Stromboli ~ Giovanna Ioli

 

stromboli
Isole e Vulcani

I Mari del Sud, quelli di Conrad e Maugham, sono fatti di isole e io amo le isole, tutte le isole: il mondo in una tazza come sperava Emily Dickinson, che aveva scelto di vivere chiusa in una stanza. Una parte della mente cerca la giungla di coralli, la laguna blu, ma un’altra ritorna sempre a un approdo mediterraneo che risuona come un ritornello. E’ una zona franca che cresce con la mia linea d’ombra: Stromboli, non solo un luogo per amare o un rifugio per morire come ripete dagli opuscoli George Sand, ma piuttosto un riservato dio, impietrato sulla terra per sfuggire alla ragione degli uomini. Stromboli non è semplicemente una bocca eruttiva che erompe dalle acque, con il suo merletto di spiagge di un nero luminoso: è un gigante imprigionato nel cuore della terra e la sua voce è un borbottio continuo di vulcano, che ripete il sublime collocato da Schiller oltre il terrore, tra sobbalzi di pensiero e di filosofie. Il mio battesimo dell’isola fu lui, lo Stromboli.

Avevo sedici anni e la complicità di Eolo, che scatenò un’improvvisa bufera di scirocco, lasciandomi completamente sola a Stromboli, per tre giorni. Andai a pensione da donna Peppina, una vecchia sorda, nata e cresciuta su quello scoglio al quale assomigliava tanto da sembrare scolpita nella lava. Per cento lire il giorno mi dava da dormire, l’acqua gelida del pozzo e un piatto di spaghetti, perché diceva, toccandomi le cosce, che ero «troppo secca». Borbottava anche lei, come il vulcano, restando ore e ore seduta davanti alla porta della casa, l’unica rossa tra il bianco abbagliante delle altre, con le spalle rivolte al mare e gli occhi puntati sul vulcano. Scoprii che gli parlava, mormorando in dialetto litanie che non riuscivo a districare. Ogni tanto interrompevo il suo dialogo tra sordi per chiedere il perché di un boato o il significato di tanti tremiti avvertiti sulla sciara, sulle tante colate che avevano cercato la strada verso il mare. Peppina rispondeva sempre nello stesso modo: «Lui sente il tempo». «Lui», con la maiuscola, capii solo più tardi, per lei non era una divinità: era un amore cresciuto con la vita, interamente spesa a guardare il suo cuore di ossidiana. Da allora anch’io pensai a quel vulcano come se fosse un amante di pietra, immobile, sovrano dei pensieri. Scoprii l’incanto dei colori, il nero della lava rappresa contro il blu egizio del mare, il rosso dell’ibiscus, il verde del canneto, il bianco delle case, il viola nascosto di un’uva in miniatura.

 

Rubens - Vulcano forgia le folgori per Giove

Rubens – Vulcano forgia le folgori per Giove

 

Furono, però, le notti a produrre un concentrato di inquietudini e fantasmi, che si scioglievano solo con la festa luminosa del giorno. In quel lucido buio, interrotto a tratti dall’alone rossastro delle esplosioni, compresi che lui, Stromboli, con il suo boato sommesso, parlava davvero, anche del mondo, usando le corde vocali delle bocche eruttive, morbida e piena quella del cratere centrale, stridula e acuta l’altra, direttamente affacciata sulla sciara. Una sera mi borbottò di stare in guardia «dai formiconi degli approdi», quelli che avevo studiato sui libri di Montale, dagli impegni veri o presunti, mostrando che il suo linguaggio si spingeva al di là dell’anello cangiante del mare, oltre l’orizzonte chiaro come di cristallo, su cui si staglia il punto bianco della nave che ormeggerà ai suoi piedi. Mi raccontò che il suo fuoco creava una barriera invisibile, custodiva un sogno.

Da allora, da quel tempo lontano in cui per la prima volta ascoltai la musica che lui sapeva sprigionare, capace di dissolvere il peso dei pensieri, ogni volta che vedo sulla carta geografica i puntini delle isole sparse nell’azzurro, mi prende un desiderio di andare ad ascoltare se anche da loro si alza un mormorio, di pietra.

Davanti a una carta geografica, si sa, è sempre uno sgomento grande, un’inquietudine, paragonabile solo al primo ingresso in biblioteca, dove senti che ci vorrebbero non una, ma tante vite per raggiungere tutti quei puntini sparsi sulla carta, misteriosi come i tanti libri che non riuscirai mai a sfogliare.

Qualcuno ha calcolato che per vedere tutte le isole dell’Indonesia occorrano quarantasette anni. Gli atolli delle Maldive racchiudono mille isole, e il numero diventa esponenziale per quelle disseminate nel Pacifico. Persino il Mediterraneo, così strenuamente circoscritto, è cosparso di briciole di mondi che non riusciremo mai a contare. Perciò, parto quasi a caso, e quando torno dai miei viaggi, prendo una bandierina e la pianto sulla cima di Stromboli, su quella terrazza sospesa sul fuoco dei crateri, e mormoro sempre la stessa litania: «Cerchi la vita, cerchi, e ti sgorga splendendo / divino fuoco dal fondo della terra». Parola di Empedocle o di Hölderlin?

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tratto da:
Giovanna Ioli, A giro, prefazione di Gina Lagorio; postfazione di Claudio Magris; Milano, Viennepierre edizioni, 2004; pp. 25-28
coll. “La bella brezza”, 8 – ISBN 88-7601-012-2

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