Una strage ~ 10. Le storie di Masseto

 

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«Ho vissuto a Meleto tutta la mia vita»

 

Nella metà del 1944, Meleto[1] è un paese che vive ai margini del comune di Cavriglia nel lembo estremo della provincia di Arezzo, abitato da circa 500 persone. A causa dei bombardamenti alleati su San Giovanni Valdarno, il centro più grande dei dintorni, ospita in quel periodo molti sfollati che occupano case di amici o affittate da abitanti del posto; altri sfollati vengono da città ancora più lontane, Firenze, Roma, Trieste, Livorno, ma tutti ovviamente hanno parenti o conoscenti nel paese. Anche un remoto e insignificante abitato nel tragico momento dell’approssimarsi del fronte diviene il concentrato delle storie più diverse, quasi un piccolo quadro della disperante condizione di una popolazione allo sbando, senza autorità statale, senza certezze abitative, precarietà di lavoro, incertezza massima sul futuro, paura della proverbiale durezza tedesca, divisione sulla lotta partigiana. Il paese tuttavia nell’insieme ha  sostenuto l’opposizione al regime, il parroco, unica figura di un’autorità riconoscibile, non ha mai aderito all’esperienza fascista, sostenendo in senso materiale con viveri ed altro gli stessi Partigiani. La brigata “Castellani”, che opera nei monti circostanti, assai numerosa e determinata, conta diversi uomini del paese.

Meleto nell’ultima tragica estate di guerra non ha cambiato il volto di un anonimo paese in massima parte contadino, con piccoli esercizi commerciali e le più comuni attività artigianali: tutti si conoscono e si ritrovano la domenica attorno al circolo ricreativo o al Monumento ai Caduti della Prima Guerra che attorno a disordinate piante ospita alcune panchine e lampioni; la Chiesa di Santa Cristina ristrutturata negli anni Venti domina il paese dalla piazza centrale; la scuola elementare ospita in quel momento alcuni sfollati e ha continuato la sua precaria attività educativa. La vita contadina arriva sin dentro il paese e i coloni occupano aie e case che segnano la topografia locale: entrando ed uscendo da Meleto si doveva passare o lambire gruppi di case che prendono nome dai contadini che le abitano, Melani, Benini, Sottani, Pasquini, Bigi, Pecci; le vie di uscita che si perdono nei campi si chiamano Dorce, Scarlino, Borramole, Le Coste, toponimi antichi che trovavano ragione nella vita quotidiana di un universo chiuso e autoreferenziale.

Tra l’arrivo di Danisch a San Martino e la partenza dei camions da Santa Barbara il PRO registra alcuni brevi momenti nelle testimonianze per Meleto, per lo più donne, che parlarono per chi non poteva più testimoniare. Si entra così in un caleidoscopio di storie intime e uniche pur nella ripetitività di un medesimo destino.

Sono una vedova con due figli e ho vissuto a Meleto tutta la mia vita. In questa nostra casa viveva anche mio cognato, Ferdinando Coccoloni, di 73 anni, un minatore in pensione. Verso le ore 5,30, mio cognato lasciò la casa e disse che sarebbe andato a lavorare il suo pezzo di terra presso la casa colonica del Benini. Mio cognato era in buona salute come al solito, quando quel mattino presto se ne andò. Quella fu l’ultima volta che vidi mio cognato vivo.[2]

Il racconto della moglie di un operaio di 67 anni, Annunziata Forasti, fu l’unico che partì da una funzione religiosa che si svolge in Chiesa quella mattina, prima dell’arrivo dei soldati tedeschi.

Sono una vedova di 61 anni e vivo a Meleto. Verso le ore 6,30, lasciai mio marito Umberto Forasti, un operaio di 67 anni, in casa mentre io andai alla Messa nella chiesa del paese.[3]

Anche Nada Gonnelli raccontò che era in Chiesa quella mattina insieme alla sorella maggiore e quando uscì trovò il paese ormai invaso dai tedeschi.[4]

Loretta Benini, nipote di don Giovanni Fondelli, fu avvertita dallo zio della sua intenzione di recarsi a San Cipriano ad officiare la Messa. Quando Loretta inizia il suo racconto, la troviamo mentre esce per comprare il latte da un contadino.

Ho 21 anni di età e ho lavorato come domestica di mio zio, Don Giovanni Fondelli, durante gli scorsi due anni. Mio zio aveva 59 anni ed era stato il Parroco del paese di Meleto nei passati 19 anni. Verso le ore 7, ero nella sua casa a fare le faccende domestiche, quando egli uscì, dicendomi che sarebbe andato a San Cipriano per celebrare la Messa. Poco dopo la sua par­tenza, andai alla casa colonica del Signor Pasquini per comprare del latte.[5]

Quarantacinque anni dopo, la donna darà una testimonianza diversa e affermerà che lo zio la invitò ad andare dalla madre quando ancora era in canonica, vista la situazione di pericolo che si stava prospettando.[6]

Tra i tanti successivi tentativi di fuga vi fu anche chi fece il percorso inverso a quello del prete, rientrando dal lavoro all’interno del paese. Forse i soldati lo lasciarono passare volutamente.

Sono una vedova che vive a Meleto. Ero giunta qui nel mese di Aprile 1944 con mio marito Orazio Failli, di anni 43, minatore, quando ero sfollata dal Porcellino insieme alla mia famiglia a causa delle incursioni aeree. Verso le ore 6,30, mio marito era tornato a casa dal turno di notte alla miniera e andò a letto.[7]

In questo lasso di tempo tuttavia a Masseto, poco fuori Meleto nel lato nord est, la tragedia è già iniziata.

 

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A Masseto gridavano «Partigianato! Partigianato!»

 

L’assedio al paese fu condotto parallelamente all’arrivo di soldati che procedevano a piedi da San Cipriano, lungo la strada che portava a San Donato e rasentava Meleto da nord. Qui furono catturati nove uomini nelle case coloniche de Le Fabbrìe e la Fattoria de i Massi, altri tre furono uccisi alla casa dei Morelli di Masseto mentre a il Casalone ne fu ferito uno che morirà la sera: primo ad essere colpito sarà l’ultimo a morire. Subito dopo, risalendo verso il paese, saranno presi gli uomini attorno la Fattoria Rosselli del Turco. Un’altra parte di questi soldati invece cinse d’assedio Meleto, presidiando le vie di uscita dalla parte nord che guarda Gaville e San Donato in Àvane. Due strade infatti risalivano l’una fino alla Fattoria di Meleto e l’altra fin sotto l’aia Pasquini al lato nord ovest. Secondo quanto dissero gli abitanti de il Casalone, che si trovava proprio lungo la strada San Cipriano – San Donato nel centro di queste abitazioni sparse, fin dalla mattina molto presto fu udito il passaggio di diversi automezzi tanto che alcuni uomini allarmati si misero in salvo nei campi.[8] I camion scaricarono i soldati prima dell’arrivo nella zona di Masseto che rimase per tutta la giornata territorio presidiato dai tedeschi.[9] Tutta questa azione, di cui la cattura di Mario Cuccoli ne segna l’inizio, va letta come un fatto collaterale all’eccidio del paese con caratteristiche tutte proprie e ricorda quanto era avvenuto a Civitella nella zona sottostante il paese al Ponte alla Palazzina dove i Tedeschi radunarono una trentina di persone fin dal primo mattino prima di entrare nel paese e dove solo dopo alcune ore, separati donne e bambini, furono uccisi 17 uomini.

Ada Pondini, che aveva abitato per molti anni in questo piccolo agglomerato di case distante l’una dall’altra un centinaio di metri, in occasione del 45° anniversario raccolse alcune testimonianze tra la gente di Masseto che sono tra le più ricche fra tutte quelle raccolte per le stragi di Cavriglia. Questa piccola comunità mantenne sempre una vita separata anche rispetto a Meleto che pure era già piccolo. Le famiglie per la loro provenienza e consuetudine sembrano proiettate più verso Figline, cittadina che si trova ancora più a nord nella limitrofa provincia di Firenze.

Secondo quanto affermò il padre del Cuccoli, fu un gruppo di circa trenta soldati a risalire da San Cipriano, attraverso Le Fabbrìe, verso Meleto.

(…) verso le ore 6, stavo lavorando nei campi del mio podere insieme a mio figlio Mario di diciannove anni, che ora è deceduto. Ad un certo momento apparvero circa trenta soldati tedeschi che camminavano lungo la strada che proviene da San Cipriano e va verso il paese di Meleto. Erano a circa sessanta metri di distanza dal campo dove stavo lavorando. Tre di questi soldati lasciarono il gruppo e vennero verso di noi, ognuno era armato di fucile e pistola. Quando furono a circa cinque o sei metri da noi, fecero cenno a mio figlio di avvicinarsi a loro. Mio figlio ubbidì, e io li osservai mentre lo scortavano via e si riunivano al resto del gruppo che andava nella direzione del paese di Meleto. (…) Quella fu l’ultima volta che vidi mio figlio vivo.[10]

A quale compagnia appartenevano questa trentina di soldati che si dispersero nella zona di Masseto tra i rastrellamenti e l’accerchiamento di Meleto? Per giungere da Santa Barbara dalla strada che Zelindo Cuccoli indicò si doveva prendere la direzione opposta a quella che secondo il Sabelli fu presa dai quattro camions. Questo particolare per lo meno ci mostra quanto sia stata scrupolosa la preparazione dell’assedio. Alla fine il racconto del Sabelli, di solito accettato come la più veritiera ricostruzione dei prodromi di tutta la strage, dà una percezione erronea delle forze dispiegate dai tedeschi con un numero di camions troppo esiguo per giungere dappertutto. L’orario indicato nella partenza da Santa Barbara e la comparsa di questi uomini già padroni del territorio è troppo ravvicinato per trattarsi delle stesse forze. D’altronde la compagnia di Santa Barbara, arrivata appena la sera precedente, non aveva avuto il tempo materiale di ispezionare questa zona e, come si è visto, non possedeva neppure le mappe di Meleto. Con ogni probabilità non erano neppure le truppe di Montegonzi o Moncioni perché, trovandosi alla estremità opposta di quei paesi, per giungere in zona avrebbero dovuto “saltare” Castelnuovo senza una logica militare. Verosimilmente perciò potrebbe essere stata una compagnia autonoma, forse coadiuvata da repubblichini, che proveniva da San Giovanni attraverso San Cipriano. Certamente era richiesta una coordinazione estremamente precisa dei tempi, dal momento che le uccisioni e le catture di Masseto dovevano anticipare ma non ostacolare il vero obiettivo che è Meleto, mentre la presenza rilevata di repubblichini del Valdarno può essere stata necessaria per permettere l’accerchiamento del paese attraverso l’indicazione del reticolo delle varie strade vicinali.[11]

Nelle prime case de Le Fabbrie insieme al figlio del Cuccoli fu catturato anche il trentottenne Ezio Corsi.[12] Nel racconto degli inglesi lo ritroviamo, quando è già stato catturato, nella fattoria di Massi, che era il centro vitale di questa piccolissima comunità. Crawley qui raccolse la testimonianza della sorella di Gino Martini, la quale volse però il suo racconto verso la figura di Ettore De Carolis, un tipografo di Roma dove lavorava e con il quale era sfollata, tornando nella casa natale. Altri due uomini, il fattore Terzilio Urbani e l’operaio agricolo Armando Gonnelli, vengono radunati nell’aia. Corradina Martini, che era semi paralitica, si ritrovò i tedeschi in camera e le fu intimato di alzarsi in fretta dal letto e andarsene. Con pudore affermò: «finalmente lasciarono la stanza, così io mi potei alzare, vestire e scendere al piano inferiore». La donna ebbe il tempo di imprimere nella memoria il soldato «che stava scortando De Carolis», la cui uniforme corrispondeva alla divisa tropicale della Luftwaffe con la tipica «insegna formata da una aquila bianca sopra uno sfondo blu di forma triangolare». Mentre Meleto viene invaso, tra le 6,30 e le 7, i soldati portano i civili verso il paese e le donne cacciate dalle case trovano rifugio in un bosco nelle vicinanze.[13]

Il mulino di Pasqualino Pratellesi si trovava lungo il borro di Meleto tra la fattoria di Meleto e quella di Massi e gli uomini già da alcune ore erano al lavoro proprio per mettere in salvo i cereali dalle razzie tedesche. Il racconto della moglie Zelinda Morandini venne rivisitato quarantacinque anni dopo dalla figlia Marisa con i medesimi particolari, come se fosse stato ripetuto più volte nel corso del tempo, arricchendosi di pathos ma mantenendo la drammaticità della memoria indelebile degli occhi di bambina.

Sono una donna sposata e ho vissuto a Meleto negli ultimi 4 anni. Verso le ore 6 del 4 Luglio 1944, ero in casa con mio marito Pasqualino Pratellesi, contadino di 43 anni, e con Pietro Nocini, di 32 anni, bracciante agricolo che lavorava per noi. Improvvisamente entrarono in casa tre soldati tedeschi e uno di loro disse, in una cattiva parlata italiana, a mio marito e a Nocini: «Fuori!». A questo ordine i due uomini uscirono nell’aia, seguiti da due dei soldati. Il soldato che era rimasto mi disse di lasciare subito la mia casa. Mentre ero in procinto di partire, stava passando Arduino Innocenti che an­dava in direzione di Meleto; nello stesso momento i soldati tedeschi lo videro e gli ordinarono di unirsi a mio marito e a Nocini, cosa che egli fece. Uno di questi soldati di nuovo mi ordinò di partire immediatamente. Quella fu l’ultima volta che vidi questi tre uomini vivi. Non sono in grado di descrivere alcuno dei soldati tedeschi. Mentre stavo andando lungo la strada in direzione della casa colonica del Morelli, che è un po’ rialzata su un piccolo pog­gio, notai che c’erano tre soldati tedeschi nei pressi della casa. Saranno stati ad una distanza di circa 100 metri da dove mi trovavo. D’un tratto uno dei soldati alzò il suo fucile e sparò un colpo nella direzione di un gruppo di ca­se, conosciuto come Casalone, a poca distanza. Nel voltarmi per vedere a cosa essi avevano sparato, udii un urlo. Vidi un uomo, che ora io so essere stato Agostino Mariottini, ricurvo verso il basso come se fosse stato colpito. Questo mi riempì di terrore e mi convinse di andare con più fretta a casa dei miei genitori a Figline, dove vi arrivai verso le ore 8.(Zelinda Pratellesi)[14]

La mattina del 4 luglio mio padre si alzò alle ore 3 del mattino e con Pietro Nocini, un suo amico, andarono alla famiglia (…) di un contadino che abitava vicino a S. Donato a portare 3 o 4 sacchi di frumento: grano, fagioli, farina ecc. (…) Da un po’ di tempo, infatti si sentiva dire che i tedeschi entravano nelle case e prendevano quello che c’era. Così poco prima delle 5 del mattino erano già tornati e si misero a fare colazione a tavola. Verso le 6 del mattino mia madre Zelinda si mise a scaldare il forno per fare il pane; ad un certo punto vide una fila di tedeschi per i Fontini (una piccola sorgente sotto la fattoria Rosselli Del Turco), allora lei ebbe paura. Andò in casa ad avvertire mio padre e disse “Pasquale, Pasquale c’è una fila di Tedeschi per i Fontini!”. Mia madre subito chiuse la porta e, mentre stava per tornare al forno, si trovò di fronte tre tedeschi armati che con violenza, entrarono in casa; poi presero mio padre e Pietro e li misero fuori appoggiati ad un muro con i fucili puntati. Mia madre e noi due figli volevano mandarci via; ma Zelinda non mollava, continuava a protestare e noi urlavamo. Contemporaneamente arrivarono altri tedeschi con un altro uomo che avevano preso per strada [Arduino Innocenti]; questi gridavano: “Partigianato! Partigianato!”. Intanto noi continuavamo a piangere, a urlare, non volevamo in nessuna maniera andare via: io mi aggrappai a mia madre e mio fratello Mario a mio padre che gli disse: ”Vai con la mamma piccino”. Tuttavia questa donna non voleva lasciare il marito in mano ai tedeschi che cominciarono a spintonarci con il calcio del fucile e a forza di spinte arroganti arrivammo sulla strada comunale. Con le urla che continuavamo a fare allarmammo tutto il vicinato. Alcuni tedeschi andarono in casa al Morelli, un contadino vicino. In quel momento arrivò un tedesco: era solo, era una persona di mezza età, con un grosso fucile e la faccia piuttosto coperta. Con molta freddezza ci disse di andare via dalle case, anche in un campo di granturco; mia madre voleva tornare indietro alla casa, dicendo che doveva prendere delle cose per i figli così questo tedesco ci riaccompagnava indietro ma non ci faceva passare dove avevano messo al muro gli uomini e questo per due volte. Intanto che facevamo questa sceneggiata si sentì sparare dal [la casa del] Morelli (…). Il tedesco che era rimasto con noi, insisteva nel mandarci via, ci disse che gli uomini li portavano a lavorare. Allora Zelinda si decise e c’incamminammo verso il Cesto, una piccola frazione di Figline, dove abitavano i nonni. (Marisa Pratellesi)[15]

Ogni abitazione dista l’una dall’altra un centinaio di metri e ogni storia rimanda a quella del vicino in una drammatica staffetta. La casa dei Morelli fu il teatro delle prime uccisioni e il fuoco del pagliaio e del fienile divenne il primo sinistro avviso che giunse a Meleto e a Massa, fino alle postazioni partigiane. Segnali che avrebbero dovuto mettere in allarme la gente di Meleto per quanto fosse ormai difficile potersi salvare. Anche qui le storie, nel corso del tempo, aggiunsero particolari e episodi non registrati dagli Inglesi. La violenza assunse il carattere della efferata gratuità e come per contagio drammatico gli stessi racconti riflettono una sorta di narrazione accrescitiva.

Marisa Pratellesi aveva concluso il suo ricordo con le parole che il babbo avrebbe pronunciato agli altri uomini di Meleto: «In un secondo tempo dal Sottani, che si salvò dall’eccidio, si seppe che mio padre e gli altri due uomini li avevano portati al Monumento; questi uomini si chiedevano che cosa gli avrebbero fatto i tedeschi, alcuni supponevano che li avrebbero portati a lavorare, ma mio padre disse: “Non vi illudete ho visto quello che hanno fatto al Morelli!”». Il più giovane dei Morelli, il quattordicenne Decimo, capì subito che non c’era da illudersi sulle intenzioni tedesche perché non appena si affacciò nell’aia un soldato gli puntò contro l’arma facendo fuoco. Nascostosi in casa i tedeschi fecero irruzione costringendo i suoi fratelli Giovan Batta e Mario, di trentaquattro e trenta anni, a uscire. Una volta ricondotto fuori Decimo fece in tempo a vedere «un uomo, […] Agostino Mariottini, camminare lungo la strada vicino alle case chiamate Casalone», mentre uno dei soldati «si portò il fucile alla spalla e premette il grilletto, ma il colpo non partì». L’altro soldato però non sbagliò, colpendo l’uomo che urlando riuscì appena a infilarsi dentro una delle case. La paura e la frenetica follia dominano la scena. Subito dopo, in­cendiarono il fienile e intimarono al ragazzo di «scappare nei monti»: questi era «così impaurito che non [se lo fece] dire due volte e [scappò] di corsa, attraverso la campagna, oltre le colline dove [raggiunse la] madre che vi era già giunta, insieme ad altre sue amiche, a circa otto chilometri di distanza».[16] Nella testimonianza del ragazzo gli inglesi non colsero un particolare agghiacciante e invertirono la successione dei fatti: i soldati infatti prima incendiano il pagliaio e poi uccidono gli uomini di fronte al fuoco che divampa (PRO: 6).

Nella medesima casa colonica dei Morelli vivevano i Simonti che in quel periodo hanno ospitato il cugino Giuseppe, un operaio di una fabbrica di ceramiche di San Giovanni Valdarno, la cui casa era stata distrutta dai bombardamenti degli Al­leati. Erminia Simonti fu molto sommaria con gli Inglesi e disse di aver fatto appena in tempo a vedere il parente mentre veniva catturato, poi in fretta e furia fu fatta scappare «nei monti».[17] Quando quarantacinque anni dopo Adelma, la figlia di Erminia che nel ’44 ha 6 anni, ricorderà quel giorno i particolari, invece di dileguarsi nella memoria, si moltiplicano e spuntano episodi dove al centro sta il vissuto dei bambini. Ecco così il ricordo della malattia, del fratello di nove anni che si getta alle gambe di Giovan Batta perché capisce che sta per essere fucilato e l’incredibile storia del neonato Antonio lasciato nell’orto dai tedeschi.

Eravamo due famiglie di contadini: noi Simonti ed i Morelli. Di quella mattina io ho il ricordo che non stavo bene, avevo un po’ di febbre. Mio padre stava nella stalla a governare le bestie, non so precisare l’ora, ma era abbastanza presto. Mio fratello Adelmo aveva 9 anni, anche lui si era alzato da letto ed era andato fuori; disse a mio padre che era nella stalla: “Vado dal Morelli”. Appena dopo qualche minuto tornò indietro di corsa gridando a mio padre di scappare perché c’erano due tedeschi che venivano verso casa nostra. Luigi Simonti (mio padre) lì per lì rimase un po’ perplesso; intanto nell’aia a spazzare c’era suo cugino, Giuseppe Simonti; lui e la sua famiglia erano sfollati a casa nostra da un po’ di giorni. Mio padre lo avvertì di scappare, e Giuseppe disse: “Ma io ho l’ernia”, e intanto disse anche alla moglie Chiara di nascondere le figlie. Mio padre si affrettò a scappare ma non riuscì ad allontanarsi molto, si nascose dietro ad una vite di un pergolato vicino casa. In quel frattempo arrivarono due tedeschi e presero subito il cugino di mio padre, Giuseppe. I due Morelli, Mario e Giovanbattista, erano scappati un po’ prima ed erano andati per i campi verso la casa del Borgheresi (contadino poco distante), ma i tedeschi videro la fuga dei Morelli e uno dei due li seguì e arrivati poco distante a questi gli disse: “Amici venire qui, noi dare sigarette”. I due Morelli si fermarono credendo davvero che non gli avrebbe fatto alcun male, ma quando furono abbastanza vicini il tedesco puntò loro contro il fucile e li riportò alla casa. Intanto l’altro tedesco aveva messo al muro il Simonti e poi misero anche il Morelli. Mio fratello Adelmo era lì nell’aia ad assistere a questo dramma. Quando si accorse che i tedeschi avevano intenzione di uccidere si buttò alle gambe di Giovanbattista Morelli al quale era molto affezionato; ma uno di questi tedeschi col calcio del fucile lo spinse via malamente. Poi mandarono via la donna e noi ragazzi. C’incamminammo verso Poggiasciutto e ci fermammo al Perfero (famiglia di contadini) che era nel comune di Figline. Appena arrivati là le donne del Morelli si ricordarono del bambino di un mese e mezzo che avevano lasciato a letto; la madre del bambino quella mattina non era a casa, perché le era venuto male al petto, per cui era andata a farsi curare. Così queste donne tornarono indietro per riprendere il bambino. Arrivate lì videro che il pagliaio era in fiamme, la casa bruciava, e proprio dalla parte dove avevano lasciato il bambino … La disperazione delle donne era grande; non sapevano come fare per andare a prendere il bambino, ma mentre stavano girando intorno alla casa, si accorsero che i tedeschi avevano messo il bambino nell’orto fra i cavoli, avvolto in una coperta. Presero il bambino e tornarono al Perfero dove eravamo anche noi, e ci dettero la notizia della casa e del pagliaio che bruciavano. Mia madre subito si allarmò perché non sapeva che fine avesse fatto suo marito. Poco dopo arrivò Zelinda, la moglie di Pasquale Pratellesi; era originaria del Cesto, una frazione del comune di Figline. Mia madre Argìa [secondo nome di Erminia] e Zelinda erano cugine, inoltre la sua casa era poco distante dalla nostra, anche lei come tutti era stata mandata via con i ragazzi della sua casa, ed il marito lo avevano preso i tedeschi. Zelinda andava alla ricerca del marito e mia madre si aggregò a lei.[18]

È normale che l’episodio così drammatico del neonato si presti ad una continua rimitizzazione proprio per la sua “straordinaria” particolarità. Ma è tutta la vicenda di Masseto che assurge a inizio della tragedia a cui si deve tornare e da cui si sarebbe dovuto essere messi in allarme. In Boni, ad esempio, invenzione, finzionalizzazione e riposizionamento dei protagonisti secondo una trama d’effetto trascende sempre nel racconto da epopea contadina. Così quando i tedeschi entrano nel paese di Meleto avrebbero portato con sé un altro fratello dei Morelli, Benito, il quale, fucilato insieme ad altri nell’aia Melani, si sarebbe salvato sotto i corpi degli altri e ritrovato addirittura la sera dalle donne. La tragedia ormai è divenuta leggenda.[19]

Zelinda, prima di fuggire con la cugina Erminia e i propri figli aveva incontrato Gesuina, la moglie di Agostino Mariottini colpito dal soldato, che in lacrime le dice: «Vado a chiamare il dottore, hanno ferito mio marito!». Qui si esalta la centralità della figura della donna nelle storie di Masseto, che si oppone con coraggio alla violenza tedesca, raccoglie ciò che può essere salvato, cerca contro ogni logica militare di superare la barriera della guerra e per farlo si beffa dell’ordine maschile.

In assoluto il Mariottini fu il primo ad essere colpito da un’arma da fuoco, ma sarà anche l’ultimo a morire, agonizzando per tutta la giornata dell’eccidio.[20] Quando sono sopraggiunti i Tedeschi Gesuina ha atteso con preoccupazione Agostino che pericolosamente era rimasto fuori la sua abitazione de il Casalone per «fare qualche lavoro nel suo appezzamento di terra». In quel momento evidentemente il Casalone appare come un luogo dove ci si può rifugiare, a dimostrazione che forse i tedeschi a piedi dalle Fabbrie svoltarono al ponte verso la Fattoria de i Massi e dopo scesero al mulino del Pratellesi, “saltando” proprio il Casalone che rimase loro fuori vista. Tutti gli uomini sin qui catturati saranno condotti a Meleto ad eccezione dei Morelli e del Simonti che evidentemente furono uccisi da coloro che non dovevano raggiungere il paese ma sostare a presidio nella zona. Racconterà Gesuina:

stavo aspettando il suo ritorno da un momento all’altro. Improvvisamente udii qualcuno urlare, nella strada all’esterno della casa. Andai alla finestra e vidi mio marito, leggermente piegato in avanti, procedere verso la porta di casa. Sembrava che fosse stato ferito. Mi precipitai giù per le scale in suo aiuto. Mentre lo stavo sorreggendo, pronunciò queste parole: «Mi hanno preso». Lì per lì non mi resi conto cosa voleva dire mio marito con questa espressione. Lo aiutai a mettersi a letto, e allora scoprii che, oltre ad una ferita al braccio destro, ne aveva una nel di dietro, all’addome, che io subito fasciai.

La donna decide così di sfidare l’arroganza dei soldati ed “entra” con loro in paese

Verso le 7,30 andai nel paese di Meleto alla ricerca del dottore. Non cercai di andare direttamente al centro del paese, ma ne restavo ai margini. Lungo la strada tuttavia incontrai un soldato tedesco, il quale mi fece passare dopo che gli ebbi fatto il sa­luto fascista. Purtroppo quando riuscii ad arrivare all’abitazione del dottore, mi resi conto che non era più in casa, così ritornai per la stessa strada così come ero venuta.[21]

 

note:

 

[1] Il paese trova citazione in Emanuele Repetti: «Meleto d’Àvane, o di Pian Franzese [Àvane, probabilmente da ad venam, luoghi dedicati alla caccia per i Signori del luogo]. Villa e popolazione sotto il titolo di S. Cristina a Meleto, nella Comunità di Cavriglia, Giurisdizione e quasi 4 miglia a ponente di San Giovanni, Diocesi di Fiesole, Compartimento di Siena. Risiede a mezza costa del monte, la cui giogana [giogaia: serie di monti] separa il Val d’ Arno superiore dalla regione del Chianti, in una piaggia denominata Pian d’Àvane, che poi si disse Pian-Franzese dalla famiglia Franzesa detta Foresta, la quale costà fra Cavriglia e Gaville andò acquistando varie possessioni. […] Il popolo di S. Cristina a Meleto costituiva parte dell’antica Lega d’Àvane, e una comunità sua propria prima della riforma Leopoldina; comecchè la parrocchia di S. Cristina a Meleto nel 1551 non avesse che 295 abitanti e solamente 246 nel 1745. La stessa parrocchia nel 1833 annoverava 456 abitanti» (Repetti 1839, III:  186-7).
[2] Dichiarazione del 21 Novembre 1944, di Pia Masini nei Coccoloni, che testimonia per il cognato Ferdinando Coccoloni, in PRO: 132.
[3] Dichiarazione del 24 Ottobre 1944 di Annunziata Simecatti, coniugata con Umberto Forasti e indicata erroneamente come Sinicatti, in PRO: 147.
[4] Testimonianza n. 28 in R4L1944.
[5] Dichiarazione del 30 Ottobre 1944 di Loretta Benini in PRO: 114-115. Indicata erroneamente con il nome di Liretta e figlia di un’altra vittima, Gino Benini, qui testimonia per lo zio parroco. Sembra che tutti gli orari siano spostati temporalmente in avanti, perché tutte le testimonianze ci dicono che dopo le 7,00 i tedeschi hanno già occupato il paese e catturato molti civili. Come affermò Ugo Mulinacci, che abitava presso l’aia Pasquini, «la mi’ mamma (…) andò laggiù, in Barberino, c’era du’ contadini, i’ Benini e i’ Meacci, vendevano i’ latte, e l’andò a prendere il latte» (PMNSC: 225). La casa colonica dove Loretta va a prendere il latte perciò dovrebbe essere proprio quella della propria famiglia Benini e non il Pasquini. La donna infatti incontrerà il prete insieme ad altri uomini scortati da cinque soldati, che corrispondono a coloro che sono stati catturati attorno a Masseto e a Barberino di sotto, nella medesima zona dove don Fondelli fu fermato. E’ probabile che don Fondelli dovesse concelebrare la Messa con altri sacerdoti perché, come si è visto, anche don Cicali, Parroco di San Martino, attorno alle ore 5,30 sta partendo «come era solito» per dire la Messa a San Cipriano. Sulla figura di don Fondelli si veda Romano Macucci (1994: 79-88).
[6] Testimonianza n. 26 in R4L1944.
[7] Dichiarazione 144 del 7 Novembre 1944 di Teresa Nocentini, coniugata a Orazio Failli, in PRO: 142.
[8] Testimonianza n. 6 di Rina Mariottini in R4L1944. Per la preparazione di questo assedio secondo Mario Carusi (testimonianza n. 12) vi sarebbe stata già la sera precedente un sopralluogo tedesco alla casa Sasso, alla periferia nord ovest di Meleto, a cui si poteva accedere da questa strada.
[9] Si veda a questo proposito quanto affermato da Gino Giotti (testimonianza n. 10 in R4L1944) e da Giampaolo Camici, il quale in un’intervista alla madre, Cesarina Quartucci Camici, del 23.11.1994 (AEP), interviene per riferire sulla presenza di un Italiano in questa zona. «(…) Uno che allora aveva forse l’età di… dieci anni, dieci undici anni, e abitava laggiù vicino alla diga, al ponte lì, nella zona del ponte [presso Masseto] (…) mi disse: “Io ho aiutato un Italiano, io ho aiutato un Italiano…” Dice era qui, nella cintura della zona, nella strada di accesso (…), che l’andava a San Cipriano (…).  Lui gli aveva aiutato un Repubblichino, quello gli era un Repubblichino – dice – gli aveva un impermeabile co’ una moto d’allora: gli s’era spaccato una gomma. Addirittura, dice, io gli ho aiutato mettere la paglia dentro la rôta, perché dopo quest’affare lui si dette a gambe, perché ’un voléa rimane’ lì, perché se no – dice – era sospetto, insomma. “Io ho aiutato un Italiano…” e era il 4 Luglio, la mattina, gli era nella periferia d’i’ paese».
[10] Dichiarazione 176 del 21 novembre 1944 di Zelindo Cuccoli, erroneamente indicato come Zelinda, in PRO: 135.
[11] Anche il numero dei soldati deve far pensare il motivo per cui a Meleto furono visti sempre pochi militari, mentre erano ben diffusi nel cerchio dell’assedio. Si veda, ad esempio, nel racconto di Ugo Mulinacci l’elenco di tutte le scorciatoie di uscita dal paese che trovò sbarrate (PMNSC: 225) e al contrario la percezione che le donne, costrette ad un percorso obbligato, ebbero dell’azione: «(in tutto) saranno stati dieci quei Tedeschi …» affermò Gina Balsimelli.
[12] In R4L1944, la figlia Emilia (testimonianza n. 9) ricorda che la cattura del padre avviene insieme a quella di Mario Cuccoli. Emilia, che all’epoca dei fatti ha 9 anni, riferisce che poco dopo le donne tentarono di entrare nel paese ma furono respinte da due soldati di guardia all’entrata del paese che esplosero contro di loro delle bombe a mano. La sorella Ave, di 11 anni, invece il giorno dopo partecipò alla ricerca del padre tra i cadaveri bruciati. Del Corsi tuttavia non si avranno più notizie e risulterà tra i civili presunti uccisi.
[13] Dichiarazione del 16 Novembre 1944 di Corradina Martini, che testimoniò per Gino Martini, Ezio Corsi, Ettore de Carolis, Armando Gonnelli e Terzilio Urbani, in PRO: 163-164.
[14] Dichiarazione del 16 Novembre 1944 di Zelinda Morandini che testimonia per il marito Pasqualino Pratellesi, in PRO: 207.
[15]Testimonianza n. 4 di Marisa Pratellesi in R4L1944.
[16] Dichiarazione del 16 Novembre 1944 di Decimo Morelli, che testimonia per i fratelli Giovan Batta e Mario, in PRO: 179.
[17] Dichiarazione del 9 Novembre 1944 di Erminia Simonti, che testimonia per Giuseppe Simonti, cugino del marito, in PRO: 218-219.
[18] Testimonianza n. 5 in R4L1944. Per la storia del piccolo Antonio, figlio di Gina Benini e Giovan Batta Morelli, vedi anche Irma Billi, testimonianza n. 11 e Loretta Benini  testimonianza n. 26. Loretta Benini, nipote di don Fondelli e sorella di Gina affermò: «Quella mattina tremenda con noi c’era anche mia sorella, che era venuta dal dottor Pretini, medico di condotta, e non era potuta tornare a casa con tutto quel trambusto. Era venuta dal dottore perché aveva male al petto, aveva partorito da circa un mese. Abitava ai Massi [Masseto] con la famiglia Morelli, anche loro contadini. Nella famiglia Morelli c’erano altre donne in casa, ma anche loro erano state mandate via mentre presero gli uomini. Il bambino di mia sorella che era stato lasciato a letto lo trovarono nell’orto e fortunatamente era sempre vivo. Fuori c’erano i maiali e i vitelli e poteva succedere di tutto al bambino (…), anche di essere mangiato dagli animali».
[19] CLC, pp. 136-139 e 156.
[20] Notizie su questo episodio sono anche in R4L1944 nelle testimonianze di Silvano Ciapi [7], Gino Giotti [10] e ovviamente Rina Mariottini [6].
[21] Dichiarazione del 9 Novembre 1944 di Gesuina Bartolozzi, che testimonia per il marito Agostino Mariottini, in PRO: 161.

 

© Francesco Gavilli

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