Una strage ~ 5. I Tedeschi: il ruolo della Wehrmacht e il Tenente Danisch

 

Se l’Unità del Tenente Wolf era un reparto addestrato per la repressione partigiana e capace di eseguire uccisioni di massa, con i movimenti di reparti di soldati posti a protezione degli alti comandi della LXXVI Panzerkorps attorno a San Giovanni e San Cipriano s’incrocia quella parte della Wehrmacht che mantenne un atteggiamento fortemente ambiguo tale da determinare una lettura distorta del suo stesso livello di responsabilità. Per comprendere il suo ruolo dobbiamo rinunciare all’idea schematica che vuole una parte dell’esercito capace di compiere ogni tipo di violenza ed efferatezza accanto ad un’altra più “normale” e umana, addirittura vittima essa stessa di una situazione generale.[1] L’abbandono di una visione semplicistica forse finirà per ridimensionare una facile retorica che nel definire le stragi “nazifasciste” come frutto dell’incontro della parte impazzita della Germania con la definitiva implosione autodistruttiva repubblichina italiana, cerca di risolvere molti problemi nominalmente ma lascia scoperti altri punti oscuri. Infatti, se la motivazione che è alla base della capacità a compiere una strage va cercata sicuramente nel suo carattere ideologico fascista, quella definizione non è in grado da sola a disegnare tutta la complessità di un evento. L’intreccio di un insieme di comportamenti fatti di manifeste intenzioni, astuta misura, falsa inesorabilità e calcolata impotenza produsse una strategia di supporto agli esecutori che colpirono e vollero dare l’impressione di dileguarsi nel nulla poco dopo. I camerati che invece rimasero per terminare la distruzione degli impianti minerari e i “custodi” degli ideatori continuarono il loro lavoro improntato a uno spietato giustificazionismo militare e alla burocratica applicazione di procedure amministrative e militari. Se la Wehrmacht quindi fu anche un luogo dove potevano convivere e scontrarsi tendenze concomitanti e opposte, fatte di articolazioni giurisdizionali diverse, personalismi e competizioni tra più attori, discrezionalità e pilatesche non competenze, non si può affidare la strage ad una mera azione militare vissuta dagli uni come un’inevitabile conseguenza della guerra da altri come la manifestazione di un incomprensibile comportamento subumano. Paradossalmente in entrambi i casi divenne conseguente imputare le colpe solo al Fascista italiano o viceversa al Partigiano, mentre la responsabilità tedesca rimase tutta relegata nell’ineluttabilità infernale di una pulsione psichica «nazista».

Uccidere in modo sistematico con le armi e il fuoco quasi duecento uomini di ogni età e di ogni condizione di salute, in un’azione brutalmente elementare senza resistenza e senza la pur minima attesa di una risposta militare, in un periodo di tempo ristretto di due ore, mentre altre due sono servite a circondare i paesi e rastrellare gli uomini e altre sei sono state dedicate al saccheggio delle case, richiede una motivazione particolare e diversa, ad esempio, da quella necessaria all’azione antipartigiana dell’8 luglio, nella quale vi sarà una preparazione incerta di accerchiamento di un nemico armato nel proprio territorio e molto motivato a vendicare i propri compaesani. Se qui la motivazione è già inscritta nella partecipazione alla guerra e la condizione militare “giustifica” il proprio comportamento, nell’eccidio di massa la metamorfosi del «passaggio all’atto verso l’abisso (…) comporta uno sprofondare progressivo, particolarmente complesso che coinvolge dinamiche collettive e individuali» di natura complessa. Allora concentrarsi tutto sull’epopea delle vittime, come racconto martirologico e sguardo estetizzante, o sulla strategia militare, come motivazione razionale, certa e deterministica, ci fa perdere di vista il momento della messa in pratica di un atto violento.[2]

Contemporaneamente tutto quello che serve a preparare prima e giustificare dopo la strage non può essere considerato solo il supporto reso necessario da una situazione di guerra. Ci riferiamo alla subdola perlustrazione e alle rassicurazioni date nei giorni precedenti, alla posa delle mine nelle miniere, alle fotografie che furono fatte da altri reparti il giorno successivo a Meleto, alla banalizzante giustificazione a posteriori (i ponti fatti saltare dai Partigiani o le stesse uccisioni di camerati mai specificate). Individuare nella componente ideologica nazista la differenza tra “feroci esecutori” e militari “normali”, con i soliti inarrivabili ideatori, alla fine «diventa uno dei pochi elementi ai quali aggrapparsi per restituire un senso agli eventi» (Fulvetti 2006 : 80).

Tutti i movimenti di truppe nel Valdarno che accompagnano e si sovrappongono al tempo della strage vivono di questa doppiezza interpretativa, drammaticamente colta dal Sergente Maggiore Crawley, per il quale la loro presenza nel territorio poteva incrociare casualmente l’attività stragista quanto esserne fondamentale supporto strategico. Quest’ambiguità di comportamento si condensa nella figura di un freddo ufficiale, quasi un “burocratico funzionario militare”, il Tenente Danisch, comandante di un corpo di guardia nel cuore del territorio colpito dagli eccidi.

 

 Döenitch – Danisch

 

 Soldati di una Feldgendarmerie Luftwaffe

 

Il 3 ottobre 1947 sul giornale Toscana nuova apparve un articolo di Leopoldo Paciscopi, un giornalista nato nella stessa zona mineraria a La Vampa e in seguito divenuto studioso del cinema muto e pittore, il quale aveva appreso i particolari sull’eccidio di Meleto dai suoi vecchi compaesani. Scrisse il Paciscopi: «… Le ra­gioni della strage e dell’incendio del 4 luglio forse nemmeno il capitano Döenitch saprebbe spiegarle. Egli sapeva solo che il comando diceva di uccidere, di non avere pietà; egli sentiva per questa gente, che non comprendeva e non voleva combattere per il “nuovo ordine” nazista, un fe­ro­ce odio. Per questo, e non ci sono altre spiegazioni, il camion ripartì dalla sede del distaccamento di Santa Barbara della Divisione Hermann Goering, e Meleto ne riconobbe il suono su per la salita ed ebbe paura…».

Il drammatico racconto riletto a distanza di decenni ci pone la difficile domanda su come sia stato possibile dimenticare l’identità dei Reparti e addirittura il nome di un ufficiale percepito allora come il Comandante degli esecutori. Quello che noi oggi crediamo essere una «reale cronaca dei fatti» bisognosa solo di essere svelata e ricostruita contro la deformazione dell’«ideologia politica» (Boni 2007:  42) in realtà non se ne stava nascosta in documenti segreti o in confessioni mai rese note, mentre il silenzio e la rimozione di quel ricordo rimane uno degli aspetti inspiegabili di questa vicenda al cui interrogativo difficilmente la storiografia da sola potrà dare risposta. Non esiste, infatti, un fattore repressivo esterno volto a occultare reperti storici formalizzati come il racconto di un giornalista raccolto tra la popolazione del paese colpito. D’altronde quello che si chiama «ideologia politica», evidentemente intendendo con questo l’uso che il Partito Comunista avrebbe fatto della vicenda, avrebbe avuto solo da guadagnare dall’identificazione dei responsabili.

Il giornalista in realtà nella sua cronaca riportò con inesattezza alcuni dati: il nome dell’Ufficiale non era Döenitch ma Danisch e non faceva parte della Hermann Göring, ma era a comando di una compagnia di guardia (Wachkompanie) del Comando del LXXVI Panzerkorps. Inoltre le prove raccolte dagli inglesi sembrano attribuirgli il grado di Tenente e non quello di Capitano. Riguardo l’errata attribuzione del Capitano/Tenente ad una Divisione piuttosto che ad un’altra, si può spiegare con il fatto che Santa Barbara, dove alloggiarono alcune truppe della Hermann Göring a partire dalla sera del 3 luglio, si trova a poche centinaia di metri dalla abitazione di San Cipriano occupata dalla Wachkompanie di Danisch fin dal 29 giugno e questo può aver indotto a ritenere le due unità della medesima Divisione. D’altra parte, pare proprio che il Paciscopi abbia riprodotto erroneamente il nome, la cui pronuncia (Döenitch/Danisch) in realtà avvicina, perché l’Ufficiale lasciò diverse tracce della sua “vera” identità: infatti, firmò un documento di rilascio degli ostaggi di Meleto e lasciò la propria foto con una gentile dedica ad una donna di Reggello. Soprattutto, essendo consuetudine scrivere o appuntare sulla porta il nome dell’Ufficiale per facilitare il lavoro delle staffette, a San Cipriano il Sergente Maggiore Crawley fotografò una scritta ancora visibile dopo alcuni mesi, «a faint inscription», dove si leggeva il nome Danisch (PRO Report: 37).

Questa serie di errori tuttavia non sminuisce il valore di quella memoria la quale ci fa riflettere sul fatto che un Ufficiale, destinato chiaramente in seguito ad essere sospettato di far parte dell’organizzazione della strage di Meleto e San Martino, abbia lasciato tracce della propria presenza e attività in modo così evidente e plateale a fronte di un comportamento assai particolare e riservato. La sua corresponsabilità, infatti, è fuori ogni ragionevole dubbio, ma più arduo è stabilire quale fu il suo effettivo ruolo, la cui comprensione, infatti, ci restituirebbe un quadro più chiaro sul funzionamento della strage.

 

La protezione degli alti comandi

 
Reggello (Fi)

Reggello (Fi)

 

Secondo Boni, Danisch, alla luce del suo comportamento nella mattina del 4 luglio, è sicuramente «uno dei responsabili organizzativi nell’esecuzione della strage», con il compito, grazie forse a una propria geniale pensata, di «bloccare con un espediente i Partigiani, lasciando il compito più crudo (…) agli altri uomini dei reparti Hermann Göring». Anche per gli Inglesi Danisch ovviamente è uno degli Ufficiali più coinvolti nella strage per manifesta attività antipartigiana, per la presa in ostaggio di abitanti di paesi soggetti a eccidi e perché gli uomini di San Martino sarebbero stati uccisi «presumibilmente» dai suoi soldati. Tuttavia non è così semplice definire questa responsabilità organizzativa né, come vedremo, è certo che siano stati i suoi soldati a uccidere a San Martino (Boni 2007: 207 e PRO, Scheda segnaletica di Danisch).

Dovremo saltare a piè pari tutta la cronaca del 4 luglio e riflettere su quello che avvenne due settimane dopo. Una rilettura attenta del comportamento di questa Wachkompanie e l’analisi delle successive azioni a Reggello, dove i comandi del LXXVI Panzerkorps partiti da San Cipriano si diressero, ci restituisce infatti un quadro più complesso. Sempre secondo Boni, i soldati si dirigono a Reggello «con l’ordine di eseguire lo stesso eccidio» ma le informazioni lì ottenute non sarebbero state «abbastanza convincenti» a compiere altre stragi (2007: 248). Di nuovo si presuppone una “pulsione di morte” alla base del comportamento tedesco tale da meritare la rassicurante definizione di nazista. Purtroppo l’attività di questi militari in quella zona non è chiara e ci troviamo di fronte, più che a uno spietato decisionismo, a un continuo stop and go.

Lasciati San Cipriano e villa Cetinale il 12 luglio, il personale del LXXVI Panzerkorps, con la Wachkompanie del Tenente Danisch, si diresse a Reggello. Lo stesso Stato Maggiore stabilì il suo Comando a Villa Capanni, di fronte all’alloggio di Danisch, dove fu identificato un Ufficiale tedesco, il Maggiore Hildebrandt, come Staff Officer G. 2 del LXXVI Panzerkorps. Immediatamente, quello stesso giorno, due italiani in abiti civili, uno dei quali forse proprio un soldato interprete «con accento fiorentino», protagonista a San Cipriano che qui si faceva chiamare Franco o Franz, convinsero un certo Gastone Sottani ad accompagnarli alla base dei Partigiani a Monteacuto, raccontando di essere in fuga da Meleto dove i soldati tedeschi avevano ucciso un gran numero di civili. L’uomo accompagnò per un tratto di strada i due per poi dirigersi a Pontifogno dove allora dimorava. Con questo pretesto il mattino seguente furono catturati circa quaranta persone di Pontifogno, donne e bambini inclusi, perché sospettati di essere sostenitori dei Partigiani e condotti a Santa Tea, sede della Feldgendarmerie. Al Sottani fu contestato di aver indicato ai falsi fuggiaschi i nascondigli dei Partigiani. La cattura di civili in ostaggio – come era avvenuto a Meleto – anticipa il trasloco, il 15 luglio, di varie Unità militari a Reggello. Il Generale Heidrich, infatti, prese dimora a Villa Poggio Adorno (Reggello) dopo aver lasciato Renacci presso San Giovanni, mentre il Comandante dell’11 Panzer Regiment HG che si trovava a Cavriglia informò la proprietaria della casa dove alloggiava che si stavano dirigendo proprio a Reggello.

Comunque sia, i civili furono interrogati da Danisch, ma vennero poco a poco tutti liberati ad eccezione di quattro italiani e alcuni inglesi già prigionieri di guerra. Negli stessi giorni, il Podestà di Reggello, Giovanni Grifoni, fu convocato a Santa Tea da un Generale tedesco, indicato misteriosamente come «K. K.». Il Podestà, allarmatosi, aveva portato con sé anche il Segretario Comunale, il quale parlava corren­temente il tedesco. Qui in realtà un Colonnello, chiamato dai suoi soldati Obergherichtsrat (un Consulente Legale delle Autorità Militari), li informò che era troppo tardi per incontrare il Generale, ma li avvertì che se i Partigiani non cessavano di uccidere i soldati Tedeschi, sarebbero stati costretti a uccidere «tutti i civili di Reggello». Alla richiesta del Segretario Comunale di liberare i civili presi in ostaggio perché innocenti, il Colonnello rispose: «Questa cosa non è in mio potere, dipende da un altro Comando». Lasciata Santa Tea il Podestà e il Segretario Comunale proseguirono per Villa Capanni, dove il Maggiore Hildebrandt li informò che tutti gli ostaggi erano stati liberati, ad eccezione di due uomini condannati a morte. Ancora il 17 luglio Danisch fece chiamare il parroco perché assistesse uno dei due prigionieri che sarebbe stato fucilato, mentre l’altro sarebbe stato portato a Firenze. In realtà il condannato a morte riuscì a fuggire proprio quando i Tedeschi stavano lasciando Reggello e dopo pochi chilometri, a Vallombrosa, furono liberati anche i prigionieri inglesi, mentre l’unico uomo rimasto in mano loro, una volta condotto all’Ufficio Reclutamento Lavoro di Firenze, fu sottoposto a visita medica, con l’intenzione di spedirlo a lavorare in Germania, ma trovato in cattiva salute fu rilasciato con un «certificato d’inabilità»!

Come si vede, se non mancò l’occasione di un altro eccidio, il comportamento tenuto a Reggello fa pensare piuttosto che l’attività di questa Wachkompanie in quei giorni cercasse di impedire l’intervento dei Partigiani in concomitanza dell’arrivo di stati maggiori d’armata o di divisione e i prigionieri civili avevano solamente una funzione di deterrenza. Proprio poche settimane prima in una zona prossima ad Arezzo i Partigiani della XXIII brigata Garibaldi “Pio Borri” avevano fatto prigioniero il colonnello von Gablentz, responsabile del Korüch 594 (Comando delle retrovie della X Armata), e il suo rilascio costò ai Tedeschi la liberazione di molti ostaggi. Questo può aver indotto gli alti comandi della LXXVI Panzerkorps a mettere in atto misure preventive ogni qualvolta Ufficiali di alto grado si muovevano.[3]

D’altronde la loro partecipazione alla strage non appare mai così preminente e il loro ruolo si mantenne sempre un po’ defilato. La cattura degli ostaggi di Reggello fu addirittura più estesa di quella che era stata fatta a San Martino e Meleto, ma, seppure minacciati e condannati a morte, questi vennero poco a poco tutti liberati. Nei paesi delle stragi, se la Feldgendarmerie svolse un ruolo soprattutto a Castelnuovo di controllo della periferia del paese,[4] la Wachkompanie non è mai schierata in prima fila e ci sono forti dubbi sulla sua responsabilità delle uccisioni di San Martino. Addirittura nessun loro ostaggio denunciò in seguito un trattamento particolarmente duro per l’ottenimento d’informazioni utili all’ideazione della strage. Da un altro punto di vista però la relazione con la strage è evidente e la Wachkompanie per forza di cose dovette svolgere un compito di raccordo tra i reparti della Hermann Göring e gli alti comandi della LXXVI Panzerkorps, i quali erano chiaramente al corrente del piano dell’eccidio. Più che domandarsi se gli ostaggi siano stati fatti per approntare i piani delle stragi, dovremmo considerare le azioni diversive nei confronti dei Partigiani utili alla protezione dei Comandi: compito messo in atto in ambedue le località del Valdarno ma che solo a Reggello divenne esclusivo, anche perché la smobilitazione ormai era generalizzata ed erano assenti quei reparti “capaci” di mettere in atto un eccidio di massa. Sicuramente a Cavriglia sembra difficile che gli alti comandi, dislocati proprio nel cuore dei luoghi della strage, possano essere stati scavalcati nelle proprie decisioni da Divisioni a loro sottoposte e il Tenente Danisch da parte sua si dimostrò sempre ben informato di quanto stava succedendo, dandone argomentata spiegazione a parenti e ostaggi.

 

Una giustificazione legale alla strage

 

In tutta la storia della strage il ruolo del Tenente Danisch riflette una duplicità di comportamento conforme all’ambiguità di quei reparti che vollero nascondere o distinguere le proprie responsabilità. Certamente questo rispondeva anche a una logica più strettamente militare e non può essere spiegata solo in termini psicologici: il mito del Tedesco “buono” a fronte dello spietato e sordo soldato che non è mosso a pietà o a ragionevole senso di una parvenza di giudizio discriminante accompagnò molti racconti dei superstiti. Ognuno scrutò negli occhi del soldato incrociato una gradazione di umanità, una disponibilità a “salvare” contro gli ordini ricevuti. Evidentemente nella complessa varietà dell’agire umano fu anche così, ma questo immediato e continuo «lavoro sul mito» di ciò che di umano deve esservi stato in qualcuno e che può riemergere anche nell’innominabile esecutore, non è che «un rimedio della disperazione per l’irrinunciabile bisogno di verità» (Blumenberg 1991: 86).[5] Gli esempi sono numerosi. Vinicio Ermini ricorda come la madre e le sorelle in fuga da Meleto incontrano altri soldati, denominati militari «della Wehrmacht», i quali prima aiutano le donne a trasportare le poche cose portate via da casa, poi, informati di quello che stava succedendo in paese, si meravigliano e rimangono «increduli» al loro racconto.[6] Ave Pagliazzi racconta del rientro nel paese e delle scene di devastazione delle case e degli incendi: qui addirittura un soldato tedesco aiuta le donne a spegnere l’incendio della casa.[7] Gli stessi racconti relativi agli esecutori risaltarono i segni di squilibrio e lo sgomento emotivo di alcuni di loro: il Maresciallo Fräulein pianse con un uomo di Santa Barbara perché riconobbe che i civili uccisi a Meleto erano «persone innocenti»; il Tenente Lütjens, a Poggiolo, confidò di aver partecipato alle uccisioni e che per quel “lavoro” si sentiva «stanco mentalmente»; un ragazzo dodicenne di allora ricordava come nel tardo pomeriggio vicino a Masseto un camion di soldati, che scendeva da Meleto, si fermò, per permettere ad uno dei soldati le cui «divise davanti erano tutte piene di sangue» di vomitare.[8] Anche per Crawley, il semplice fatto che il Capitano Wolf faccia ritorno il 7 luglio a Villa La Costa «molto agitato per qualcosa», diviene il segno di uno «stato mentale» non normale che lo rende sospetto di aver partecipato alla strage.[9]

Nella nostra ipotesi il compito di questi reparti, oltre l’evidente protezione dei Comandi, fu quello di trovare, certamente in modo ipocrita e ambiguo, una giustificazione “legale” alla strage più che farsi responsabili della sua progettazione e attuarla. La Wachkompanie, così come la Feldgendarmerie, si “limitò” a gestire il prelievo di ostaggi in funzione di deterrenza nei confronti dei partigiani (Meleto e San Martino) o ad azioni di supporto nella parte bassa di Castelnuovo e forse a Masseto. Tutto il comportamento di Danisch, infatti, sembra mosso da una finalità già determinata (la strage) a fronte di azioni che annunciano (la minaccia della rappresaglia) ma non sembrano portare a niente (tutti i prigionieri sono rilasciati). Le notizie ricevute dagli ostaggi possono aver dato solo giustificazione a posteriori a quanto si andava facendo o si era già fatto e l’attività rimane principalmente informativa. Così gli uomini di San Martino saranno lasciati andare con motivazioni astutamente criptiche (il “compiacimento” per una misteriosa informazione ottenuta) e agli ostaggi di Meleto, per evitare nuove catture, è rilasciato addirittura un lasciacondotto del tutto formale e beffardamente inutile.

 

Due Generali, un Tenente e un manipolo di poliziotti

 

 Generale Trangott Herr, Comandante LXXVI Panzerkorps, Aprile- Dicembre 1944

Generale Trangott Herr, Comandante LXXVI Panzerkorps, Aprile- Dicembre 1944

 

La Villa Cetinale residenza della famiglia Corsi dista dal villaggio di San Cipriano poche centinaia di metri. A sua volta, oltre una doppia curva che attraversa un torrente, si giungeva a Santa Barbara, che, come rivela il suo nome, era un villaggio di minatori. Meleto s’innalzava su una piccola collina appena un chilometro dopo e oltre ancora, di là della zona mineraria vera e propria, si giungeva a Castelnuovo dei Sabbioni. Infine salendo verso i monti del Chianti s’incontravano Massa e San Martino di Pianfranzese. Oggi le distanze si sono accorciate e una forte urbanizzazione tende a disegnare un irregolare ma unico agglomerato da Cetinale, periferia ormai di San Giovanni Valdarno, sino a Meleto. Le miniere non esistono più, mentre la ferita delle escavazioni a cielo aperto ha mantenuto intatta la distanza di allora tra Meleto e Castelnuovo. Massa è rimasta una piccola frazione tra gli ulivi, San Martino in Pianfranzese è stato distrutto e lo stesso Castelnuovo è stato abbandonato negli anni settanta per essere ricostruito in una zona sovrastante.

Questa è la descrizione di un paesaggio che è mutato non solo per accrescimento urbano ma anche per soppressioni e porzioni di territorio letteralmente scomparse. Nei primi giorni di luglio 1944 in questa piccola parte di territorio che abbiamo descritto da est verso ovest furono presenti tra gli altri alti gradi del LXXVI Panzerkorps, il comando della I Divisione dei Paracadutisti, una Feldgendarmerie, truppe del Reggimento Corrazzato della Hermann Göring e personale del Genio divisionale. È molto difficile comprendere come al processo svoltosi a Roma nel 1950 il Generale Schmalz abbia potuto convincere i giudici che gli alti comandi della Göring stessa fossero all’oscuro dei provvedimenti di rappresaglia presi dai comandi di compagnia e che addirittura a fatti avvenuti si fossero contrariati per l’eccessiva durezza usata. Nel caso dei fatti di Meleto e Castelnuovo si potrebbe dire che gli esecutori degli eccidi la fecero proprio sotto il naso di ben due Generali perché bastava loro affacciarsi dalle finestre dei loro Comandi nella villa del Cetinale o nella tenuta di Renacci per vedere le colonne di fumo nero che si alzavano dai paesi in fiamme nei dintorni, così come tutta la popolazione del Valdarno ne fu testimone.

Le testimonianze di Maria Corsi per Villa Cetinale, Osvaldo Amidei, Diva Sbardellati e Fanny Ficai per San Cipriano, descrivono l’arrivo di personale della Feldgendarmerie che a sua volta prepara quello dei comandi del LXXVI Panzerkorps e il loro permanere durante i giorni delle stragi. In particolare la Dichiarazione di Maria Corsi è il primo racconto di una vedova di una vittima del 4 luglio che incontriamo. Nella sua prima parte si susseguono arrivi di reparti di Polizia militare e alti comandi: la memoria della donna, a causa dell’invisibilità di questi alti comandi, poteva però fermarsi con precisione solo su tristi figure femminili e su «un soldato tedesco che parlava perfettamente l’italiano con accento fiorentino».[10]

Sono una donna sposata con un figlio e durante i due anni trascorsi ho vissuto [a Villa Cetinale]. Verso il 12 giugno 1944, arrivò a questa villa una sezione della Polizia tedesca. Occuparono tutte le stanze al pianterreno e mi fu ordinato di trasferirmi con tutta la mia famiglia al primo piano. Al comando di quest’Unità, vi era un Tenente, che aveva con sé un Maresciallo e circa dodici uomini. Ognuno di loro portava, intorno al collo, una catenella con una piastrina sulla quale era incisa la parola “Feldgendarmerie”. Rimasero in questa Villa fin verso il 25 giugno 1944, quando lasciarono questa zona. (…) Pochi giorni dopo che questa Polizia era partita dalla villa, venne un soldato tedesco che parlava perfettamente l’italiano con accento fiorentino. M’informò che la villa stava per essere requisita per un Generale tedesco con il suo staff. Intorno al 2 luglio 1944, arrivarono il Generale e il suo staff, e fui costretta con la mia famiglia ad andare a vivere in una casa colonica, in Caiano, a circa nove chilometri da qui.

Chi era questo Generale che due giorni prima la strage alloggia nel cuore di una zona delimitata da cartelli che indicano la presenza di Partigiani? Essendovi nella struttura piramidale del LXXVI Panzerkorps un solo Generale, è possibile sia stato il Generale Trangott Herr?[11] La presenza di un Generale del comando di corpo d’armata nel cuore del territorio della strage dimostra sicuramente l’alto livello di responsabilità della Wehrmacht per le uccisioni di Meleto e Castelnuovo. Com’è ovvio questi alti grado dell’Esercito avevano una forte riservatezza: solitamente gli stazionamenti non solo erano in tenute e ville di non facile accesso e visibilità, ma il loro trasferimento era preparato con giorni di anticipo da reparti di Feldgendarmerie che creavano una rete di protezione nel territorio circostante. Nell’Inchiesta inglese queste figure sono sempre circondate da un muro che concede loro l’invisibilità e per questo la testimonianza di Maria Corsi è eccezionale.[12]

A differenza di quanto sta avvenendo a Terranuova, dove l’esuberanza del Groner lascia tracce palesi dell’Alarmkompanie, a San Cipriano, agglomerato di case ben più piccolo, gli abitanti ebbero sporadici rapporti con i militari della Feldgendarmerie, il cui ruolo nelle testimonianze si sovrappone a quello della Wachkompanie. Secondo Osvaldo Amidei, nella cui abitazione accanto alloggiò un gruppo di soldati guidati da un Maresciallo, «non appena presero dimora, scrissero con il gesso la parola Feldgendarmerie sulla porta della casa (…) ma mantennero sempre molta riservatezza riguardo alla loro occupazione».[13] I soldati indossavano la classica catenella con una piastrina intorno al collo e la parola Feldgendarmerie incisa sopra. La casa dove presero alloggio era di Diva Sbardellati, la quale indicò in trenta il loro numero e segnalò due camion con una mitragliatrice montata sulla parte posteriore e un’automobile civile Fiat. Anche la donna affermò di non essere «in grado di dire niente di preciso circa le attività o il lavoro di questi soldati, ma so che essi parti­vano di qui con i loro camion la mattina presto» mentre non vide quasi mai il Tenente Danisch.[14] L’Ufficiale, insieme al suo autista attendente, tale Casuski, occupò, a cinquanta metri dalla Feldgendarmerie, l’abitazione di Fanny Ficai da cui si accedeva direttamente alla sua drogheria. Qui la riservatezza diventa autoritaria distanza, tanto che alla Ficai, che aveva preferito lasciare la propria abitazione e tornarvi solo per svolgere la propria attività di commerciante, il Danisch le ordinò di tenere chiusa la porta di comunicazione. La donna svelerà anche una subdola doppiezza: «l’Ufficiale che era alloggiato qui stava molto attento che io non entrassi nella parte dell’edificio che egli occupava. Penso che lui fosse in grado di parlare correntemente italiano, ma cercava di nascondere questo fatto agli estranei».[15] Alla fine, a San Cipriano solo la Ficai ne diede una descrizione fisica:

L’Ufficiale Tedesco, di età di circa ventisette anni, alto all’incirca 1,70, ben formato, con faccia piena e capelli biondi con la divisa a sinistra, era abitualmente vestito con una camicia kaki, calzoni lunghi kaki e cappello con visiera da Ufficiale. Mi sembra che abbia avuto due stellette da Ufficiale sulle spalline della sua camicia. In una circostanza lavai una casacca per quest’Ufficiale: era di colore grigio‑scura con una medaglia con una svastica impressa sopra. C’erano due stellette da Ufficiale sulle spalline di questa casacca, con un bordo di argento.

Gli «Italiani» furono notati da tutti. Alcune donne, che accompagnavano queste truppe dal Lazio, erano arruolate per i servizi, mentre colpì molto quello che immediatamente apparve essere un interprete, successivamente protagonista a Reggello e che qui sarà presente ogni qualvolta si dovrà rapportarsi agli ostaggi. Osvaldo Amidei seppe da lui che «prima della guerra, aveva lavorato per breve tempo presso lo stabilimento ‘Ginori’ che produce ceramiche, a Sesto Fiorentino», mentre alla Sbardellati, per giustificare il suo spiccato «accento fiorentino», disse che era nato in Germania ma che aveva vissuto a Firenze durante gli scorsi venti anni. Entrambi notarono che gli mancavano «parecchi denti davanti dalla mascella superiore» e il Franco o Franz, che a Reggello si finse fuggitivo dal paese di Meleto, aveva «due denti con otturazione metallica sulla dentatura superiore».[16] Prima del martedì 4 luglio la Wachkompanie catturò alcuni ostaggi che furono rinchiusi nella bottega del barbiere: questo fatto non tranquillizzò certamente gli abitanti di San Cipriano che evitarono questi poliziotti.

 

L’Alarmkompanie Pauke

 

In una linea ideale che per la presenza di alti comandi pare la punta avanzata della ritirata dei Tedeschi, gli Inglesi rivelarono con la loro Inchiesta la presenza di altri reparti militari in diverse zone del Valdarno. Tra questi registrarono altri elementi del Comando del LXXVI Panzerkorps alla Fattoria di Santa Maria e il Comando della 1 Fallschirmjäger-Division con il Generale Richard Heidrich a Renacci. Queste due località si trovano nel lato orientale dell’Arno ma sono assai prossime a San Giovanni Valdarno. Ovviamente non tutti i reparti che passarono nel Valdarno in quel periodo possono essere ritenuti responsabili della strage, ma è vero che nel corso dell’Inchiesta si parla anche di un “Comando” a San Giovanni Valdarno, che raccolse la delazione di fascisti italiani riguardo alla popolazione di Meleto e Castelnuovo, paesi ritenuti «pieni di Partigiani».

Lo stesso 29 giugno alla Fattoria di Santa Maria giunsero trenta soldati con «un Maggiore, tre Capitani e due Tenenti»:[17] le testimonianze relative a questa tenuta ci parlano più che altro della loro requisizione di bestiame per gli approvvigionamenti.[18] Nella tenuta di Renacci invece dal 23 Giugno al 15 Luglio si avvicendarono prima reparti del Reggimento Corrazzato e poi i Paracadutisti a seguito del Generale Richard Heidrich. Secondo Pietro Barberini, che era il fattore di Renacci:

Il 23 giugno 1944 (…) un gruppo di soldati tedeschi arrivò qua. Erano circa sessanta ed erano sotto il comando di un Capitano tedesco. Seppi da un interprete, che era aggregato a questo gruppo, che essi appartenevano a un Reggimento Corazzato. Lo stesso interprete una volta mi disse che egli era nato in Svizzera. I soldati di questo gruppo indossavano l’uniforme nera dei Corpi Corazzati tedeschi. Circa otto o dieci giorni dopo, l’interprete m’informò che essi stavano per partire e che un Generale tedesco, con il suo Comando, sarebbe arrivato a Villa Renacci. Finalmente quest’Unità Corazzata partì.[19]

Secondo lo storico Gentile questa compagnia corazzata, che subì perdite in Valdarno e a Montaltuzzo, potrebbe essere stata l’Alarmkompanie Pauke e sarebbe legata strettamente alle stragi del 29 giugno e in particolare a quella di San Pancrazio. Sarebbero, infatti, quei soldati che giunsero nei luoghi della strage da nord rispetto a quelli che venivano da Monte San Savino. La loro uniforme nera, giacca e pantaloni, con il teschio e le tibie incrociate nelle mostrine rimanevano ben impresse e spesso erano confusi con le SS (Gentile 2006: 235). Per quanto riguarda invece il loro ruolo nelle stragi di Meleto e Castelnuovo questo rimane molto incerto anche se vi fu la segnalazione di Gigliola Casini per Meleto che ricordava con certezza il «distintivo sulla parte alta della manica sinistra, consistente in un teschio e tibie incrociate» nel soldato che uccide Olinto Bindelli. [20]

 
 

note:

 

[1] Gli Inglesi distinsero all’interno dell’esercito «Divisioni di élite […] formate da personale scelto e volontario […] addestrate per la guerra totale e composte dalle truppe più dure e spietate» (PRO, WO, 204/11497, German Reprisals for Partisan Activity in Italy, fine 1945). Secondo Fulvetti, tuttavia, la Wehrmacht fu responsabile del 42,8% dei massacri di civili in Toscana che, conteggiando quelli compiuti dalle Divisioni Hermann Göring e dai Paracadutisti, reparti con una certa autonomia derivante dal «prestigio militare» ma incardinati nell’esercito regolare, arrivano al numero di 152 su 204 totali (74,5 %). In realtà «nel 1944, il processo di Gleichshaltung (uniformazione) tra la componente nazista e quella militare più tradizionale [era], in seno all’esercito, a uno stadio molto avanzato» (2006: 77-8). Secondo Gentile le stesse Alarmeinheiten della HG non possono essere considerate una forza scelta, trattandosi di «personale regolare proveniente dai ranghi» di Unità quali il Reparto rifornimenti o dal Reggimento Corrazzato (Audizione del 13 giugno 2005 al processo per i fatti di Civitella quale consulente tecnico della Procura militare di La Spezia).
[2] Sémelin 2007: XVI e più in particolare 291-379.
[3] Sull’importanza di questo episodio si veda Schreiber 2000: 130-1 e Gentile 2006: 225.
[4] Testimonianza di Mario Biagioni del 6.4.1994 (AEP).
[5] Esempio principe di questa rimitizzazione è la memoria di Mario Biagioni costruita sulla distinzione tra soldati buoni e «SS», riconoscibili il giorno della strage per una diversa «bardatura» (intervista del 6 aprile 1994 di Emilio Polverini in AEP). Il Biagioni, barrocciaio presso la Miniera delle Bicchieraie, raccontò di un soldato «vestito diverso, come tutti i Tedeschi della truppa», il quale permise, fingendo di non vedere, a diversi uomini di evitare il rastrellamento della Dispensa, villaggio dei minatori alla periferia di Castelnuovo. Il rastrellamento veniva compiuto proprio da reparti della Feldgendarmerie, che il Biagioni conosceva bene per aver avuto a che fare con loro giorni prima. Mentre si era nascosto in un capannone pieno di lignite riconobbe anche i soldati del Genio che stavano approntando la distruzione della Miniera. Al tempo dell’intervista ancora non si conosceva la funzione di supporto attivo della Feldgendarmerie né che i genieri facessero parte della stessa Divisione degli esecutori. La percezione terrifica o tranquillizzante della figura del Tedesco si manifesta così nella diversa bardatura e porta a significative considerazioni dell’intervistatore. «INT. – Sarebbe interessante sapere se questo Tedesco era uno di quelli che erano venuti per ammazzare: se era uno di quelli, fu un atto di pietà; se invece era uno di quelli che erano già lì [in Miniera], poteva essere un atto di amicizia. Questo Tedesco, però, aveva una divisa diversa dagli altri? MB – Come (… ) come tutti i Tedeschi della truppa. Quelli dell’SS erano bardati, calzoni corti (…)».
[6] Intervista del 2 maggio 1994 in AEP.
[7] Testimonianza n. 15 in Pondini 1999.
[8] Si vedano rispettivamente le Dichiarazioni 94 cit. di Bruno Sabelli, 212 del 14 Giugno 1945 di Guido Barbieri e la testimonianza n. 7 in Pondini 1999.
[9] Si veda rispettivamente Dichiarazione 208 cit. di Teresa Mattei e PRO Suppl.: 7.
[10] Dichiarazione del 27 Novembre 1944 di Maria Barzagli vedova Corsi, in PRO: 88-89.
[11] Secondo Boni, il Generale era invece tale Forster, «un Capitano, sicuramente Generale» (2007: 117-8 e 243). A dire il vero di questo Generale/Capitano non sappiamo niente e Maria Corsi non lo vide nemmeno («Non sono in grado dire di più a proposito dei Tedeschi che erano nella mia villa e, du­rante il periodo della loro permanenza, non entrai in contatto con il Generale»). Forster, infatti, non fu descritto da nessun teste ma il suo nome appariva su una busta ufficiale tedesca trovata da Crawley a Villa Cetinale, con la dicitura «Kdr I/Pz Regt 4 Capitano Forster». Nel Report è scritto: «Il 2 Luglio 1944, un altro Ufficiale tedesco, descritto come Generale, ed il suo staff, di cui si pensa facesse parte un certo Capitano Forster, Comandante del 1/Panz Regt. 4, tutti del 76 Panzerkorps, arrivò alla Villa Cetinale (…). Il Generale installò il suo Comando nella Villa, a meno di mezzo chilometro dal Comando di Danisch». Per un effetto a cascata assai confusionario, secondo Boni, Forster diviene la mente preordinatrice del massacro e la mattina del 4 luglio è presente a Meleto e contemporaneamente a Castelnuovo dei Sabbioni con il Maggiore Seiler (ritenuto in realtà il Maggiore Rahls). Il comando della strage sul posto e in prima persona da parte di un Generale sembra una forzatura un po’ fantasiosa (PRO: 4 e Boni 2007: 123, 136 e 170).
[12] Si veda la testimonianza a Reggello di Adriana Cellai (PRO: 370), dove si parla della preparazione dell’arrivo del Generale Heidrich, o quella di Luigi Balduzzi, dove il Podestà è invitato a presentarsi di fronte a un Generale chiamato misteriosamente «K. K.» (che Crawley addirittura ipotizza essere stato Kesselring), ma che poi si nega perché si è giunti troppo tardi all’appuntamento (PRO: 390); per contro Zeila Corsi (PRO: 394) riesce a vedere Heidrich, appena giunto da Renacci vicino San Giovanni, e ne dà una descrizione particolareggiata, mentre Pietro Barberini, che viveva a Renacci era riuscito a vederlo una volta sola (Dichiarazione del 16 Novembre 1944 in PRO: 86-87). Entrambi ricordano come l’Ufficiale sia arrivato nelle loro residenze sempre di sera quando ormai era già buio.
[13] Dichiarazione del 1° Dicembre 1944 in PRO: 55.
[14] Dichiarazione del 14 Novembre 1944 in PRO: 67-68.
[15] Dichiarazione del 9 Novembre 1944 in PRO: 64-65. In effetti la donna aveva ragione, perché Maria Corsi quando visitò il Tenente per avere notizie del marito gli parlò senza bisogno d’interprete, mentre a Reggello, dove questi reparti del LXXVI Panzerkorps si trasferirono il 12 luglio, Danisch conversò abbastanza agevolmente in italiano con Adriana Cellai. Evidentemente quando interrogava gli ostaggi, sia a San Cipriano sia a Reggello, o fingeva di non conoscere la lingua italiana o chiedeva agli interpreti italiani di cogliere sfumature particolari.
[16] Si veda la Dichiarazione del 30 Novembre 1944 di Gastone Sottani in PRO: 378.
[17] Dichiarazione del 3 Dicembre 1944 di Nicomede Cliceri in PRO: 69.
[18] Si vedano le Dichiarazioni del 16 Novembre 1944 di Francesco Balestri  e di Alfredo Grazzini in PRO, pp. 70-71.
[19] Dichiarazione di Pietro Barberini cit..
[20] Vedi Dichiarazione del 14 Novembre 1944 in PRO: 214-215.

 

Bibliografia aggiunta:

 

Blumenberg, Hans, Elaborazione del mito, il Mulino, Bologna 1991.
Dei, Fabio (a cura di) Antropologia della violenza, Meltemi, Roma 2005.
Schreiber, Gerhard, La vendetta tedesca. 1943-1945 Le rappresaglie naziste in Italia, Mondadori, Milano 2000.
Sémelin, Jacques, Purificare e distruggere. Usi politici dei massacri e dei genocidi, Einaudi, Torino 2007.

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