Rutilio Namaziano ~ De Reditu I, 165-216 ~ Attesa in porto

 

Libro primo I, 165-216

 

[Lasciata Roma (qui), com’è usanza un piccolo gruppo accompagna al porto l’amico che se ne va: l’addio è veloce e rimane solo Rufio, già prefetto e di nobili origini, tanto da essere citato da Virgilio. Poi il distacco anche dall’amico: si allontanano i corpi ma non lo spirito. Ora Rutilio dovrà attendere in porto che il tempo migliori, ma l’attesa non è del tutto vana perché ci si può volgere ancora verso la città, laggiù dove si alza un filo di fumo e dove pare salire il vociare di chi gioca nelle vie e acclama nei teatri. Ancora una separazione e il gruppo ormai è ridotto alla cerchia familiare più stretta: se ne torni a Roma anche Palladio, figlio di Esuperanzio, e che studi il diritto per le genti della Gallia…]

 

Ostia Antica, mosaico portico del teatro

Ostia Antica, mosaico portico del teatro

 

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“Il fascino discreto della «retroguardia»” in alcune immagini de “Il Novecento italiano” di Rossana Bossaglia

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Nel 1979 uscì per Feltrinelli Il Novecento italiano: storia, documenti, iconografia di Rossana Bossaglia, un’opera che contribuì in modo fondamentale alla riscoperta dell’arte figurativa italiana del secolo scorso senza il timore di essere identificata come la riscopritrice nostalgica di una cosiddetta arte fascista. “Alfabeta”, mensile d’informazione culturale che iniziò le pubblicazioni quel medesimo anno, ne diede conto nel numero 11 del marzo 1980, con un articolo di recensione di Renato Barilli e una ricca carrellata, in rigoroso b/n da giornale degli anni settanta, di significative opere di quella stagione artistica. A.P. (evidentemente Antonio Porta) firmava l’editoriale dal titolo Il fascino discreto della «retroguardia» che qui trascrivo insieme alla riproduzione a colori di alcune di quelle immagini.

 

Piero Marussig, Nudo (o Venere addormentata), 1926 (Biennale di Venezia 1930)

Piero Marussig, Nudo (o Venere addormentata), 1926 (Biennale di Venezia 1930)


 

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San Miniato ~ Mario Luzi

 

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Ritorno a San Miniato

 

Sono ormai molti anni che non rivedo davvero San Miniato. Vi misi piede, qualche tempo fa, durante il ritorno da Volterra: una rapida corsa che mi permise appena di misurare quanto la guerra aveva distrutto: la torre della rocca che si levava, squadrata e agile, sull’orlo della balza a vigilare l’immensa vallata dell’Arno e Fucecchio e il suo luminoso “padule”, belle case lungo il corso e perfino un’ala del palazzo di Giuliano di Baccio d’Agnolo, nella sua piazzetta rientrante, presso la porta ser Rodolfo. Avevo saputo anche di episodi angosciosi avvenuti nella cattedrale e altrove durante i fatti d’arme di quell’estate in cui la cittadina era venuta a trovarsi sul fronte: e quelle notizie mi venivano in mente quel pomeriggio di domenica mentre mi aggiravo per le strade quasi deserte, tra macerie e rovine ancora del tutto evidenti, per quanto sfiammate e quasi spente, e non trovavo nessuna persona di conoscenza. Quasi dieci anni prima ero salito lassù per la prima volta lungo la serpentina che dalla provinciale monta lentamente sul poggio e si innalza come un volo sulla pianura chiara, verde-azzurra fin dove i monti pisani e lucchesi non sfumano in grigio o violetto. La piccola città si allunga sul crinale e dall’altra parte si affaccia sulla valle dell’Elsa disseminata in lontananza di poderi e ville sui poggi mentre dai suoi margini estremi a sud-ovest guarda il più spazioso e desolato rincorrersi dei clivi verso le biancane di Volterra e della Maremma. Ma essa si apre soprattutto verso Pisa e l’occidente, e da quella parte riceve la gran luce che vibra o fumiga o languisce, rotta a tappe da sorrisi e da ombre, sul cammino ampio e fecondo dell’Arno. Tanto spazio intorno produce un silenzio che dove la città si allarga e vi sono orti o giardini diventa quiete, ma dove invece si rinserra nelle sue strade e nei suoi vicoli ristagna come invincibile uggia. Non si possono rompere le modeste faccende della vita ogni giorno che scorre tranquilla e quasi invisibile in qualche mediocre commercio, in qualche lavoro artigiano, in qualche ufficio pubblico da sottoprefettura, dietro le vecchie e a volte insigni facciate, mentre gli intensi e vitali traffici si svolgono laggiù sulle rive del fiume e nella sua pianura.

Ma non per questo San Miniato indulge ad abitudini paesane; la sua cattedrale, la sua rocca – sede di vicari imperiali in Toscana – il suo bel vescovado sulla piazza di pietra e d’erba, i suoi palazzi, la nobiltà stessa delle case comuni impedirebbero codesto contegno: e d’altra parte la gente è riservata, poco incline alle facili comunelle e ai modi spicciativi e familiari e più alla discrezione magari risentita e a volte malevola. Nei lunghi pomeriggi si aggirano per le vie o sostano nel caffè della piazza a giocare al biliardo pochi giovani, per lo più studenti; ma poi spesso escono nella campagna e rientrano con le facce accaldate nell’uggia dell’abitato all’ora che alcune ragazze, a coppie, tenendosi sottobraccio, si dirigono verso i giardini che circondano la rocca e quando è bella stagione, siedono sulle panchine a scambiarsi qualche rara parola. A volte tra queste e quelli s’intreccia una difficile conversazione che ha insieme del rustico e dell’urbano, mentre le rondini che in questi luoghi eminenti si stanziano più numerose, imperversano abbassandosi fino a sfiorare le selci erbose e i parapetti e l’esalazione dolciastra degli alberi e il respiro della campagna in fermento stordiscono un poco.

È anche l’ora che qualche vecchio solitario interrompe gli studi di storia locale o familiare – passatempi e manie delle antiche e decadute città gentilizie – ed esce col bastone per una passeggiata lungo i viali del giardino pubblico ornato con gran decoro. Qui, nelle sere di piena estate, quando la gente è di necessità meno casalinga, si riversano in gran parte le comitive di giovani e le famiglie e si aggirano tra le piante o siedono sul muro a guardare la pianura costellata di luci mentre qualche lucciola, lassù più tardiva, si accende nel buio. E non mancano, o almeno non mancavano fino a pochi anni addietro, anziane e pacifiche persone che vengono a villeggiare dalle città vicine, i più modesti alloggiandosi in case di conoscenti o privati, i più agiati – funzionari o colonnelli in pensione – nell’albergo di vecchia tranquillità e discrezione che non lontano dalla rocca respira tutta quell’aria e guarda l’ameno, luminoso orizzonte.

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Il giorno di mercato la piazza e le vie adiacenti sono occupate da una folla di mercanti e di venditori ambulanti, di contadini saliti con la corriera o con quei fortunosi camioncini ricavati da vecchie auto, con le tende sventolanti: e allora si vede sciamare per le strade, per le antiche e assorte strade di San Miniato una gente di corporatura più tozza e robusta, di sangue più spesso, di colorito più abbronzato che porta il senso di una vita più aggressiva e combattuta. Nelle trattorie, nelle rivendite di vino, nei caffè x’è un diffuso clamore e le donne venute dalla campagna, alle quali sotto la pelle liscia scorre un sangue tranquillo e sciolto, si aggirano tra le bancarelle e i negozi osservando le pezze di stoffa esposte o utensili da cucina. I cittadini accolgono senza fastidio quel rustico ingombro, ma se ne tengono per la maggior parte al di fuori se non vi sono implicati per il loro commercio. E quando, nelle prime ore del pomeriggio, tutto finisce e giù per la serpentina che scende al piano si vedono apparire e sparire la corriera e i camioncini stivati di attrezzi e di merci che se ne vanno tra lo sventolare delle tende nella corsa, San Miniato ritorna al suo silenzio e aspetta la sera e la notte mentre qualcuno si ripromette sul vespro un incontro tenacemente atteso, e chi sogna di uscirne va col pensiero assai più lontano di quanto siano andati i numerosi invasori della giornata.

I ragazzi tornano in frotte dalle escursioni nella campagna e riportano canne e trofei dagli anfratti ombrosi dove hanno giocato nelle ore di sole e dalle gore e dai corsi d’acqua dove si sono tuffati. Rientrano impolverati e un po’ malinconici nelle loro case: il giorno è finito.

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(*) apparso su “Linea d’ombra”, n. 2, giugno 1983, pp. 190-1.

Mariella Mehr

*

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Non c’era mare ai nostri piedi
anzi, gli siamo
sfuggiti a malapena
quando – le disgrazie, si dice, non vengono mai sole –
il cielo d’acciaio ci incatenò il cuore.

Abbiamo pianto invano le nostre madri
davanti ai patiboli,
e ricoperto i bambini morti con fiori di mandorlo
per scaldarli nel sonno, il lungo sonno.

Nelle notti nere ci disseminano
per poi spazzare via noi posteri dalla terra
nelle prime ore del mattino.

Ancora nel sonno ti cerco, erba selvatica e menta:
chiuditi, occhio, ti dico,
e che tu non debba mai vedere i loro volti
quando le mani diventano pietra.

Per questo l’erba selvatica, la menta.
Sono leggere sulla fronte
quando arrivano i mietitori.

 

Per tutti i Roma, Sinti e Jenische
per tutte le ebree e gli ebrei
per gli uccisi di ieri e per quelli di domani.

 

*

Kein Meer lag uns zu Füßen,
im Gegenteil, wir sind ihm
mit knapper Not entgangen, als
uns – kein Unglück, sagt man, kommt allein –
der stählerne Himmel ans Herz fesselte.

Umsonst haben wir an den Schädelstätten
um unsere Mütter geweint,
und tote Kinder mit Mandelblüten bedeckt,
sie zu wärmen im Schlaf, dem langen.

In schwarzen Nächten sät man uns aus
um dann, in den Morgenstunden,
die Erde von uns Nachgeborenen leerzufegen.

Noch im Schlaf such‘ ich Dir Wildkraut und Minze;
Fall ab, Auge, sage ich zu Dir,
und daß Du nie in ihre Gesichter sehen sollst,
wenn ihre Hände zu Stein werden.

Darum das Wildkraut, die Minze.
Sie liegen Dir still auf der Stirn,
wenn die Mäher kommen.

 

Für alle Roma, Sinti und Jenischen,
für alle Jüdinnen und Juden,
für die Ermordeten von gestern und die von morgen.

 

Fraenzlimusik

§

Quando il giorno
perde la memoria
e senza testa precipita
nella propria ombra,

anche la mia parola diventa
senza storia come il suo giorno.

Arrotolati eppure
separati stiamo
noi due. Sebbene già
la notte levi il suo urlo e meglio sarebbe

Fuggire, ci scriviamo
nella sabbia.

Votata ai rinnegamenti,
non saranno gli ultimi nostri.
Eppure una luna
spalanca la porta:

ancora una volta me la sono cavata,
sfuggita al lavorio della morte.

Il tempo dipinge il suo sapere
in motivi stranieri.

Nella sabbia il tempo risponde:
andate verso casa, come se fosse
stata una gita,

mentre le stelle senza preoccuparsi
fanno il nido sulla nostra pelle.

 

 

*

Wenn der Tag das
Gedächtnis verliert
und kopflos in seinen
eigenen Schatten stürzt,

wird auch mein Wort
geschichtslos wie sein Tag.

Zusammengerollt und doch
voneinander getrennt, liegen
wie beide. Obwohl schon
die Nacht aufbrüllt und Flucht

angesagt wäre, schreiben wir
uns in den Sand.

Verleugnungen verfallen,
die nicht unsere letzten sein.
Und doch reißt ein
Mond die Tür auf:

Noch einmal davongekommen,
der Todesarbeit entronnen.

Die Zeit malt ihr Wissen
in fremden Mustern.

In den Sand schreibt sie zurück:
Geht heimwärts, als wär’s ein
Ausflug gewesen,

während die Sterne unbesorgt
auf unsern Häuten nisten.

 

 

[traduzione di Anna Ruchat]

* tratto da:
Mariella Mehr, Ognuno incatenato alla sua ora, 1983-2014 ; a cura di Anna Ruchat ; Torino, Einaudi 2014 – Coll. : Collezione di poesia ; 424 – [ISBN] 978 – 88 – 06 – 20652 – 3 . CCD 831.914 (21.) Poesia tedesca, 1945-

 

Una famiglia Jenisch

Una famiglia Jenisch

Una vita tra violenza ed eugenetica:

Mariella Mehr (27 dicembre 1947, Zurigo). Di etnia Jenisch, ha subito persecuzioni in nome del programma eugenetico promosso dal governo svizzero nei confronti dei figli appartenenti a famiglie nomadi. Da bambina piccolissima fu sottratta alla madre e assegnata in periodi diversi a varie famiglie e a tre istituzioni educative. Lo stesso accadde quando fu lei a diciotto anni ad avere un figlio, che le fu tolto. La rabbia contro le istituzioni sviluppò in lei uno spirito ribelle che la condusse a subire quattro ricoveri in ospedali psichiatrici e quasi due anni di carcere femminile. Dal 1975, come giornalista, ha scritto molti articoli di denuncia. Negli ultimi vent’anni ha vissuto prevalentemente in Toscana. Ha pubblicato diversi romanzi e quattro libri di poesia. In traduzione italiana: il libro autobiografico Silviasilviosilvana (Guaraldi 1995), i romanzi Il marchio (Tufani 2001), La bambina (Effigie 2006) e Accusata (Effigie 2008), le raccolte poetiche Notizie dall’esilio (Effigie 2006), San Colombano e attesa (Effigie 2010) e Ognuno incatenato alla sua ora (Einaudi 2014). [dal risvolto del libro]

Paolo Uccello

 

uffizi_08_2014 039

 

Paolo Uccello, Battaglia di San Romano, 1438 (part.) – Firenze, Galleria degli Uffizi. Foto di Rendel Simonti.