Firenze ~ Mariella Bettarini

 

 

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La mia Firenze

 

Flòrenz o Floràns o Flòrens o Florentia o Fiorenza che dir si voglia, fiorentina “città del fiore”, il fatto è che Firenze è (ed è stata) per me, fiorentina per nascita ma anche per ritorno (e dunque per adozione), “sangue misto” (toscana da parte di padre, calabro-lombarda da parte di madre), croce e delizia, scandalo e riparo, cuna e ghetto, memoria e presente, pietra angolare e pietra d’inciampo, oltreché luogo del tutto neutro e insignificante, se penso alla mia aspirazione cosmopolita (politico-cosmica), alla mia complicata esperienza. Voglio dire che prima e dopo il mio rientro in questa città natale (dopo meno di due anni d’infanzia trascorsi a Torino e ben tredici adolescenti e tremendi anni romani), Firenze è stata l’incantato luogo del vagheggiamento e dell’impossibile ritorno nell’alveo materno (benché paterno geneticamente) e poi, dopo il ritorno, invece, a metà degli anni Sessanta, nella mia piena ancorché sfasciata giovinezza, la città della clausura e delle contraddizioni: il livore di quel passato amore, la letteratura ma anche la buia tradizione per una che, come me, voleva la parola e l’arte dissonanti ed umane, prosastiche (allora persino brutte) ma significanti, non narcisistiche né estetizzanti, mentre qui, invece, lezioni di aristocratico distacco (non ultima la lezione dell’ermetismo) andavano nella direzione opposta di quella in cui, negli anni ‘67-68, si andava muovendo il mondo (e dentro la “pallina del mondo” anch’io, anche la mia desolata, debordante testa). E però, anche, Firenze era la duplicità nella chiesa (perciò intima ancora al mio stesso processo di fede): Chiesa ufficiale contro chiesa conciliare, Florit contro Don Mazzi e l’Isolotto; autorità contro dissenso carismatico; Ordine contro liberazione, destra contro sinistra. Firenze fu per me anche allora luogo massimo di lacerazioni (e insieme, poi, di soluzioni di conflitti); un’altra volta ecumene; sia pur sempre troppo angusta per il mio ostinato rifiuto di qualunque campanilismo e particolarismo.

Così, dunque, la vidi in quegli anni miei e della generazione cui appartenevo (e appartengo): materna e ostile, ancora paterna (meglio) e tetragona, savonaroliana e medicea, masaccesca e botticelliana, lapiriana (quindi giovannea) e passatista (quindi grigiamente retriva). Ecco: se c’era una Firenze che non sopportavo era la Firenze auto celebrativa e pomposa, “romana”. Era viva, invece, per me, quella petrosa e dantesca, stilnovistica, ghibellina e campaniana, protestataria e ribelle: la Firenze di Perelà e di Pinocchio: la mia Firenze.

Oggi, dopo più di un altro ventennio da quelle fiere passioni, da quei crogioli forgianti e forzati, da quelle vive emozioni formative di carne e mente, nervi e sangue, ci vivo pacatamente disorientata e come distante, passando accanto a nuove pizzerie e a gioventù di colore (quest’ultima molto mi conforta su di un futuro meno spento di questo), in mezzo a folle di turisti che giustamente la consumano, questa città sempre troppo museo, e con la mente e il cuore sono sempre più spesso altrove, fuori dalle mura, nelle (viciniori) campagne. Così, da cittadina che sono, riacquisto giorno per giorno la mia agricola anima e lungi dall’amare grandiose basiliche amo piuttosto campestri (e romite) pievi; piuttosto che storiche piazze vagheggio spazi misti, granai di verde, pietrose complessioni (la piazzetta di Sovana? La collinare piazza di Greve? Il cortile-piazza di Gargonza? Il verde medioevo di Calenzano alta?) e mi diletto con queste ben altre immagini di vischiosa pace, di turrita guerra. E benedico il luogo e la circostanza e il momento, maledicendo il tempo della storia, la cittadina durezza, l’urbana dissipazione, la generazionale, generale sventura (indipendente, certo, dal luogo, ma non dal nazionale luogo, da questo stivale…). Dicendomi beata, faticosa beandomi, con lei convivo, fiorentina malgrado Firenze, mistica dentro una tirrena Rinascenza, materialista entro questo troppo di cielo (gelo).

[Questo articolo è dedicato alla memoria dell’indimenticabile Padre Ernesto Balducci, cittadino del mondo, il quale, insegnandoci come l’uomo debba essere planetario (pena il non essere) ha lasciato in questa città un vuoto immenso (m.b.)]

 

3

tondi (sfondi?)
geometrico
l’asfalto della mente
simmetrica
la grata (la graticola)
l’erba/pietra
la serrata
particola
gli archi/occhi
dove metto i ginocchi?

 

4

pietra a bugno ti chiami
guanciale per l’altra
testa
squadrato pietrame
lesta mia
consecutio lesta
burro
da incidere con lame

 

13

qua il gotico s’impenna
frullano bande e bende
mentre aguzzanti frullano
le penne
e gli affreschi
si rinfrescano gli occhi
e gli stellanti stemmi

 

19

hanno dell’acqua le finestre
e case ha un ponte
e tetti di lamiera
là dove ruppe e allagò l’acqua
la faccia della sera

 

20

poco ha da dire (dirmi)
in verità il bel ponte
lo nuovo ponte ha da dire
poco
al trivio delle acque
solo far avanzare il gioco

 

 

Mariella Bettarini ( 31 gennaio 1942, Firenze)

 

Testo e poesie tratte da :

Poesia, anno V – Giugno 1992 – N. 52

 

Poesie poi in:

Mariella Bettarini, Familiari parvenze : enigmi , (S. l. : s. n.), stampa 1993 (Bari : Levante) – Collezione · Quaderni della Valle ; 13 – · Ed. di 200 esemplari num. – CCD –  851.914 (20.) Poesia italiana. 1945-

Rutilio Namaziano ~ De Reditu I, 277- 348 ~ Secondo e terzo giorno

 

Libro primo I, 277 – 348

 

[Dopo un primo giorno di tranquilla navigazione (qui), Rutilio passa per le rovine di Gravisca e Cosa per approdare a Porto Ercole. Qui nell’accampamento notturno si parla della dinastia dei Lepidi, un vero flagello per Roma di generazione in generazione e lo spunto nasce dal ricordo di Cosa da dove partì uno di loro verso la Sardegna: ma chi venne dopo non ebbe fama più onorevole. Quando inizia il terzo giorno di viaggio la circumnavigazione del Monte Argentario è un difficile slalom tra gli scogli sparsi per poter giungere finalmente alla fine del giorno alla foce dell’Ombrone, nell’attuale Pineta del Tombolo: lontano appare l’Isola del Giglio coraggiosa isola che sa accogliere i romani fuggitivi e respingere i Goti. Finalmente oltre l’Ombrone si appronta un accampamento di fortuna tra l’odore del mirto che brucia nella notte…]

 

Argentario

 

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Roberto Roversi

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Una terra  

 

[I. Antonio padre. II. Il superbo lamento. III. Pesce di mare. IV. A Senarica, amica di Venezia. V. Il dolore d’essere dimenticati. VI. Crescono giovani aspri. VII. Corropoli. VIII. Ferragosto. IX. Il dumo dei vulcani]

 

 

Un bioccolo di lana
frusta nel tramonto alberi, fiori,
muove il trotto dell’onda.
Sulla sponda i ragazzi con la schiena
inarcata puntano i piedi nella rena;
“dài pa’ssì, oh… ooh!” lo scafo stride
sulle palanche nere, Antonio padre
sfiora l’acqua, è nel mare,
apre cigno le ali, le lampare,
anatrelle, l’avvincono con corde
e la flottiglia corre in alto mare.
Nella notte, chini sul fondo, gli uomini
pescano se la luna è piena
o la corrente non spinge in Dalmazia
il cefalo che volge guizzi in oro.
Un lume è acceso
laggiù oltre il mio dito:
Antonio padre al palpito
del primo fiore in cielo tornerà.
L’inverno è lungo stretto dentro un mare
pauroso; quando giugno allora
brucia il dorso ai delfini
i marinai avventano nei solchi
sonno, fatica, reti rammendate.

È morto il capitano. Cade
in mare ogni luce di festa
dai giovani cuori; a riva
le donne attendono ammucchiate.
Un marinaio è al timone, bianco agnello;
così gli uomini antichi veleggiavano
approdavano a isole felici.
La barca vira, si torce, si china
mentre s’alza il lamento. Una voce:
“Tu, tesoro di mamma, meschina
perla bruciata da un vulcano,
sei trascinato a terra con la mano
in croce, sulla sabbia, dal vento, uccello
spento di rabbia, scuro, ecco il riposo”.
Vanno in tumulto con le ali aperte.
I fortunali cadevano sulle onde deserte
al colpo della frusta di questo uomo.
Steso sul sacco è un tronco incenerito,
è tuono offeso, esploso, dileguato;
il calzone al ginocchio accartocciato.
Vita, mia vita come
sei terribile e amata: uno sconforto
senza consolazione è ancora vivo
negli occhi di questo morto che ieri
con tutti i suoi pensieri era nel mare

Il venditore di pesce per strade e sentieri
fu in America un tempo.
“Sempre un fumo nel cielo;
pane, carbone, nel vino la polvere;
tristi le donne, negli occhi la polvere;
i ricordi chiamavano lontano.
Ora mio figlio lavora a Milano
e quella è la mia casa. Addio America”.
Sul prato ferma ride la sua casa
cresciuta in fretta.
Spinge la bicicletta, grida il pesce
giallo sul ghiaccio e viole:
“chi prende il pesce, pesce fresco di mare?”
va scalzo a chiamare
sul viale nell’ombra dei tronchi,
sfiorato da siepi a filo del mare.

Un vagabondo canta e ruvidi
marinai ascoltano a un fanale.
Sulla strada appassiscono i gerani
bucati dai fari delle macchine,
autotreni scuotono l’asfalto,
i pioppi coprono fra lo stridio dei freni
l’agonia di un gatto sfracellato.
“A Senarica, amica di Venezia…”
fuochi verdi aprono la gola
ai cani sulle aie del monte
screziato da barbagli sereni all’orizzonte.
Il vecchio intona con pena un canto triste
e i fiori tremano, cadono,
muoiono nella polvere.

L’erba è gialla, pietre; il cimitero
con gli ulivi e cipressi sbiaditi.
Anche nella pace i morti
non hanno tregua, risaliti
dal profondo si stringono le mani
rotte dalla fatica.
Madri stroncate dalle gravidanze,
invecchiate con pazienza infinita su reti,
uomini stanchi più dell’aria d’autunno:
con il viso inchiodato fra due date
sanno che non c’è pianto non gridato
né un giorno senza male: che la vita
nel dolore fu tutta patita.
Rimpiangono solo l’oblio dei vivi,
d’essere dimenticati in poche ore.
I ricchi almeno
hanno il nome dipinto nelle prore
delle barche che rosse sul lido
con gli alberi e vele ammainate
attendono la piena primavera
per gettarsi con un grido sui branchi
morbidi e azzurri
nelle calme correnti verso l’Africa

La rocca ancora incombe a precipizio.
Un tempo sulle alture
i noci contorti strisciavano a terra
foglie di quattrocento anni, eppure
adesso il silenzio è favola
per i vecchi che muoiono nel sole.
Le case all’ombra delle tamerici,
fra le siepi, case di girovaghi
e pescatori, pittate di bianco,
formaggio fresco su una foglia
di fico, sono cadute;
scompare adagio la gente
che non trema alle nevi dell’inverno.
Crescono giovani aspri, amare mandorle
in un tempo d’inferno, di lampi
e sorprese telluriche nell’aria
grigia che illividisce ogni città;
il sangue arde dentro i cuori straziati
dall’unghia del mostro che si torce.
Ma quale mondo apparirà
dopo la pena necessaria!

Là il monte, laggiù è il mare:
il mare con le speranze strappate
a una barca che adagio s’avvicina.
Sui chioschi di benzina
cantano i tordi e volano nelle vallate
alle ragazze dal petto tremante
oh così dolcemente.
Quelle del mare, ardite fiere
contrastano, sono restie agli sguardi
maliziosi e azzannano
come i lupi di selva.
(Pace con voi, ragazze dell’Abruzzo,
una è sangue al mio cuore.)
A Corropoli fumano i camini,
gli alberi difendono le case
dove i topi imperversano e la razza
degli uomini passati consumò
nel rancore una vita vile.
Case per amori di monache,
per grida soffocate, per pugnali
cavati al frusciare di un uscio
o all’ombra di un cortile.
Ma strappa la tenda dal cielo
una donna accosciata nel vento,
canta un riso gentile;
palpita l’aria fatta azzurra
al lume dei suoi occhi
mentre con le mani in cui traluce l’osso
sceglie e vaglia il frumento.

Buon popolo, fra luci semispente
ti attardi, stupendamente docile.
Le ragazze adornate di coralli
rosseggiano come il tramonto
o impallidiscono allo scherzo
di un giovanotto ardito:
“Vedeste comare Splendore?
balli con me, bel cuore?”
Aspettano i fuochi d’artificio
rovesciate sull’erba,
i premi favolosi della tombola
e l’amore colomba del diluvio.
Cade la felicità da scrigni aperti,
le luci della festa aprono piume;
scese dal monte con le scarpe in mano
bagnano la speranza nel lume
della notte, nell’uragano dei giuochi,
nelle giostre che strappano lontano.
Fasciati in maglie rosse i marinai,
stretti i calzoni sulle cosce,
toccano il gomito alle ragazze;
trillano le argentine passere
e si offrono, quasi
da un albero protese.

Terra addormentata per secoli
dai frati astuti, dalle processioni
fra gli uliveti e i campi,
buttate le barche sulla riva
trema all’ansia del petrolio
nero come un nembo dalla Marca.
I vigneti abbattuti, la pena
di un paese deserto sui dirupi
da cui gli uomini tutti sono fuggiti;
solcato il mare dalle petroliere,
nell’acqua grassa i pesci imputriditi
galleggiano con il ventre scoppiato,
e rombi di scavatrici, grida, fuochi,
martelli, tonfi profondi nella terra;
il fumo dei vulcani
copre la pietra del gran sasso.
Basse, di notte fischiano dal mare
navi cisterne, lunghe, stese, nere
come un morto sull’acqua; si prova
uno sgomento a sentirle chiamare.
Su gli oleodotti splende luna nuova.

 

da:

Roberto Roversi, Dopo Campoformio, Torino : G. Einaudi, c1965 – Collezione di poesia ; 9   Roberto Roversi (28 gennaio 1923, Bologna – † 14 settembre 2012, Bologna)

La poesia ornitologica di Paolo Bertolani

 

 

Bosch, Giardino delle delizie

Hieronymus Bosch, Giardino delle delizie, part. pannello centr., 1480-1490 circa, Olio su tavola, 220×389 cm, Museo del Prado, Madrid

 

La poesia ornitologica di Paolo Bertolani

 

Se per scrivere di un poeta si deve essere poeti, conoscere la lingua che non s’impara, ascolto che diviene suono, capacità di sguardo che si fa parola – mai bravura, stile o dono-, come posso scrivere di Bertolani? Io non sono poeta e d’altronde di lui hanno già scritto Giovanni Giudici, Giuseppe Conte, Anna De Simone, Francesco Bruno, Giovanni Tesio con quella precisione asciutta che ti apre un mondo. Niente c’è da dire di più del suo dialetto di Serra di Lerici, un dialetto forse non più esistente o semplicemente «interno», nel doppio senso di nascosto nell’entroterra ligure e «lingua materna», murata al silenzio da una lingua nazionale sempre più «stracciona» (G. Giudici). Tutto è stato detto sulle influenze, che sarebbe meglio dire le presenze, nella sua poesia: Vittorio Sereni e Attilio Bertolucci, ma anche gli Ossi di Montale e il Pianissimo di Camillo Sbarbaro. E Bertolani non manca di seminare dediche che divengono risonanze prima di debiti, a volte amicizie: Machado, Antonia Pozzi, Giorgio Caproni, Sandro Penna, Charles Tomlinson, Luciano Erba, Wisława Szimborska, Raffaello Baldini, Franco Loi, Cesare Pavese, Giacomo Noventa.

Ma ancor più si è detto della sua poesia di attesa e di dolore, della necessità di «esprimere il segreto palese del mondo, (…) restando sul confine di un’ambiguità irriducibile fissata nell’interrogativo che congiunge la denuncia della scomparsa e l’annuncio dell’esserci» (G. Tesio). Un lavoro sulle proprie radici che non è nostalgia o recupero ammiccante, ma è perdita pura e amara disillusione.

E poi i temi. La morte, presente non solo nella progressione inesorabile della malattia («… e adesso che davvero è venuta sera») ma dentro il senso ultimo della vita, che è sogno («Ci sta, dentro quei sogni, / l’odore dei miei morti. / Passano tutti in fila / bisbigliando del male che gli ho fatto, / ed è il loro odore che mi chiama, / che dice il mio nome», da Raità da neve), che è aria

 

Se ‘e gose d’i morti, cóm’i dise,
la rèste tèrne ‘ntàtisse ‘nte l’aia,
e nissùn gi pè pu scancelàe

– ‘nte l’aia

fèa de chì, sórve a l’àigua de mae,
tra i àrbi chi la sùrbe – l’aia –
e pò  i ne la redàn, buatà dar verdo fresco
d’i fòge chi gh’an,
nicò ‘nte l’aia scua
d’i borrigón, e ‘nte quela
d’i scae –

s’la gh’èn davéo – ‘nte l’aia –

‘ste góse, e quarcò seguamènte
la ne podiàve die

alóa a semo noi i marnà
che nó gi vèi sentìe.

 

(«Se le voci dei morti, come dicono, / restano eterne intatte nell’aria, / e nessuno le può più cancellare / – nell’aria / fuori di qui, sopra all’acqua di mare, / tra gli alberi che l’assorbono – l’aria – / e poi ce la ridanno, setacciata dal verde fresco / delle foglie che hanno, / anche nell’aria scura / dei baratri, e in quella / delle scale – / se ci sono davvero – nell’aria – / queste voci, e qualcosa sicuramente / ci potrebbero dire // allora siamo noi i malnati / che non le vogliono sentire» ‘E góse, l’aia).

 

Il mare. In quella regione che leva e pone e che nella forma abbraccia e contiene, è un’estraneità ineludibile, un confine insuperabile («come dicessero / ogni volta: più in là»), un luogo preciso non un’entità qualsiasi: « questo mare, il mare»

 

La n’è na matità che solo adè
a ‘mpréndía a nó digo a damàlo
ma arméno a compatìlo, ‘stó mae, er mae,
ch’a mio da quand’a posso ramentàe?
e ch’a me férmia a dine con Rosò, chi ‘n sa
de ‘sto mae, der mae, quanto s’én pè savée?
Nó vorià die che adè quarcò – come ‘n fio
de bigo zu drento de me – i me ghe liga,
a ‘sto mae, ar mae: zu
dónde manco i me’ penséi i san miàe?

(«Non è una follia che solo adesso / impari non dico ad amarlo / ma almeno a compatirlo, questo mare, il mare, / che guardo da quando posso ricordare? / e che mi fermi a dirne con Rosò, che ne sa / di questo mare, del mare, quanto se ne può sapere? / Non vorrà dire che adesso qualcosa – come un filo / di verme già dentro di me – mi ci lega, / a questo mare, al mare: giù / dove neppure i miei pensieri sanno guardare?» Der mae).

 

Bertolani non entra mai nel mare e se ne sta in una distanza non prudente o diffidente ma necessaria a definire il proprio io, in quello spazio tempo che va «dal mare di ulivi a l’altro mare» (G’ea Davidin l’ométo co’ ‘r sigaro, in Raità da neve) dalla casa «così vicina al mare che non amavo, / ma sapevo che c’era» (, in Raità da neve).

 

 

Eppure il mio rapporto con Bertolani è stato un silenzioso legame, il dialogo interiore che il lettore crede di stabilire con il poeta, per l’illusoria visione che la parola poetica rimanda, in quel sottile aprire e chiudersi delle rispettive esistenze che s’intersecano nel sentimento del mondo. Ogni libro era una visita al paziente e brusco artigiano di parole che andiamo a incontrare di tanto in tanto per vedere le poche cose che ancora resistono attorno a lui, i cambiamenti, le scoperte nuove, le ultime invettive-preghiere. Una geografia interiore, minimale e potente, dolorosa e impietosa, per niente consolatoria.

Ma c’era sempre stata una comunanza che sembrava non dovesse assurgere mai a valore poetico, a “tema” su cui costruire una riflessione e che rimaneva nascosta dentro me. Ogni volta quel volo, quell’apparizione improvvisa e misteriosa, il ritorno costante e l’inderogabile e ferma ripartenza, un canto ora sommesso ora uno «sgolarsi», un frusciare tra le frasche o un frullio di ali dentro il camino, era il motivo “vero” per cui scrutavo nel suo mondo a costo di perdere di vista quell’unità di espressione, la cifra della sua parola. È la presenza degli uccelli che ho sempre cercato, perché, sebbene a differenza di Bertolani non abbia mai praticato la caccia, come uomo di campagna che lavora nei campi e cammina nella solitudine dei boschi, il mondo degli uccelli mi ha sempre parlato, dettato il tempo, segnato i confini, mostrato le strade senza segno tracciate dai voli, fatto udire linguaggi prodigiosi e scrutare i travestimenti meravigliosi e bizzarri. Ma allora perché gli uccelli e non il frinire delle cicale, la biscia sempre scacciata e la svelta lepre, il cane lontano e quello sulla porta di casa, che pure anch’essi tornano più volte? Perché, oltre la morte e il mare, fissarsi su questi animali, minimali come le occasioni domestiche dell’esistenza? Forse sono la prova vivente, nel senso di autonoma e altra vita, dell’invisibilità di un mondo che la parola poetica recupera e svela in tutta la sua evidenza?

Sono cinque i suoi libri di poesia che tengo in mano e alterno nella lettura. Non c’è il suo vero “primo”, anche se c’è l’ultimo. Il primo di loro è scritto “ancora” in italiano, in uno degli ultimi persino Saffo è tradotta nel dialetto di Serra di Lerici. In ognuno il mondo degli uccelli è presenza costante, ora sotterranea ora enunciata, ora pura immagine ora realtà animale. In nota ho portato alcuni numeri.

 

♪♪

 

In Incertezza dei bersagli (1976) – quale titolo per chi pratica una caccia “confusa” dalla «malizia delle cose»! – il mondo volatile s’introduce tramite lo stato della veglia, del sonno e del sogno. Sono apparizioni discrete di cui solo il poeta si accorge nel volgere di uno sguardo («un transito / di storni in una stagione impossibile», in Veglia I); incerte («il passo // delicato degli uccelli» sulle foglie a terra, In rosa) o di passo e transitorie (la cesena fulminata di Variazioni con uccelli); stanno tutte sul limitare della luce e della coscienza, sempre mute e anche quando si riuniscono in moltitudine sono appena una «sommessa babilonia» (Veglia II); sino alla fantasia visionaria dell’«uccello marino» che riporti in groppa il poeta Tomlinson dall’Inghilterra alla Liguria (in La casa di Charles). Nel complesso la presenza è evocata, appena reale, e associata alla morte: la cesena, appunto, fulminata dall’alta tensione rimanda ad «un pugno di cenere più chiara» (Variazioni con uccelli) e un’anitra che passa lenta nella palude è bersaglio incerto (Della caccia).

 

Variazioni con uccelli

 

I

 

Fatto entrare
il mattino – nettezza
e lividume che dilagano fino al sacro
cuore nella tastiera – è un altro giorno, dici,
un foro in più nel biglietto
dannato. Consigliami tu che vestito
che faccia per affrontare la luce.

Il frullo che hai sentito nel sonno era un uccello
costretto nel camino da un vento che per quanto
è stata lunga la notte ha battuto i magri
appezzamenti e rinverdito frane
da anni assestate. (E qui ricordi il destino
della cesena che hai visto dal balcone nei giorni
del passo fulminata nella cabina dell’alta tensione).
Se ti alzi vedrai il piccolo
scheletro in un pugno di cenere più chiara…
Ma ora il vento è caduto, c’è l’aria che rovescia
le foglie come quando si presenta
la neve.

 

II

        Ah il buono
di certe giornate – qui, o alle sagre
da qui remote, sul fiume. Le tavolate
furiosamente umane.
Dici che stai morendo in un banale
intruglio di carte da gioco e di lunari
e che non sono del gruppo
premuroso che fa quieti i rumori. E rumori, blandizie
del mondo sono schiuma che insieme
ai gerani gela ai vetri.

Dici che sei vivo nell’artrite, nella solita
testa da cambiare che rintrona
quando la luna è fiele nella gola
dei cani.

                Nella borsa riponi
calde lane, libri imponenti:
come se tutto nel verde, e interminabile,
dovesse procedere il viaggio.

 

 

♪♪♪

 

Si può dire però che è con Seinà (1985), prima raccolta di poesie tutte in dialetto, che il tema ornitologico irrompe e si prende improvvisa la scena. Fin dal suo esordio è un esplodere di figure precise, non più un uccello indeterminato ma un volatile particolare e sempre diverso in quel mondo multiforme e variegato: ecco allora il pettirosso dal bavagliolo rosso (Picéto), la civetta che grida in pieno giorno (G’è n’usèlo), il fringuello il cui cantare è un appiglio dinanzi allo sbandamento dell’io (Frenguélo), il merlo che pare allocchito ma invece è un burlone sollecito alla fuga (Merlo), il cuculo ritorno annuale che rinnova e scandisce il passare degli anni (Dimande ar cucù), i balestrucci che vagano dalla collina al mare (Fainèi), il fagiano di Miando ‘n can, l’assiolo «arelèio de pume» («orologio di piume», Ciodo) o il treteté, lo scricciolo, che « a nó so com’ la fa tanta góse / a stae tuta ‘nte ‘n corpo / che che squasi i nó gh’è» («non so come fa tanta voce / a stare tutta in un corpo / che quasi non c’è», L’useleto der fredo). Sono situazioni minimali libere e lontane dal romantico estetismo e dall’ecologismo cittadino, per cogliere le quali è necessaria un’esperienza, uno “stare” in attesa come il cacciatore o con i sensi pronti come il «viandante sbandato» qual è il poeta, mentre i forestieri che lasciano il mare nell’estate agli sgoccioli di quel «cantae fisso de usèi» («cantare fitto di uccelli») non sono in grado di raccontare al loro ritorno (Foresti). Poi nel prosieguo della raccolta quel mondo particolare torna ad essere indistinto, consistenza appena accennata («l’usèlo che a l’arba g’è na brisa» «l’uccello che all’alba è una briciola», Campàe) o moltitudine gioiosa nell’acacia tutta fronda (Arbi), nello spazio indeciso e sofferente tra l’aria e la neve («solo ‘n patíe pe i usèi / en penéso / ‘ntee punte di stabièi» «solo un patire per gli uccelli / in bilico / sulle punte dei recinti», A neve (en èi)) o nell’estranea città dove il poeta porta «una scatoletta d’aria di qui» ai merli (Piassa Gioliti, a l’oto), lui «sperso / ‘nte ‘sto mae de cà» («sperso / in questo mare di case») che cerca un dialogo col «Pàssua de negrofumo» («Passero di nerofumo», forse il codirosso spazzacamino, «spennato» e impoverito, En çità). Infine e di nuovo l’«uccello marino», che mai ha un nome (Bertolani è terrestre e gli uccelli limicoli sono altri da quelli dell’entroterra) e che nel suo inquieto e insoddisfatto vagare è associato al «pensare» (Pu ‘n là).

 

D’aprìe

 

‘Sto mese ‘n fióe me svégia
nó l’arelèio, nó ‘r campanae menudo
che drento ae rudelete, quand’a vòi,
i principia a sonae,
ma tute e qualità de usèi
che aa prima luse, a scomissa,
come bón lavoanti,
squasi drento ar me lèto
i vene a ciaquelae.

 

D’aprile. Questo mese in fiore mi sveglia / non l’orologio, non il campanare minuto / che dentro alle rotelline, quando voglio, / comincia a suonare, / ma tutti i tipi di uccelli / che alla prima luce, a gara, / come buoni lavoranti, / quasi dentro al mio letto / vengono a chiacchierare.

 

♪♪♪♪

 

‘E góse, l’aia (1988) racchiude il nostro tema fra due mani, l’una iniziale (con lo scricciolo di pe ‘r menìn D.: «Bastiài apena mete man a s-ciòpo… / Ma dime te, menìn: com’a fiéi, dopo, / a ‘ndàlo a repietàe, c’ló gnente de pume / che adè i refiàda e i trema / tra l’aofògio e a lena?» «Basterebbe appena mettere mano al fucile… / Ma dimmi tu: come farei dopo, / a andarlo a racimolare, quel niente di piume / che adesso respira e trema / tra l’alloro e l’edera?») e l’altra sul finire (da càcia), le quali non eludono la contraddizione della caccia ma la risolvono sul versante della sua impossibilità a tenere dentro di sé la verità: si è cacciatori per la necessità di dolore e non per un gioco o una passione. D’altronde si sta «fermo dall’alba» ad attendere il battere d’ali del tordo che non passa perché non è più la stagione del passo (da càcia, 1) o si attende «d’i óe: d’aia vèta, de fòge-farse ae…» («delle ore: d’aria vuota, di foglie-false ali…», da càcia, 4). L’attesa e il dolore, infatti, ma anche l’invettiva e  una disincantata esistenza, iniziano a prendere campo nella sua poesia dove le «parole-rondinelle» insegnano a leggere il cuore (pe a Giliola). Di nuovo una gragnola di canti, di voli e visioni anche se ora portano con sé una nuova amarezza e una disillusa nostalgia: il cuculo e la rondine sono gli uccelli centrali di questa raccolta, e non è un caso che l’uno sia il più schivo e il più malinconico («e i cucù, / chi ne gomìsse dae costèle» «e i cuculi, / che ci immalinconiscono dalle collinette», De stada I) e l’altra sia portatrice di una felicità impossibile all’uomo, precisa nel ritorno a rifare sì «i voli usati» (‘E rondinéle) ma inflessibile nell’andarsene, unico insegnamento lasciato su «cós’i g’è ‘stò campàe» («cos’è questo vivere», Alèste, ‘e rondinéle).

 

 DE STADA II

L’è tórna ‘r tempo ch’aborìsso a stada
e ch’a me ‘nfrìco ogni vòta de pu
donde a màcia la se ‘nfóda
e come a mana a spèto
che tuta a bèla séa
la se nónsia
co ‘e prime
sensàe
– e co’ i usèi, chi aoménte
e po’ i sméte de bòto
e gh’è ‘n momento che tuto se fissa,
chi pae morto, e po’ la riva ‘n ventisèlo
fresco daa banda der mae…

D’i vòte a cambio strada e a vago a sbate
‘nta cà spèrsa da Cosemìna, e a me sèto
tra ‘e mófe de quei comodi vèti chi rembómbe
– nicò si dise che ogni tante lune
la ghe revén i spiriti miàe
cós’la gh’e de cambià.

 

D’ESTATE II – Di nuovo è il tempo che aborrisco l’estate / che m’infilo ogni volta di più / dove il bosco s’infolta / e come la manna attendo / che tutta la bella sera / si annunci / con le prime / zanzare / – e con gli uccelli, che aumentano / e poi smettono di botto / e c’è un momento che tutto si ferma, / che sembra morto, e poi arriva una brezza / fresca dalla parte del mare… // Delle volte cambio strada e vado a sbattere / nella casa sperduta della Cosimina, e mi siedo / tra le muffe di quei vani vuoti che rimbombano / – anche se dicono che ogni tante lune / vi ritornano i fantasmi a guardare / cosa c’è di cambiato.

 

♪♪♪♪♪

 

Con Avéi (1994) quella rottura con il mondo esterno apparsa con ‘E góse, l’aia si approfondisce, quasi a dover ridurre lo sguardo d’azione («Quéle bèle parole ch’a daméva / l’èn voà tute via / com’i scàpole dai fredi / ‘i usèi chi dame l’aprìe» «Quelle belle parole che amavo / sono volate tutte via / come scampano dai freddi / gli uccelli che amano l’aprile», Bocabolario). Gli incontri con gli uccelli si consumano ora durante il freddo della stagione, nella città o nella loro assenza totale o tetra meccanicità: ecco la lagna delle tortore (Praga 1968), la miseria inquinata dei passeri carbonai (di nuovo i codirossi spazzacamino?) intrisi di nerofumo (Viàgi), il canto monotono degli orologiai assioli (Ninanana, Tute ‘e óe) e nella riproduzione incarcerata che sempre vorrà andare e sempre vorrà restare.

 

Dói canarìn

a C.

 

Quando te me repéti
che te véi dói canarìn
‘nte na gàbia vérda
tacà verso ‘r mae,
mas-cio e fémena,
chi pòssie figiàe,
te t’lé savessi
che grupo te me meti
chi ‘nta góa,
e come l’è ch’a te penso,
fìgia méa spumà
gabiàn drent’a ‘r me mae,
con n’àa en cà e l’artra
alèsta contr’a i frédi
der campaàe.

 

DUE CANARINI
Quando mi ripeti / che vuoi due canarini / in una gabbia verde / appesa verso il mare, / maschio e femmina, / che possano figliare, / sapessi / che nodo mi metti / qui nella gola, / e com’è che ti penso, / figlia mia spiumata / gabbiano dentro il mio mare, / con un’ala in casa e l’altra / pronta contro i freddi / del campare.

 

 

~

 

Nota: anche se la poesia rifugge il dato quantitativo, il tema ornitologico ricorre con frequenza ripetuta e costante. In Incertezza dei bersagli (1976) su quarantacinque componimenti il tema appare otto volte e in Dall’Egitto, che è una sezione aggiunta a Incertezza nel 1990, appare l’uccello simbolo della mitologia egizia, Gli ibis. In Seinà (1985) il tema è presente in diciotto su ottantaquattro poesie con una forte concentrazione nella parte iniziale. In ‘E góse, l’aia (1988) su ottantotto componimenti sono diciotto i riferimenti (ma nella sola da càcia le figure si ripetono otto volte). Avéi (1994) ha diciassette riferimenti su ottantotto poesie, Libi diciannove su novantuno, Raità da neve tredici su centosette.
Incertezza dei bersagli:
Il quadro (I): Variazioni con uccelli, I, cesena, uccello; In rosa, uccelli; Per una ballata di mezzo inverno, I, creature (…) di più gentile piumaggio; Veglia, I, storni; II, gazza; II, uccelli; La casa di Charles, uccello marino.
Il ’63 Il ’68: Grotta a Fiascherino,  piviere, uccello.
Due bambine (1962-1971): Dell’altra bambina, passero.
Il quadro (II): Della caccia, anitra;
Dall’Egitto (1990): Gli ibis
Seinà:
Picéto, pettirosso; G’è n’usèlo, civetta; Frenguélo, fringuello; Merlo, merlo; Dimande ar cucù, cuculo; Fainèi, rondinotti (piccole rondini, balestrucci); Miando ‘n can, fagiano; Foresti, uccelli; D’aprìe, uccelli; Ciodo, assiuolo (assiolo); L’useleto der fredo, treteté (scricciolo); A neve (en èi), uccelli; Pu ‘n là, uccello marino; Campàe, uccello; Piassa Giolitti, a l’oto, merli; Arbi, uccelli; En çità, passero.
E góse, l’aia:
Aiète: pe ‘r menìn D., scricciolo; pe a Giliola, rondinelle
‘E góse, l’aia: Dar Linàe, cuculo; De stada I, cuculi; De stada II, uccelli; Donde pè nasse n’idea, passero, uccello; Amìghi, uccello; ‘E rondinéle, rondini; I gabiàn, gabbiani; Alèste, ‘e rondinéle, rondini.
Bigéti daa Lunigiana: Aia d’àigua, uccello, rondinelle; ‘Sto ‘mbastàme cossì, uccelli; «Oimé, ch’a coménso, tordela; A bèstia logordìna dita amóe, passeri; Vegnù setembre, uccelli.
Cuntàe: de na létia, uccello; d’i dòne, passero; da càcia, (1) tordo; (2) uccelli; (3) merlo; (4) uccello; (5) uccello femmina; (6) galletto di marzo, upupa; (7) pettirosso; (8) fucile
Avéi:
‘E cà: ‘E lane, volo; Ninanana, assiolo; Bocabolario, uccelli; Praga 1968, tortore; Viàgi, passeri carbonai (forse i codirosso spazzacamino); L’è per voi, uccelli; Tute ‘e óe, assioli; (Tré poesie pe’ L. e M.), rondini; Dói canarìn, canarini, gabbiano.
Fina ‘n fondo: Co’ sta luméa de rasi, passero; Che luse lisa, uccelli; Andà tute ‘e stéle, rondini; Sortimo a ramentàe, pettirosso; De sta malinconia ch’la me sconsùma, uccello; E alóa – adìo, uccelli.
Cuntàe: de Bernà Mòi, pettirosso; de ‘n soteraménto, fringuelli.
Libi:
Aiéte: (‘a gàbia), uccelli; G’éa tuto ‘n fódo, uccelli; L’usèlo chi se spuma, uccello; Bel’àigua, uccelli; Ma t’lé sé che tra gh’è ‘n mae, fringuello; D’aprìe, uccelli; Invito (II), storni; Respòsta, uccellino; [Tra gente t’aviè semenà ‘i òci bèi], rondini; A me disé: Liguria, gabbiano; Oci, gabbiani; I gabiàn, i gabbiani; Dónche l’amóe i siài, passeri; Come da fante, uccelli; Tréi, uccello; [Fòri de la bela gabia]*, usignolo, uccelletto; [‘A fontana e ‘e quatro]*, usignolo.
Raità da neve:
Nix: Nicò, rondine; Killer, merli, fringuelli; Cunto da végia, uccelli, tordi, pettirossi; Nix, cardellino (organo maschile).
Raità da neve: Rondinèle, rondini; Cóse l’è sta che ògi, uccelli; ‘Nguàno i me gabiàn, gabbiani; Compleàni, passeri di fumo (codirossi spazzacamini?); Cuntéto de Florindo, assiolo; ‘A luse grande, uccelli; Cansonéta der prado, fringuello; Camìn de l’àigua, uccelli; Te me disi che n’usèlo – en rossignòlo, uccello, usignolo, uccellino; I sómi, civetta; Di vòte – er pu di vòte -, uccello; Lèghi (I), passeri; Aa Fortéssa, uccelli.

 

~

 

Paolo Bertolani (La Serra, 26 gennaio 1931 – 19 febbraio 2007)

 

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Piccola bibliografia poetica di Paolo Bertolani:

1960    Le trombe di carta, Sarzana: Carpena (poi Lerici: Contatto, 2004)
1976    Incertezza dei bersagli, Milano: Guanda
1985    Seinà, Torino: G. Einaudi
1988    ‘E góse, l’aia, Parma: U. Guanda
1989    Diario greco, Bergamo: El bagatt
1994    Avéi, Milano: Garzanti
1995    Sotocà, Dogliani : Liboà
1998    Die, Reggio Emilia: Diabasis
2000    Aiete : (Ariette), Bollate: Signum
2001    Libi, Novara: Interlinea
2002    Se de sea, Genova: San Marco dei Giustiniani
2004    Piccolo cabotaggio, Lerici: Contatto
2005    Raità da neve, Novara, Interlinea

Etna ~ Ernst Jünger

*

Etna Blog 1

Sguardo sull’Etna

 

(…)

 

Taormina, 14 settembre 1977

Mattino senza vento. Sull’Etna un calice di fumo grigio-violetto si espande su uno stelo oscuro. Culminava in un boccio di bianche magnolie. Poi il vento orientò l’immagine in senso orizzontale: il calice si cangiò in una tetra montagna, la sovrastante magnolia in una teoria di nivee cupolette. Da ultimo rimase un sottile vessillo sopra il mare africano. Poco dopo è iniziato un nuovo spettacolo: dal cratere scaturiva un imbuto gigantesco – uno di quei funghi che si allargano sul terreno privi di gambo.

Goethe, il cui Viaggio in Italia ci accompagna, parla poco dell’Etna, pur avendolo osservato da diverse località, compresa Taormina; tanto più si diffonde invece sul Vesuvio, che però ebbe l’occasione di vedere in piena attività, come il 2 giugno 1787 da Napoli.

La vista dei vulcani risveglia la sensazione di essere più vicini non soltanto al titanismo della terra, ma anche alle potenze cosmiche. Non può sottrarsi a ciò neppure il nettunista più risoluto. Io posso considerarmi uno di loro; fin da ragazzo la magia di un ammonite mi ha dato emozioni più intense di quella dei bei cristalli.

In cosa consiste il godimento dell’«intuizione perpetua»? di certo nella semplificazione; lo spirito muove dalla molteplicità all’unità. Sotto le parole e le immagini, dietro i numeri e i segni si rivela il segreto della matematica. Quanto ci stupiva per l’inflessibile coerenza, opera immediatamente.

Pomeriggio sull’Etna; prima in autobus fino agli ultimi alberi, poi sotto il cratere con le Land Rover e infine a piedi sulla lava dentata, tra vapori sulfurei, fino alla randa. Avevamo sperato di ammirare il celebre tramonto, ma il tempo non era favorevole. Questo chiariva meglio il punto di vista di Weininger.

(…)

Taormina, 17 settembre 1977

Sotto un vento debole l’Etna portava una penna di cigno al cappello; questa piegò lentamente all’ingiù, velando le falde.

Sull’altra terrazza, del cibo per gli occhi: il fiore del cactus che si arrampica sul muro era aperto, un calice verde pallido con la corolla bianca e più di cento filamenti. Il pistillo, l’organo femminile, era foggiato a stella, formava un piccolo fiore in seno al fiore maestoso che si spalancava al cielo come una campana. Un’ape scura a strisce luminescenti ruotava attorno al pistillo senza sfiorare i filamenti, benché questi ondeggiassero al turbinio delle ali – battagli per uno scampanio impercettibile. Già nel pomeriggio questo splendore penzolava vizzo e insignificante.

Taormina, 18 settembre 1977

Il vento spirava verso la città sospingendo dall’Etna candide palle di nuvole; ma esso dové cambiare direzione, perché ai due lati della vetta si disposero ali poderose, simmetricamente ripiegate.

Di sera un fiotto di luce sbucò tra le nuvole, come nella Battaglia di Alessandro. [1]

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Taormina, 21 settembre 1977

Un lieve strato di neve sul versante nord dell’Etna; più che innevato il fianco pareva cosparso di polline. Sulla cima si levò per breve tempo il pino classico di Plinio. Oggi il fungo atomico ha rimosso questo paragone.

Ne ho parlato in terrazza con il maître d’Hotel; al tavolo egli dà l’impressione di parlare correntemente il tedesco – in realtà il suo vocabolario si limita alle necessità del servizio. Chi mi ricordava costui? – forse un suo collega del Raphael a Parigi? Non mi veniva in mente. In genere mi sembra di ricordare meglio i tipi che gli individui – questo presenta dei vantaggi e degli svantaggi.

La vicinanza di un vulcano fissa l’attenzione in una direzione che non conoscevo. Non si tratta di fenomeni cosmici alla stregua di un’eclissi solare o delle lunazioni, ma di scenari che collegano la terra con gli altri corpi celesti. In un passato remoto, quando i vulcani lunari erano attivi, l’aspetto del nostro satellite, e in particolare la sua silhouette, dev’essere stato inquietante e insieme affascinante.

Inoltre: se un tempo, poniamo nel carbonifero, la terra era avvolta in un fitto strato di nubi, gli astri e persino il sole dovevano essere invisibili, ma non i vulcani e le loro eruzioni. Malgrado ciò l’influsso degli astri fu avvertito in modo più profondo.

 

(…)

 

Taormina, 29 settembre 1977

Dapprima l’Etna era avvolto in un mantello con la vetta sporgente dal bavero. Poi l’ornamento si è compresso a guisa di cintura, mentre in alto torreggiavano nubi maestose. Il vulcano è chiamato qui con una parola di origine araba, Mongibello, o anche semplicemente «il monte». Platen lo ammirò da Taormina, verosimilmente dal teatro: «Tenere, fugaci nuvolette volano attorno all’Etna innevato, / Mentre chiaro come uno specchio appare l’abisso del mare».[2]

Al sorgere del sole la vista della vetta dev’essere magnifica. «Ci si trova al centro di un immenso orizzonte. Le isole Eolie salutano con le loro colonne di fumo il padre Etna; d’inverno, quando il cielo è molto chiaro, si scorgerà il mare fluttuare tutt’intorno all’isola». Così un viaggiatore nel Baedeker del 1906.
Attraverso i giardini di Naxos fino alla foce dell’Alcantara. Fra le pareti della gola mi rammentai di lontane incursioni, durante le quali avevo paventato l’accerchiamento. Ma ora le sentivo come una via di fuga dalla turbolenza che regna tra i grattacieli. Gechi scuri, lucertole brune e verdi guizzavano nelle fessure; per la strada solo un carro carico di frutta.

Taormina, 30 settembre 1977

 

Il monte si staglia nitido nella sua massa imponente; domina come un potente tiranno di cui si osservino i proclami anche in tempo di pace. Nel pomeriggio la colonna di fumo salì a grande altezza e piegò ad angolo retto in direzione del mare, stratificandosi nella bonaccia.

Commiato dalla città. «Grazie a Dio, tutto quello che abbiamo visto oggi è già stato sufficientemente descritto da altri» (Goethe, Viaggio in Italia, 7 maggio 1787).

E quanto si è aggiunto nel frattempo è appena degno di menzione: riguarda solo la distruzione. Verso la fine del secolo scorso, quando principi e professori venivano qui a passare l’inverno, esisteva ancora un equilibrio tra il paesaggio, gli stranieri e la gente del luogo, e questo era foriero di ricchi frutti. Le orde di turisti che irrompono quotidianamente si fermano solo per poco tempo. Una volta era raro prendere bagni di mare, si viaggiava in carrozza e si andava a passeggio indossando un abbigliamento più formale.

 

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Wilflingen, 5 ottobre 1977

 

Di nuovo a casa. Cerco di sistemare alcune cose che non coincidevano con quella pre-figurazione [Vor-Stellung] che ricaviamo dai ricordi di letture giovanili e resoconti di viaggiatori. Alla fonte Aretusa mi aspettavo infatti di trovare un intrico di papiri, non certo un bel mazzo di piante penosamente sacrificato in una vasca.

Seume scoprì quelle piante, e invero «in tale quantità che a stento potevamo farci largo con la barca»; ma aveva risalito il corso dell’Anapos partendo dal porto.

(…)

Seume ha scalato l’Etna nell’aprile del 1802, insieme ad alcuni ufficiali inglesi provenienti da Malta; sulla vetta c’era la neve alta. Questo gli ispira il detto: «se ne sta sempre col berretto bianco e la pipa in bocca». Sosteneva che al confronto il Vesuvio non era che un mucchio di terra scavato dalle talpe, e che difficilmente si sarebbe trovato in tutta Europa un passaggio che racchiude così tante bellezze.

Weininger, al contrario, provò angoscia di fronte alla «grandiosa spudoratezza» dell’Etna. «Un cratere ricorda il deretano di un mandrillo». Gli sono ostili la terra, il serpente, il sesso. Perpetua disse una volta: «Si è ucciso in autunno? – me l’immaginavo». Se c’è un suicidio che deploro questo è il suo; nello scritto Über die letzen Dinge, che concepì a Siracusa, risuona piuttosto un’ouverture che un finale, ma anche il pericolo di non essere all’altezza del proprio compito. Avrei cercato volentieri quel passo in cui egli suppose che Nietzsche, a un dato momento, deve aver pensato di essere diventato un dio – ma ero stanco di consultare libri.

* tratto da:
Ernst Jünger, Viaggi in Sicilia ; a cura di Giuseppe Raciti ; Palermo : Sellerio, 1993 – Collezione : · Biblioteca siciliana di storia e letteratura. Quaderni ; 75 – Trad. di Giuseppe Raciti –  Titolo orig.: Aus der goldenen Muschel, Blick auf den Ätna. – [ISBN] 978-88-38-90984.9 – CCD · 914.5804915 (20.) Geografia. Sicilia e isole adiacenti. Viaggi. 1922-1943

note:

[1] Si allude all’opera conservata al Museo Nazionale di Napoli.

[2] «Zarte, vergängliche Wölkchen umfliegen den schneeigen Ätna, / Während des Meers Abgrund klar wie ein Spiegel erscheint».