Rutilio Namaziano ~ De Reditu I, 165-216 ~ Attesa in porto

 

Libro primo I, 165-216

 

[Lasciata Roma (qui), com’è usanza un piccolo gruppo accompagna al porto l’amico che se ne va: l’addio è veloce e rimane solo Rufio, già prefetto e di nobili origini, tanto da essere citato da Virgilio. Poi il distacco anche dall’amico: si allontanano i corpi ma non lo spirito. Ora Rutilio dovrà attendere in porto che il tempo migliori, ma l’attesa non è del tutto vana perché ci si può volgere ancora verso la città, laggiù dove si alza un filo di fumo e dove pare salire il vociare di chi gioca nelle vie e acclama nei teatri. Ancora una separazione e il gruppo ormai è ridotto alla cerchia familiare più stretta: se ne torni a Roma anche Palladio, figlio di Esuperanzio, e che studi il diritto per le genti della Gallia…]

 

Ostia Antica, mosaico portico del teatro

Ostia Antica, mosaico portico del teatro

 

 

… mi accompagna Rufio…

 

165         Dette queste parole iniziamo il viaggio: gli amici ci accompagnano.

Nel dire addio gli occhi si riempiono di pianto.

Quando gli altri ritornano a Roma, resta ancora con me

Rufio, gloria vivente del padre Albino,

che dalla nobile origine di Voluso prende il nome

170        e riproduce, come ci dice Virgilio, i re Rutuli.

Alla sua lingua eloquente si affida il palazzo

e merita già così giovane di parlare nella bocca del principe.

Appena ragazzo governava proconsole i popoli Punici,

per lui provavano i Tirii uguale timore e amore.

175        La sua sollecita perseveranza gli destina le cariche più alte:

se è lecito confidare nei meriti diverrà console.

Alla fine con tristezza costringo a far ritorno l’amico recalcitrante:

i corpi si dividono ma un unico spirito ci unisce.

 

 

Attesa in porto

 

Finalmente mi dirigo, dove il Tevere,

180        che si apre su due fronti, solca a destra i campi.

La parte sinistra, inaccessibile per le sabbie, viene evitata

e la sola gloria che gli resta è aver accolto Enea.

Già alle ore notturne Febo ha aperto,

nel cielo più pallido, le Chele dello Scorpione.

185        Esitiamo a sfidare il mare e ci fermiamo al porto

ma non dispiace la sosta forzata che obbliga il rinvio

mentre le Pleiadi dal tramonto infuriano sul mare infido

e cade l’ira del tempo procelloso.

Allora è bello volgere più volte lo sguardo a Roma ancora vicina

190        e seguire il profilo dei monti nella luce che si fa debole;

là mi guidano gli occhi dove godono la vista del caro luogo

fin quanto credono di vedere ciò che desiderano.

Quel fumo che scorgo mi indica il punto

dove stanno le sovrane case a capo del mondo

195        (sebbene il segno di un lieve fumo Omero commendi

se sorge al cielo dalla terra amata):

ma un’area celeste più chiara e un tratto sereno

segna le sette splendenti vette dei colli.

Là il sole è eterno e più terso di quanto appare

200       a Roma lo stesso giorno che crea per sé.

Sempre più risuona alle orecchie stordite il vociare dei giochi,

il fragore di applausi parla di teatri pieni,

mi ritornano dall’aria colpita le voci note,

ma che vengano da me o sarà l’amore a crearle.

 

 

Palladio e Esuperanzio

 

205       Quindici  giorni scrutammo la sicurezza del mare

finché un vento migliore fidasse della luna nuova.

Quando ormai devo partire rimando alla città e agli studi

Palladio, vanto e speranza della mia famiglia.

Giovane eloquente, dalle terre di Gallia da poco

210        mandato a apprendere il diritto del foro Romano,

porta con sé dolcissimi vincoli del mio amore,

lui, figlio per affetto e congiunto per stirpe.

Suo padre Esuperanzio ora insegna all’Armorica

l’amore per il ritorno della pace esiliata,

215        restituisce le leggi, ripristina la libertà

e non permette che si sia servi dei propri servi.

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