano oltre le fiammeggianti
mura del mondo e il tutto infinito
percorse con la mente e il cuore, da dove
vittorioso a noi ha riportato cosa
possa nascere e cosa non lo possa, quanto
ha potere finito e fine propria.
Questa conquista ci eguaglia al cielo
e ora piegata e umiliata è la religione.
Proprio per questo io temo tu possa
credere ch’io voglia iniziarti a una dottrina
d’empi principi e condurti lungo una via
perversa: invero spesso è proprio la religione
a provocare scempio ed empietà.
Ricorda come l’altare della vergine
Artemide in Aulide fu con il sangue
d’Ifigenia ignobilmente macchiato
dai condottieri dei Danai, proprio loro
eletti a nobiltà dei soldati.
Mentre la benda avvolta attorno alla sua chioma
di vergine le scendeva in due strisce uguali
lungo le guance, vide dinanzi all’altare
un velo triste nel volto del padre e accanto
i sacerdoti nascondere la spada e
il popolo commosso scoppiare in lacrime
nel vederla impietrita dal terrore
cadere a terra sulle ginocchia.
Niente la poveretta poté salvare
nemmeno chiamare il re «oh, padre mio».
In preda alla paura, sollevata in alto
dai guerrieri, portata all’altare
non per compiere un rito sacro che un limpido
canto nuziale accompagna, pura
come una sposa infelice, vittima
è immolata impuramente dal padre.
Che parta sazia ora la flotta sotto buoni auspici!
A tali crimini ha spinto la religione.
Oh, anche tu, vinto dalle bieche parole
di profeti di sventura, prima o poi,
cercherai di staccarti da noi.
Quanti sogni potranno ora inventarti,
perché la tua condotta di vita sia stravolta
e la tua sorte turbata con la paura!
E a ragione! Se gli uomini vedessero
che la loro pena ha un termine preciso,
si potrebbero opporre in ogni modo
a superstizioni e minacce di indovini.
Ora non c’è né modo né possibilità
di resistere, se la morte chiede la pena eterna.
S’ignora quale sia la natura dell’anima,
se nasca o nel nascere s’insinui già nata,
se muoia e con noi si disintegri nella morte
o visiti le tenebre d’Orco e gli abissi
profondi o per volere divino entri in altra
vita. Così cantò il nostro Ennio,
quando per primo riportò dal grazioso monte
Elicona una corona di fronde perenni
che tanta fama gli diede tra le genti d’Italia;
e canta in versi immortali,
che laddove si distende l’Acheronte
non si trovano né l’anime né i corpi,
ma solo meravigliosi e pallidi simulacri;
e quanto l’immagine d’Omero ancor fiorente
piangesse dinanzi a lui lacrime amare
nel dire cos’è veramente la natura.
Allora se dobbiamo avere un’esatta
idea delle cose celesti e in che modo
si muova il sole e la luna, e per quale forza
ogni cosa accada in terra, così e in primo luogo
dobbiamo vedere con acuto pensiero
di cosa è fatta un’anima e la sua natura,
e cosa, giunga a noi quando siam svegli,
deboli per malattia o sepolti nel sonno,
incuta terrore, tanto da vedere e udire da presso
chi è già morto e la terra abbracciargli le ossa.
Né alla mia mente sfugge quanto difficile sia
illustrare in versi latini le scoperte
oscure dei Greci, dovendo ora per molte
cose usare parole nuove, tanto povera
è la lingua e tanto nuovi gli argomenti;
ma il tuo talento e il piacere che m’attendo
da un’amicizia soave mi persuadono
ad affrontare ogni fatica
e stare sveglio durante le notti serene
a cercare le parole e il canto che
illumini la tua mente d’una luce chiara
perché tu veda il profondo delle cose nascoste.

 

Anna Moro Lin, Natura delle cose
Anna Moro Lin, La natura delle cose, Casa Carlo Goldoni, Venezia

 

Humana ante oculos foede cum vita iaceret
in terris oppressa gravi sub religione
quae caput a caeli regionibus ostendebat
65     horribili super aspectu mortalibus instans,
primum Graius homo mortalis tollere contra
est oculos ausus primusque obsistere contra,
quem neque fama deum nec fulmina nec minitanti
murmure compressit caelum, sed eo magis acrem
70     inritat animi virtutem, effringere ut arta
naturam primus portarum claustra cupiret.
Ergo vivida vis animi pervicit, et extra
processit longe flammantia moenia mundi
atque omne immensum peragravit mente animoque,
75     unde refert nobis victor quid possit oriri,
quid nequeat, finita potestas denique cuique
quanta sit ratione atque alte terminus haerens.
Quare religio pedibus subiecta vicissim
obteritur, nos exaequat victoria caelo.
80     Illud in his rebus vereor, ne forte earis
impia te rationis inire elementa viamque
indugredi sceleris. Quod contra saepius illa
religio peperit scelerosa atque impia facta.
Aulide quo pacto Triviai virginis aram
85     Iphianassai turparunt sangue foede
ductores Danaum delecti, prima virorum.
Cui simul infula virgineos circumdata comptus
ex utraque pari malarum parte profusast,
et maestum simul ante aras adstare parentem
90     sensit et hunc propter ferrum celare ministros
aspectuque suo lacrimas effundere civis,
muta metu terram genibus summissa petebat.
Nec miserae prodesse in tali tempore quibat
quod patrio princeps donarat nomine regem.
95     Nam sublata virum manibus tremibundaque ad aras
deductast, non ut solemmni more sacrorum
perfecto posset claro comitari Hymenaeo,
sed casta inceste nubendi tempore in ipso
hostia concideret mactatu maesta parentis,
100    exitus ut classi felix faustusque daretur.
Tantum religio potuit suadere malorum.
Tutemet a nobis iam quovis tempore vatum
terriloquis victus dictis desciscere quadre.
Quippe etenim quam multa tibi iam fingere possunt
105    somnia quae vitae rationes vertere possint
fortunasque tuas omnis turbare timore!
Et merito. Nam si certam finem esse viderent
aerumnarum homines, aliqua ratione valerent
religionibus atque minis obsistere vatum.
110    Nunc ratio nulla est restandi, nulla facultas,
aeternas quoniam poenas in morte timendum.
Ignoratur enim quae sit natura animai:
nata sit, an contra nascentibus insinuetur,
et simul intereat nobiscum morte dirempta,
115 an tenebras Orci visat vastasque lacunas,
an pecudes alias divinitus insinuet se,
Ennius ut noster cecinit, qui primus amoeno
detulit ex Helicone perenni fronde coronam,
per gentes Italas hominum quae clara clueret;
120    etsi praeterea tamen esse Acherusia templa
Ennius aeternis exponit versibus edens,
quo neque permaneant animae neque corpora nostra,
sed quaedam simulacra modis pallentia miris;
unde sibi exortam semper florentis Homeri
125    commemorat speciem lacrimas effundere salsas
coepisse et rerum naturam expandere dictis.
Quapropter bene cum superis de rebus habenda
nobis est ratio, solis lunaeque meatu
qua fiant ratione, et qua vi quaeque gerantur
130    in terris, tunc cum primis ratione sagaci
unde anima atque animi constet natura videndum,
et quae res nobis vigilantibus obvia mentis
terrificet morbo adfectis sommnoque sepultis,
cernere uti videamur eos audireque coram,
135    morte obita quorum tellus amplectitur ossa.
Nec me animi fallit Graiorum obscura reperta
difficile inlustrare Latinis versibus esse,
multa novis verbis praesertim cum sit agendum
propter egestatem linguae et rerum novitatem;
140    sed tua me virtus tamen et sperata voluptas
suavis amicitiae quemvis efferre laborem
suadet et inducit noctes vigilare serenas
quaerentem dictis quibus et quo carmine demum
clara tuae possim praepandere lumina menti,
145    rec quibus occultas penitus convisere possis.

 

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