Subiaco ~ Max Jacob

Dupérac, Étienne - Giardini a Villa d'Este (1560-1575)
Dupérac, Étienne – Giardini a Villa d’Este (1560-1575)

Subiaco

[1925]

Il tramvai di Tivoli: ci mette tanto tempo a partire da riempirsi e svuotarsi sul posto, la gente ormai dispera di partire.

Canamas (1), tra i piaceri di Tivoli e i doveri di Subiaco non esita, a meno che qualcuno non lo trascini facilmente verso Tivoli.

Rovine romane, desolazione romana. Per ore nessuna consolazione eccetto di un bianco monaco, italiano, l’aria olandese e di un tedesco bruno e roseo. D’un tratto, la montagna coperta di splendidi ulivi, di cipressi. È la Villa Adriana, che non vedrò perché il mio dovere è raggiungere Subiaco (2) e non si finirebbe più.

Tivoli è una città con istituto magistrale, ecc.. Le vetture. È una città su un monte circondata da monti. Dalla stazione, le vetture vi conducono sul monte di fronte: qui la tipica città sopra un monte con torri, mura, case piatte ed ornate! C’è una cascata alta ottantasette metri, più lontano, un’altra, sullo stesso piano, e una terza. Questa è la culla del paesaggio in Italia, in Francia, ecc. … questi grossi massi ricoperti di edera sono serviti da modello a Poussin e a tutti i convittori della villa Medici. È comprensibile: perché non manca nulla alla bellezza tale quale è stata concepita dai nostri pittori. In alto c’è perfino un tempio rotondo. Tutt’attorno hanno costruito un ristorante. Nella valle scorre l’Aniene, fiume verde chiaro, trasparente. In fondo, dall’altra parte della valle, cioè dalla parte dello spettatore, c’è una chiesa; pare che fosse quella la villa Virgilio Maro. In basso, di fronte, questo quadrato grigio, è quella di Mecenate, e accanto a me quella di Orazio. I miei anni di collegio si sono dati appuntamento in questo paesaggio storico. Ne sono entusiasta. Lo sono molto meno di scendere nelle profondità della cascata. Grotte, ascensione; sono le undici e fa un gran caldo.

Pranzo nel cortile di un’umile trattoria, sotto dei pampini. Arriva un suonatore con un fonografo. “Terribile”, dicono i Tedeschi e gli danno un po’ di soldi affinché capisca; il suonatore saluta e se ne va. Purtroppo il padrone non l’intende così; gli pareva fosse derubare i propri clienti. Non lo tollera. Gli corre appresso e lo forza a darcene per il nostro denaro. I Tedeschi ridono, anch’io. Il suonatore vessato dopo aver estratto lo strumento [la frase si interrompe]

Ingresso di due carabinieri, ricevuti con rispetto, che per la gente di qui non è buono auspicio.

Tenera e familiare villa d’Este (3), come ti preferisco ai castelli della Loira! Le pitture sui tuoi muri di fattoria non sono capolavori ma riflettono i paesaggi d’intorno; le tue sale di fattoria sono fresche, spaziose, le tue terrazze non hanno pretese, e salvo due o tre archi di trionfo, del resto molto belli, non ti trucchi. Si dice che le signore che l’hanno abitata si occupassero all’occasione di cucina, la qual cosa non impediva di amare le arti e ricevere i grandi delle loro conoscenze. Poiché qui sono stati ricevuti re, cardinali e vescovi. Questo si sente. Erano ricevuti senza sussiego. Il sussiego è un’invenzione della borghesia per marcare le distanze che altrimenti non esisterebbero. C’era forse l’orgoglio del nome, ma il nome era un valore abbastanza indiscusso per permettere la semplicità, la familiarità stessa. Ecco cosa significa per me la semplice grandezza italiana della villa d’Este.

Nel treno da Subiaco un padre e un figlio tedeschi, con binocoli e guide, si chiedono in tedesco quale sia il significato francese della parola francese “esthète”. Capisco quanto basta per ridere malgrado l’afa dei vagoni affollati.

Dopo Tivoli, il treno segue una valle piatta, coltivata da numerosi contadini. Le montagne sono coperte d’alberi a mezza costa e deserte in alto. Ogni monte regge un villaggio. Quando sono dello stesso colore della pietra della roccia è bellissimo.

Visibilmente i pochi tedeschi del treno viaggiano per studiare l’antichità: sempre meglio che non studiare per niente, come faccio io.

Queste acque forniscono l’acqua potabile a Roma, alimentano una centrale elettrica. Questi paesi d’egloga e di santi sono diventati industriali. Nell’acqua pura dell’Aniene si trovano anche maiali fangosi.

images (4)

Man mano che la valle si stringe e le vigne s’infittiscono, i villaggi e le stazioni sono più numerose e più familiari. Il treno non si decide a lasciarle. Si sosta nelle stazioni trasformate in conversazione. Arrivo. “Subito”, come si dice in Italia, la città a grappolo sulla collina; termina in punta con quadrilateri di monasteri, chiese o mura. Una graziosa strada con un filare di acacie costeggia il fiume, attraversa una città accidentata, che ha i suoi cinema, serpeggia in questa pace montana e in questa polvere di sole antico, che ha un sito di fronte alle montagne, precipita nel vallone, e risale nel verde. La natura è tutta verdeggiante, ma il verde colma un serpente di roccia, un gladio che ha spaccato montagne aride e fatto spuntare una trina verde indistinta. La vettura è una vecchia vittoria in travicelli molto leggeri il cui sedile si trova al livello dei miei piedi. Il cocchiere è un brav’uomo. Mi dice parole di cui non capisco nulla e mi abbandona in piena montagna davanti a scalini di sassi ruzzolanti e polvere, mostrando vagamente col dito qualcosa. Comincia la salita! Fa molto caldo, non sono calzato per le rocce, la strada gira, anche la mia testa; il cuore non sta meglio né l’umore. Incontro un prete con una signora. Gli parlo in cattivo latino, mi fa lo stesso gesto vago del cocchiere.

Delle donne escono da terra: Bambini, Mangiare! Italia, padre della fede e della bellezza, sia! E madre della mendicità, per favore. Un muro in questo deserto di sassi e di sole; perché, sembra fatto apposta, il verde di fronte, dall’altra parte del vallone. Il muro ha una porta, questa porta parla solo italiano e non ha l’aria di apprezzare il mio latino. Il nome del Padre Abate Generale fa uscire un giovane Padre erudito, la faccia segnata dal lavoro, per spiegarmi che il Padre Generale è a cinque minuti da lì. Occorre riprendere la salita, non c’è neppure un sentiero, c’è soltanto afa, sudore e scarpe che fanno male. Un albero, dieci alberi, ancora un muro e una faccia piena di bonomia. Mi spiego in latino. La figura piena di bonomia, che ha soggiornato a Lourdes un anno, mi risponde in francese, mi indica un barile colmo d’acqua di cisterna per lavarmi, mi porta un asciugamano e va a cercare il R. P. Abate Generale che conosco e mi riconoscerà quando mi sarò spiegato. Ho guadagnato il Paradiso e lo trovo; sopra il precipizio, una loggia tutta dipinta di affreschi del XIV e del XV; poi attraverso un santuario cupo e dorato ma semplice, con volte interrotte da impiantiti di piastrelle usate. Nessuna pretesa; niente del Montecassino ufficiale. Tutto è semplice e amabile come il portiere; il R.P. Abate mi viene incontro, mi conduce lui stesso in un grande parlatorio bianco, ornato di alcune rare pitture. Che oasi in questa montagna selvaggia! Un giovane Padre porta del vino e una caraffa d’acqua. Fornisco notizie di Saint-Benoît (4); parliamo del passaggio del R. P. Generale, dell’eloquenza dei monaci paragonata a quella dei secolari; cito dei fatti, sono a mio agio. Il R. P. Generale mi lascia affinché io visiti i santuari, la grotta in cui ha dormito san Benedetto giovane e mille tracce, mille pitture senza nome d’autore, il che mi piace molto, e delle pitture antiche frammentate in qua e in là sui muri. Ecco un balcone coperto da cui si vede tutta la valle, e un villaggio a qualche chilometro, che è collegato con il resto dell’universo solo attraverso un sentiero sul precipizio. Non si ricevono spesso lettere, suppongo, né carri, né automobili. Pare che arrivino visitatori al Sagro Speco da Subiaco. Sì! Tutti i giorni! Niente ferma il vero turista. Io non sono che un turista mancato; non sono fatto per questo. Ma come è dolce essere circondato di carità! Devo tornare al primo monastero che ho incontrato. Là avrò la cena e un letto, ritornerò qui domattina alle sei per la messa. Perdiana! La carità non è affatto identica a quella del R.P. Generale, no? Un uomo superiore per cuore e spirito, per tatto e fede, è molto raro. Nel cortile ci sono dei muratori; il grosso frate, tornito come una terracotta, che mi accoglie si occupa più di loro che di me. Eppure è lui che mi ha condotto in questa sala dove scrivo. Muri bianchi, quattro canapè Luigi Filippo con ornamenti italiani, sei poltrone Luigi XIII tappezzate di ricami rosa su fondo crema. Dalla porta aperta scorgo il portico di un chiostro.

Ho il permesso di andare ovunque: i cortili sono numerosi, circondati da chiostri aventi ciascuno un colore diverso secondo l’epoca della loro costruzione. Tutti hanno fiori in abbondanza, un pozzo. Ma gli spazi tra le colonne non sono che finestre di cui alcune danno sul fondo, altre no. Incontro il mio monaco di poc’anzi, con un cappello panama e un grembiale blu. Innaffia; un altro raccoglie un mazzo di fiori per l’uomo, imprenditore o architetto, che ripara un’entrata, in un altro cortile. E ovunque fanciulli vestiti da prete, a tre o quattro, che si divertono e, con la loro carnagione chiara e gli occhi vivaci, sembrano l’immagine della felicità paradisiaca. Ce ne sono di un po’ più adulti.

Sotto questi portici rivedo affreschi più o meno cancellati e perlomeno non ritoccati, una colonna antica, un’altra, vasi di piombo con piante di verdi, frammenti gotici, una porta solenne, più grande del chiostro e che conduce alla cappella.

Mattino. – Ho dormito in un dormitorio al piano terra. Mi aveva molto commosso che un frate si occupasse di me durante e dopo il pasto! M’intratteneva in latino; mi ha rivelato il suo ruolo nel monastero. Accoglie gli stranieri. Gli rispondo che mi sembrava vocato a tale ruolo per la sua amabilità di cui lo ringraziavo, ma la sua faccia è diventata fredda e un po’ dolorosa. Il tempo dedicato agli stranieri è sottratto ai suoi studi. Inoltre è professore di storia e di lettere per i seminaristi. La conversazione non poteva durare a lungo, poiché c’intendevamo solo in latino e il mio latino è scarso. Questa mattina aspetto che la porta sia aperta per riprendere quel sentiero di montagna senza sentiero che porta al Sagro Speco in cui devo ascoltare la messa; i miei dolori sui sassi sono meno vivi poché non c’è ancora sole. La natura è calma e fresca: aleggia ancora un po’ di notte sotto i pochi alberi che nascondono il secondo monastero, e la sua facciata di un piano addossata alla roccia e sospesa sul vallone riflette la pace del cielo. La piccola porta è aperta, la loggia è solitaria, un campanello nell’ombra m’indica una messa iniziata. È detta in una d queste cappelle a volte molto basse, interamente dipinte e che un niente di marmo decora per distinguerle dalla roccia rosa. Qui è quasi notte. Le volte sono ineguali.. d’altronde sono sullo stesso piano benché abbiano di fronte un muro alto, cupo, interamente dipinto; ma ce ne sono altre, qui e là lungo una scala interrotta e indefinibile. Le pitture opache quasi senza oro, quasi tutte di un’arte molto antica, di artisti ignoti ed è bene che sia così. La messa qui è una vera messa, senz’altro pubblico che il vecchio domestico che la serve, e una donna inginocchiata a terra sul piancito levigato. Pian piano, le altre cappelle si animano, i monaci del Sagro Speco vengono a dire messa ed è bello, in questa montagna arida, in questa casa inerpicata, queste pianete e questi ceri che dall’XI secolo ripetono lo stesso gesto sublime d’invocare Dio sull’altare e di farlo morire per la terra. O benefica messa, ho mai sentito tanto come ora la tua bontà?

Quando ritorno per la colazione al monastero di Santa Scolastica gli uccelli cantano nei roseti; alcuni fornitori contadini portano vivande sul capo, (ho contato e contato male, perché ce ne sono di più) più di cento persone nel refettorio in cui mangiavo ieri sera, il resto della casa è rimasto nel più grande silenzio, ognuno lavorando nella propria cella o pregando.

Ho pranzato con due uova, ciliege e un’insalata di carciofi. Addio, cara casa. Perché non restare qui? Perché dire addio a voi e non al mondo? Verrà mai quel giorno in cui potrò sciogliermi dal mondo, dai contratti e fuggire. Ecco l’assillo della pace e del sole, della preghiera.

note:

(1) Albert Canamas, una sorta di controfigura di Jacob e personaggio di un romanzo rimasto allo stato di abbozzo.

(2) Ad alcuni chilometri da Subiaco sorge il Monastero di S. Benedetto o Sacro Speco (mt. 640). San Benedetto, lasciando Roma nel V secolo, si rifugia in una grotta e fonda un monastero per l’ordine benedettino.

(3) La Villa d’Este, convento benedettino trasformato nella seconda metà del Cinquecento dal cardinale Ippolito d’Este, sul progetto dell’architetto e pittore Pirro Ligorio. Lo stesso Ligorio è incaricato ad iniziare nel 1549 gli scavi di Villa Adriana di Tivoli.

(4) Saint-Benoît-sur-Loire.

(*) tratto da

Max Jacob, Carnet. Viaggio in Italia; a cura di Adriano Marchetti; testo originale a fronte; Genova – Milano; Marietti, 2004, pp. 35-55. Coll. “I rombi – nuova serie”, 38; tit. orig.: Carnet de Voyage en Italie; ISBN 88-211-6339-3

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