Una strage ~ 12. Meleto: le ultime catture

 

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Un automezzo militare attraversa il paese

 

Quello che avviene attorno all’aia Pasquini, sta già accadendo in tutto il resto del paese, con la differenza che altrove vi è la quasi totale impossibilità di scampo. Tutta la gente è in subbuglio, chi sente l’automezzo militare, chi vede dalla finestra piccoli gruppi di soldati scendere e infilarsi nelle case, chi sente gridare “fuori le donne e i bambini”: in una mezzora agghiacciante cresce il numero degli uomini catturati che vengono concentrati presso il Monumento. Chi ne vede due, altri quattro, poi dieci, trenta, circa cinquanta, poi sessanta; il numero si forma mentre si operano i rastrellamenti e le donne cercano scampo quasi tutte verso il rifugio antiaereo. L’intento è quello di svuotare il paese per procedere alle uccisioni ma anche alla devastazione delle case. Una prima mitragliatrice è posta verso l’aia del Sottani indirizzata verso il Monumento, mentre un’altra sarà posta dietro un muretto prospiciente la statua della piazza alberata: qui il Matassini sarà costretto a trasportare le munizioni.

 

 ore 6.00, Viale Barberino

 

Augusto Sottani ha 63 anni e si salverà in modo rocambolesco..[1]

Sono un uomo sposato e proprietario di un podere a Meleto. Verso le 6 del mattino, stavo lavorando nella concimaia della mia aia, quando mi trovai davanti due soldati tedeschi che mi obbligarono immediatamente, senza una benché minima spiegazione, a seguirli.

Enrica Cheti ha 26 anni è sfollata con la figlia da San Giovanni Valdarno a causa dei bombardamenti sulla linea ferroviaria. Dal mese di marzo è venuta ad abitare nell’edificio della scuola elementare proprio nel cuore del paese a ridosso del giardino del Monumento. Dal 21 giugno, visto l’avvicinarsi del fronte, anche il marito, Lanfranco Cheti di 27 anni, Cancelliere presso il Tribunale di Firenze, ha deciso di stabilirsi definitivamente  nel piccolo paese e non venire più solo ogni fine settimana. Nell’edificio vi è anche Marzocchi Argante, un ventitreenne fiorentino, cugino della Cheti e studente arruolato come Ufficiale dell’Esercito Repubblichino: è in licenza militare. Con loro vi è un terzo uomo Lino Fratini, che si salverà grazie alla conoscenza della lingua francese. Secondo Enrica Cheti i Tedeschi arrivarono attorno alle 5.[2]

Stavo facendo dei dolci nella mia provvisoria abitazione, quando udii un automezzo che entrava dentro il paese. Guardai fuori dalla finestra e vidi circa otto soldati tedeschi smonta­re da un camion. Avvertii di corsa mio marito che era ancora a letto. Si alzò e si vestì velocemente e poi informò Lino Fratini e Argante Marzocchi. Quando ridiscesi al pianterreno vidi dalla finestra due soldati tedeschi vicino il Monumento ai Caduti che tenevano sotto controllo Maurizio ed Augusto Sottani. Si iniziava a udire anche qualche sparo di mitragliatrice. Nel frattempo gli uomini di casa stavano tentando di scappare dalla finestra di un’altra stanza, quando all’improvviso iniziarono a picchiare violentemente alla porta: mio marito e i suoi amici non fecero a tempo a scappare, la porta della scuola fu buttata giù e due soldati tedeschi portarono gli uomini scortandoli al Monumento ai Caduti.

Anche i coniugi Gonnelli sono sfollati da San Giovanni insieme alla figlia: Marzia ha 44 anni, due anni meno del marito Gonnelli Pilade, di professione falegname. Dalla sua abitazione, poco distante dalla scuola, la donna sente l’automezzo militare risalire nel paese[3]

Pensando che a quell’ora del mattino, questo fosse un fatto insolito, mi affacciai alla porta per vedere cosa poteva essere. L’automezzo che avevo sentito non c’era più, ma vicino alla chiesa del paese scorsi i soldati tedeschi che si erano separati in piccoli gruppi. Avvertii mio marito, tanto temevo quello che potevano fare i Tedeschi. Mio marito si alzò e si vestì, e mi rassicurava che lui non aveva fatto niente di male e che non c’era ragione di preoccuparsi.

               

Gioconda Maggesi, da Santa Barbara è venuta ad abitare con i suoi tre piccoli figli dal padre, Gabriello Baldi, un minatore di 61 anni, nel paese di Meleto. Vede l’automezzo tedesco entrare nel paese con circa una decina di soldati tedeschi. Alla loro vista, è presa dalla paura e mette in salvo i figli dirigendosi verso il rifugio approntato fuori il paese e lasciando in casa il babbo. «Quella fu l’ultima volta che vidi mio padre vivo. Ricordo di aver udito alcuni spari mentre ero al rifugio, ma non so dire che ora era.» [4]

In un appartamento sopra il Circolo Ricreativo del paese, anch’esso poco distante dal Monumento ai Caduti, hanno trovato sistemazione due famiglie: i Lachi e i Pascasi. Dal mese di gennaio sono arrivati Lachi Alfredo, autista di 21 anni, e la moglie Loredana. Dal mese di maggio saltuariamente salgono in paese anche il babbo Lachi Giustino, 48 anni, barrocciaio e deviatore alla Miniera Le Carpinete, con l’altra figlia, Vilma e il marito di questa, Pascasi Pasquale, un trentaduenne anche lui, barrocciaio. Secondo le testimonianze delle due donne la stranezza del rumore insolito dell’automezzo le mise in allarme e quando uscirono nel piazzale antistante il Circolo, videro «circa dieci civili con due soldati tedeschi che sembravano essere stati messi sotto sorveglianza».[5]

 

ore 6.30

 

Dopo il rumore dell’automezzo furono le grida dei paesani a mettere allarme. Virginia Navarrini è in casa con il figlio Navarrini Marino, un minatore di 28 anni. Il suo racconto mostra il convulso e vano tentativo di fuga del figlio. Il paese è ormai accerchiato.

 

Verso le ore 6,30 ero in casa con tutta la mia famiglia, quando udii nella strada alcune persone che gridavano: «Sono arrivati i Tedeschi!». Mio figlio si precipitò fuori casa nel tentativo di fuggire dal paese. Ritornò di nuovo dopo un quarto d’ora, dicendo che era impossibile lasciare il paese perché era completamente accerchiato da soldati tedeschi. Mio figlio dava l’impressione di essere sulle spine e agitato, pochi minuti dopo, lasciò di nuovo la casa. Quella fu l’ultima volta che lo vidi vivo. Allora presi da casa qualche cosa da mangiare e insieme agli altri membri della mia famiglia, andammo a ripa­rarci in un rifugio circa un chilometro fuori dal paese. Strada facendo passai attraverso la piazza presso al Monumento ai Caduti: lì vidi due uomini che io conosco come Ido Matassini e Antonio Ciapi, i quali erano scortati da un soldato tedesco. Non feci molta attenzione a questo soldato perché avevo fretta di andarmene via dal paese.[6]

Poco dopo Marzia Gonnelli mentre il marito tenta di rassicurarla sente bussare alla porta

 

… entrò un soldato tedesco. Non mi parlò, ma an­dò al piano di sopra, nella camera dove era mio marito. Il soldato fece un segno a mio marito, volendo dire che doveva andar fuori. Mio marito non potette fare altro e io li seguii entrambi sul davanti della casa. In quel momento vi erano già circa quattro uomini, in prossimità del Monumento ai Caduti, che erano sorvegliati da un al­tro soldato tedesco. Mio marito andò ad unirsi a loro, e allora io mi accorsi che un Tedesco se ne stava in piedi vicino ad una mitragliatrice proprio dietro ad un basso muro di fronte alla piazza. In poco tempo parecchi altri uomini vennero portati sotto scorta nell’area del Monumento, fino a raggiungere il numero di trenta circa. Fui presa dalla paura e rientrai in casa da mia figlia.

Odilia Camici testimoniò per una delle famiglie più colpite accomunando il suo nucleo familiare, comprendente il marito Osvaldo Camici e il suocero Giovacchino Camici, a quello del fratello del suocero, Silvio Camici e i suoi figli Giulio Camici e Dino Camici, a quello di Giuseppe Mugnai e infine a quello di Dino Ferrati, che è uno sfollato da San Giovanni Valdarno. Effettivamente queste famiglie abitavano in un’unica grande abitazione proprio di fronte al Monumento.[7]

 

Verso le ore 6,30 del mattino del 4 Luglio 1944, ero in casa con mio marito Osvaldo Camici, di 33 anni, muratore, insieme ali altri membri della mia famiglia. Improvvisamente fecero irruzione nella nostra casa due soldati tedeschi e pretesero che tutti gli uomini presenti nell’edificio li accompa­gnassero nella piazza presso il Monumento ai Caduti. Posso ricordare molto bene uno dei soldati e sarei ca­pace di riconoscerlo, se lo vedessi di nuovo. Questo soldato parlava un italiano corrente e allora ho pensato che fosse un italiano vestito con uniforme tedesca. Tutti gli uomini della mia famiglia lasciarono allora la casa in compagnia dei soldati. Poco dopo una vicina mi avvertì che i Tedeschi avrebbero dato fuoco alle case e mi consigliò di lasciare subito il paese. Presi da casa un po’ di cibo e dei vestiti e con mio figlio m’incamminai verso un rifugio antiaereo a circa due chilometri dal paese. Per compiere quel percorso dovevo attraversare la piazza vicino al Monumento ai Caduti. Lì vidi i membri della mia famiglia raggruppati insieme con circa altri quaranta civili tutti uomini. C’erano tre soldati tedeschi ar­mati che li sorvegliavano.

La moglie di Ferrati Dino, un sarto di 47 anni, Nara Chianni, sfollato da San Giovanni nello stesso palazzo dei Camici quando udì l’automezzo attraversare il paese non ebbe dubbi:

 

L’ora così presta era molto insolita e il primo pensiero che mi venne fu quello di un automezzo tedesco con soldati a bordo. Uscimmo dal letto e ci vestimmo velocemente, quindi mio marito andò al pianterreno per vedere se poteva rivedere il veicolo che ci aveva svegliati. Ritornò pochi momenti dopo e diceva di aver visto i sol­dati tedeschi che frugavano ormai nelle case vicine. Così mio marito decise di tentare di nascondersi al piano superiore della casa mentre io rimasi al pianterreno. Mi misi a fare delle faccende di casa a pianterreno quando tutto a un tratto udii per le scale il rumore di un tafferuglio: era mio marito trattenuto con la forza da due soldati tedeschi. Lo portarono fuori senza dare una parola di spiegazione. Io da parte mia li seguii e vidi che mio marito se ne andò ad unirsi ad altri uomini del paese che erano stati radunati nella piazza accanto al Monumento ai Caduti. Tutti questi uomini erano sorvegliati da soldati tedeschi. Riconobbi, in mezzo ai paesani radunati, mio cognato Cesare Ferrati e Pilade Gonnelli. Baciai mio marito, poi tornai a casa a prendere le mie cose. Erano allora le ore 7 circa. Quindi decisi di cercare riparo nel rifugio antiaereo presso il cimitero vecchio. Mentre andavo lì, passai davanti ad un soldato tedesco che sorvegliava l’uscita dal paese, permettendo di passare sol­tanto alle donne e ai bambini.[8]

Dino era stato iscritto al PNF, a differenza del fratello Ferrati Cesare, 49 anni, sarto tagliatore di Firenze, il quale era un fervente antifascista e ora era sfollato a Meleto presso l’abitazione dei Matassini. Per quest’ultimo vi è una testimonianza successiva del figlio Pier Luigi, il quale si salvò grazie all’astuzia della madre.

«Stavamo proprio lì [presso il Monumento], e mi presero i tedeschi perché da un ragazzo di 15 anni, quindi di due anni più vecchio di me, … fino a un vecchio di 92, … hanno fatto strage di tutti gli uomini che hanno trovato in paese. … La mamma mia, … in un impeto , perché c’era confusione, mi mise una coperta da stirare sulla testa e mi portò via. E s’incamminò …. c’incamminammo … con tutte le altre donne e bambini in un rifugio che era stato scavato nei giorni precedenti proprio … dalle vittime. Un rifugio ancora non armato, … quindi in terra friabile, … che ci cascava addosso. Io mi ricordo che ad accompagnare i militari tedeschi delle SS [così nel testo] a cercare gli uomini c’erano due repubblichini, … e uno di questi lo conoscevo, perché era il cartolaio di Via del Corso a San Giovanni Valdarno. [Mi è stato riferito che] le ultime notizie lo davano presente nel 1945 a Milano dove aveva messo su una piccola industria di tipografia.» [9]

La moglie di Cesare, Iole Ferrati, da parte sua passando di fronte al Monumento verso il rifugio riconobbe suo

marito in compagnia di altri uomini del paese, tra i quali vi erano: Eugenio Peretoli, Ido Matassini, mio cognato Dino Ferrati, Numa Matassini, Giulio Camici e Giovacchino Camici. C’erano anche molti altri uomini oltre loro, ma non ne conosco i nomi. Circa cinque soldati tedeschi sorvegliavano questi uomini e ricordo di aver visto anche una mitragliatrice piazzata di fronte ad una casa nella piazza. Quella fu l’ultima volta che vidi mio marito e mio cognato vivi.[10]

 

Abbiamo visto che nella scuola elementare oltre al Cheti e al Marzocchi vi era un altro giovane che riuscì a salvarsi: secondo la sua testimonianza quando è portato al Monumento il numero degli uomini è già molto alto.

Fummo scortati fino al Monumento ai Caduti, al centro del paese, dove c’erano già circa 60 civili di sesso maschile radunati insieme. Circa sette o otto soldati tedeschi circondavano gli uomini ed ognuno era armato di fucile. Notai anche che c’erano due mitragliatrici pesanti presidiate da soldati tedeschi. Una era dietro a un muro basso di fronte al Monumento. Mentre ero in piedi in mezzo al gruppo di uomini, molti altri venivano condotti dentro la piazza a piccoli gruppi.[11]

 

Altri sfollati da San Giovanni erano Pazzagli Elio, di 46 anni, impiegato, e Ermini Antonio, un calzolaio di 43 anni.

Fidalma, moglie di Antonio, è uscita a prendere il latte in una casa colonica e trova una donna che la informa dell’arrivo dei tedeschi:

Mi affrettai verso casa e svegliai mio marito. Lo informai di quanto avevo appreso. Si alzò e si vestì rapidamente, mentre io mi misi alla finestra per vedere se ero vero ciò che mi era stato riferito. In effetti in quel momento vidi due soldati tedeschi passare giù nella strada. Pochi minuti dopo ci fu un colpo alla porta. Prima che potessi andare a vedere chi era, un soldato tedesco forzò la porta ed entrò in casa, mentre un altro rimase sull’ingresso. Entrambi questi soldati erano armati di fucile, di una pistola e anche di bombe a mano che portavano infilate nei loro cinturoni. Il soldato che era entrato in casa andò in camera da letto dove mio marito stava nascosto. Lo seguii e lo udii ordinare a mio marito di andare nella piazza. Parlava un italiano stentato. Mio marito lasciò la casa accompagnato dai due soldati ed andò ad unirsi ad un gruppo di altri uomini nella piazza presso il monumento ai Caduti. Questi civili erano sorvegliati da tre soldati tedeschi, due dei quali stavano vicino a delle mitragliatrici. Pochi minuti più tardi vidi Lino Fratini, uno sfollato da San Giovanni, passare insieme ad altri soldati tedeschi. Anche a me Fratini disse di andarmene via subito dal paese, poiché i Tedeschi stavano per distruggerlo col fuoco. Mi rifugiai in un rifugio antiaereo insieme a mio figlio. L’ultima immagine che ho di mio marito ancora vivo è di lui che se ne sta in piedi nel mezzo della piazza.[12]

         

Anche Rosaura Ienne vide Lino Fratini distaccato dagli altri soldati. Dalla finestra di casa ha visto uscire scortati da due soldati il babbo Camici Ruggero, 67 anni, pensionato ex impiegato della Miniera Poggio Àvane e zoppo da una gamba, aiutato da Malvisi Giustino, 48 anni, operaio di una fonderia sfollato presso la loro famiglia.

Vidi nella piazza anche un italiano che conoscevo come Lino Fratini e che se ne stava accanto ad un soldato tedesco e, a una certa distanza, c’era un gruppo di uomini tutti in piedi: tra questi riconobbi Dino Camici, Giulio Camici, Giovacchino Camici, Lanfranco Cheti, Cesare Ferrati, Dino Ferrati, Pilade Gonnelli e Numa Matassini. Il Signor Fratini si mise a gridare: «Donne e ragazzi fuori dal paese, perché lo bruceranno!». Allora lasciai la casa e andai ad un rifugio fuori del paese, distante circa due chilometri.[13]

Nello spiazzo di fronte al Monumento dietro la chiesa del paese ormai l’assembramento è numeroso. Un uomo, Arturo Panichi, ne divenne la memoria contabile. Perché Arturo Panichi viene salvato? È un semplice ortolano, nessun documento da mostrare, stesso handicap fisico di Ruggero Camici, di cui è anche più giovane: eppure per un macabro senso dello spettacolo o del bisogno di testimonianza, l’Ufficiale tedesco che lo cattura gli chiede di sedere accanto alla mitragliatrice che dal muretto di Viale Barberino guarda i civili che poco a poco crescono attorno al Monumento. Arturo Panichi, condivide con Ido Matassini una “incomprensibile” salvezza e verrà rilasciato la sera dalla Minierina di Poggio Àvane, dove i tedeschi hanno festeggiato una normale giornata di carneficina.

Sono un uomo sposato di 56 anni e fino a tre anni fa lavoravo come minatore nella miniera di Castelnuovo. Sfortunatamente fui coinvolto in un incidente nella miniera dopo di che divenni zoppo alla gamba destra. Questo rese necessario che io lasciassi la miniera e divenni un bottegaio di questo paese. Verso le ore 6,30 stavo aprendo la mia bottega quando alcune donne del luogo passavano preoccupate dicendo che c’erano soldati tedeschi in paese. Mi allarmai a questa notizia e ritornai a casa per prendere alcuni vestiti, poiché avrei cercato di nascondermi ai Tedeschi. A casa informai mia moglie Anita dell’arrivo dei Tedeschi. Lasciammo così insieme la nostra abitazione, avendo intenzione di nasconderci da qualche parte fuori dal paese, ma avevamo fatto soltanto pochi metri quando un Ufficiale tedesco ci fermò. Questo Ufficiale mi fece capire, parlando un cattivo italiano, che io lo accompagnassi mentre mia moglie doveva lasciare il paese. Seguii l’Ufficiale nel piazzale davanti al Monumento ai Caduti del paese. L’Ufficiale allora mi disse che potevo sedere sopra un muro basso di fronte a una casa nel Viale Barberino, di faccia al Monumento. Allora vidi circa 30 uomini, tutti paesani e sfollati, radunati di fronte al Monumento, sorvegliati da alcuni soldati tedeschi. Vicino a dove ero stato fatto sedere, c’era una mitragliatrice. Per la precisione era nel giardi­no, dietro il muro sul quale sedevo. Questa mitraglia era puntata contro il gruppo degli uomini che erano vicini al Monumento ed era presidiata da uno dei Tedeschi. Ce n’era un’altra di mitragliatrice ed era piazzata all’entrata dell’aia del Sottani. Anche questa mitraglia era puntata contro il gruppo dei compaesani. Questo gruppo andava crescendo in continuazione perché si aggiungevano via via altri compaesani, tutti uomini, che venivano rastrellati dai Tedeschi.[14]

Ermini Giuseppe,  68 anni, residente nella piazza antistante la Chiesa, pensionato ed ex esercente di generi alimentari, aveva messo in salvo il giorno prima il figlio preoccupato dell’azione della Wachkompanie di Danisch di due giorni prima e temeva una retata dei tedeschi (PMNSC: 207). Venne catturato mentre tentava di fuggire con il cavallo e il calesse. La moglie Luisa si sta preparando con la figlia a fuggire ma irrompono in casa i tedeschi: rimase sempre convinta di aver riconosciuto un fascista sangiovannese che lei conosceva bene.[15]

La storia di Pastorini Ivan, operaio ventunenne presso la lampisteria S. Paolo della Soc. Mineraria del Valdarno, venne raccontata drammaticamente dalla mamma Nella e da Augusto Sottani con il quale aveva cercato di salvarsi in un deposito dell’olio: scoperto venne ucciso fuori dal gruppo dell’aia Rossini.

Verso le ore 6,30 ero in casa quando, affacciatami ad una delle fine­stre, vidi che un automezzo militare tedesco stava attraversando la via del paese, in direzione del cimitero vecchio. Mi allarmai poiché nel veicolo c’erano soldati tedeschi armati di tutto punto. Svegliai Ivan che in quel momento stava dormendo nel letto e gli dissi di fare alla svelta a vestirsi, perché doveva lasciare subito la casa. Ivan così fece e aveva lasciato anche immediatamente la casa, ma circa dieci minuti più tardi lo sentii chiamarmi da sotto la finestra, proprio dalla parte dove avevo visto passare il veicolo tedesco. Aprii la finestra e vidi mio figlio lì sotto. Sembrava essere molto impaurito. Mi disse che non era riuscito a trovare un nascondiglio sicuro. Io da parte mia ero così impaurita che i soldati tedeschi lo trovassero lì sotto che gli dissi di non indugiare ancora di più e di nascondersi in un posto qualsiasi. Egli allora scappò e quella fu l’ultima volta che lo vidi vivo. Pochi minuti dopo ero scesa sulla porta di casa quando un soldato tedesco si avvicinò e mi fece capire, in italiano stentato, che io dovevo lasciare subito la casa perché l’avrebbero incendiata. Lasciai subito la casa e mi diressi ad un rifugio antiaereo presso il cimitero vecchio. Durante il tragitto verso questo rifugio si deve passare davanti all’aia del contadino Pasquini e qui, mentre camminavo, vidi di sfuggita circa trenta uomini del paese, tra loro c’erano sicuramente Guido Pasquini e Giov. Batta Casucci.[16]

Alla medesima ora viene catturato in casa anche Turchi Angiolo, 68 anni, un contadino in pensione. La nuora disse che i tedeschi entrati in casa «non proferirono parola, ma afferrarono per un braccio mio suocero e lo portarono fuori. Ero terrorizzata dai Tedeschi, così rimasi in casa con mia suocera. Quella fu l’ultima volta che vidi mio suocero vivo e da allora non ho visto o sentito niente di lui».[17]

 

Ore 6.45

 

I fratelli Bonaccorsi erano a Meleto sfollati addirittura da Livorno: “i livornesi” erano chiamati in paese, un gruppo che proprio la sera precedente si era ritrovato unito in una loro casa. Bonaccorsi Atos, 37 anni, operaio elettricista, è catturato in casa e portato via da due soldati.

Mio marito che lascia la casa in compagnia di questi soldati, è l’ultima immagine che ho di lui vivo. Impaurita, presi del cibo da casa e mi diressi con i miei bambini in un rifugio antiaereo, due chilometri circa fuori dal paese. Strada facendo, incontrai un soldato tedesco che era posto a sentinella appena fuori il paese, ma il terrore era così grande che non lo guardai attentamente, così non posso descriverlo.[18]

Failli Orazio, 43 anni, minatore, sfollato a Meleto dal Porcellino dall’Aprile del ’44, era tornato in paese dopo il turno di notte presso le miniere poco prima dell’arrivo dei tedeschi. Svegliato dalla moglie cercò la fuga fuori il paese, ma fu fermato lungo Viale Barberino

Mentre stavamo andando lungo la strada, ci imbattemmo in due soldati tedeschi che scortavano una quindicina di uomini del paese. Quando i Tedeschi videro mio marito, gli fecero dei cenni perché si unisse a quel gruppo di uomini, cosa che lui fece. Sebbene in quel momento fossi emozionata, tra quegli gruppo di uomini, potei riconoscere Dino Dumossi, Faustino Dumossi e Terzilio Dumossi.[19]

Questi civili sono quelli catturati attorno all’aia Melani, a cui sono stati aggiunti quelli provenienti da Masseto, Don Giovanni Fondelli e i Dumossi. Dovrebbero essere in tutto venticinque tra i quali i catturati da Masseto, nell’aia Melani, i contadini che lavorano presso Luigi Mugnai alla mietitura e altri sparsi. Primetta Coccoloni indicò 9 persone tra gli altri nell’aia Melani, mentre Loretta Benini, nipote del parroco, vede risalire da Viale Barberino un nutrito gruppo e ne riconosce 17. Dei 9 indicati dalla Coccoloni, 7 sono visti anche dalla Benini:

Dopo circa un quarto d’ora, mentre ero di ritorno dalla casa colonica, notai mio zio [Don Fondelli] con parecchi uomini, tutti di questo paese, risalire nel Viale Barberino scortati da cinque soldati tedeschi. Mi feci incontro a mio zio e gli chiesi cosa c’era che non andava. Egli rispose: «Sembra ci sia qualche problema». Di questi uomini riuscii a riconoscere Ferdinando Coccoloni, Giuseppe Mugnai, Luigi Mugnai, Brunetto Melani, Virgilio Melani, Mario Melani, Faustino Dumossi, Dino Dumossi, Terzilio Dumossi, Giuseppe Rossi, Bruno Chianni, Gino Martini, Natalino Becattini, Mario Cuccoli, Pasquale Neri, Cesare Martini. Fui presa da grande paura e così andai a casa da mia madre.[20]

Quando Annunziata Forasti uscì di Chiesa trovò il marito, Forasti Umberto, un operaio di 66 anni, già presso il Monumento assieme ad altri 30 uomini.

Feci un tentativo di avvicinare mio marito per parlargli, ma fui fermata da uno dei soldati. Questi invece, parlando un italiano ben comprensibile, mi ordinò di lasciare subito il paese perché da lì a poco le case sarebbero state incendiate.[21]

In realtà a questo punto i soldati stanno convergendo tutti verso il Monumento dove credo fosse previsto inizialmente l’uccisione collettiva. Nel racconti sia il numero dei civili che quello dei soldati sta crescendo. Maria Fabbri, moglie di Fabbri Mario, un barbiere quarantaduenne sfollato da San Giovanni Valdarno dal gennaio del ’44, parla di «circa 40 uomini del paese, sorvegliati da un soldato tedesco che stava appostato dietro una mitragliatrice» e prosegue «ricordo di aver visto un uomo civile seduto so­pra un muro vicino alla mitragliatrice, ma non conosco il suo nome [Arturo Panichi]. Essendo una sfollata, non conosco i nomi dei civili che erano lì nella piazza, sebbene di vista ne conoscessi qualcuno, infatti l’unica persona di cui sono sicura è il parroco Don Giovanni Fondelli, dal momento che era vestito con il suo abito talare. In quel momento c’erano parecchi altri soldati tedeschi nelle vicinanze, alcuni dei quali perlustravano le case mentre altri stavano scortando continuamente altri uomini nella piazza.[22] 

 

Ore 7.00

 

La tragedia inizia a prendere contorni precisi, Enrica Cheti esce dalla provvisoria casa nella scuola seguendo il marito e gli altri uomini di casa:

Questo accadde quando erano circa le ore 7. Vidi un soldato tedesco, in piedi dietro la mitragliatrice che era di fronte al Monumento. Capii subito il pericolo che correva mio marito, cosicché mi avvicinai a questo soldato e gli dissi che mio marito non era un Partigiano. Questo soldato indossava un elmetto mimetizzato ed una casacca mimetica. Ricordo che portava anche una cinghia di cuoio con il segno della svastica sulla fibbia. Mi disse: «Via!».

Brunetta Tigli assiste alla cattura del suocero Tigli Iacopo, un uomo di 80 anni catturato nell’aia mentre da mangiare ai conigli. A quel punto gli uomini nel Monumento sono attorno ai cinquanta e dal riconoscimento che fece Brunetta Tigli attorno alle 7,00 si capisce che vi sono anche quelli trattenuti precedentemente nell’aia Pasquini e quelli dell’aia Melani.[23]

 

Innocenti Luigi chiamato Siberio, 88 anni, il più anziano di tutti gli uccisi nella strage di Cavriglia, nato a Figline Valdarno il 7 marzo 1856 e nella vita aveva fatto l’«aratolaio», il costruttore di aratri. Anche il figlio, catturato attorno a Masseto, morirà. Giuseppina Innocenti, la nuora, si preoccupa di mettere in salvo i figli e lascia a letto il vecchio: «Mai avrei pensato che i Tedeschi avrebbero fatto del male a mio suocero e non mi detti la pena di svegliarlo.[24]

Un altro sfollato “livornese”, Panicali Amedeo, operaio di 41 anni, è catturato all’uscita di casa di amici dove aveva passato la notte. Interessante la testimonianza della moglie Nella che parla di un soldato chiaramente italiano tra le fila dei tedeschi: c’è una “trattativa” assai lunga con chi lo cattura e da quel colloquio la donna si fa un’idea non approssimativa della lingua del soldato.

La notte del 3 Luglio io e mio marito eravamo rimasti a dormire in casa dei Bonaccorsi dove andavamo per farci compagnia. La mattina, quando lasciammo la casa dei nostri amici, fummo fermati da un soldato tedesco. Questi parlava italiano in modo assai corretto e ordinò a mio marito di portarsi nella piazza vicino al Monumento ai Caduti, mentre io avrei dovuto andar via subito dal paese. Non riesco a ricordare le esatte parole che egli pronunciò. Questo soldato aveva circa 35-40 anni, alto m. 1,80 circa, dalla corporatura snella e i capelli neri. Mi sembrava più un soldato italiano vestito in uniforme tedesca. Non sono in grado, però, di descrivere la sua uniforme. Mio marito lo supplicò perché mi potesse accompagnare a casa, ma quegli oppose il suo rifiuto e gli disse nuovamente di andare nella piazza. Immediatamente un altro soldato tedesco si avvicinò a noi e portò mio marito verso la piazza.[25]

 

 

«Tutti fuori dalle case»

 

Arrivati ormai all’epilogo dei rastrellamenti, ai tedeschi non resta che accertarsi che non vi siano donne e bambini come testimoni e uomini da eliminare. Finora i soldati hanno trovato moltissima popolazione ancora nel sonno, o sorpresa al lavoro e comunque impossibilitata alla fuga: il rastrellamento ha portato velocemente a raggiungere il numero di 50-60 persone presso il Monumento e con l’arrivo dei civili catturati ai margini del paese si profila un “pericoloso”e troppo vasto assembramento. Forse i responsabili del gruppo di soldati stanno prendendo ora la decisione di suddividere i civili catturati, stanno stabilendo i luoghi della uccisione e le modalità di devastazione; fin dall’inizio si è minacciato l’incendio del paese con l’intento di stanare gli uomini e far scappare donne e bambini, ma ora è diventato essenziale l’evacuazione totale. Credo che questo sia il momento più “rischioso” per i soldati: più che la reazione dei Partigiani si teme il possibile movimento inconsulto del gruppo sequestrato. Il tempo stringe e c’è bisogno di velocità e “rassicurazione”: sarà un intermediario italiano scelto tra i civili a dover accompagnare un soldato per radunare tutti in piazza, e spingere le donne fuori le case. Questa presenza pretestuosa di un civile non avrà una funzione di “scovamento” quanto quella di favorire la normale uscita dalle abitazioni. Sono poche infatti le testimonianze su uomini sollecitati dal Fratini a presentarsi in piazza. Secondo Augusto Sottani poco dopo le 7,00 sono già una sessantina:

Mi portarono vicino al Monumento ai Caduti dove vidi circa 60 persone, sia uomini del posto che sfollati, radunati insieme e sorvegliati da 10 soldati tedeschi sotto il comando di un Ufficiale tedesco. Questo Ufficiale aveva un’età di circa 30 anni, di un’altezza sul m. 1,78 circa, capelli biondi, la corporatura snella, indossava una casacca mimetica, calzoni lunghi grigioverdi e portava un berretto tedesco a lunga tesa. L’Ufficiale ci fece capire, parlando stentatamente la lingua italiana, che voleva vedere i nostri documenti d’identità. Noi mostrammo i documenti che avevamo e quello, dopo averli esaminati, si rivolse a noi, sempre in cattivo italiano, chiedendo se c’era qualcuno che sapeva parlare francese. Dal gruppo si udì un uomo, chiamato Lino Fratini, rispondere ad alta voce e informare l’Ufficiale che lui sapeva parlare un po’ il francese; al che il Tedesco lo mandò, accompagnato da una sentinella, ad avvertire tutte le donne nel paese che avevano 20 minuti di tempo per lasciare il paese, poiché questo stava per essere incendiato dai Tedeschi. Mentre eravamo lì in attesa un uomo del nostro gruppo, che io conoscevo come Pasqualino Pratellesi, si disse preoccupato avrebbero ucciso tutti, dal momento che poco prima avevano ucciso alcuni uomini nella sua borgata. Il nostro Parroco Don Giovanni Fondelli, che era nel mezzo a tutti noi radunati, sentì quanto quell’uomo disse e ci dette l’assoluzione.[26]

A sua volta il giovane Fratini raccontò come si fece avanti alla richiesta dell’Ufficiale:

Verso le ore 7 un Ufficiale tedesco entrò dentro lo spiazzo dove eravamo. Esaminò di persona parecchi documenti degli uo­mini raggruppati insieme e poi chiese se qualcuno sapeva parlare francese. Io ho una modesta conoscenza di francese, così uscendo dal gruppo mi feci avanti. Allora l’Ufficiale mi disse, parlando un cattivo francese, che io avrei dovuto avvertire tutte le donne e i ragazzi di lasciare subito il paese perché i Tedeschi stavano per dare fuoco a tutto: più o meno usò parole con questo significato. In quel momento mi trovai proprio vicino all’Ufficiale e quindi posso ben dire che era un uomo di 28‑30 anni, alto attorno ad un m. 1,75 circa di altezza, la corporatura snella, gli occhi azzurri e la carnagione fresca; indossava una camicia grigioverde con cravatta e stivaloni[27]. Portava anche un elmetto di acciaio, con aquila e svastica dipinte su di un cerchio bianco in un lato dell’elmetto, e una giacca mimetica. Questo Ufficiale mi ordinò di seguire un soldato tedesco in giro per il paese, al fine di avvertire tutte le donne di andarsene subito. Strada facendo incontrai il Signor Rosselli [in realtà va inteso il fattore Piccioli e non il proprietario Rosselli] che vive nella fattoria vicino al paese. Gli erano stati chiesti, da un soldato tedesco, i suoi documenti di identità e gli era stato permesso di andare a casa a prenderli.

 

Sono pochi gli uomini catturati dai tedeschi mentre il Fratini invita a lasciare le case: solo i Lachi e i Pascasi, ancora nascosti all’interno del Circolo Ricreativo che escono tutti insieme con le donne, e il “livornese” Bonaccorsi Oscar, un invalido di 35 anni impiegato come fattorino.[28]

 

note:

 

[1] Dichiarazione del 16 Ottobre 1944.
[2] Dichiarazione del 21 Ottobre 1944 di Enrica Righi vedova Cheti.
[3] Dichiarazione del 20 Ottobre 1944 di Marzia Chionni sposata a Pilade Gonnelli.
[4] Dichiarazione del 3 Novembre 1944 di Gioconda Baldi coniugata Maggesi.
[5] Dichiarazioni del 18 Ottobre 1944 di Loredana Bernini sposata a Alfredo Lachi e di Vilma Lachi moglie di Pasquale Pascasi.
[6] Dichiarazione del 3 Novembre 1944 di Virginia Chiosi che testimonia per il figlio Marino Navarrini.
[7] Dichiarazione del 24 Ottobre 1944 di Odilia Riccesi coniugata con Camici Osvaldo.
[8] Dichiarazione del 12 Dicembre 1944 di Nara Chianni coniugata a Dino Ferrati.
[9] In Manfroni, La memoria degli eccidi nazifascisti. Etnografia delle commemorazioni, 2002. Questo repubblichino non è altro che Adolfo Noferi, il cui ruolo è stato evidenziato da Boni (CLC: 1-8). Individuato in paese anche da Luisa Ermini, moglie di Giuseppe, come testimonia il figlio Vinicio, subì un processo a Perugia nel dopoguerra che trovò risonanza anche nelle cronache dei giornali, perché alcune donne parenti delle vittime di Cavriglia aggredirono il Noferi durante un’udienza. Don Giovacchino Meacci nel Liber Chronicon della parrocchia di San Cipriano scrisse: «Si sapeva da tempo che alcuni Repubblicani [Repubblichini] di San Giovanni, Castelnuovo ed altrove, avevano minacciato distruzioni e vendette contro vari cittadini delle su nominate località, ma nessuno poteva pensare come ciò si sarebbe potuto verificare. Tra i massimi esponenti di questi Repubblicani che era stato veduto far simili comparse in questi paesi, minacciando orribili cose, è il noto Adolfo Noferi, però nessuno aveva mai dato un gran peso a simili minacce. […] La mattina del 4 luglio, circa le ore 5, alcuni automezzi carichi dei suddetti poliziotti accompagnati da vari Repubblicani italiani, fra cui sembra certo anche il Noferi, si diressero alla volta di Meleto per compiere, parte un rastrellamento a Meleto, parte a San Martino, parte a Massa e parte a Castelnuovo».
[10] Dichiarazione dell’11 Dicembre 1944 di Iole Pazzagli vedova Ferrati.
[11] Dichiarazione dell’8 Novembre 1944.
[12] Dichiarazione del 1 Dicembre 1944 di Fidalma Ferrini coniugata con Antonio Ermini.
[13] Dichiarazione del 31 Ottobre 1944 di Rosaura Camici sposata con Ferdinando Ienne testimonia per il padre Ruggero Camici e Giustino Malvisi.
[14] Dichiarazione del 15 Ottobre 1944.
[15] Dichiarazione del 3 No­vembre 1944. Si tratta di Luisa Rosai coniugata a Giuseppe Ermini.
[16] Dichiarazione del 30 Ottobre 1944. Il nome della donna era Natalina Panichi, ma era chiamata Nella.
[17] Dichiarazione del 24 Ottobre 1944. Si tratta di Bruna Borgheresi e testimonia per il suocero Angiolo Turchi.
[18] Dichiarazione del 30 Ottobre 1944. Si tratta di Ida Lucarelli sposata con Atos Bonaccorsi.
[19] Dichiarazione del 7 Novembre 1944.
[20] Dichiarazione del 30 Ottobre 1944.
[21] Dichiarazione del 24 Ottobre 1944.
[22] Dichiarazione del 28 Novembre 1944. Si tratta di Emma Surchi coniugata con Mario Fabbri.
[23] Dichiarazione del 3 Novembre 1944.
[24] Dichiarazione del 9 Novembre 1944.
Luigi Siberio Innocenti è il più anziano civile ucciso nelle stragi del comune di Cavriglia essendo nato il 7 Marzo 1856: veniva comunemente chiamato Siberio (o Silverio), nome che era stato di suo padre; nonostante la sua età esercitava una modesta attività di costruttore a domicilio di aratri di legno per essere trainati da buoi.
[25] Dichiarazione del 24 Ottobre 1944 di di Nella Tozzi che testimonia per il marito Amedeo Panicali.
[26] Dichiarazione del 16 Ottobre 1944.
[27] Dell’Ufficiale Comandante a Meleto abbiamo le descrizioni che ne danno alcuni sopravvissuti (Augusto Sottani, Lino Fratini, Ido Matassini e Arturo Panichi). Dalle loro dichiarazioni risulta evidente il ruolo di unico Comandante dell’operazione di Meleto, in quanto è lui che controlla i documenti, “salva” a sua discrezione due civili in base ad un criterio molto personale, conta i civili catturati, invia il Fratini (con cui ha conversato in francese) tra le case del paese. Come è ovvio tutti concordano nella descrizione fisica: ci troviamo di fronte ad un uomo di circa trenta anni, alto da 1,75 a 1,78, dalla corporatura snella e la faccia scarna, e dai capelli biondi, forse ondulati (Ido Matassini). L’abbigliamento ovviamente non portava elementi tali da poter essere riconosciuto altrove, essendo in “uniforme da azione di guerra”. Solo il Fratini inserisce un particolare dell’abbigliamento che nessun altro testimone indica: la cravatta («tie»).
Curiosamente in tutto il Rapporto Crawley solo la testimonianza di Ida Mattei descrive un Ufficiale con questo accessorio che secondo gli Inglesi sarebbe il medesimo ufficiale Wolf dell’Unità Anti-Partigiani di stanza a Bagno a Ripoli. A sua volta la descrizione da parte di Ivario V. dell’Ufficiale che lo interrogò a Villa Silvano parla di un uomo «molto elegante (very smart)». Tuttavia la descrizione fisica non concorda per altezza e colore dei capelli e quindi l’ipotesi di Crawley che vedeva nel Capitano Wolf la medesima persona che interroga V. e che alloggia a Villa La Costa sembra poco plausibile. Al contrario e paradossalmente la descrizione fisica del V. si avvicina in realtà più a quella degli scampati meletani che a quelle delle sorelle Mattei.
Rimanendo assai incerto e estremamente difficile individuare le persone sulla base di particolari fisici e di abbigliamento così generici, possiamo per lo meno indicare la provenienza di questo Ufficiale. Sappiamo infatti da un particolare riferito da Ido Matassini e confermato da Arturo Panichi che «Verso le ore 21, lo stesso Ufficiale tedesco, che aveva esaminato al mattino di quel giorno, a Meleto, i miei documenti d’identità, venne a [la Miniera di] Poggio Àvane. Mi chiese se mi sarebbe piaciuto andare a Firenze a lavorare lì per i Tedeschi. Gli dissi che era impossibile proprio allora, perché mia madre era molto malata. L’Ufficiale allora mi fece promettere che mi sarei presentato al locale Comando tedesco a San Cipriano, non appena mia madre fosse stata bene di nuovo …». Noi non sappiamo perché l’Ufficiale chiese al Matassini di trasferirsi con loro a Firenze, né per quale motivo l’italiano, già collaboratore nei servizi di approvvigionamento dei Tedeschi a Montevarchi, ricevette tanta considerazione da parte del Comandante; interessa sottolineare la provenienza fiorentina di questi soldati. Inoltre, in subordine, il Matassini fu invitato a presentarsi a San Cipriano: questo Comandante lega in una sola dichiarazione il ruolo di San Cipriano a quello di Firenze, confermando il legame stretto tra la Wachkompanie di Danisch e l’Alarmkompanie Vesuv.
[28] Dichiarazione del 27 Ottobre 1944. Si tratta di Iolanda Fantozzi sposata con Oscar Bonaccorsi.

 

© Francesco Gavilli

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