Una strage ~ 11. Meleto. Catture e testimonianze

 

Non fu neppure una giornata di sole e più volte cadranno delle gocce di pioggia. «Vennero delle gocce, delle gocce d’acqua: ma erano quelle dell’estate, quando c’è quelle nubi … dense … alte di vapore … di caligine», ricorda un dodicenne di allora. Poco dopo che Bruno Sabelli vide consegnare le mappe dei paesi ai Marescialli a comando degli automezzi militari (qui), questi fecero il loro ingresso a Meleto attraverso l’unica via che sale fino alla piazza della Chiesa e ridiscende verso i campi in strade vicinali. L’occupazione del paese è improvvisa e velocissima. Un camion attraversa dall’entrata all’uscita l’abitato facendo scendere a intervalli regolari gruppi di soldati che subito procedono alle irruzioni violente nelle case e al rastrellamento. Almeno due soldati sono in sella a motociclette. Gli abitanti del paese, in quel tempo circa 500 compresi gli sfollati, sono completamente colti di sorpresa. Nell’arco di mezzora la maggior parte degli uomini sono catturati e comunque impossibilitati alla fuga, le vie sono bloccate, tutte le scorciatoie che dal retro delle case si affacciano nei campi sono presidiate. I Tedeschi catturarono i civili stringendo il proprio raggio d’azione verso il centro del paese e il contrafforte del retro della chiesa fu il punto di raccolta della morsa di accerchiamento. Non c’è una successione di luoghi occupati ma una contemporanea occupazione. Il paese si trova diviso come in tre parti: l’entrata, attorno alla Fattoria Rosselli Del Turco in Barberino, il Viale Barberino fino alla Chiesa e attorno al Monumento, e infine la parte più alta che poi discende da Via dello Sdrucciolo verso i campi sulla strada verso San Donato e un rifugio antiaereo costruito pochi giorni prima dagli uomini del paese.

 

imagesCAV9HOIS

 

Barberino: l’indifferenza contadina nella morsa tedesca

 

 Aie Melani e Benini, ore 6,30-7,30

 

Contemporaneamente ai rastrellamenti in corso a Masseto (qui), i soldati penetrando nel paese entrano nelle case coloniche attorno alla Fattoria Rosselli Del Turco nell’isolato chiamato Barberino, che vive attorno all’aia Melani e all’aia Benini. Anche da qui i soldati porteranno gli uomini nel centro del paese, per poi essere divisi in quattro gruppi e indirizzati di nuovo nelle aie che delimitano il paese verso est, Melani e Benini, e verso ovest, Rossini e Pasquini. Se il Melani si trova nel lato sud della Fattoria, dall’altro lato si è già dentro il paese dove una strada vicinale, attraverso un piccolo bosco detto Le Coste, riporta a Masseto e alla via che va a San Donato e Gaville. Secondo il racconto ricostruito da Filippo Secciani, «alcuni contadini, quella mattina presto, si erano dati appuntamento in fattoria per depositare i sacchi di grano trasportati con i buoi. Quella mattina si ritrovarono in fattoria i Sanni, i Carusi, i Sottani (…), i Benini e i Meacci. (…) I giovani …. dopo aver scaricato i sacchi, ritornarono a casa con i buoi, oltrepassando appena in tempo la cintura che i tedeschi avevano formato intorno al paese. In fattoria gli altri (…) stavano aspettando il mugnaio dalle Coste mentre invece videro … avvicinarsi (…) le camionette con soldati tedeschi in montura [assetto] da guerra».[1] Nelle Dichiarazioni agli Inglesi si parlò invece di mietitura, mentre nelle testimonianze successive si accennò soprattutto alla messa in salvo di bestie e riserve di cereali. Tutto comunque sembra procedere con il medesimo costante ritmo di lavoro ma come si fosse più preoccupati della propria “roba” di quanto lo si fosse della propria vita. Si ha infatti la sensazione di una certa sfida al pericolo avvertito nei giorni precedenti come se la guerra, nel momento in cui altri fuggono o stanno in allerta, non riguardasse questo mondo: anche nel rapporto con i Partigiani sembra esservi più l’ “obbligo subìto” che la generosità nata dal convincimento della necessità della Resistenza. Dei novantatre uccisi di Meleto circa trentacinque erano coltivatori diretti, coloni contadini, operai, tecnici agricoli o sfollati che prestavano occasionalmente lavoro nei campi, mentre a Castelnuovo appena cinque su settantaquattro potevano essere associati all’agricoltura.

Attorno alla proprietà dei Rosselli Del Turco, più propriamente detta la Fattoria, sorgevano delle case coloniche che cingevano da una parte e l’altra la casa padronale formando un vero e proprio borgo dentro il paese. In Barberino di Sotto anche i Bellini vi avevano una villa con poderi sparsi nel circondario e Luigi Mugnai era un contadino di 58 anni di questi proprietari che prudentemente avevano lasciato il paese da pochi giorni per la città di Firenze. Quel giorno alcuni uomini aiutano il colono alla mietitura del grano. Anche se la figlia aveva saputo dalla madre, deceduta il mese successivo, che la sua cattura era avvenuta in casa, altri uomini sono in realtà già diretti nei suoi campi.[2] È ancora molto presto infatti quando Pasquale Neri, che era un minatore di 63 anni, lascia la propria casa dicendo alla moglie di andare «nel podere di Luigi Mugnai per aiutarlo a mietere il grano». Quando la donna esce dal paese nella direzione opposta per andare al borro a lavare i panni, sulla strada incontra «un soldato tedesco che era armato di fucile e sembrava che stesse sorvegliando la strada che portava fuori dal paese».[3] Sulla porta di casa la figlia Primetta e la nipote Angiolina vedono l’uomo indirizzarsi verso Barberino: nell’abitazione è sfollato da San Giovanni anche il fidanzato di Angiolina, Natalino Becattini, un ventisettenne operaio delle miniere che quel giorno partecipa alla mietitura.

Pochi minuti dopo la partenza di questi uomini le due cugine assistono all’arrivo dei soldati sul camion e subito si rendono conto del pericolo che i propri uomini stanno correndo. Andate alla loro ricerca, per una fatale coincidenza, giungono sotto l’aia del Melani dove assistono ai rastrellamenti di Barberino e credono di trovarsi nell’imminenza delle uccisioni. In realtà queste donne anticipano i tempi dei tragici fatti e così Primetta racconta agli Inglesi che finalmente trovò il padre

nell’aia del contadino Melani, in compagnia del fidanzato di mia cugina, Natalino Becattini, e di circa altri dieci uomini, i quali erano tutti sorvegliati da due soldati tedeschi armati di fucili. In mezzo agli uo­mini del paese vidi e riconobbi Don Giovanni Fondelli parroco del paese, Luigi Mugnai, Cesare Martini, Gino Martini, Pasqualino Pratellesi, Erzo[4] Rossi e Mario Cuccoli.[5] Non ebbi la possibilità di parlare a mio padre, ma il fidanzato di mia cugina ci gridò di andare via. Noi lasciammo l’aia e andammo dentro un rifugio antiaereo appena fuori dal paese.[6]

Le due cugine vedono nell’aia Melani solo coloro che sono stati condotti da Masseto e il parroco che era diretto a San Cipriano: tra di loro Cesare Martini, colono dei Bellini di 58 anni, è l’unico che abita in questa parte del paese, mentre mancano gli uomini della famiglia Melani. Forse la loro cattura è in corso, perché, come testimonierà Loretta Benini, tutti insieme formeranno un gruppo nutrito che sarà condotto verso il centro del paese. È attorno alle sette che in questa zona il rastrellamento è già avvenuto: è allora, infatti, che Seconda Carmignani, moglie di Cesare Martini, si trova in casa un soldato tedesco, accompagnato da un civile, che la invita a prendere la via dei campi. Come vedremo quest’uomo è Lino Fratini, inviato dal comandante dell’operazione ad avvertire le donne di lasciare il paese.[7]

In una casa del borgo furono prelevati anche Faustino Dumossi, un cinquantottenne operaio nella miniera, e i due figli, Dino di 30 anni e Terzilio di 24 anni, anche loro minatori. La moglie e madre Corallina li seguì sulla porta mentre vengono portati via. «Ero talmente impaurita in quel momento, che non posi particolare attenzione ai soldati tedeschi ed è per questo che non sono in grado di descriverli», dirà la donna agli Inglesi.[8] A quel punto le donne, consapevoli della tragedia imminente, protestano vivacemente con i soldati, tanto che questi si videro costretti a delegare ad un anziano del posto la cura di questo gruppo che stava diventando «isterico». L’uomo, il settantatreenne Giovan Battista Melani, viene risparmiato non per la sua età avanzata ma perché si può determinare una situazione di confusione. Perderà tutti i congiunti, i tre figli, i mariti di due figlie e il suocero di una di loro. Rimase solo con tutte le donne e i nipoti. Figura tragica, seppe avvertire gli uomini di casa del pericolo, rinunciando al nascondiglio, si prese cura delle donne e fu tra i primi a tornare per spegnere l’incendio nel fienile che brucia, dove trovò i cadaveri di ventidue uomini.

Ho 73 anni di età, sono un contadino e vivo a Meleto. Durante il mese di Maggio 1944, tre uomini erano venuti a vivere in casa mia come sfollati, Giuseppe Rossi, di 43 anni da San Giovanni, Bruno Chianni di 34 anni e suo padre Antonio Chianni di 62 anni entrambi da Figline: questo avvenne a causa del bombardamento delle due cittadine da parte dell’Aviazione Alleata.
Verso le ore 6,30 del 4 Luglio, ero in casa con questi sfollati e con i miei tre figli: Brunetto Melani di 43 anni, Virgilio Melani di 33 anni, e Mario Melani di 27 anni, oltre a Artini di 41 anni, che lavorava per me nel nostro podere. Nel guardare fuori dalla finestra, vidi due soldati tedeschi giungere nell’aia. Subito misi in allarme gli uomini di casa, mentre andai a nascondermi in cantina. Passarono circa dieci minuti e tutto mi pareva che fosse tornato tranquillo; così uscii dal mio nascondiglio pensando che i Tedeschi se ne fossero andati via.
In realtà, arrivato nell’aia, con mia grande sorpresa mi accorsi che i miei tre figli, con i tre sfollati e il mio bracciante, venivano portati via sotto scorta dai due soldati tedeschi. Fu allora che le donne di famiglia si erano radunate attorno e, nel vedere i Tedeschi portare via gli uomini, iniziarono a gridare in modo isterico. Uno dei soldati tede­schi allora tornò indietro verso di me e mi ordinò di portar via all’istante le donne nei campi: non parlava un buon ita­liano, ma si faceva capire. Quella è stata l’ultima volta che ho visto i sette uomini vivi.
(…)
In quel momento saranno state le 7 quando accompagnai le donne giù nei campi, allontanandomi circa un chilometro dalla mia casa colonica. [9]

Nel cuore di Barberino i tedeschi catturano anche Giuseppe Sottani di 61 anni, terzomo di Fattoria, e il fattore Emilio Piccioli di 64 anni, protagonista poco dopo di una mancata fuga. La moglie del fattore, Giulia, parlò di due soldati: uno «indossava un elmetto di acciaio, una giacca impermeabile (mimetica)e i calzoni infilati negli stivali», l’altro invece le ordina di portare via i bambini dalla casa perché il paese sarebbe stato bruciato.[10]

 

Se il Melani si trova nel lato sud di Barberino, il borgo che affianca la Fattoria dall’altro lato è già dentro il paese: siamo nell’aia Benini, contadino che è anche il cognato del parroco del paese. Vengono catturati i coloni Giustino Meacci e Gino Benini, l’uno di 55 e l’altro di 58 anni, e alle donne viene intimato di lasciare le case perché sarebbero state incendiate. Nella stessa casa dei Benini, ci sono amici di famiglia che hanno lasciato il Porcellino alla periferia di San Giovanni a causa dei bombardamenti e hanno cercato rifugio presso “la famiglia del prete”: Natalina Marziali, accortasi del pericolo, sale in casa ad avvertire il figlio trentaquattrenne Bruno, operaio alle miniere. Questi prima cerca di rifugiarsi nelle cantine, poi, quando la madre ritorna a cercarlo perché sente dire che i Tedeschi incendieranno le case, tenta una fuga ma è catturato nell’aia.

 

 

bfda17a3-c28e-4cb2-e765-fe05e08e44ff-thumb

 

Una storia diversa

 

Vi è una storia diversa che interrompe il racconto ma che merita di essere narrata a questo punto perché gli orari non coincidono. La storia di Ido Matassini è una storia dissonante che forse svela niente più che coincidenze, ma rivela sicuramente come la memoria successiva sia intrisa di rancori e non detti.

La ricostruzione inglese della dinamica del rastrellamento avvenne in primo luogo tramite le testimonianze degli uomini sopravvissuti all’eccidio: tra questi vi furono coloro che si salvarono dopo una fortunosa fuga o dopo una “collaborazione” che li segnerà nella memoria collettiva. «L’Ufficiale ordinò agli uomini di mostrare i loro documenti di identificazione che egli esaminò. Nel controllare quello di un certo Ido Matassini, uno sfollato da San Giovanni, che in quel periodo era in possesso di un documento tedesco, firmato dal Comando Tedesco di Montevarchi, che certificava che egli era incaricato di un lavoro essenziale per i Tedeschi e perciò non poteva essere requisito per altri lavori, l’Ufficiale inviò Matassini nella vicina aia di Augusto Sottani. Fu inoltre chiesto dall’Ufficiale ai pae­sani se qualcuno di loro sapeva parlare francese, al che Lino Fratini, un altro sfollato di San Giovanni, si staccò dal gruppo dichiarando di conoscere un po’ il francese. Gli fu ordinato dall’Ufficiale, in francese, di andare in giro per il paese avvertendo tutte le donne e i bambini di lasciare subito il paese, poiché stava per essere incendiato. Fratini fu inviato per questo incarico, in compagnia di un soldato di scorta, dal quale più tardi riuscì a sfuggire, trovando la sua libertà» (PRO Report: 6).

A Meleto entrarono in gioco componenti sconosciute perché effettivamente alcuni uomini furono inspiegabilmente risparmiati dai Tedeschi. Se il Casalone, al centro di Masseto, non subì un vero e proprio rastrellamento forse perché i soldati dovevano concentrarsi velocemente verso il paese, a Giovan Battista Melani, come abbiamo visto, fu chiesto di condurre via le donne che reclamavano il rilascio dei propri congiunti. Un solo uomo fu lasciato passare dai soldati posti a guardia alla strada che portava al rifugio antiaereo forse perché paraplegico, mentre tutti gli altri venivano inesorabilmente ricacciati indietro.[11] Ido Matassini e Arturo Panichi invece furono costretti dai Tedeschi a svolgere l’uno compiti futili e l’altro semplicemente ad assistere al concentramento nel Monumento su un muretto. Il Matassini tuttavia è il personaggio più controverso e la sua testimonianza non è esente da contraddizioni.

Sono un uomo celibe di ventitré anni, occupato come autista a San Giovanni. Durante i mesi di Maggio, Giugno e Luglio 1944, vissi come sfollato con i miei genitori nel paese di Meleto. In quel tempo ero impegnato nel trasporto di rifornimenti per la Sezione Alimentazione a Montevarchi. Ero in pos­sesso di un documento, rilasciato dal Comandante tedesco in Montevarchi, che certificava che il lavoro nel quale ero occupato era di un’importanza tale da non poter essere arruolato per un altro lavoro. Non posso mostrarvi questo documento perché fu distrutto, inavvertitamente, da mia madre quando mi lavò un vestito completo, dove avevo lasciato il documento in una tasca. Il 4 luglio 1944, verso le ore 6, mi trovavo fuori della bottega del barbiere, il Signor Bernardino Bitorsi, sul Viale Barberino, in compagnia di Antonio Ciapi, quando due soldati tedeschi si av­vicinarono a noi e ci dissero, in un italiano stentato, di andare presso il Monumento ai Caduti che era a circa 90 metri dalla bottega del barbiere. Facemmo come ci era stato detto, ma siccome in quel momento non c’era una persona presso il Monumento, oltrepassammo il Monumento fino all’aia del contadino Sottani. Qui trovammo circa dieci uomini sorvegliati da soldati tedeschi. Fummo costretti dai Tedeschi ad unirci al gruppo dei civili. C’era una mitragliatrice piazzata accanto al muro dell’aia. Questa arma era puntata verso il Monu­mento e allora un soldato la stava montando. Sulla manica della giacca che questo soldato stava indossando, vidi le insegne “Hermann Göring” che indicavano il Reggimento al quale egli apparteneva. Pochi minuti dopo i Tedeschi mi fecero portare una cassetta di munizioni dall’aia del Sottani al Monumento. Allora vidi un’altra mitragliatrice posizionata nel giardino di una casa proprio di fronte al Monu­mento. Anche questa mitragliatrice era manovrata da un soldato ed era puntata contro il Monumento. In quel momento iniziavano ad arrivare altri uomini, accompagnati dai Tedeschi, nel piazzale accanto al Monumento. Fui costretto ad unirmi a questo gruppo.[12]

Il Matassini fece credere a Crawley di essere sfollato da San Giovanni con la famiglia, come volesse apparire “estraneo” alla vita e alla conoscenza del paese, mentre in realtà allora abitava a Meleto. Traslocò a San Giovanni Valdarno nell’immediato dopoguerra, proprio perché era malvisto da una parte della popolazione che lo accusava di collusione con i Tedeschi. Gli inglesi da parte loro non verificarono la veridicità della sua affermazione e crederono comunque alla buona fede dell’uomo.[13] Subito dichiarò di essere stato salvato da un documento che non possedeva più perché si era rovinato durante il lavaggio dei propri indumenti. Ancora dopo cinquanta anni l’uomo attribuiva la propria salvezza unicamente al possesso di tale documentazione, ma nel 1993 i documenti erano diventati due: uno del reparto Rifornimenti dove lavorava e un altro che gli avrebbe permesso di circolare in caso di coprifuoco. Se la distruzione di questo materiale sarà stata anche casuale come narrato, certamente non fu l’unico ad aver posseduto un documento che certificava per lo meno l’estraneità al movimento partigiano. Un Ufficiale della Guardia Repubblicana, Argante Marzocchi, e altri di simpatie fasciste, ad esempio, non la fecero franca e neanche chi esibì la vecchia tessera di adesione al PNF ebbe un trattamento particolare, perché i tedeschi dopo finte verifiche proseguiranno a uccisioni indiscriminate. In realtà a Ido Matassini fu concessa un’insolita libertà di movimento in cambio di una collaborazione fattiva abbastanza banale ancor prima di esibire il documento che «certificava che il lavoro nel quale [era] occupato era di un’importanza tale da non poter essere arruolato per un altro lavoro». Non sappiamo quanto sia stato valutato effettivamente «essenziale» per tale servizio, ma il Reparto con il quale aveva tali rapporti di lavoro era proprio il Nachschub-Trupp. Sembra plausibile che l’uomo sia stato riconosciuto prima della sua identificazione da qualcuno dei soldati o che lui stesso si sia prodigato per essere notato.[14]

Il Matassini fu anche l’unico tra tutti i testimoni di quel giorno a vedere sulla manica destra della giacca la mostrina con la scritta del corpo di appartenenza anche se i soldati erano vestiti in tenuta lunga mimetica, indossata sopra la camicia dove era cucita la mostrina.[15] Il fatto è che l’uomo, durante tutta la giornata passata insieme agli assassini dei suoi compaesani, ebbe un comportamento assai disinvolto. Secondo Cesarina Quartucci, quando nel pomeriggio cercherà di rientrare in paese assieme alla madre e i soldati spareranno contro di loro, l’uomo ritroverà quel coraggio che fino allora aveva subordinato ad un’opportunistica sottomissione e inizia a urlare ai Tedeschi che così avrebbero ucciso solo delle «mamme».[16] Quando poi fu condotto a strage avvenuta alla Minierina della Vampa, non disdegna di mangiare pane e prosciutto con i soldati per morire per lo meno, a suo dire, «a corpo pieno».

Infine, per giustificarsi agli occhi di chi lo aveva visto non cercare la fuga ma al contrario trasportare munizioni e alla fine salvarsi, si costruì un alibi usando, in un senso tragicamente letterale, «la testimonianza di chi non poteva testimoniare». Infatti, all’arrivo dei soldati affermò di essere stato in compagnia di Antonio Ciapi, con il quale di sua spontanea iniziativa si sarebbe diretto verso un’aia del paese dove si stava formando un gruppo di prigionieri. Che in quest’aia, detta del Naspica dove viveva la famiglia Sottani, vi fosse stato un iniziale concentramento, non è testimoniato da nessun altro e lo stesso Augusto Sottani, il quale alla fine rocambolescamente riuscirà a salvarsi, affermò invece di essere stato catturato lì attorno alle 6,00 e condotto subito nel Monumento peraltro adiacente. A sua volta la nuora Ave Pagliazzi raccontò di una mobilitazione collettiva delle donne di casa che, nel momento in cui il suocero era stato catturato, cercarono di coprire la fuga degli altri uomini della famiglia proprio attorno a quell’aia.[17] Tuttavia, a smentire la ricostruzione del Matassini fu soprattutto la dichiarazione della moglie dello stesso Ciapi, la quale invece affermò che il marito era in casa quando scattò l’allarme e che «insieme» cercarono scampo verso il rifugio.

Verso le ore 7, io e mio marito eravamo in casa, quando udimmo qualcuno fuori che gridava che i Tedeschi stavano per bruciare il paese. Insieme lasciammo la casa nel tentativo di mettersi in salvo in un rifugio antiaereo che dista un chilometro circa dal paese. Dovevamo passare davanti all’aia del Signor Pasquini, e quando fummo nei pressi un soldato tedesco venne incontro a mio marito ordinandogli di entrare all’interno dell’aia. A me invece ordinò di proseguire lungo la strada che conduceva fuori del paese. Quella fu l’ultima volta che vidi mio marito vivo. Non guardai attentamente il soldato tedesco e perciò non sono capace di darne una descrizione. Al contrario, passando davanti all’aia riconobbi Giov. Batta Casucci, Guido Pasquini, Guido Balsimelli, Vasco Biagini, Antonio Freccioni, Pietro Pasquini e Giovanni Quartucci: questi uomini, insieme a circa 15 uomini del paese, se ne stavano in piedi conversando fra loro. Saranno state le 7,30 quando giunsi al rifugio.[18]

Anche se le indicazioni degli orari fossero approssimative, la donna fu estremamente precisa nell’individuare nell’aia Pasquini, che si trovava proprio nella parte opposta del paese all’aia del Sottani, uomini che, secondo altre testimonianze, avevano tentato la fuga verso quella direzione. E’ vero che un’altra donna, Virginia Navarrini, confermò di aver visto i due scortati da un soldato presso il Monumento, tuttavia parlò di un orario diverso. Fu attorno alle 6,30, infatti, che la sua famiglia entrò in allarme per le grida delle donne del paese. Il figlio Marino, che verrà ucciso, lasciò la casa tentando la fuga ma tornò dopo un quarto d’ora perché aveva trovato sbarrate tutte le vie di uscita. Dopo pochi minuti, il figlio fece un secondo tentativo, mentre la madre, raccolti un po’ di viveri, decise di dirigersi al rifugio antiaereo. Solo dopo le 7 li vedrà insieme. Alla luce di questo, la presenza del Ciapi nella piazza del paese prima dell’arrivo dei tedeschi pare proprio improbabile e al contrario il Matassini sembra usare il riconoscimento della Navarrini per giustificare una sua collaborazione, seppure futile.[19]

E’ chiaro che la chiave della ricostruzione del Matassini sta nella sua forzata o volontaria collaborazione a trasportare le munizioni: in PMNSC questo particolare non verrà riferito, ma il suo comportamento di “non fuggitivo” viene spiegato come il non aver voluto farsi credere sospetto, collaborando “passivamente” per evitare il peggio. Se è vero che alcuni civili sicuri di una certa “coscienza pulita” si avvicinarono spontaneamente, il Matassini fece qualcosa di più e soprattutto, mentre tutte le testimonianze parlano di una giornata “normale” che inizia nella propria abitazione, l’uomo si sarebbe trovato già nel centro della tragedia con una persona che non potrà contraddirlo perché non sfuggirà alla propria uccisione.

 

hg (169)

 

«Io sono vecchio, cosa vuoi che mi facciano»

 

ore 6,30 – 7,15,  Aia Pasquini

 

Attorno alle 6,00-6,15 il rumore di un automezzo militare che attraversa il paese determina l’allarme soprattutto tra coloro che abitano a ridosso di Viale Barberino, Corso Umberto, le piazze centrali e Via dello Sdrucciolo. Sia la provenienza dell’automezzo sia la ubicazione di un rifugio antiaereo fuori il paese in direzione del cimitero vecchio, oltre Via dello Sdrucciolo, spinge uomini, donne e bambini a cercare riparo in direzione del rifugio stesso o comunque oltre l’aia del Pasquini. Coloro che abitano nella parte iniziale del paese avranno limitatissime possibilità di scampo e molti si presenteranno spontaneamente presso il Monumento, altri tenteranno inutilmente una via di fuga. Non migliore sorte avranno i civili della parte alta e centrale del paese, ma avranno tuttavia un margine di tempo, seppur piccolo, maggiore degli altri, tale da tentare la fuga attraverso i campi. Gli scampati sono in misura maggiore coloro che abitano in questa parte del paese o comunque che si trovano nei pressi delle aie Pasquini e Rossini.

Iniziano una serie di dichiarazioni quasi ripetitive, che costellano il percorso di vite concentrate nello spazio di duecento metri e nel tempo di una mezzora. Ognuno fornisce un orario, un riferimento, un’attività lavorativa interrotta, un’abitudine spezzata. Ginetta Peretoli, moglie di Giovanni Quartucci, elettricista di 60 anni, e madre di Omero, trattenuto come ostaggio a San Cipriano dagli uomini di Danisch, ha buoni motivi per essere preoccupata e incerta sul da farsi. Ha chiesto al parroco Don Fondelli di chiedere informazioni a don Gioacchino Meacci, ma la giornata prenderà una svolta ancora più tragica di quella temuta e la morte del figlio sarà sostituita da quella del marito e del genero:  a quel punto sarà lei stessa ad andare a San Cipriano presso la Feldgendarmerie che lei chiama «il Comando tedesco». La sua testimonianza è importante anche per stabilire l’orario in cui i soldati tedeschi sono entrati in paese, in quanto la mansione del marito come operaio addetto al deposito dell’acqua era scandita da un rituale preciso che si concludeva attorno alle 6,15, ora in cui rientrava a casa. Lina Riccesi racconterà che Giovanni Quartucci si trova al deposito dell’acqua, poco sotto la casa Sasso sulla strada per San Donato, quando è allarmato da una donna che di ritorno al paese ha già trovato la sentinella appena fuori il paese: «Il martedì del 4 mia suocera si alzò presto e andò a cercare i funghi, su, alle Lacciaie e quando tornò giù per rientrare in paese c’era già la sentinella al Madonnino e non la faceva passare; tornò indietro e incontrò Giovanni Quartucci, una persona anziana, e lei gli disse: “Giovanni, tornate indietro, perché i tedeschi prendono tutti gli uomini!”. Lui rispose: “Io sono vecchio, cosa vuoi che mi facciano.” Ma dopo presero anche lui».[20]

Giovanbattista Casucci, sfollato con la famiglia da San Giovanni, è un uomo prestante e consapevole dei pericoli che corre, ha trentotto anni ed è magazziniere alla miniera de La Vampa. È giunto in paese a gennaio dello stesso anno a causa dei bombardamenti. E’ probabile che non abbia mai rinunciato a cercare la ribellione e forse la fuga. Egli fa parte di un primo gruppo di persone che tenta di riparare verso il rifugio antiaereo, presso il Sanni, ma che viene respinto da un soldato tedesco che parla un “cattivo italiano” e ha piazzato una mitragliatrice presso un incrocio tra la strada che prosegue per San Donato e Gaville. Tutti gli uomini da qui vengono concentrati nell’aia Pasquini. La moglie sarà una delle poche a riportare il cadavere del marito in casa.[21]

L’aia Pasquini prende il nome dalla famiglia che lì vive e lavora. Sarà uno dei punti nevralgici di tutta la giornata; a ridosso della postazione della sentinella all’uscita del paese, sarà il luogo dove si fermeranno gli uomini impossibilitati a fuggire e dopo una delle quattro aie teatro delle uccisioni. Il destino è comune a tutti: passano le donne e i bambini, gli uomini tornano indietro. Vi furono molti anziani, increduli e alcuni anche curiosi, che qui furono trattenuti. Pietro Pasquini di 74 anni era nel suo campo a dare il solfato di rame alle sue viti (tanto che per alcuni sarà addirittura ucciso con un colpo di baionetta e la “macchina per ramare” sulle spalle). Anche il figlio di Pietro, Guido Pasquini, contadino colono di 45 anni, accortosi dei soldati in paese «prende del cibo e dei vestiti» e tenta inutilmente la fuga con la moglie.[22] Stessa sorte per Antonio Freccioni, sessantasettenne, che vuole arrivare con la figlia e il nipotino al rifugio che ha contribuito a costruire.[23] Antonio Bottai, 57 anni, invalido di guerra ed ex garzone macellaio, è aiutato dalla figlia Iolanda a uscire dal paese e passano di fronte l’aia: «C’erano anche altri uomini tutti maschi nell’aia, ma tanto grande era la fretta di portare in salvo mio padre, che non mi fermai a vedere chi fossero».[24] Emilia Peretoli invece, facendo lo stesso percorso incontra suo marito, Eugenio di 73 anni, bracciante agricolo, e lo invita addirittura a riunirsi con gli altri uomini nell’aia[25]

Con il racconto di Attilia Balsimelli si entra nella storia di uno dei nuclei familiari più colpiti, in quanto Attilia non solo perderà il marito ma avrà uccisi il padre e due fratelli. I Camici sono uno delle famiglie più rappresentative del paese e occupano un intero edificio proprio di fronte al Monumento ai Caduti; si può dire che essi rappresentano la parte moderata della popolazione di Meleto, mai esplicitamente antifascista, forse con un’adesione “leggera” al regime, tuttavia già proiettata verso la fine della guerra. Le numerose donne superstiti dell’eccidio, giovani mogli, figlie e sorelle, rappresenteranno un particolare gruppo di comunità femminile che nel dopoguerra avrà una posizione “dominante” nella comunità, grazie alla costruzione e alla gelosa difesa di una memoria autonoma e solidale. Guido Balsimelli tuttavia abita con la famiglia nella parte più alta e centrale del paese: tenta dapprima di mettere in salvo le figlie, poi è costretto anche lui ad unirsi agli altri compaesani.[26]

Rina Biagini è sfollata da Livorno con il marito: in realtà ha lasciato la città per rifugiarsi dal babbo, Giuseppe Brilli, ex minatore in pensione di ottanta anni. Conosce bene il paese e prova a portare in salvo il marito Vasco Biagini di 44 anni: fuori casa però sono subito fermati e Rina torna ad avvertire il padre di rimanere chiuso in casa. Non rivedrà nessuno dei due.[27]

Un altro uomo anziano Modesto Camici, contadino di 72 anni, esce di casa e trova il trambusto dei rastrellamenti. Si siede sulle scale di casa e lì è catturato. La moglie passando dall’aia Pasquini non lo vedrà neppure. [28]

Anche la sorella di Omero Quartucci e moglie di Andrea Camici, operaio elettricista di 36 anni, abita in questa parte del paese. Si preoccupò di riferire agli Inglesi che “in perfetto italiano” un soldato, da lei avvicinato indica il motivo della imminente strage: “qui le persone (sono) tutte Partigiani”. L’estraneità al movimento partigiano è gridata ai tedeschi da alcune donne che affrontano i soldati e rivendicano un’altra fede politica. Del marito si perdono le tracce.[29]

Maria Rossini è con il marito Eudelfo, trentotto anni e calzolaio a Montevarchi, nella casa dei parenti del marito. Alla fine della giornata i Rossini perderanno otto familiari tra residenti e sfollati. Nella sua dichiarazione disse di aver visto«un camion militare, con una mitragliatrice montata sulla parte posteriore, con i soldati che scendevano a differenti intervalli»: avvertito il marito, provarono ad uscire con la figlia dal paese, fino a che un soldato tedesco che «parlava bene l’italiano» ricacciò l’uomo dentro il paese.[30]

Un altro sfollato dal Porcellino, Azelio Brogi, barbiere di 31 anni, riesce a nascondersi nel camino quando irrompe in casa un soldato tedesco. Il soldato esce dicendo «in buon italiano» che tutto il paese sarebbe stato dato alle fiamme.

« Mio marito allora uscì dal suo nascondiglio e disse che noi dovevamo andarcene entrambi e nasconderci in campagna. Lasciammo la casa e mentre eravamo ormai quasi giunti in prossimità del cimitero vecchio, un sol-dato tedesco, che era posto lì di guardia, ordinò a mio marito di tornare indietro all’interno del paese. Mio marito rientrò verso le abitazioni, mentre io continuai la mia strada fuori del paese. Quella fu l’ultima volta che vidi mio marito vivo». [31]

 

Se la presenza delle donne sarà la garanzia e la tragedia del mantenimento della memoria, la loro assenza nei nuclei familiari maschili rappresenta un destino solitario di oblio: alcuni uomini vecchi scompaiono in silenzio, inutilmente e senza lasciare traccia di sé. Soli, non saranno neppure identificati. Significativa la dichiarazione di Anna Bartolini:

Fino al 4 Luglio, mio padre Alfredo Bartolini, di anni 65, di mestiere falegname, abitava con me nella mia casa. Nello stesso edificio, al piano di sotto, vivevano in un altro appartamento mio zio Egidio Bartolini, di anni 70, e suo figlio Elio, di anni 35. Vi abitavano da soli dal momento che la moglie di mio zio era morta pochi anni prima. Attorno alle ore 7, guardando dalla finestra della mia casa, avevo visto due soldati tedeschi nella strada sottostante. Riferii a mio padre che era ancora in camera quanto stava accadendo. Lui si alzò e si vestì e suggerì di provare a scappare via dal paese.

Mentre andando lungo la strada eravamo giunti quasi al di fuori del paese, un soldato tedesco – un’altra persona rispetto a quelli che avevo visto- ci fermò e intimò a mio padre di ritornare nel paese. Preoccupata della sua sicurezza, non lo lasciai e decisi di tornare con lui. Giunti all’aia del Pasquini, vi erano già radunati parecchi uomini del paese, compreso mio zio e Luigi Melani, di anni 70, un altro mio vicino che viveva solo.

Mio padre mi lasciò per andare ad unirsi a mio zio e all’altro uomo, mentre io me ne andai verso un rifugio antiae­reo vicino al cimitero vecchio. Strada facendo incontrai di nuovo il soldato tedesco che poco, prima aveva fatto tornare indietro mio padre. Non posso descrivervi questo soldato tanto ero, in quel momento, impaurita per guardarlo con attenzione.[32]

Alcuni uomini riuscirono a salvarsi grazie alla contiguità delle abitazioni con la campagna. I Tedeschi infatti accerchiarono il paese in una cintura distante circa un centinaio di metri dalle abitazioni e coloro che trovarono in questo spazio un nascondiglio ebbero salva la vita.[33] Altri invece prima sono catturati ma riescono ad eludere la sorveglianza dei soldati e rimarranno nelle vicinanze delle aie. Interrogati da Crawley, forniranno un racconto molto drammatico ma tutto incentrato sulla propria esperienza di salvezza; così, come le cugine Primetta e Angiolina crederono di essere stati presenti pochi attimi prima le esecuzioni nell’Aia Melani, a questi uomini parve di essere scampati nell’Aia Pasquini alla fucilazione che invece avverrà un’ora più tardi. Nessuno di questi civili infatti parlerà del concentramento al Monumento.

 

note:

 

[1] Secciani, 1999: 18.
[2] Dichiarazione dell’8 Novembre 1944, firmata come Angiolina Mugnai vedova Rossini, in PRO: 211. La donna qui testimonia per il padre Luigi Mugnai, ma era anche moglie di Francesco Rossini, per il quale valse la testimonianza di Gigliola Casini.
[3] Dichiarazione del 27 Ottobre 1944 di Emma Butini che testimonia per il marito Pasquale Neri, in PRO: 187-8.
[4] “Erzo Rossi” non corrisponde a nessun civile scomparso ma ci si può riferire a Giuseppe Rossi, che viveva come sfollato nei pressi dell’aia Melani, oppure può essere una cattiva trascrizione di Ezio Corsi.
[5] In R4L1944, Sergio Martini. testimonianza 23, che all’epoca ha 14 anni, riconosce in questo gruppo Ezio Corsi, Mario Cuccoli, Ettore De Carolis, Luigi Mugnai e Don Fondelli e afferma che: «Questi ultimi due li presero per la strada della Montanina; il prete stava andando a dire messa a S. Cipriano». Successivamente vengono catturati i componenti della famiglia Melani. Questa testimonianza concorda con quanto afferma Loretta Benini.
[6] Dichiarazione del 27 Ottobre 1944, in PRO: 133-4. Primetta Neri, sposata Coccoloni, testimonia per il padre Pasquale Neri. La Dichiarazione del 27 Ottobre 1944 di Angiolina Neri, in PRO: 185-6, si sovrappone quasi con il medesimo testo a quello della cugina, in quanto le due donne vissero l’intera giornata insieme, ma anche a testimonianza di un certo modo di raccolta delle informazioni da parte inglese.
[7] Dichiarazione dell’8 Novembre 1944 di Seconda Carmignani, in PRO: 162.
[8] Dichiarazione del 7 Novembre 1944 di Corallina Carusi, in PRO: 136, che testimonia per il marito Faustino e i due figli Dino e Terzilio. In PRO è indicata erroneamente con il nome di Corralina. La donna ritornò a vivere a Casa Sasso che si trova nella parte opposta a Barberino, dove abitava la sua famiglia, sulla strada per San Donato. In Secciani (1999) un nipote della Corallina Dumossi afferma che la zia per tutta la vita non volle rientrare nell’aia Benini, dove il marito e i figli erano stati uccisi.
[9] Dichiarazione del 3 novembre 1944 di Giovan Battista Melani, in PRO: 177-8. Quelli che qui appaiono come sfollati sono in realtà i mariti delle proprie figlie e un consuocero.
[10] Dichiarazione del 6 Novembre 1944, in PRO: 206. Si tratta di Giulia Fabbrucci coniugata a Emilio Piccioli.
[11] Fu la sorte di un certo Navarrini che soffriva di paralisi e fu fatto passare con la sorella al di là della cintura di assedio (vedi Dichiarazione cit. di Ugo Mulinacci).
[12] Dichiarazione del 19 ottobre 1944 di Ido Matassini, in PRO: 171-2.
[13] Cfr. intervista a Ido Matassini rilasciata a Laura Camici il 6 dicembre 1993, (PMNSC: 219-23) e nella sua versione integrale (AEP). La sua testimonianza è qui confrontata con la dichiarazione rilasciata nell’ottobre del ’44.
[14] Nella versione integrale dell’intervista al Matassini, l’uomo confermò la conoscenza di quel reparto: «Io mi sono salvato per un puro caso, perché m’hanno tirato fuori dal gruppo, m’hanno chiesto i documenti, e avendoli visti, avranno valutato che in quel periodo potevo ancora risultare loro utile, perché possedevo la patente per guidare i grandi automezzi (anche durante il coprifuoco) e il permesso dall’officina tedesca di Montevarchi. Tanto è vero, quando giorni dopo l’eccidio io ho incontrato per la strada di Meleto un maresciallo austriaco, una brava persona che era tornata in paese, quello mi ha riconosciuto e si è soffermato con me. Lui parlava discretamente l’italiano e m’ha detto: “Niente paura! Tutto finito”. Poi è andato subito via: sa, anche loro non si potevano esporre!».
[15] Le descrizioni delle uniformi date dai testimoni di Meleto sono assai concordi e particolareggiate, anche se nelle narrazioni post guerra una correzione emotiva mutò il ricordo in «vestiti di nero con fascia da SS». I soldati della Hermann Göring arrivarono in Valdarno in uniforme estiva, con camicia, calzoni lunghi o corti, color kaki, ma la mattina del 4 luglio sono descritti generalmente con «elmetto di acciaio e giacca grigioverde fin sotto i ginocchi, con calzoni infilati dentro gli stivaloni» (Cesarina Quartucci). Enrica Cheti parlò di un «elmetto mimetizzato», mentre Gigliola Casini fu l’unica a notare in uno di loro «un distintivo sulla parte alta della manica sinistra, consistente in un teschio e tibie incrociate», che rimanderebbe ai famigerati reparti corrazzati della Göring. Anche a Castelnuovo si parla solo di «divise mimetizzate», mentre a Massa nonostante i soldati siano in tenuta estiva e non mimetica la mostrina non fu notata. La scritta sulla manica invece fu vista nei giorni precedenti e successivi la strage: a Santa Barbara, da Bruno Sabelli e Libero Bertoldi, a Cavriglia da Bruno Sportellini, a Montegonzi da Anna Viligiardi, Don Ermanno Grifoni, Gabriella Concialini, Teo Barnaba e Francesco Debolini. Infine a Moncioni da Guido Barbieri, Amelia Burzagli, Leone Masini e Luciano Monaci.
[16] Cfr. intervista di Priore a Cesarina Quartucci del 23 novembre 1994 in AEP.
[17] Vedi Dichiarazione del 16 ottobre 1944 di Augusto Sottani, in PRO: 220-2 e R4L1944, testimonianza 15.
[18] Dichiarazione del 3 novembre 1944 di Olimpia Ciapi, in PRO: 131.
[19] Dichiarazione del 3 novembre 1944 di Virginia Navarrini, in PRO: 183, che testimoniò per il figlio Marino.
[20] R4L1944 testimonianza 18 e Dichiarazione del 16 Novembre 1944 di Ginetta Peretoli, in PRO: 210, che testimonia per Giovanni Quartucci.
[21] «Di sopra invece hanno dato fôco, su; e lì c’era degli sfollati di San Giovanni: pôerina, un certo… ora ’un mi ricordo come si chiama… insomma, la su’ moglie la lo portò in casa sua. Si fece aiuta’ a tutti – l’ammazzaron sempre lì, in quell’aia lì d’i’ Pasquini – la lo portò in casa sua; e gli era tutto pieno di… di schegge: la gnene levàa, pôerina, co’ un coltello… queste schegge d’addosso…». Intervista a Cesarina Quartucci Camici del 23 Novembre 1994 di Dante Priore (AEP). Cfr Dichiarazione del 21 Novembre 1944 di Giovanna Fabbri sposata con Giov. Batta Casucci.
[22] Dichiarazione del 25 Ottobre 1944 di Gina Borsi che testimonia per il marito Guido Pasquini e il suocero Pietro.
[23] Dichiarazione dell’8 Novembre 1944. Fiammetta Freccioni coniugata Peretoli testimonia per il padre Antonio Freccioni.
[24] Dichiarazione del 30 Ottobre 1944 di Iolanda Bottai.
[25] Dichiarazione del 25 Ottobre 1944 di Emilia Ferrati che testimonia per il marito Eugenio Peretoli.
[26] Dichiarazione del 2 Novembre 1944 di Luisa, ma sempre chiamata Attilia, Camici. Era la figlia di Camici Silvio e la sorella di Camici Dino e Giulio anche loro tra le vittime di Meleto, testimonia per il marito Guido Balsimelli.
[27] Dichiarazione del 2 Novembre 1944 di Rina Brilli sposata a Vasco Biagini.
[28] Dichiarazione dell’8 Novembre 1944 di Maria Fabbri moglie di Modesto Camici.
[29] Dichiarazione dell’8 Novembre 1944 di Cesarina Quartucci, figlia di Giovanni Quartucci, che testimonia per il marito Andrea Camici.
[30] Dichiarazione del 23 Novembre 1944 di Maria Maggesi moglie di Eudelfo Rossini.
[31] Dichiarazione del 15 Novembre 1944. Si tratta di Armanda Borracci sposata con Azelio Brogi.
[32] Dichiarazione del 2 Novembre 1944.
[33] Armida Freccioni vedova di Camici Dino testimoniò che alcuni scampati non furono visti neppure dalle donne che tentavano di salvarsi dalla morsa dei tedeschi: « … la mattina gli scappavano di qua e gli era bell’e tutto occupato; si salvò i’ zio Modesto perché gli entrò in una macchia e si coprì con tutte le foglie; si passava di lì, nemmen noi ’un si vide, nemmeno noi e poi mi ridiceva: “Quando tu sei passata con Giulio, t’hanno rimandata addietro …” gli era proprio dentro la macchia, e io ero con Giulio (costretto a tornare indietro e poi ucciso)…». Intervista di Laura Camici del 20.11.1993.

 

© Francesco Gavilli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...