Ranuccio Bianchi Bandinelli – Mostrando Roma e Firenze al Führer e al Duce

 

L’eccezionalità di questo documento (ma forse ha il fascino di una storia in sé e per sé) mi è sempre parsa andare al di là del suo aspetto storico, di storia della cultura, di privilegiata scrittura memoriale e in ultimo di psicologia del potere. Tutte cose che peraltro hanno la loro rilevanza. È infatti un documento storico che rovescia la prospettiva dello sguardo dall’adorante e meravigliato spettatore del tempo all’interno di una scena inaccessibile e proibita; rivela al tempo stesso il ruolo dell’arte, della classicità e il rapporto con la mitologia dei popoli nelle dittature di allora, con le differenze romane e le imprecisate ascendenze nordiche; è anche, e forse soprattutto, una pagina di scrittura sottilmente tagliente e profondamente acuta nella descrizione delle miserie del potere, qui svelato nelle sue piccole manie, tic, difetti e perfino nella compassionevole ignoranza dei protagonisti. È tutto questo, e basterebbe quell’incipit per apprezzarne, se non altro, il valore letterario: dopo l’improvviso, ironico e tragico accenno alla rivale diarchia di un’antica Roma quanto mai ridicola, dissimulata nelle ragioni di una dovuta censura nominativa, siamo subito immersi nell’attesa trepidante di un racconto rivelatore.

Ma non è solo questo, o per lo meno a me sembra che “tutto questo” si subordini al proprio interno in modo naturale ad un’altra e geniale ragione espressiva. È la polimorfia del testo, la sua tentacolare pluralità, il suo registro ora comico e storico, ora professorale e leggero, a produrre un’indefinita possibilità di piani ricettivi, come si potesse passare in un caleidoscopico spettacolo dalla bellezza delle donne di via Veneto alla mitologia di Atlantide, dalle rivalità dei gerarchi nazisti al tepore del sole primaverile fiorentino, dalle diatribe sull’architettura grecoromana all’affacciarsi all’orizzonte della prossima guerra mondiale. E il Bianchi Bandinelli non si fa interprete della particolare posizione in cui si viene a trovare con la supponenza del testimone eccezionale: «Eccolo il nostro salvatore, quello che sa ogni cosa!», dice di lui il “salvato” Mussolini quando lo ritrova nel secondo incontro a Firenze. Ma la salvazione di colui che si sentiva solo un “antifascista generico” è quella di chi ridicolizza il potere rinunciando alla superiorità della conoscenza specialistica del patrimonio culturale e usa una beffarda “ignoranza” («inventavo senza esitazione quello che non sapevo»).

Il testo è tratto da, Dal diario di un borghese, che fu dato alle stampe da Mondadori nel 1948 e ristampato, accresciuto e riveduto, nel 1962 da il Saggiatore. Nel 1986 furono gli Editori Riuniti a rieditarlo, ma da allora il Diario è reperibile solo nelle biblioteche, e sicuramente, potremmo scommettere, in poche di loro. Per evidenti motivi di spazio ho tagliato molto testo, persino quello che riguarda la coscienza dell’antifascista che si arrovella sul dovere/occasione di far fuori i due dittatori: questa forse dirà molto del Bianchi Bandinelli ma mi è sembrata alla fine essere secondaria nel contesto in cui lo possiamo leggere oggi.

 

R. Bianchi Bandinelli a Villa Borghese tra Hitler e Mussolini

R. Bianchi Bandinelli a Villa Borghese tra Hitler e Mussolini

 

Veduti Mario e Silla. Impressione prima e sorprendente di Mario: grottesco e bruttissimo. Cammina come un burattino, con curve e mosse oblique del capo, che vorrebbero mitigare la sua massiccità, ma sono soltanto goffe e sinistre. Chiude gli occhi, sorride, fa continuamente una commedia puerile. Si è fermato dinanzi alla riproduzione ingrandita della moneta degli idi di marzo, a lungo, perché lo vedessero. Poi ha pronunziato il nome di Bruto con sorriso di commiserazione, accolto da risate degli altri. si stringe troppo in vita, il che lo rende più goffo. Ha la presenza antipatica di certi agenti di campagna pieni di boria perché sanno di essere i più abili sul mercato del bestiame e hanno grossi portafogli.

Silla è, nell’aspetto primo, meno repulsivo. Composto, ordinato, quasi modesto. Quasi servile, anche. Una personalità di aspetto subordinato: qualche cosa come un controllore del tram. Viso vizzo. Mario, invece, lo ha turgido, lucido, dalla pelle grassa.

Con questa annotazione si apre un minuscolo taccuino sul quale mi ero ripromesso di andare segnando le impressioni, sera per sera, che avrei avute nei giorni durante i quali avrei accompagnato Hitler nei musei di Roma e di Firenze.[1] Mario era Mussolini; Silla, Hitler. La ripugnanza, allora tanto diffusa, di pronunziare e di scrivere quei nomi ( da noi si diceva “lui”, “l’Innominato”; in Germania si diceva “Emil”, “Baedeker”, ecc.) mi aveva fatto, non so come, scegliere quegli pseudonimi; forse solo perché Mario cominciava per M. e perché Silla aveva una terminazione femminile, data la incertezza sessuale del personaggio. Ma prima di continuare a trascrivere dal taccuino, bisogna rifarsi un passo indietro.

Poco dopo la metà di marzo del 1938 (ero professore all’Università di Pisa, ma abitavo a Firenze), un telegramma del Ministero della Pubblica Istruzione, Direzione Generale delle Arti, mi chiama a Roma. Rispondo che sarei andato qualche giorno dopo, in modo da non perdere lezioni. Poiché mi ero occupato di alcune questioni artistiche che si dibattevano nella mia città natale, credevo che la mia chiamata fosse a quel proposito. Arrivato al Ministero, prima di presentarmi, andai a trovare alcuni amici, funzionari delle Belle Arti, le uniche persone che conoscessi là dentro, e da essi appresi lo scopo della mia chiamata e che erano stati essi, A. e B., a suggerire il mio nome. In ciò certamente avranno creduto di giovarmi mettendomi in evidenza e facendomi uscire dal mio costante e caparbio tenermi in disparte da ogni occasione nella quale entrasse ufficialmente la fazione allora dominante (tanto da non aver mai assistito, in tanti anni di insegnamento universitario, alla inaugurazione dell’anno accademico per non presenziare i discorsi encomiastici che in tale occasione venivano pronunziati dai colleghi, altrimenti rispettabili, che non sapevano resistere all’ambizione delle cariche accademiche. Comunque, anche con buona intenzione, essi mi cacciarono in un bell’imbroglio. Ed è sintomatico per la mentalità del tempo, che non se ne rendessero conto. Con ciò vorrei anche eliminare il sospetto che lo abbiano fatto per compromettere un poco anche me.).

Introdotto presso un alto funzionario, che vedevo per la prima volta, questi mi disse che aveva pensato di affidarmi l’incarico di accompagnare Hitler nei musei, nelle gallerie e nelle visite ai monumenti di Roma e di Firenze, data la mia conoscenza della lingua tedesca, il mio interesse non limitato solo alle cose archeologiche, giacché si voleva che una sola fosse la persona incaricata, e la mia “disinvoltura mondana” (proprio così). Io mi attaccai subito all’affermazione di questa dubbia qualità, dicendo che, supposto che io ne avessi, essa mi abbandonava totalmente quando mi trovavo in presenza di persone per le quali non provassi sentimenti di simpatia e di stima; e questo era il caso del personaggio in questione, dato che molti miei amici e parenti tedeschi si erano trovati in penose situazioni sotto il regime nazista. Credevo che questa mia dichiarazione bastasse a farmi escludere, in regime di polizia, come persona sospetta o almeno poco indicata alla funzione destinatami; ma dovevo avere altre prove di come questo regime di polizia fosse, per fortuna nostra, male organizzato. Nel che potevo concordare con le critiche, che non mancarono, in quella occasione, da parte di Himmler.

Ma l’alto funzionario, che non era tanto un fanatico fascista, quanto un ottimo intenditore di spaghetti all’amatriciana, non si impressionò.

“Intendo anche ciò che Lei non mi dice” rispose, “ma qui si tratta di far fare una buona figura alla cultura italiana, e noi cerchiamo da settimane la persona da proporre al Ministero degli Esteri, che ce ne ha fatto richiesta”. Allora feci dei nomi di altri colleghi, che sapevano bene il tedesco; qualcuno poi mi sembrava particolarmente adatto, anche politicamente. Al compito. Ma erano già stati presi in considerazione e scartati. Sicché non potei strappare altro che una promessa, che valeva ben poco, che si sarebbe visto se era possibile evitarmi questo fastidio. Non fui quindi molto sorpreso di ricevere, otto giorni dopo, un nuovo invito a recarmi a Roma, e questa volta dal Capo di Gabinetto. Il quale non dava del Lei, ma del Voi, ed era assai più spicciativo. Di fronte alle mie nuove obiezioni, mi disse chiaramente che, come impiegato statale non era il caso di fare tante difficoltà; che avevano chiesto a me questo favore, ma che potevano anche semplicemente ordinarmi questo servizio. Questo era proprio il linguaggio che mi piaceva; e non era il caso di stare a far notare, che tra un professore universitario e un funzionario passa sempre, o dovrebbe pur passare, qualche differenza. Mi facesse pervenire un ordine, e io lo avrei eseguito. L’ordine venne, in data 2 aprile, ma con lettera riservatissima personale, non protocollata. (…)

Forse anche questi piccoli episodi avrebbero un loro significato, per caratterizzare quel complesso di disorganizzazione, di piccole invidie e di incompetenze, che era tipico degli ambienti ministeriali del tempo. Ma le cose non sono oggi né tanto remote né tanto diverse, perché tali ricordi possano aspirare a dignità di cronaca.

Piuttosto dovrò pure dire qualche cosa sui contraddittori sentimenti, sui pensieri e sulle fantasticherie che passavano in me stesso; e ciò non per documento, sia pur misero, di me, che non interesserebbe nessuno, ma perché mi sembrano, quei sentimenti, pensieri e fantasticherie far parte dei caratteri più labili, ma non meno decisivi, di un tempo, e che ciò che accade a me serva, in parte, a spiegare perché, in epoca di dittatura, o di usurpazione, sia così difficile eliminare il dittatore o l’usurpatore mediante un attentato e perché, eliminandolo con tal mezzo violento, non sempre l’atto abbia le conseguenze politiche sperate. (…)

Con questi pensieri e sogni notturni, quali poterono essere le mie reazioni, quando seppi che proprio io avrei dovuto accompagnare l’ospite e quando stavo controllando i minuti di quelle visite, tanto che nessuno meglio di me avrebbe potuto precisare o addirittura predisporre il minuto esatto del suo passaggio in un determinato punto; e quando dal programma giornaliero ebbi la certezza che quasi sempre sarebbe stato presente anche il nostro amato duce?

In tutto questo non vi era che impotenza e fantasticheria. Ma io mi arrovellavo davvero.. e non dormivo. Durante il giorno, poi, tranquillamente, mi preparavo nei musei o correggevo bozze a Palazzo Chigi.

Questo era il mio stato d’animo di tenebroso e impotente macchinatore, alla cui coscienza era in fondo consapevole l’inutilità di questi piani, e che nulla sarebbe stato fatto, per quanto tutto sarebbe stato possibile, se ci fosse stata una spinta esteriore, ma, è questa la conclusione alla quale tendo, e che può interessare i curiosi di psicologia: dal primo giorno nel quale poi mi trovai a sedere sullo strapuntino accanto ai due personaggi, questi miei propositi, queste mie fantasie, non mi vennero nemmeno una volta più alla mente. Me ne ricordai soltanto quando tutto fu passato. (…)

Viva rimase invece in me la curiosità di veder da vicino questi due personaggi, di poter avere, per una impensata combinazione, una impressione diretta di essi, non deformata dall’odio né dal servilismo, una testimonianza personale che non poteva non essere preziosa per chi, come me, fosse soprattutto curioso di intendere il proprio tempo, e avesse scelto da un pezzo il proprio posto fra gli spettatori, anziché tra gli attori.

Così giunsi al venerdì 6 maggio. In tal giorno Hitler, accompagnato da Mussolini, doveva visitare la “Mostra della Romanità” e la mia funzione era soltanto di rincalzo. Potei così osservare da una certa distanza, ma assai da vicino, i due personaggi, e segnare poi nel mio taccuino le impressioni riportate all’inizio.

Hitler aveva con sé un largo seguito. Soltanto Göring era rimasto a Berlino a guardar casa. C’erano Goebbels e Ribbentrop, Himmler e Hess; Frank, il Gruppenführer Wolf, Brückner, Amann, Keitel, il Gauleiter Bohle; Dietrich dell’ufficio stampa e Sepp Dietrich, comandante della Leibstandarte e capo SS.

Dopo un poco feci gruppo con il dott. Karl Brandt, medico di Hitler, e con altri, tutti in divisa. Non ricordo se il dott. Brandt apparteneva alle formazioni SS; mi sembra di sì. Certo era il più fanatizzato giovane della nuova Germania, che avessi mai incontrato. Le cose che si sentivano raccontare, e alle quali si stentava a prestar fede per intero, ritenendole almeno in parte motivi di propaganda avversaria, venivano dette da questo giovanotto con la maggiore tranquillità, che dimostrava una profonda consuetudine con quelle idee. Idee non erano, in fondo; molte erano semplicemente citazioni di Mein Kampf, il vangelo nazista; ma citazioni che, tradotte in realtà, grondavano sangue e lacrime: soppressione dei fanciulli deboli, soppressione dei malati di mente, dovere che dovrebbero sentire i grandi invalidi della passata guerra a sopprimere se stessi per contribuire ancora una volta alla ricostruzione della Germania, che ha scarsezza di viveri. E, soprattutto, abolizione del cristianesimo:

“Il cristianesimo è stata la prima onda bolscevica, con esisto positivo per essa – negativo per la civiltà – che si sia riversata sull’Europa. Lo conferma l’arte: l’occhio si fa vago e incerti, le figure laide e grottesche come quelle di Munch e di Barlach oggi. La vecchia generazione non può capire; ma i giovani che vengono su, trovano normale che il cristianesimo venga abolito. Non è più una questione che si ponga. Per lo spirito di carità c’è il W.H.W. (Opera d’assistenza invernale), che supplisce”.

Senza meraviglia ho letto recentemente nei giornali la notizia che il dott. Brandt era stato condannato a morte per aver fatto esperimenti crudeli sugli uomini e sulle donne nei campi di concentramento: “responsabile di esperimenti su cavie umane” (giornali del 20 agosto 1947).

Le identiche parole sul cristianesimo, prima ondata bolscevica sull’Europa, le avrei sentite, il giorno dopo, pronunziare dallo stesso Hitler al Museo delle Terme di Diocleziano, dinanzi a un sarcofago paleocristiano che era esposto nel giardino. Egli ne paragonava lo stile artistico a quello “secessionistico ed espressionistico, che ho bandito dalla Germania”. Compresa l’improprietà del vocabolario, era la redazione autentica di uno dei versetti del vangelo nazista: “Il cristianesimo distrusse Roma pur divenendo universale solo attraverso Roma”. Mussolini ascoltava dondolando la testa in silenzio; forse il rispetto del Concordato gli impediva di esprimersi. Assistei in questa occasione alla prima manifestazione di una particolare tecnica di Hitler, che doveva ripetersi poi di sovente durante le visite. Quanto io gli avevo spiegato, se lo interessava in modo particolare, veniva a sua volta da lui spiegato al suo seguito. “Sehen Sie, meine Herren” (Vedano miei Signori), cominciava; e poi quello che io avevo detto veniva ripetuto, ma completamente deformato e adattato a esemplificare qualcuna delle sue idee prestabilite. Tutto veniva adattato al letto di Procuste dell’ideologia nazista con, al tempo stesso, una ingenua preoccupazione di documentare le cose esattamente. La stessa mentalità, puerile e fantastica, mi aveva colpito, anni prima nell’ex Kaiser, e mi impressionò la constatazione che il popolo tedesco, così ricco di qualità, finisse per avere sempre dei capi di questo stampo.

Così, nello stesso museo, dinanzi alle oreficerie di Castel Trosino, che io avevo illustrato come “barbariche” e prima documentazione dello stanziamento di popolazioni germaniche in Italia, Hitler fece osservare certi motivi di decorazione:

“Questi si ritrovano in tutti gli oggetti nordici dalla Scandinavia alle Alpi: ci sono dei libri su questo argomento, io li ho veduti. Abbiamo qui un ornamento tipicamente nordico; da un’altra parte abbiamo gli ornamenti tipicamente classici della civiltà mediterranea dei quali sappiamo che centro di irradiazione fu la Grecia. Anche per quelli nordici ci deve essere stato un primitivo e unico centro di creazione e di irradiazione, ma non possiamo trovarlo. Si impone perciò l’ipotesi di un continente scomparso culla di questa civiltà: l’Atlantide”.

Mussolini, che era stato a sentire attentamente, sembrava poco persuaso e andava ripetendo “l’Atlantìde l’Atlantìde”, spostando l’accento, evidentemente per l’influenza del romanzo di Benoît[2]. Per uscire dalla saletta delle antichità barbariche bisognava percorrere uno stretto corridoio. Precedeva Hitler, seguiva Mussolini, poi io. Mussolini seguitava a mormorare “l’Atlantìde” e mi guardava come chiedendo il mio parere. Io dissi che era un’ipotesi che si poteva fare, ma che non ci faceva percorrere molta strada, giacché sostituiva un punto interrogativo con un altro. Mussolini fece cenno di sì con la testa e intanto, con l’indice ritto, faceva segni di diniego dietro il dorso di Hitler. La cosa non lo aveva persuaso.

Le relazioni fra i due erano singolari. Era evidente che non si piacevano. Ma Hitler era pieno di deferenza, talora quasi servile, mai confidenziale. Mussolini invece trattava l’altro con disinvoltura, parlando correntemente un tedesco abbastanza ricco di vocabolario, per quanto con forte accento romagnolo. Ma diveniva sospettoso quando Hitler sfoggiava nozioni culturali. Quasi timoroso di far cattiva figura, il suo sguardo correva subito a me in cerca di uno spunto. Uscendo dal Museo delle Terme, dopo aver dato uno sguardo al plastico ricostruttivo dell’antico immenso edificio Mussolini mi chiese se era noto il nome dell’architetto. Al mio diniego esclamò, soddisfatto: “L’architettura è sempre anonima: Terme di Diocleziano, Terme di Caracalla, Pantheon di Agrippa, Foro di Cesare, Foro di Augusto… E oggi (con smorfia sprezzante) questi architetti ci vorrebbero anche mettere il cartellino”.

Non so se pensasse al Foro Mussolini o alle tante epigrafi, che un noto ricostruttore di edifici antichi aveva ridicolmente disseminato per Roma col proprio nome. Ma tanto gli era piaciuta l’idea, che, salito in macchina, la volle ripetere in tedesco al suo vicino. Con la sua aria assente Hitler obiettò: “Ma pure, si conoscono nomi di architetti dell’antichità: si conosce l’architetto dei Propilei sull’Acropoli di Atene, e per il Partenone, Fidia”.

Sguardo di soccorso di Mussolini verso di me, quasi penoso: tanto che il mio sentimento fu proprio questo: povero vecchio, diamogli una soddisfazione. E col mio più bel sorriso dissi: “Esatto; ma il Signor Cancelliere si riferisce al mondo greco, nel quale c’era il culto della personalità; invece Voi vi riferivate al mondo romano, dove la personalità si annulla dinanzi alla maestà dell’Impero”.

Bella frase cretina, accolta con grande soddisfazione da una parte; dall’altra Hitler ribatté: “Però, Vitruvio…” Allarmato Mussolini riprende: “Vitruvio? Già, Vitruvio…” Niente paura: “Vitruvio” dico io “ non ha lasciato nessun edificio al quale possiamo collegare il suo nome; esso ci è giunto perché autore di un libro, di un trattato”. L’onore è salvo. Vitruvio architetto di Augusto; da Augusto si passa a parlare del Pantheon. Hitler ne cita le misure e aggiunge, come a giustificarsi: “Es war ein besonderes Studienobjekt von mir”. (È stato un mio particolare oggetto di studio). Poi prosegue dicendo che Berlino va tutta ricostruita; non ci sono edifici amministrativi, perché lo Stato prussiano era un piccolo Stato e quello che esiste non può servire per Großdeutschland.

Siamo intanto arrivati a via Veneto. Al passaggio dinanzi a un gruppo di donne eleganti, Hitler interrompe il discorso sull’architettura per esclamare: “Schöne Frauen!” (Belle donne), e per quanto schiocchi la lingua come assaporandole, il suo tono è così distaccato, che dà l’impressione che tale esclamazione faccia parte di un programma d’obbligo per un viaggio in Italia. Infatti, aggiunge che è particolarmente bello il portamento delle donne italiane, perché sono abituate a portare in testa (il che aveva letto certamente in qualche vecchia descrizione dell’Italia, ma difficilmente si poteva applicare alle eleganti di via Veneto). Loda anche il bel portamento delle truppe durante la rivista. Sa di fare un piacere al suo ospite. Infatti Mussolini si anima e con un brutto riso maligno dice che i giornali francesi e inglesi non riescono a nascondere la loro rabbia per la prova di forza data il giorno prima con la parata navale di Napoli. “Ormai anche sul mare, l’Inghilterra è finita”. (…)

Per fortuna la folla plaudente di via Veneto distrae i miei interlocutori e io ho il tempo di rimettermi, prima di arrivare al Museo di Villa Borghese. Altro che scherzetti sulla maestà dell’impero; sarei stato incapace di dire due parole di fila.

Unser Führer ist ein großer Künstler! (Il nostro Führer è un grande artista) ripetevano spesso quelli del seguito io pensavo alla vendita dei Manet, dei Cézanne e dei Van Gogh, allontanati dai musei tedeschi come dannosi esempi, e gli entusiasmi del “grande artista” per le oscene figure caramellate del prof. Ziegler, la cui Terpsychore (i tedeschi, divenuti spiritosi, la chiamavano la Terpsychose) già esposta alla grande mostra di Monaco del ’37, Hitler giudicava degna di essere appesa alla parete “con catene d’oro”.[3]

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Se al Museo delle Terme le reazioni di Hitler dinanzi alla scultura classica erano state del tutto convenzionali, ero curioso di vederlo alla prova della grande pittura al Museo di Villa Borghese. Alle Terme si era soffermato specialmente sulla Venere di Cirene (come sempre dinanzi ad ogni nudo femminile), e di fronte alla Giunone Ludovisi (che è in realtà una immagine di imperatrice), così celebrata dal Goethe, aveva detto.

“Questa è una bellezza eterna. Und sowas Könnte man verwerfen wie irgend eine vorübergehende Mode!“ (E una cosa simile poté essere messa in disparte come se si trattasse di una moda passeggera).

Il suo gusto radicava in pieno nell’accademismo; e anche della pittura italiana lo muovevano ad ammirazione, perché già noti di nome, i quadri di Reni, del Guercino, dei Carracci, piuttosto che i Botticelli o i Carpaccio; i “Primitivi” gli erano, ben s’intende, completamente estranei. Ma anche delle opere che ammirava, non è che intendesse le qualità artistiche, come tutti gli inesperti, ammirava il soggetto, l’abilità tecnica, la vivacità dei colori, l’espressione psicologica. Niente di male in ciò; giacché sembra quasi una regola che gli uomini politici siano chiusi alla comprensione delle arti figurative, e chi ha dimestichezza con i musei sa bene che l’arte, da tutti ammirata a parole, è in effetti intesa da una percentuale minima di persone. Ma mentre Mussolini non nascondeva il suo disinteresse, o passando per le sale senza guardare, o accostandosi a un’opera, a leggere il cartellino, per poi restare un po’ di fronte a essa a pancia protesa a guardarla come se fosse un muro bianco, o dondolando la testa, Hitler amava realmente le false qualità artistiche che scopriva, e se ne commoveva. Come si commuove agli acuti del tenore il barbiere dilettante di musica.

Si scuoteva allora da una sorta di atonia con la quale passava da una sala all’altra, un po’ curvo di dorso, e piegato in avanti, le mani guantate di grigio incrociate sul ventre con il pollice all’altezza del cinturone, l’occhio vago e acquoso. Avevo talora la sensazione di accompagnare una persona come durante un esperimento familiare di trasmissione del pensiero, quando si cammina accanto a colui che deve trovare il fazzoletto nascosto dentro il vaso da fiori. Molte volte la sua ammirazione si manifestava con una specie di rantolo in fondo alla gola; oppure con qualche esitante osservazione o domanda, nel suo tedesco dialettale. Poi, se una cosa lo aveva particolarmente colpito, si eccitava come all’inserzione di un contatto elettrico; e si volgeva al suo seguito: “Sehen Sie, meine Herren…” Lo sguardo sempre nel vuoto, ma le parole correvano ora facilmente, e il tono dialettale si attenuava.

Avvicinandolo così, si poteva scoprire in lui il sentimentale, il romantico, il fanatico, anche, ma non si riusciva a concepire l’immagine di lui come uomo d’azione, astuto, pronto ad afferrare l’occasione favorevole e a sfruttarla spietatamente. Al contrario di Hitler, Mussolini appariva trasparente fino in fondo; e sul fondo, su tutto, galleggiava la sua smania di piacere dalla quale derivava il suo istrionismo, talvolta veramente difficile a sopportare.

Scendendo la scaletta a chiocciola della Villa Borghese, Hitler mi diceva:

Wenn ich noch Privatmaan wär‘, würd‘ ich wochenlang hier bleiben. Manchmal; tut’s mir leid, Politiker g’worden zu sein. Und die Sonn‘ hier! Bei mir suhause am Obersalzberg, schneit’s noch!” (Se fossi ancora un privato, passerei qui dentro delle settimane. Qualche volta mi rincresce di essermi dato alla politica. E poi il sole che c’è qui! A casa mia, sull’Obersalzberg, nevica ancora).

E continuò a immaginare la possibilità di tornare ancora in Italia, forse un giorno, “quando tutto fosse stato messo in ordine in Germania” e prendersi una villetta nei dintorni di Roma e visitare i musei in incognito. (Quando parlava così, si aveva l’impressione che quest’uomo avrebbe potuto alzarsi una mattina e dire: “Basta mi sono ingannato, non sono più il Führer”. Dinanzi a Mussolini un pensiero simile non veniva mai. Lo si sentiva attaccato con ogni fibra al potere, al successo, per mantenere il quale sarebbe stato pronto, stando alla mia impressione, a rinnegare tutto ciò che aveva fino allora sostenuto). Parlando così, Hitler aveva tutta l’aria di essere sincero. O giuocava anche con me, per abitudine presa, a fare l’uomo candido semplice amante della quiete, come aveva fatto, spesso con successo, ogni volta che si era incontrato con un diplomatico anglosassone? Chi sa? Intanto non si poteva non pensare, con un brivido, ma senza riuscire a sentirne la presenza, che questi era pur l’uomo dell’eccidio del 30 giugno 1934. Effettivamente, a Gisevius[4], risulta che le qualità nelle quali eccelleva erano la simulazione e l’inganno. Forse, l’aperto istrionismo nell’uno, la simulazione perfetta nell’altro, erano gli istinti fondamentali e motori di questi due uomini.

Invece, tutto il gruppo del seguito dava ogni tanto una impressione sinistra a chi lo considerasse, sapendo anche solo un poco della sanguinosa storia del nazismo e delle rivalità fra i capi. Accanto alla faccia volpina e agli occhi intelligenti e caldi di Goebbels, il grande propagatore di menzogne, che si era venduto a Hitler al tempo della crisi di Strasser; a quella di Himmler, il misterioso capo della Gestapo, forse il vero padrone della Germania, che avrebbe avuto soltanto un aspetto subordinato di sottufficiale della sussistenza se non fosse stato il suo sguardo fisso e inespressivo da pesce a renderlo francamente sconcertante, c’erano poi certi tipi come Sepp Dietrich, veri macellai pronti a entrare in funzioni da boia, che trascinavano pesantemente la loro mole di sala in sala, affondando ogni momento i loro enormi sederi, fiancheggiati da grosse pistole, sui fragili sedili del museo.

Ridiscesi al piano terreno della Villa Borghese, ci fu un rinfresco. Nel gran salone d’ingresso il buffet per le persone del seguito: nella saletta egiziana la tavola apparecchiata per l’Olimpo. Io mi ero fatto in disparte all’ingresso in questa saletta, ma un cenno ministeriale mi indicò di entrare, e un altro cenno di Mussolini, che aveva già preso posto al centro della tavola, mi indicò di sedere accanto all’ospite. Non c’è che dire, era piuttosto strano che mi trovassi a quella tavolata. Alla mia sinistra, Hitler, alla mia destra Goebbels; poi veniva Ciano; poi un altro paio di personaggi che non avevo identificato; poi la tavola voltava e, quasi in faccia a Ciano, Himmler. Mussolini discorreva animatamente con Ribbentrop che era alla sua sinistra e dopo un poco mi disse di “chiamargli Galeazzo”, che si alzò di scatto e accorse a prender parte al colloquio. A me incombeva, evidentemente, di tener desta la conversazione con Hitler e gli altri tedeschi. Ritornai a parlare dei quadri veduti e della formazione cardinalizia della raccolta. Si parlò di mostre ed esposizioni. Hitler disse che era stata richiesta una mostra di arte tedesca in America, ma che egli si era opposto. Prima di tutto “ci sarebbe stato il pericolo che i quadri venissero sfregiati dai bolscevichi e poi, perché essere cortesi con un popolo, la cui stampa ci attacca sempre così bassamente”.

“(uns fortwährende so gemein angreift). Ich hab‘ halt g’sagt, dass ich keine Devisen hatte. Aber die hätt man schon g’funden!“ (Ho detto che non avevo la valuta necessaria. Ma quella si sarebbe trovata).

Riproduco testualmente quelle frasi, anche insignificanti, che trovo segnate sul mio taccuino, perché danno un’idea esatta del modo di parlare e della pronunzia di Hitler.

Sul tavolo c’erano dolciumi di ogni qualità, ma Hitler beveva soltanto il suo tè e mangiava certi biscotti secchi e d’aspetto melanconico, che gli erano stati serviti a parte. La conversazione languiva e io, un po’ esitando offrii all’ospite un piatto di marroni canditi, che stava dinanzi a noi, spiegandogli, a una sua domanda, di che cosa si trattava. Allora Goebbels si chinò in avanti e incitò il Führer a prenderne, dicendo che si trattava di quei famosi marroni dei quali era così ghiotto Göring. E seguitò a raccontare che Göring, ogni volta che veniva in Italia, ne comprava sempre qualche chilo, poi, andando a letto la sera, ne metteva una dozzina sul tavolo da notte e spalancava le finestre perché il freddo notturno gli togliesse la voglia di uscir di sotto alle coperte; ma i dodici marrons glacés venivano presto divorati. Göring spenge il lume e cerca di dormire. Ma la gola lo tormenta e non riesce a prendere sonno. Finalmente, dopo un’ora di lotta con se stesso, avendo da un lato il punto d’onore di non mangiarne più di dodici e il freddo della notte, e dall’altro la ghiottoneria, questa finisce per vincere e Göring balza dal letto, afferra il pacco dei marroni e se li divora tutti in un momento.

Questa storiella suscitò in tutti grandi risate, fuori che in Hitler, che sembrò con un vago sorriso di averla appena ascoltata. Si voleva, forse, mantenere imparziale, conoscendo l’odio reciproco che si portavano Göring e Goebbels. Ma ecco che, finite le risate, dall’altra parte del tavolo, la voce atona e flemmatica di Himmler domanda: “Ja, Herr Reichminister, dica, signor ministro, come ha fatto a sapere tutto questo?” e Goebbels, quasi sibilando, a mezza bocca e un po’ sottovoce: “Ich hab’ ihn bespitzeln lassen” (L’ho fatto spiare).

Non era che uno scherzo. Ma le persone, di chi faceva la domanda (una domanda che diveniva professionale) e di chi dava la risposta, erano tali, e i rapporti di reciproca diffidenza in seno alle alte gerarchie del partito erano così tesi, che questo scherzo assunse un tono veramente sinistro. Quasi nessuno rise. La conversazione cadde. Hitler masticava lentamente uno dei suoi biscotti sabbiosi, guardando le pitture del soffitto: “Ornamenti di Giovanni Battista Marchetti, figure di Tommaso Conca, anni 1782 e seguenti”, sarebbe stato mio ufficio di suggerire. (…)

Firenze, 9 maggio lunedì

Mussolini disse, appena mi vide: “Das ist unser Retter, des Alles weiss” (Eccolo il nostro salvatore, quello che sa ogni cosa). E infatti sapevo ogni cosa, perché, ormai in confidenza con la mentalità dei due, non solo inventavo senza esitazione quello che non sapevo, ma mi divertivo a fare piccoli esperimenti, conducendo il discorso per ottenere da essi, ma specialmente da Mussolini, certe prestabilite risposte, divertendomi a prevederle. Era un giuoco facile, ma che mi dava la cognizione di quanto fosse influenzabile Mussolini, pronto a sostenere qualsiasi tesi, pur di riuscire gradito all’interlocutore. (Ricordavo che a una giornalista inglese, che dopo di lui doveva intervistare Croce, Mussolini aveva detto: “Ho affermato una volta che io non avevo mai letto Croce, dovevo dirlo per ragione polemica; ma io ho letto tutto Croce e sono uno dei più convinti ammiratori del suo grande intelletto”. Al che Croce, quando gli fu riferito, avrebbe esclamato: “Una volta solo chillo aveva detto la verità, e ora si è rimangiata pure quella!”). Già, io sapevo tutto. Infatti, poco dopo, passando sul ponte alle Grazie, Mussolini mi chiese quanto era profondo l’Arno. “Un metro e settantacinque”, risposi; ma sembrò poco, e io giustificai l’Arno con l’essere in quel momento in magra: “quando è in piena, quattro o cinque metri”, i quali furono ritenuti bastevoli alla storica maestà del fiumicello.

Intanto Hitler era assorto, sognante. A Roma aveva spesso ripetuto che nulla lo attraeva quanto Firenze, che egli considerava “der Höhepunkt”, il culmine, del suo viaggio; il suo sogno di “artista”. Certamente egli pensava: “Sono a Firenze, dove tante volte avrei voluto venire e non potevo: ora ci vengo così, fra questo mare di popolo acclamante”.

A Roma le vie più larghe e le decorazioni di compensato e cartapesta a finto marmo e finto bronzo, con le quali si erano “abbellite” le strade del percorso, tenevano distante la folla. Ma a Firenze l’automobile fendeva la ben nota “folla oceanica” delle grandi occasioni, e grida e gesti colpivano direttamente; era una sensazione fisica, una specie di massaggio elettrico, sensibile anche a me, al quale le grida e i gesti non erano diretti; ed ebbi la percezione che, per quei due personaggi, questo contatto elettrizzante doveva essere divenuto un bisogno insopprimibile, da rinnovarsi di tempo in tempo, senza del quale non avrebbero potuto vivere, e che dava ad essi una specie di muta esaltazione. Era forse, per essi, la vera ragione della loro avventura.

 

Böcklin - La foresta sacra

Böcklin – La foresta sacra

 

Dall’alto del piazzale Michelangelo, Firenze si mostrava in uno dei più bei pomeriggi di primavera. Era piovuto il giorno innanzi, e l’aria era trasparente sino alle vette azzurrognole delle Apuane; gli olivi e i cipressi di Fiesole sembravano ravvicinati da un apparecchio stereoscopico. L’unica cosa che disturbava il panorama erano le orecchie d’asino dell’architetto Bazzani[5] sulla Biblioteca Nazionale, e io ne approfittai per suggerire a Bottai di farle demolire. Mi disse che aveva già impartito l’ordine in proposito. Ma ci sono sempre. E adesso, purtroppo, ben altre cose infrangono la bellezza del panorama, dopo che l’amorosa rabbia di Hitler ne ha fatto dilaniare il volto, al momento che le sue truppe furono costrette a lasciarla, perché nessuno la riveda come la vide lui.

Hitler stette un lungo tempo a guardare. Gorgogliava in gola suoni indistinti. Poi parlò. Disse: “Endlich; endlich verstehe ich Böcklin und Feuerbach!” (Finalmente, finalmente capisco Böcklin e Feuerbach). Böcklin, che aveva vissuto là di fronte, a Fiesole, e aveva dipinto cipressi e olivi, cieli azzurri e prati letterariamente popolati di ninfe e centauri; Feuerbach, nostalgico pittore di Euridici, Ifigenie e Medee avvolte in bianchi lenzuoli, rappresentavano, per il dilettante pittore di Braunau, l’Italia.[6] Era, con buona pace di Giorgio de Chirico, pictor optimus, che è rimasto l’unico autorevole ammiratore di Böcklin in Europa, come se a Venezia qualcuno dicesse: “Finalmente capisco Ettore Tito e Fradeletto!” o a Parigi: “Finalmente capisco Meissonnier e Boldini”.

E seguitò:

“E pensare che, se fosse venuto il bolscevismo, oggi tutto questo sarebbe distrutto, come in Spagna. La Toscana, il paese più ricco di cultura del mondo!”.

E poi, esaltandosi, con voce stridente e picchiando il pugno guantato sul parapetto:

Ich werde es nie dulden, dass in Deutschland jemand wieder solche Gedanken hat. Man muss das gleich mit aller Gewalt vernichten! Mussolini hat sich hier einen großen Verdienst an die Menschheit erworben!“ (Non sopporterò mai che qualcuno torni ad avere in Germania delle idee simili. Bisogna subito estirparle con ogni violenza. Qui Mussolini si è conquistato un grande merito per l’umanità).

Per Hitler, questo era proprio il pomeriggio delle sincerità. Questa idea isterica, direi quasi freudiana, del bolscevismo distruttore, che del resto tanto autorevoli personaggi ancor oggi si onorano di condividere con lui, gli si fissò talmente nel cervello, che la ripeté subito a Mussolini, e poi ancora altre volte nel pomeriggio. Anche agli Uffizi, dinanzi al tondo Doni con la Sacra Famiglia, di Michelangelo.

Mussolini si annoiava perché la visita, tra Pitti e Uffizi, durava troppo. Mi passò accanto e, facendo un cenno con la mano come per affrettare il passo, mormorò: “Qui ci vorrebbe una settimana”. Ma il podestà di Firenze mi aveva pregato di rallentare un poco, perché in Palazzo Vecchio il rinfresco non era ancora pronto. Del resto io avevo ceduto la guida all’amico Kriegbaum[7], direttore dell’Istituto tedesco di Storia dell’Arte di Firenze, che assolveva il suo compito con sentimenti non diversi dai miei e col quale ogni tanto ci scambiavamo degli sguardi. (Ma egli, più di me, soffriva per l’abiezione nella quale era caduta la sua patria. E poi, venuta la guerra, lo vidi consumarsi di giorno in giorno, perdere la sua scintillante ironia, logorarsi per la distruzione dei valori della cultura e dell’arte, in Europa, nella sua terra e nella nostra, sinché trovo, quasi cercata, la morte nel primo bombardamento aereo di Firenze, al quale, egli diceva sempre, non avrebbe mai voluto sopravvivere).

Mentre la visita di Hitler proseguiva, Mussolini passeggiava attraverso le sale con le gerarchie locali. Ma quando lo vide fermo dinanzi al tondo Doni, attraversò in obliquo la saletta, gli si mise accanto e lo guardava, come per sentire, lui disinteressato a queste cose, quello che il collega “artista” avrebbe detto dinanzi al primo Michelangelo della sua vita. Hitler, con le mani sul basso ventre (a nascondere, dicevano i maligni, l’unico disoccupato che fosse rimasto in Germania), guardava il dipinto mormorando in fondo alla gola: “Michelaghelo, Michelanghelo”. Poi volgendosi a Mussolini: “Wenn der Bolschevismus gekommer wär’ …” (Se fosse venuto il bolscevismo…). Il ritornello fu completato da Mussolini, con una certa malagrazia e con una spallucciata, ma nel suo più schietto tedesco romagnolo: “Alles zerstèert” (Tutto distrutto). (…)

Sulla porta di Palazzo Vecchio terminò il mio incarico di duce del Führer. Lasciando il passo ai personaggi autorevoli, senza prender congedo, io mi eclissai nell’ombra, e mi ci volle molta diplomazia e fermezza. Dai ministeri italiani fui facilmente dimenticato, perché non mi feci più vivo. Ma i tedeschi cominciarono a perseguitarmi con inviti ufficiali, con richieste di tener conferenze in varie città su come il Führer aveva “vissuto” l’arte italiana, e con richieste di interviste. E non mancò nemmeno l’invito, che fu il più scabroso a rifiutare, quello di un personaggio che si supponeva allora capo delle SS in Italia e che, nascondendosi sotto le vesti di un innocuo archeologo, aveva facile occasione di incontrarmi, e voleva un articolo per il famigerato giornale delle SS, “Das Schwarze Korps”.

Ma queste, e altre cose, fanno parte di ricordi personali, che non interessano.

 

note:
[1] Hitler visitò l’Italia per la prima volta dal 3 al 9 maggio del 1938.
[2] Atlantide fu un popolare romanzo di Pierre Benoît del 1919.
[3] Adolf Ziegler (1892-1959) artista prediletto da Hitler, che organizzò la mostra dell’Arte Degenerata a Monaco nel 1937.
[4] Hans Bernd Gisevius (1904 – 1974) diplomatico tedesco e spia antinazista.
[5] Cesare Bazzani (1873 – 1939) curò il progetto della Biblioteca Nazionale di Firenze (1911).
[6] Arnold Böcklin, svizzero (Basilea, 1827 – Fiesole, 1901); Ansel Feuerbach, tedesco (Spira, 1829 – Venezia, 1880).
[7] Friedrich Kriegbaum (1901-1943)

 

Documenti e video :

http://camera.archivioluce.com/camera-storico/scheda/video/i_presidenti/00025/IL3000084593/1/Il-viaggio-del-Fuhrer-in-Italia.html

http://wwwext.comune.fi.it/archiviostorico/documenti/quaderni/Quaderno_1/9_Maggio_1938-il_ritorno_all_ordine.pdf

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