Una strage ~ 3. Le testimonianze sepolte. L’inchiesta inglese

 

Un futuro invisibile

 

Liberazione di Arezzo

Liberazione di Arezzo

 

(…) dopo pochi giorni che successe questa tragedia, vennero due, tre … io penso del Comando Inglese o americano, non so con precisione. E, per una decina di giorni e anche più, da me vollero sapere, dalla mattina a dopo che successe il fatto, tutto quello che era avvenuto. E tornavano in continuazione. (…) Loro venivano la mattina, si trattenevano qui e ripetutamente volevano sapere quello che era successo.
Milena Baldi [1]

 

Così come avviene in una scoperta archeologica, il recupero delle memorie delle stragi procura il turbamento per ciò che, tenuto nascosto e coperto per lungo tempo, testimonia del passato: si percepisce il suo sguardo muto e vigile. La stessa modalità di recupero dell’intero dossier ci dice come il Report della Special Investigation Branch (S.I.B) fosse destinato a divenire lo strumento di ridefinizione della produzione narrativa delle stragi di Meleto e Castelnuovo e segnare una vera e propria svolta epistemologica. A Cavriglia la documentazione inglese giunse anticipatamente e in forma diretta perché raccolta e donata all’Amministrazione Comunale nel 1997 da Maurice G. Nash (2006), un ex sergente delle Officine del 13° Corpo d’Armata Britannico. Significativamente l’autore cerca di accreditarsi come «il primo soldato inglese» non solo ad aver «annunciato» agli abitanti di Castelnuovo l’arrivo delle forze alleate ma ad aver addirittura determinato con il suo rapporto l’apertura dell’Inchiesta della S.I.B (ibid.: 7-8). Da questo particolare, al di là di quella che ovviamente rimane un’errata convinzione, si comprende come la mitologia del racconto sulle stragi da allora non sarebbe più stata la stessa.

Tuttavia, nelle oltre duecento Dichiarazioni (Statements) dei civili sopravvissuti e testimoni gli eccidi di Meleto, Castelnuovo dei Sabbioni, Massa e San Martino, raccolte durante l’autunno del 1944 da W. P. Crawley, un Sergente Maggiore dell’Esercito Britannico, non spicca a posteriori soltanto la paradossale vicissitudine dell’«armadio della vergogna» che li restituì cinquanta anni dopo o la raggiunta possibilità di una ricostruzione integrale di una vicenda rimasta nascosta agli stessi protagonisti, ma è il tipo di relazione sottintesa alla testimonianza rilasciata che interroga prima di tutto l’esperienza della storicità. Infatti in quel autunno del ‘44 le voci dei familiari e conoscenti degli uccisi di Meleto e Castelnuovo non sembrano avere «un futuro visibile»: nessuno può sapere se la loro memoria sarà recuperata e la stessa sorte della testimonianza, essendo ancora la guerra in corso e una nuova autorità statuale non ripristinata, rimane indeterminata.

Il contesto storico in cui le Dichiarazioni vennero raccolte è unico. Il vuoto statuale che si era verificato con la caduta di Mussolini aveva fatto precipitare il tessuto civile di una nazione e la Resistenza, pur operando a volte con contraddittorie motivazioni, era stata il primo tentativo di riscatto nazionale. Le stragi avvennero perciò in una situazione di guerra dove lo Stato italiano non esisteva più e il volto degli Alleati non era ancora conosciuto, dove alcuni avevano disertato la chiamata alla leva dei Repubblichini, nascondendosi o aderendo alla lotta partigiana, altri si erano posti in posizione attendista, mentre chi aveva scelto di collaborare con i Tedeschi sapeva di avere un destino segnato. Quando gli Inglesi iniziarono a indagare, pur essendo passati solo cinquanta giorni dalla Liberazione, si era già in un nuovo periodo, libero ma non meno incerto e pieno di angoscianti interrogativi: la guerra tuttora in corso, le ragioni di vita non ancora ricomposte, i “non-antifascisti” vittime essi stessi delle stragi, i Partigiani vincitori nelle ragioni ma con l’eredità di compaesani uccisi nelle loro case, la sorte sconosciuta di familiari prigionieri in sconosciuti altrove. L’eccezionalità di questo momento storico precede la costruzione di una nuova coscienza nazionale e dello stesso affermarsi di una narrazione antifascista, rendendo la testimonianza un racconto virginale e sospeso, non ancora mito fondativo di un nuovo contratto civile e prudentemente distante dal risentimento “sottotraccia” nei confronti dei Partigiani.

L’assenza della “necessità storica”, che orienterà dopo il 1945 la narrazione verso l’antifascismo ufficiale, permette un ricordo nudo, avvolto nell’angoscia di un incubo senza ragione. Da un’altra parte la vicinanza della visione mostruosa, in una dimensione ancora non elaborata emotivamente, pone il racconto al di qua della porta d’ingresso del «labirinto del tempo», dove senso e dimensione della storicità danno uno specifico ordine del passato e un nuovo presente permette una sistemazione storico emotiva di un evento drammatico ormai sempre più lontano (L. Baldissara 2005 : 5-73).

 

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Stragi, inchieste e ricostruzioni

 

Dalla metà degli anni novanta del secolo scorso si è resa disponibile agli storici la consultazione degli archivi militari tedeschi e degli Alleati che ha permesso tra le altre cose una ricostruzione più accurata dei vari eccidi. L’importanza di questa documentazione consiste non tanto nello svelamento delle motivazioni scatenanti le stragi quanto nell’analisi complessiva della violenza tedesca che spesso appare pratica di guerra antecedente un’automatica determinazione locale e strettamente connessa all’andamento tattico militare. Nello specifico del Valdarno, ad esempio, quei battaglioni tedeschi che vi giungono alla fine di giugno 1944 non subiscono particolari attacchi dalle formazioni ribelli locali ma la loro “prospettiva del territorio” è molto più estesa degli abitati dove andarono ad eseguire le stragi. La Divisione Hermann Göring, responsabile degli eccidi, operava in relazione al complesso della zona d’influenza del LXXVI Panzerkorps di cui faceva parte e il “pericolo” partigiano non era un problema contingente ma continuo. D’altronde, tra la fine di giugno e gli inizi di luglio, i tedeschi non sono nella condizione di pianificare uno stazionamento duraturo nel tempo, perché l’esercito è già in ritirata e sa di dover resistere attorno a Firenze per preparare la difesa nella cosiddetta Linea Gotica. I Comandi tedeschi divisionali e d’armata hanno ben chiaro che la loro esperienza italiana è giunta al termine e una nuova prospettiva ancora più ineluttabile è all’orizzonte: la difesa del confine orientale di ciò che resta del Terzo Reich. L’analisi della documentazione dovrà perciò valutare il confine sottile tra rappresaglia per vendetta pregressa e determinismo militare, tenendo conto che in una doppia direzione di responsabilità che punta l’una verso l’alto, i Comandi di Armata, e l’altra verso il basso, le singole compagnie di Reparti di Divisione, diversa apparirà la motivazione degli eccidi. In altre parole, più saliamo verso i Comandi e più si allontana la dimensione locale e particolare; più si scende verso le singole unità e più ci avviciniamo al cieco esercizio di violenza e alla rappresaglia dettata da vendetta e volontà punitiva. Questa dicotomia è già un criterio valido di determinazione delle responsabilità, alla luce anche della disposizione di tutte le forze militari nel territorio. L’esperienza storica ci dice che è nelle situazioni estreme di guerre civili che si verificano generalizzate e incontrollate stragi di inermi e innocenti cittadini, mentre un coeso esercito di occupazione compie i medesimi misfatti, mantenendo una sua pur tragica “ragione militare”.

Più volte noteremo come gli estensori del Report d’Inchiesta abbiano segnalato la congiunzione di due eventi, quali il sopraggiungere di estese forze militari e la preordinazione della strage, concedendo ai Tedeschi la possibilità che solo alcuni reparti speciali abbiano potuto agire di propria spontanea volontà ma adombrando anche l’ipotesi che gran parte della Wehrmacht ne fosse coinvolta.[2] Questo, oltre l’ovvia ricostruzione passo dopo passo della dinamica stragista, è il lascito generale dell’Inchiesta Inglese, che portò -ma che per le note vicende di occultamento riaffiorò solo negli anni Novanta- lo sguardo principale da un’incipiente diatriba tutta italiana al nucleo ineludibile di questa storia: la responsabilità tedesca.[3] Certamente, questo potrà apparire assolutorio nei confronti dei fascisti italiani o parrà una minimizzazione delle azioni partigiane; al contrario, se questo era comprensibile per gli Inglesi, preoccupati principalmente di catturare criminali di guerra, non riguarderà neppure il nostro percorso, perché è solo riposizionando i vari soggetti che la partecipazione italiana acquisterà la sua dimensione più storica e meno ideologica.

Nel 1942-1943, quando si delineò la strategia di attacco al blocco delle forze nazi-fasciste nel Mediterraneo, né gli americani né gli inglesi potevano prevedere di doversi in seguito occupare di crimini di guerra commessi contro la popolazione civile di un paese allora nemico. Secondo Paoletti «i due eserciti alleati mantennero fino alla fine della guerra, e anche dopo, strutture investigative distinte e non collaborarono mai tra di loro. L’unico obiettivo in comune era quello di perseguire i criminali di guerra tedeschi che avessero commesso atti di violenza contro i prigionieri di guerra o i soldati alleati. (…) Gli inglesi e gli americani avevano creato delle scuole, per creare una struttura investigativa che potesse agire con autonomia di mezzi e di personale. Gli inglesi, molto meglio organizzati degli americani, crearono la Special Investigation Branch (S.I.B.), la Branca Investigativa Speciale, all’interno del Corpo della Polizia Militare» (Paoletti 2002). Gli americani da parte loro crearono una struttura, lo Psychological Warfare Branch, la P.W.B., che non aveva affatto compiti investigativi. Nel corso del 1944-1945 la S.I.B. invece si rafforzò numericamente, acquistando una grossa esperienza investigativa. Dalla lettura dei fascicoli sembra di capire che gli inglesi o gli americani non si muovevano motu proprio, ma solo dopo essere stati sollecitati, verbalmente o per iscritto, da civili o più spesso da autorità amministrative locali. Eccellente fu in particolare il lavoro svolto dagli inglesi, le cui inchieste risultano qualitativamente  nettamente superiori a quelle dei colleghi americani. L’ostacolo della “Linea Gotica” fermerà il fronte alleato dalla fine d’agosto 1944 all’aprile 1945, per cui le varie sezioni S.I.B. avranno tutto il tempo e i mezzi logistici per indagare sulle numerose stragi avvenute in Toscana.

Così per la strage di Cavriglia gli inglesi raccolsero in due Report 245 Dichiarazioni, di cui solo 240 sono disponibili perché due sono state censurate alla fonte, due risultano mancanti e una è incompleta. 175 Dichiarazioni riguardarono direttamente le vittime (73 per Castelnuovo, 70 per Meleto, 4 per San Martino, 10 per Le Màtole, 9 per Massa Sabbioni, 7 per le località sparse); le rimanenti 67 riguardarono i movimenti dei Tedeschi nel territorio del Valdarno fino ai dintorni di Firenze. I testimoni ascoltati alla fine furono 234 e per essere interrogati alcuni furono rintracciati a Firenze, a Roma e persino in provincia di Avellino. Infine 31 furono complessivamente le Schede segnaletiche di criminali di guerra. L’accesso al materiale d’indagine delle forze di liberazione sui crimini nazifascisti in Italia ha incontrato tuttavia non poche resistenze. Queste inchieste, infatti, riemerse quando il loro valore di denuncia e individuazione dei criminali di guerra andava perdendo significato di urgenza giudiziaria, hanno subìto spesso un nuovo tentativo di svuotamento interno nel momento in cui si sono fatte passare come raccolta di dichiarazioni ripetitive, standardizzate e povere di pathos descrittivo. L’Inchiesta in realtà è lì con la sua messe di dichiarazioni, con le centinaia di riscontri, con una traccia di temporalità degli avvenimenti che copre un territorio molto vasto e non un singolo paese, ma anche con i suoi errori, le sue incomprensioni, le sue esagerazioni, i suoi “strani” non approfondimenti.

L’Inchiesta, sebbene faccia sorgere ipotesi nuove (vedi la composizione estremamente estesa di corpi militari con funzioni diverse o i fatti “anomali” di San Martino) e confermi voci mai volute verificare (la figura della spia) o prudentemente sottaciute (gli ostaggi di Meleto, la presenza di Italiani tra i soldati, il ruolo di delazione dei fascisti), non è un insieme di scoperte sconvolgenti su quanto era sino allora conosciuto delle stragi. Tuttavia chi ha uno sguardo scevro da pregiudizi non può non riconoscere al solerte Sergente Maggiore la prima e ineguagliata visione d’insieme dei fatti del luglio 1944 del comune di Cavriglia. Così, il suo principale valore ai nostri occhi dopo tanti anni passati dagli eventi sta nel vedere riunite centinaia di testimonianze che ci ricordano le ultime ore di vita degli uccisi, permettendo una rivisitazione integrale dei fatti utile a ricostruire l’operato dei Tedeschi e graduare le “responsabilità interne” della comunità. L’obiettivo principale della S.I.B. infatti è rivolto alla identificazione dei Tedeschi più che alla memoria delle vittime e questo punto di vista fu già di per sé “estraniante” per le varie memorie succedutesi fino agli anni Novanta, dove lo sguardo, sempre rivolto all’interno della comunità, finiva quasi per rimuovere il volto dei perpetratori.

Più che per un valore commemorativo, perciò, il Rapporto Crawley acquista importanza nello scardinamento dei principi ordinatori di tutte le varie narrazioni succedutesi nei decenni successivi le stragi, siano esse le narrazioni antifasciste, martirologiche o quelle subdolamente antipartigiane. Il valore della documentazione inglese, quasi insignificante dal punto di vista emotivo della narrazione, sta nella rimessa in discussione della trama della strage.

 

Soldati inglesi a Frenze

Soldati inglesi a Frenze

 

Il percorso di un’indagine meticolosa

 

È possibile ripercorrere anche la progressiva consapevolezza della dinamica della strage che W. P. Crawley, forse un uomo di legge prestato all’Esercito, acquisì nel raccogliere le testimonianze. Crawley, accompagnato dal Sergente Vickers e coadiuvato da un gruppo di interpreti, giunse ai primi di settembre a Castelnuovo dei Sabbioni e visitò a seguire Massa, Meleto, Le Màtole, San Pancrazio, San Martino, ispezionando i luoghi delle uccisioni, verificando le sepolture e i registri parrocchiali dei decessi, ma soprattutto intervistando sopravvissuti, vedove, figli, genitori, conoscenti delle vittime.[4] Lo sviluppo dell’indagine lo portò a visitare anche San Cipriano, dove si era stabilita la Wachkompanie del Tenente Danisch e una Feldgendarmerie che considererà come una specie di comando locale operativo delle stragi; Montegonzi e Cavriglia, dove il 1 luglio arrivarono alcuni battaglioni della Hermann Göring, tra i quali alcuni esecutori delle uccisioni; Terranuova Bracciolini, dove una Alarmkompanie interrogò un ostaggio delatore e sicuramente partecipò alle uccisioni di Castelnuovo, Massa e in seguito Le Màtole. Visitò infine anche Renacci, dove si era stabilito il comando della 1° Divisione Paracadutisti del Generale Richard Heidrich e Reggello dove il comando della LXXVI Panzerkorps si era spostato dopo le stragi. Ovunque raccolse prove contro i soldati tedeschi e cercò conferme alle dichiarazioni dei cittadini scampati.

Le dichiarazioni raccolte a settembre, primo mese di permanenza, furono assai scarne e poco sorrette dall’intervistatore, il quale si limitò a verificare i decessi e la non partecipazione attiva alle azioni dei Partigiani. Quanto fu raccolto in quel mese per Castelnuovo non dà, infatti, notizie importanti sulla identità dei soldati tedeschi o sui loro movimenti, pochissimi descrivono le caratteristiche fisiche o le uniformi dei militari e tutto il racconto della giornata si limita a pochi particolari. Forse l’intento del Sergente Maggiore in questo periodo è proprio quello di verificare «le affermazioni molto colorate ed esagerate» delle fonti italiane e «se le atrocità si erano effettivamente svolte come ci erano state riportate»: si constatò così il luogo dell’eccidio, la sepoltura o l’appartenenza o meno al movimento partigiano. Alla fine del mese di settembre Crawley fece un sopralluogo a Massa dove anche qui verificò luoghi e numero degli uccisi: questi contatti preventivi servivano molto probabilmente a predisporre nei paesi un piano di raccolta di testimonianze. Nel piccolo paese le testimonianze non potevano che essere poche, perché molti civili quella mattina erano riusciti a fuggire per tempo e due furono gli uccisi, ma per la prima volta i racconti ebbero una narrazione più estesa, iniziarono a trasparire maggiori particolari utili all’investigazione e le notizie furono più circostanziate e verificate in modo incrociato. Il 5 ottobre Crawley fece un sopralluogo a Meleto e iniziò la raccolta delle testimonianze dei parenti degli uccisi di San Martino. Il mese di ottobre è caratterizzato da un’intensa raccolta e si può dire che l’indagine ha una svolta proprio a partire dalle notizie ricevute a Meleto: qui furono intervistati in primo luogo gli uomini scampati, i testimoni diretti dell’eccidio e quegli ostaggi che erano stati catturati due giorni prima dai Tedeschi per «prevenire eventuali attacchi dei Partigiani». Crawley sembra acquisire la consapevolezza dell’esistenza di un piano organizzato della strage e individua in San Cipriano la base operativa del comando dell’azione militare. Le testimonianze iniziano ad essere molto dettagliate in relazione ai tedeschi o ai collaborazionisti italiani: traspare un tono più drammatico e partecipato. La visita a Le Màtole e il primo riscontro su una possibile spia nasce attorno alla fine del mese di ottobre, momento in cui nell’Inchiesta entra l’Alarmkompanie di stanza a Terranuova Bracciolini, definita genericamente “Unità Antipartigiana”. Per tutto il mese di novembre il Sergente Maggiore continua la ricostruzione dei fatti di Meleto e chiude al contempo l’Inchiesta su Castelnuovo, Massa e Corneto, proprio quando il parroco Don Aldo Cuccoli attesta le morti di questi paesi. Non ritiene necessario, per il momento, inserire in questa Inchiesta l’uccisione di un uomo a Poggio alle Valli ma ormai Crawley sembra convinto di poter chiudere in un cerchio le figure del Comando tedesco: ispeziona così le sedi di San Cipriano, dove il Tenente Danisch pare aver fatto da tramite o coordinato per conto del LXXVI Panzerkorps le stragi, Renacci, dove transitò il Generale Richard Heidrich, figura di grande rilievo militare, Cavriglia e Montegonzi, dove i battaglioni della Hermann Göring erano arrivati tre giorni prima dell’eccidio e infine Reggello, dove i comandi tedeschi si erano trasferiti dopo i fatti del 4 luglio. Alla fine di novembre torna significativamente a visitare San Martino, questa volta per interrogare gli ostaggi catturati quella mattina. Infine affronta il ruolo dei soldati che erano giunti a Terranuova. A questo punto, se ha chiaro il piano esteso in un raggio assai vasto del Valdarno e può chiudere l’Inchiesta di Meleto con la dichiarazione del parroco Don Giovacchino Meacci di San Cipriano, chiederà ai superiori l’interrogatorio della “spia” che nel frattempo era prigioniero presso Avellino.

Alla fine di gennaio del 1945 Crawley è sempre in Valdarno, ma solo nel febbraio potrà interrogare personalmente Ivario V., il presunto delatore riconosciuto tra i Tedeschi a Le Màtole, il quale si trovava ancora prigioniero presso gli Inglesi a Castel Baronia (Av). Dopo «un incalzante interrogatorio» ottenne informazioni molto dettagliate su un corpo specializzato della Luftwaffe di stanza a Bagno a Ripoli che era transitato da Terranuova. Quando il 23 marzo, un mese prima la Liberazione, terminò il Report principale, non utilizzò i risultati di questa ulteriore indagine, che reinserì invece in un Report supplementare sull’azione antipartigiana dei Tedeschi a Poggio alle Valli e in coincidenza proprio del 4 luglio 1945 inviò le sue conclusioni ai comandi inglesi.

I risultati cui era giunto rimasero nascosti per lunghi anni tra i segreti della politica nazionale e internazionale, che per calcolo, ignavia e compiacenza, non portò a frutto e tenne nascoste le sue indicazioni, assieme a quelle del collega Sergente Maggiore Clewlow operante a Civitella della Chiana, che avevano individuato nel Generale Wilhelm Schmalz, comandante della Divisione Hermann Göring, il mandante responsabile delle stragi di Meleto, Castelnuovo, San Pancrazio, Cornia e Civitella della Chiana.[5]

 

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note :

 

[1] Testimonianza di Milena Baldi resa a Emilio Polverini il 4 febbraio 1994, in PMNSC.
[2] Se nello specifico la Divisione della Hermann Göring sembra l’avanguardia di forze in ritirata della LXXVI Panzerkorps che ne precede o accompagna i movimenti verso l’Appennino tosco-emiliano dopo lo sbarco di Anzio, preparando il terreno alla ritirata tedesca attraverso una «politica della strage» perseguita spietatamente, definire Speciali alcune Unità rispetto ad altre, come fossero operative solo per quello scopo, non ci fa cogliere il rovescio della medaglia: la Hermann Göring fu una Divisione con compiti militari operativi molto definiti all’interno di una strategia di ritirata complessiva della Wehrmacht ma non eseguì ordini “interni” specifici in contrasto ad una politica militare complessiva, “esagerando le necessarie rappresaglie”. Alla fine la separazione tra Wehrmacht forza militare normale e Unità Speciali particolarmente spietate contrasta con l’effettiva partecipazione di molte divisioni ad azioni di rappresaglia.
[3] Quello che non è confutabile è purtroppo la presenza della Hermann Göring in località del Meridione, del Reggiano e della Toscana. Chiunque voglia studiare i fatti del territorio del Valdarno Superiore deve elencare per lo meno un migliaio di altri civili uccisi in una scia di terrore che accompagna la ritirata della Wehrmacht. Un resoconto della tragica risalita della Göring lo si può ricostruire in Schreiber, mentre esiste una letteratura per lo più agiografica che ha sempre saltato a piè pari tutta l’attività di guerra ai civili esaltando oltremisura gli “eroismi” e le “epiche battaglie”: vedi per tutti Franz Kurowski, The History of the Fallschirm-Panzerkorps Hermann Göring, Fedorowicz Publishing, Manitoba 1995. Per una breve ma esauriente ricostruzione del profilo ideologico, politico e militare si veda ancora Gentile 2006: 213-40.
[4] Crawley identificò 186 vittime, comprendendo anche un civile ucciso a Reggello, dove la maggior parte delle truppe tedesche ripiegarono dal territorio di Cavriglia. Non furono individuati invece Pieralli Egisto a Meleto, Pieralli Sabatino a Castelnuovo e Bujanov Nicolaj, partigiano ucraino morto durante il rastrellamento antipartigiano del 8 luglio, in località Secciano. Non fu inoltre inserita la morte di Pietro Fabbrini, morto il 5 luglio nell’esplosione della Miniera Allori.
[5] Il tribunale militare territoriale di Roma assolse nel luglio 1950 il comandante della divisione Hermann Göring, generale Wilhelm Schmalz, chiamato in giudizio per le sanguinose rappresaglie messe in atto contro i Partigiani nella zona di Arezzo. Sull’importante problema dei mancati processi ai criminali di guerra in Italia si veda Focardi 2005: 185-214. Sull’“armadio della vergogna“, armadio sigillato e con le ante rivolte verso le pareti, contenente centinaia di fascicoli di denunce e indagini giudiziarie su crimini di guerra compiuti dalle forze di occupazione tedesche in Italia e in parte anche da unità della Repubblica sociale italiana, vedi Franzinelli 2002 e l’audizione del Prof. Paolo Pezzino alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle stragi nazifasciste del 20 febbraio 2001. Fu il procuratore militare Antonino Intelisano, alla ricerca di vecchi atti giudiziari del processo Kappler, a scoprire quell’armadio.

 

© Francesco Gavilli

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