Una strage – 13. Tre donne sedute in piazza

 

P. Picasso - Tre donne alla fontana (1921) - olio su tela - Museum of Modern Art, New York

P. Picasso – Tre donne alla fontana (1921) – olio su tela – Museum of Modern Art, New York

 

 

anche se fossimo feriti, dilaniati, distrutti, sarebbero i nostri racconti a rimetterci in piedi. Sono il cantastorie, il creatore di sogni e il costruttore di miti, cioè la nostra fenice, a rappresentare la parte migliore di noi, quella più creativa.
DORIS LESSING
Dovete guardare al di là del vostro villaggio
da Terra e libertà di KEN LOACH

 

 

 

Ho impiegato molto tempo a capire le complesse parentele delle famiglie di un caseggiato posto al centro dell’unica via che attraversava il paese. Per un periodo altrettanto lungo non sapevo neppure che i nomi di alcune donne che vi abitavano erano fittizi e tuttora non conosco da dove derivi il nome “Fagiolo”, così strano e buffo, con cui veniva chiamata quella casa. In nessuno dei racconti di strage ritornano questi appellativi. Un tempo il nome usato per riconoscere una persona poteva essere anche un secondo nome, mentre quello anagrafico come un vero e proprio abito della domenica era usato solo nelle occasioni ufficiali; per di più un altro nomignolo poteva diventare una terza identità affettuosa. In quell’edificio gli uomini erano pochi e nessuno di loro pareva dominare la scena. Al contrario le donne mostravano una compattezza e una forza solidale che dava loro un’autorità indiscussa ed esclusiva. Ho ancora il ricordo del loro quotidiano ritrovarsi sedute nelle panche di legno poste nello spiazzo davanti casa, dove la strada le divideva dal giardino del Monumento e dalla scuola elementare. Anche dopo aver conosciuto la loro storia, non mi è rimasto un ricordo di dolore o di cupa compagnia, a dimostrazione che si può evitare l’autocommiserazione anche di fronte ad un lutto complesso e forte. La forte e pronunciata loquacità faceva di quel luogo un palco privilegiato di osservazione della vita del paese, quasi un tribunale dove si aveva titolo a giudicare. È per questo insieme di motivi che, rileggendo la testimonianza collettiva di tre donne di quel palazzo, fortemente colpite dalla strage, ho come la sensazione di essere ancora nello spazio aperto, seduto in un angolo ad ascoltare le loro forti sentenze, riuscendo persino a sorridere di un idioma colorito e pieno di ruvidi toscanismi. Se di Armida riconosco il sarcasmo dissacrante e l’ironia sottile, mi sembra singolare che non ci sia più la sonora risata di Attilia che accompagnava i suoi taglienti e insindacabili giudizi.

La loro testimonianza aiuta a tracciare la formazione della memoria storica di quei giorni e capire quanto siano esistite delle zone grigie non spiegate e lasciate lievitare in un racconto non verificato. Furono intervistate Alfonsina Freccioni, Luisa Camici e sua figlia Gina Balsimelli. Alfonsina, detta Armida e figlia di Antonio Freccioni, aveva sposato Dino Camici, fratello maggiore di Luisa, e viveva con il suocero Silvio e il cognato Giulio. A sua volta Luisa, conosciuta come Attilia, aveva avuto tre figlie, tra cui Gina, da Guido Balsimelli. Quella mattina tutti questi uomini insieme al fratello di Silvio, Giovacchino Camici e il figlio Osvaldo e il genero Giuseppe Mugnai, furono uccisi. I Camici rappresentavano un nucleo consistente di famiglie cresciute attorno ai figli e alle figlie di vari fratelli e cugini e tutti, escluso il Balsimelli e il Freccioni, avevano vissuto nel grande edificio posto al centro del paese di fronte il Monumento ai Caduti. Per i rapporti familiari così estesi erano un gruppo in vista e un forte punto di riferimento per il paese con una posizione sociale ben riconosciuta dalla comunità. Significativamente, e fu un caso davvero unico, nell’Inchiesta inglese fu un’unica donna, Odilia, moglie di Osvaldo, a testimoniare per sei di questi uomini che pure al proprio interno rappresentavano tre nuclei familiari distinti [qui]. Nella dichiarazione della donna i congiunti furono elencati in ordine di parentela a partire dal marito sino a uno sfollato che abitava presso di loro. Così, se nel caso di Giovanbattista Melani o in quello di Gigliola Rossini si testimoniava per un nucleo familiare numeroso al proprio interno, Odilia rappresentò alla fine più famiglie unite da grado di parentela e situazione abitativa “condominiale”. In questa delega alla rappresentanza collettiva si può leggere il segno di una forte identità di gruppo ma forse anche una certa diffidenza verso l’indagine inglese.

Altre famiglie ebbero considerevoli perdite di vite umane e l’intera comunità sviluppò un atteggiamento di soggezione e rispetto verso le donne riemerse dall’evento stragista. A Meleto la rete di famiglie coinvolte in modo esteso furono sei: i Camici-Balsimelli-Freccioni con otto uccisi, i Melani-Chianni con sette, i Rossini con sei, i Bartolini, i Carusi-Dumossi e i Lachi-Pascasi con tre. Un’altra decina ancora ebbero almeno due morti (Quartucci, Benini, Brilli Biagini, Ferrati, Bonaccorsi, Neri, Pasquini, Innocenti e Morelli). Pur essendo difficile ricostruire le parentele in modo orizzontale, dovendo inserire anche gli sfollati ospiti di familiari, su novantatre uccisi solo quarantacinque furono i congiunti unici di un medesimo nucleo. Le relazioni multiple infrante più ricorrenti sono quelle “marito e fratello/i” (riguardanti otto donne) e “marito e padre” (cinque), mentre tre donne persero “marito, padre e fratello/i”. Particolarmente forti furono anche le coppie “marito e figlio/i”, “padre e fratello/i”, “marito e suocero”.[1] Le donne Camici in realtà furono colpite nell’intera gamma di relazioni e si presentano quindi come un punto nevralgico della distruzione della relazione comunitaria; d’altronde, se è vero che Meleto ebbe un gran numero di perdite, in rapporto di uno ogni cinque abitanti, fu l’estensione interna della strage a caratterizzare il vero dramma del paese. La centralità dello sguardo femminile, tipico dei racconti delle stragi, diviene così costruzione collettiva di un’identità negata e interrotta. Le donne che sopravvissero ai familiari uccisi acquisirono in seguito una posizione di predominanza nella gestione della memoria della strage, trovando conferma e mutuo sostegno al proprio interno.

L’intervista è uno straordinario racconto che ognuna porta avanti in un modo un po’ caotico cercando anche di anteporre la propria storia a quella dell’altra e gli stessi particolari di una trama sotterranea, ma non insensata, trovano spiegazione solo a narrazione compiuta, come un puzzle che ha bisogno dell’ultimo tassello per restituirci la sua figura. In alcuni momenti le tre donne sembrano parlare consapevoli di non essere comprese sino in fondo, sia per i riferimenti a soprannomi e toponimi conosciuti solo all’interno della comunità familiare, sia per la necessità emotiva di rifugiarsi in un diluvio di parole che argini il riemergere di un dolore profondo. Altrove si autocensurano, come a non volere svelare fatti percepiti come controversi, mentre la libertà di parola sui Partigiani è assai esplicita e la conduzione collettiva di questo punto di vista dimostra un senso comune assai diffuso. Questo doppio binario di tenuta del racconto richiede un difficile sentimento di protezione/rabbia, comprensione/risentimento, che si può rivolgere anche al proprio interno. Così, “proteggendo” un membro riconosciuto del proprio gruppo dall’accusa di essere stato una possibile o involontaria spia, si fanno i conti con la possibilità che quel conoscente condivida una responsabilità indicibile; al tempo stesso, si mostrerà un risentimento molto netto e argomentato sulle motivazioni ultime della strage («le inutili e provocatorie azioni partigiane»), ma non si mancherà di riconoscere il sacrificio nella lotta di liberazione degli stessi ribelli.

Il racconto segue un anarchico andamento, senza una gerarchia narrativa, dove le storie individuali hanno tutte un’autonoma significazione e possono entrare e uscire senza un’apparente logica espositiva. Soprattutto, per la completa comprensione del contesto dei fatti narrati è necessaria la sua “traduzione” dall’idioma locale, perché le situazioni sono descritte con nomignoli e toponimi accessibili solo agli abitanti del paese. La stessa intervistatrice pare arrancare di fronte a quello che sembra un vero e proprio flusso di coscienza, non sempre riuscendo a cogliere il filo del discorso delle donne. E’ possibile individuare alcuni temi fondamentali che s’intrecciano nel racconto: la fuga dal paese nei giorni precedenti per paura dei Tedeschi, la cattura di ostaggi, i movimenti e i tentativi di fuga, la cattura dei propri congiunti e il loro ritrovamento. Il tutto è attraversato dal tema delle responsabilità dei Partigiani e dai «misteri», definizione che una delle donne dà riguardo alla vicenda degli ostaggi e degli scampati, come la memoria antipartigiana e il dubbio di una trama più articolata. Per quanto riguarda Meleto, la memoria antipartigiana non ebbe una lineare egemonia interpretativa, ma fu contrastata dal risentimento antifascista, derivante, prima che da opposizione ideologica, dalla presenza d’italiani tra gli uccisori e dalla controversa posizione di coloro che fatti ostaggi furono poi liberati. Tutto questo avvenne in uno scontro sotterraneo tra autodifesa partigiana e omertà benpensante, senza giungere mai a un punto di rottura, ma ricomponendosi continuamente in un equilibrio di convenienze sociali reciproche.

L’attacco imperioso, che sembra non aver avuto bisogno di una domanda come fosse stato sempre a disposizione di chi voleva ascoltare, avrà certamente bisogno di una precisa “traduzione” che abbiamo messo in nota, ma preferiamo lasciarlo nella sua forza originale per riflettere quanto la sua crudezza abbia attanagliato l’ascoltatore, storico o bambino che fosse.

 

 

P. Picasso - Tre donne (1908-1909) - olio su tela - Museo dell'Hermitage, San Pietroburgo

P. Picasso – Tre donne (1908-1909) – olio su tela – Museo dell’Hermitage, San Pietroburgo

 

 

Il racconto di quella mattina[2]

 

AF –        … i’ mi’ marito, un cugino mio e un altro cugino delle scale andèttero a Gaville perché doveva venire i Tedeschi a prendigli; allora, stèttero a Gaville e la sera alle 10 tornarono, e volevan sapere i’ che gli era successo qui, e noi gli si disse: «Per oggi ’un è successo nulla, ma la pena noi … è stata grande» Dice, allora dice, si fece veglia, fra in piazza e in casa e si fece i’ tocco senza andare a letto. Alle sette la mattina si rialzarono e tornarono a Gaville; tornaron la sera, s’andò a letto tranquilli, la mattina … s’era bell’e tutti accerchiati: Fattoria, di dietro, davanti e dappertutto; ma ’un si sapeva mica nulla, loro gli erano bell’e pronti pe’ ripartir per Gaville. Quando ripartirono, li fermaron quaggiù  e ce li riportaron tutti n’i’ monumento; in casa io ero rimasta co’ i’ mi bambino di sedici mesi e i’ mi sôcero di sessantasett’anni, e lo spingevano che gli scendesse alla svelta perché lo voléan portare … li voléan radunare in tutte le cose, in tutte le piazze di … di Meleto, una laggiù, una là, una qua e una quaggiù, sicché un pochi ne méssero dappertutto: i più gli eran qua, n’i’ monumento (…); allora vennero su e i’ mi’ bambino gli era a letto e i’ mi’ sôcero e’ lo pintavano co’ la cosa di … d’i’ mitra, gli dissi «’Un lo fate correre, perché casca, gli è vecchio, e gli è malato», dice «Lei, non importi!»; allora gli dissi – tornònno indietro e si misero a frucare – i’ mi’ bambino gli aveva sedici mesi gli era a letto, dormiva, gli dissi: «Che volete anche lui?», «No – dice – lui la lo tenga lei!». E scesero. Allora, quando io, i’ mi’ sôcero co’ i’ mi’ marito e quell’altro cognato, di casa – i’ mi’ sôcero gli era senza giacchetta – io presi la giacchetta e un bicchiere di latte, perché m’accorsi già c’era cose grandi, e’ bevve i’ latte e mi disse «Chi t’ha mandato, eh?» gli dissi «Da me, so’ venuta». Poi i’ mi’ cognato venne in casa e si nascose in soffitta: quando gli arrivò in soffitta, e’ vide bruciare i’ contadino laggiù, e’ prese e tornò addietro, mi prese i’ bambino in collo, si disse «Si passa di qua, ’nvece che di qua»: gli eran tutti qua, tutti qua, tutti i Tedeschi. S’arrivò laggiù e ci rimandònno indietro, i’ mi’ cognato co’ i’ ragazzo in collo, io avéo un fagotto di cenci pe’ andare in do’ si potéa fermarsi, avevo le coperte pe’ coprire loro, avevo tre ragazzi … S’arrivò qui, presero i’ bambino a lui e lo dettero a me, dice «Te vieni qua co’ noi»; allora io incominciai a urlare, disse: «Si fa un appello e vi si rimandano», bell’e preso i’ prete, tutti. Eh! ci si dette alla fuga e s’andò là: io co’ i’ ragazzo in collo, co’ i’ fagotto, Marisa e Elsa, una l’aveva nemmen dieci (anni) ancora, e quest’altra la ne aveva sei. I’ su’ babbo ni disse … lei l’aveva tanta paura, ni disse: «Vieni qua, Elsa», «No – la ni disse – babbo, ho paura» e la ’un volle venire. Ci si dette in cammino, e quanto si stette n’i’ rifugio, a San Donato, ’un si sa altro che noi! Co’ nulla …

(…)

AF –        E da lì cominciò la storia … tutti ritornavano, ma i nostri non sarebbero tornati mai più, perché li avevano … il giorno dopo erano già stati mitragliati in quattro aie, sì, in quattro aie … se mio cognato non avesse visto bruciare, laggiù, dove passa quel borro [dalla colombaia dove è nascosto Giulio Camici vede bruciare Masseto che si trovava vicino al borro di Meleto, NdC]!

LC –        … e poi li divisero in quattro posti, alcuni laggiù, altri nell’aia [Benini, detta] di Pillòndera, altri ancora da un’altra parte laggiù, e infine nell’aia del Rossini, proprio qua dietro. Valente [Rossini Valentino], che aveva il pane in forno, bruciò tutto il pane: lì poi uccisero tutti e due i fratelli Rossini … E io, che m’ero sposata, stavo nel centro del paese, in piazza Verdi, e avevo queste tre bambine e mio marito [Balsimelli Guido]: lui andava sempre a togliere l’acqua dalle gallerie. Così si era raccomandato l’ingegnere capo perché la mattina andasse alle miniere: allora, infatti, le gallerie, dove gli operai estraevano la lignite, allagavano continuamente. Ormai è tanto tempo che non esistono più!… Quella mattina, purtroppo non fece in tempo ad andare! Vennero questi diavoli, quando lui era ancora in casa! Iniziò a vestirsi e, mezzo vestito e mezzo nudo, [quelli dicevano]: «Venire con noi, venire con noi!». Lui si rivolse a me dicendo: «Rimani con le bambine, vedrai che ci portano a lavorare … tornerò»… invece lo ritrovai un pezzo di carbone, laggiù nell’aia …

AF –        [Mio marito invece] a noi disse: «Ci si ritrova domani …», così ci disse.

LC –        Io me ne andai con queste tre bambine …

AF –        Mio babbo [Freccioni Antonio] aveva … aveva nascosto un sacchetto di farina, sotto l’acquaio; allora, ormai era quasi fuori del paese, dopo l’ultimo contadino [Pecci Pasquini], dove li avevano fatti sedere per terra, … li avevano presi tutti …, era riuscito ad arrivare fin lì, lo fecero tornare indietro …, e la farina rimase in terra e presero anche lui e lo mitragl … aveva detto: «Prendiamo perlomeno questa poca farina, la dividiamo e così potremo fare una farinata a queste creature»… Non l’aveva finito di dire che apparve un Tedesco e lo portò là nell’aia del Pasquini, laggiù, dove li ammazzarono tutti insieme! Quella sera da là si sentiva mitragliare, persino l’esplosione delle bombe … Quando tornò da San Giovanni [Valdarno], Ginetta, aveva fatto tutto il tragitto della ferrovia [Ginetta Peretoli, moglie di Giovanni Quartucci, si recò a San Cipriano a chiedere informazioni alla Feldgendarmerie, ritenuta essere il Comando tedesco, che aveva fatto prigioniero il figlio Omero: fece il tragitto lungo la ferrovia, di proprietà della Soc. Mineraria del Valdarno, che dalla stazione ferroviaria di San Giovanni arrivava alle miniere di Castelnuovo e passava per San Cipriano, NdC]: «Eh – disse – ci hanno già sistemato: ce l’hanno ammazzati tutti …!»

INT. –     E voi eravate al rifugio …

AF –        Noi eravamo al rifugio con i ragazzi … Questo qui … il mio aveva sedici mesi, quello più piccolo, una cinque [anni] e quell’altra nove …

LC –        E io, …. Quando ripassò mio marito, (perché lo presero, ma poi ripassarono dalla piazza), mi disse «Vai al rifugio», avevano fatto un piccolo rifugio lassù al Bigi, scavando tutto sottoterra: noi andammo lì, con le mie tre bambine; avevo preso due coperte, per passare la notte, anche se era Luglio ed era caldo, ma queste creature, una aveva due anni (quella che ora abita a Firenze, aveva due anni), Miranda cinque anni e Gina, la maggiore, dodici anni. Andammo al Bigi. … Ripassò da casa con un uomo che avevano preso lì accanto, Modesto di Mone [Camici Modesto figlio di Simone, EP], un anziano, lui era lì a sedere nello scalino della mia casa … presero anche lui! Mi disse: «Va con le bambine al rifugio, a qualche ora ci rimanderanno …»; mi ricordo che avevo il latte in mano, … Amedeo aveva le mucche poco sotto casa ed io avevo preso del latte da lui …, lo stavo mettendo in una bottiglia, ma, da come tremavo, mi cadde tutto fuori … quando il mio Guido [era uscito], aveva preso la bambina più piccola ed era andato alla bottega del Rossini, dove viveva mia zia. Allora, la lasciò lì alla zia Fortunata, questa piccola e quando ripassò da casa, con questi due soldati di guardia, uno di qua e uno di là, fu allora che presero anche quest’uomo che era seduto. Mi disse: «Attilia, la bambina è dalla zia Fortunata … quando tu passi di lì, prendila … vedrai a una certa ora ci rimanderanno a casa». E così andai con loro là a questo rifugio, dove diceva la mia cognata, al Bigi: ci nascondemmo là sotto. Anche quando incendiarono la vecchia Centrale, noi eravamo lì … cosa successe …? I Tedeschi li uccisero il martedì, e il giorno dopo l’amm … dopo otto giorni dettero fuoco alla centrale vecchia, c’era la Centrale là, per salire su a Castelnuovo … i tonfi, la paura, le fiamme che vedevamo da dove eravamo, al Bigi [i Tedeschi, nella notte fra il 7 e l’8 Luglio, iniziarono la distruzione della Centrale termoelettrica di Castelnuovo, di proprietà della Soc. Elettrica SELT Valdarno, che continuò fino al 10 Luglio, EP]. Pochi giorni dopo iniziarono a passare tutti gli Inglesi, tutti i soldati, passavano tutti da lì, attraverso quei campi, andavano … Quante ne abbiamo passate … [Per tornare a quel giorno], a una cert’ora decidemmo di muoverci, con una tale Ines, e andare a vedere cosa era successo … con Ines, che è morta oramai, anziana … «si va a vedere cosa è successo in paese?».

AF –        Quando mio marito disse a Elsa «Vieni a darmi un bacino?» lei gli disse «Ho paura»; e a me disse «Ci si vede domani»… ci siamo rivisti, sì, sì …

[Il racconto inizia subito con una perentoria affermazione di Alfonsina, riguardo al continuo nascondersi degli uomini prima del 4 luglio. Il tema sembra intrecciato a quello degli ostaggi o di prigionieri per campi di lavoro. Sappiamo che nei giorni immediatamente precedenti molti uomini erano preoccupati per quello che poteva succedere e non si fidavano di rimanere durante il giorno nelle proprie case. Sicuramente altre volte si saranno tentate fughe e nascondimenti per evitare pericoli reali sia che questi provenissero dalle forze di occupazione o dalle milizie del GNR. Il sentimento di paura tuttavia si accompagna, per lo meno in una parte della popolazione, anche alla convinzione che i soldati sono prossimi ormai a lasciare la zona. D’altronde, il fatto che i paesi fossero rifugio per decine di sfollati che scappano dai bombardamenti delle città, testimonia la percezione di un pericolo relativo e forse fu reale la sorpresa all’arrivo dei soldati in paese: credere che i rastrellamenti fossero pensati per una deportazione a campi di lavoro fu un argomento molto forte da parte dei sopravvissuti e dei congiunti degli uccisi che parlarono di una certa tranquillità nei primi momenti di cattura. Queste interpretazioni furono però anche delle forme consolatorie per allontanare nell’immaginazione il momento della consapevolezza che gli uccisi ebbero della propria sorte.[3]

Benché si temesse che i Tedeschi cercassero manodopera per la Todt, queste precauzioni si trasformarono in pericolo vero dopo la cattura di tre ostaggi la domenica pomeriggio durante un funerale. Questo fatto, ben documentato nelle testimonianze raccolte dalla Inchiesta inglese [qui], aveva ovviamente gettato nel panico la popolazione, anche per la plateale modalità di arresto. Alfonsina, al contrario, ricorda che i propri familiari, proprio quella domenica sera, furono «rassicurati» al loro ritorno che «fino allora non era successo niente», quasi a riferirsi ad una storia diversa. Come dobbiamo interpretare infatti quel categorico «dovevano venire i Tedeschi a prenderli»? Letteralmente significa che sapevano – e quindi non solo temevano – che i Tedeschi avrebbero fatto dei prigionieri tra gli uomini di Meleto. Certamente «dovevano» è un verbo che nell’emozione del racconto può stare per «potevano», «c’era pericolo che», ma è tutta la narrazione che dice qualcosa di diverso. Infatti, quel continuo nascondersi non è mai associato all’improvvisa irruzione degli uomini della Wachkompanie al funerale il tardo pomeriggio di domenica e d’altronde già dalla mattina i parenti di Alfonsina si erano allontanati dal paese. Successivamente le donne parleranno abbastanza liberamente della cattura di Fabbrini, Quartucci e Lombardini, sebbene il ricordo sia sollecitato da Gina, la più scettica delle tre sull’argomento e all’epoca poco più che una bambina. In un altro momento, sempre Gina ricorderà quanto il destino abbia portato ad un tragico epilogo, dal momento che il pericolo era fortemente percepito e molti avevano tentato di mettersi al riparo: «Oh mamma, era destino!…: [Guarda] per tutti questi nostri familiari che si nascosero a Gaville per tre giorni … Infatti il pericolo un poco c’era, perché si sentiva parlare …». Piuttosto lo si mette in relazione al «nuovo comando [tedesco installatosi] a Santa Barbara», riferendosi molto probabilmente ad una compagnia tedesca che ha il compito di risistemare la linea ferroviaria distrutta sotto gli attacchi Partigiani.

Infatti, quando si parlerà proprio delle inutili precauzioni prese, le donne fanno capire che gli uomini avevano avuto paura di essere catturati dai Tedeschi soprattutto a causa dell’attività partigiana, ma tutto rimane indefinito e non legato ad un episodio particolare: «GB – (…) Il nonno ascoltava sempre la radio e sentiva che le intenzioni dei Tedeschi erano di rappresaglia: “Un Tedesco, dieci italiani … un Tedesco, dieci italiani …”; lui diceva: “Ragazzi, qui bisogna cercare di nascondersi …” (…) Sì, perché erano già due o tre giorni che tentavano di nascondersi, io me ne ricordo. (…) Tutti stavano nascosti da tutte le parti. Questo significa che c’era qualcosa, io me ne ricordo, c’era qualcosa nell’aria che metteva loro paura!». Ma quella grande paura che attraversa tutto il paese non è mai collegata alla cattura dei tre uomini, avvenuta in modo così eclatante e drammatico.]

 

 

Il ritorno in paese e le sepolture

 

LC –       In paese ritrovammo tutti i fili della luce tagliati, tutti i tetti … tutte le case rovinate, la mia casa bruciata, quella in piazza, dove abitavo … io non voglio dire altro … e poi la sera, non tornavano, non tornavano, non si ritrovavano … finché una certa donna disse: «L’hanno uccisi tutti in quattro aie», in quattro aie …

AF –        Fu Ginetta …! Ginetta di ritorno da San Giovanni a piedi lungo la ferrovia, venne là al rifugio … anche suo marito … avevano ucciso anche lui!

LC –        Me n’hanno ammazzati quattro, oltre il fratello del mio babbo, suo figlio, tutti della stessa famiglia. Suo marito invece era il mio fratello maggiore, un altro ancora non sposato, il babbo e il marito. Quattro!

AF –        E anche il mio babbo. I miei fratelli non c’erano, altrimenti avrebbero preso anche loro …

LC –        A lei il babbo, il suocero, il marito, e un cognato giovanotto, che faceva all’amore, lui aveva ventinove anni … Tutti, tutti! [Giulio] non s’è nemmeno ritrovato, secondo me era fra quelli irriconoscibili, perché ce n’era ventisette che non si potevano riconoscere, e fra questi c’era anche mio fratello …

AF –        [Sopra quei cadaveri] mettemmo le loro fotografie … e poi … la cosa più assurda è questa: io e lei, con tutte le donne del paese, che avevano i morti, rimanemmo fino alle nove e mezzo con le lenzuola perché ce li sotterrassero altrimenti i maiali li avrebbero mangiati … Questa è stata la più grossa! Ecco cosa successe: non si poteva entrare in casa mia, qualcuno allora appoggiò una scala [alla finestra], potei salire, entrai in casa, presi due lenzuola, mentre lei era rimasta al cimitero in attesa. Poi aspettammo due persone anziane che fecero le fosse e li seppellirono lì, perché nel cimitero c’erano tutte le bestie e ce li avrebbero mangiati tutti. Per questo avevamo paura e loro dicevano «Andate via!», ed io e lei: «No, noi non ci muoviamo, finché non l’avete sistemati, noi non andiamo via!». Facemmo quasi le dieci nel cimitero: noi, rimanemmo lì!

LC –        Portammo un fiasco di vino a quei due vecchi [Silvio Francini e Raffaello Rossini furono gli uomini che scavarono le fosse per i cadaveri, EP], povera gente! Per dargli da bere … e noi lì sedute ad aspettare che li coprissero … cinque in una fossa … tra cui il Matassini [Numa, NdC], ovvero lo zio di Lionello, mentre la moglie [si riferisce a Ottavia Mugnai, NdC] era svenuta … lei non aveva coraggio e noi portammo anche lui, nella nostra fossa … (…) Lei era svenuta, l’Ottavia, ora è morta … era il babbo della Matassini Ida, la maestra, ecco il suo babbo … e poi è sempre con i nostri familiari … Le ossa sono tutte mischiate … (…)

AF –        D’accordo con il Comune … (…) abbiamo messo tutto insieme, e questa è stata la fine … (…). Al cimitero successe grossa, eh! Chi ci avrà dato le forze? Al cimitero … ma poi ognuna si ritirava in casa propria, perché la cosa era ormai già andata. E allora si disse: «Che si fa?»; ci mettemmo ad aspettare, perché …

INT. –     Questo fu il giorno dopo?

AF –        Il giorno dopo, il 5 di Luglio.

 

 

L’uccisione degli uomini

 

INT. –     Perché li avevano fucilati e poi anche bruciati …

AF –        Eh, diamine! Perché mio marito lo avevano colpito … aveva un buco qui [indica la testa, INT.], perché io lo ritrovai, andai a ricercarlo, trovai mio suocero e mio marito, erano insieme … del mio babbo e di mio cognato invece non si ritrovò niente, né del mio babbo e né del fratello di mio marito, quello celibe … io abitavo con loro, ero già sposata … e allora, io andai a ricercarlo dove poteva essere, aveva un foro qui, si vedeva aveva tentato di scappare …

LC –        No, poi era distante anche parecchi metri …

AF –        No, cosa dici! era alla colonna [la signora Armida si riferisce alla colonna del fienile dell’aia Melani, dove il marito fu ucciso, NdC]… Attilia, era alla colonna da dove appiccarono il fuoco …., li mitragliarono e poi dettero fuoco alla paglia e fu bruciato, però il foro nella testa ce l’aveva sempre! Mentre mio suocero aveva tutto il corpo aperto dal calore …

LC –        Era un uomo di 104 chili, il mio povero babbo, … era diventato un pezzetto … le gambe non le aveva più, l’intestino tutto vuoto …

AF –        Accidenti! Eravamo io e mia sorella Amelia di Figline: era sfollata qui … avevano paura a vivere a Figline, e vennero qua!… allora lei mi aiutò a cercare fra tutte le capanne; quando si arrivò là, mi disse: «Gira di là – dice – guardo io»; «No, no – le dissi – voglio guardare io!»; e allora vidi mio suocero. Aveva la pancia tutta aperta, aveva il portafoglio tutto così [accartocciato, INT.], le ciglia, i pantaloni mezzi bruciati …

LC –        Mio marito non riuscivo a ritrovarlo, (…) era sotto a tutti! Aveva tutto il viso sciupato, si vede stava nel mezzo, e la mitragliatrice fece così [indica il movimento a ventaglio della mitragliatrice, INT.], e rimase sotto a tutti, per questo non si ritrovava [qui ci si riferisce all’aia Pasquini, NdC]

AF –        Il mio babbo invece non lo ritrovai … ma chissà, c’erano le capanne del …, del fieno, appiccarono il fuoco e il tetto cadde giù …

LC –        Bruciarono la paglia …

AF –        E il fieno! Perché c’erano tutte le capanne …

LC –        Avevano … battuto il grano, il quattro luglio fu … avevano già battuto il grano, c’erano tutte le tagliate della paglia, di modo che … almeno, se qualcuno fosse rimasto ferito appena, si sarebbe potuto salvare, e invece … finì di morire.

 

 

P. Picasso - Donne di Algeri, (1955) - olio su tela - Ganz collection, New York

P. Picasso – Donne di Algeri, (1955) – olio su tela – Ganz collection, New York

 

La vita interrotta

 

AF –        erano quindici anni che io mi ero sposata, per avere tre figlioli … ho fatto solamente quindici anni io di matrimonio: avevo appena trentatré anni ed ero già vedova … e lui aveva più sei mesi di me …

LC –        Il mio ne aveva quaranta …

AF –        … quando ci sposammo, avevamo vent’anni, io venti e lui ventuno.

LC –        E poi, io ci ho fatto all’amore dieci anni e sono stata insieme con lui dieci anni da sposa! Mi sposai nel ’31 e nel ’44 non c’era più …, quanto ci sono stata? Tredici anni, tredici anni nemmeno …: e poi Stella, la bambina più piccola, aveva due anni, lei [Miranda] ne aveva cinque e Gina dodici, sicché, mi dica lei … (…) A me, vede, sono passati ormai cinquant’anni? Eppure mi pare che sia successo ieri, lei ci crede? La vita che ho passato nelle miniere, a fare la cuoca agli operai, per dare il pane a queste creature … (…)

AF –        Io avevo un figlio già malato: perché si ammalò a nove mesi …, si ammalò a nove mesi …, quando ammazzarono [mio marito] aveva l’epilessia. Era venuto quel dottore … come si chiamava … Pèlago [Francesco Pèrego, medico condotto di Castelnuovo dei Sabbioni, EP], perché il nostro era stato richiamato alle armi [dottor Paolo Pretini, EP]. Quando venne qua, mi disse: «Guarda, sono leggere, ma non te lo vorrei dire: queste sono … convulsioni». Ecco detto, ora ha cinquantun anni ed è sempre malato. La guerra mi ha lasciato anche lui come ricordo: perché io lo allattavo … io gli davo il latte, altrimenti non era così. Una poppata di latte … Perché io sono stata anche cinque mesi al Meyer [ospedale di Firenze specializzato nelle malattie dell’infanzia, NdC] con lui, per vedere se si poteva fare qualcosa … Il professor Cocchi, conosciuto in tutto il mondo, mi diceva: «Ti deve guarire – lui conosceva tutto quello che avevo passato nella vita, e diceva – te lo voglio guarire, perché questo dovrà essere il capo di casa tua». (…)

Le signore Armida e Attilia raccontano adesso la loro vita di donne sole ciascuna con tre figli a carico, i disagi del lavoro di cuoche presso la cooperativa “Le Carpinete”, continuato fino al 1950, e le difficoltà per ottenere la pur esigua pensione di vedove di guerra, giunta due anni dopo l’eccidio. Nel frattempo è arrivata anche la signora Gina Balsimelli, figlia di Attilia, che interviene nella conversazione. (EP)

 

 

Il destino e i Partigiani

 

GB –       Io allora io vi dico una cosa: quando vedo quello che sta avvenendo in Jugoslavia … meno male non era inverno (…) perché si dormiva lassù al rifugio, sopra la casa del Bigi: s’andava tutti a dormire sia lì che vicino San Donato alla galleria dove passava la macchina con la lignite …

AF –        Mio babbo era uno di quelli che era andato a costruire il rifugio e l’aveva fatto tutto con assi di legno …, diceva: «Chissà quanto ci sarà da stare qui». Aveva messo tutti i chiodi a mo’ di attaccapanni per appendere quel che si aveva addosso … Lui però non ce la fece ad arrivare, perché giunse vicino al Pecci [Pasquini, NdC] e gli gettarono via il sacchetto con la farina …, diceva: «Almeno, con tutti questi ragazzi, gli si fa una bella farinata …». Gliela strapparono di mano e presero anche lui: lo portarono lì nell’aia, laggiù, dove erano già tutti quegli altri.

GB –       Mio babbo scese le scale con la mia sorella in braccio, aveva appena due anni …

LC –        Lui doveva andare a lavorare quella mattina, a estrarre l’acqua dalla galleria, a San Donato! Quella mattina, non andò più!

GB       Oh mamma, era destino!…: [Guarda] per tutti questi nostri familiari che si nascosero a Gaville per tre giorni … Infatti il pericolo un poco c’era, perché si sentiva parlare …: mio babbo disse, quando si installarono …, io ricordo bene, anche se avevo solo dodici anni, che quando arrivò questo nuovo comando a Santa Barbara, mio babbo disse: «Attilia questo comando è la nostra rovina». E, infatti, fu così! I Tedeschi furono provocati: [i Partigiani] iniziarono a ucciderne ora uno ora un altro …

LC –        [I Partigiani scendevano dai monti passando per Meleto] e andavano proprio in quel poggio sopra il Comando tedesco di Santa Barbara …

GB –       Io non so cosa abbiano fatto di preciso, ma deve essere stato qualcosa di grave sicuramente che non poteva essere compiuta …

LC –        Ferirono loro un Tedesco: indiavolati, vennero quassù e i Partigiani che erano [relativamente] vicini invece di venire a difenderci, quei disgraziati! In tanti posti avranno fatto anche del bene, ma qui …

GB –       Ne abbiamo sentite tante di cose: sicuramente noi eravamo innocenti, ma fu detto che c’erano delle spie, che qualcuno la domenica aveva fatto la spia, dicendo che qui alcuni facevano questo, altri facevano quello, i forni [forse s’intende l’attività dei Rossini, NdC] sfamavano i Partigiani, e così via: tutti discorsi sentiti dire da noi ragazzi, e d’altronde come stanno le cose, lo sa …

AF –        Chi l’ha fatto! Io, quello che ho visto e quello che so l’ho detto!

LC –        [Intanto] i Partigiani erano lassù in Caiano …[Caiano è l’ultimo agglomerato di case dei monti del Chianti nel versante Valdarnese; qui si intende in qualche modo la montagna dove erano i Partigiani. La Brigata Castellani tuttavia non era a Caiano bensì a Monte Domenichi, NdC]

                (…)

 

 

La figura del parroco e la ricerca dei congiunti

 

INT. –     E Don Fondelli?

AF –        Era in mezzo a tutti … lui disse: «E’ arrivata per tutti l’ora…» e spararono. L’ha riferito uno di San Giovanni, che era lì [Ido Matassini, EP], ed è ancora vivo …, sentì questo discorso, perché lui era stato tolto dal gruppo predestinato perché lavorava per conto dei Tedeschi …, non so cosa avrà loro raccontato …

GB –       Lo sai cosa aveva? Aveva – così ha detto – una tessera … una patente che attestava che lavorava per loro, qualcosa di particolare …

INT. –     E allora l’hanno rilasciato?

GB –       Allora l’hanno rilasciato.

AF –        E allora il giorno dopo la strage, [lui e altri che scamparono alla morte] vennero da noi e ci raccontarono quello che il parroco disse …, «Lui era in mezzo a tutti loro, – ci dissero – i tuoi familiari erano proprio vicino a lui …, il babbo, tutti, Guido, Dino» e lui disse: «Ragazzi, è la nostra ora…»

INT. –     Ma lui si era offerto …

AF –        Si era offerto per seguire loro!

INT. –     Ma per dare la vita lui al posto di tutti gli altri?

LC –        Eh! Li voleva salvare, li voleva salvare …!

INT. –     Come il prete … di Castelnuovo …?

LC –        Sì: lui lo uccisero nell’aia [dove] viveva la sua sorella contadina, nell’aia del Benini, dove ora c’è quella cabina [cabina ENEL in prossimità dell’allora aia Benini, EP]

GB –       Fu riconosciuto da un pezzo della tonaca con quattro bottoni: laggiù, dove ora c’è un ristorante, c’è anche una targa commemorativa. L’hanno ammazzato lì lui, e lo riconobbero solo da quattro bottoni della tonaca. E un’altra signora ritrovò un pezzetto … ma non mi fate parlare, ho visto certe cose! Un pezzetto di camiciola, così …: [la zia AF evidentemente fa un gesto impaziente nei confronti di GB, la quale riprende il discorso, NdC] …. Zia, tu hai ragione, ma io ho visto quanto avete visto voi! Io ho il ricordo molto preciso … a dodici anni …!

AF –        Tu hai visto?… no, permettimi, Gina, è una cosa ben differente … E noi, piuttosto: quando stavamo trasportando il corpo di mio marito con una scala [che faceva da barella], perché non sapevamo come trasportarli, nel mezzo del paese la scala non resse il peso e ci ricadde il morto in terra! Io ne ho viste di cose da morire a ripensarci! Perché, vedi, se io stasera non dovessi prendere una pasticca che mi è di aiuto per dormire, rimarrei a parlare fino la domenica!

GB –       Mio babbo invece fu trasportato con un carretto … in un carretto lo caricarono!

AF –        E mia sorella Amelia mi disse: «Io t’aiuto a portarli finché se ne trova»: s’aveva una scala, lei davanti e io dietro, e arrivammo in mezzo a Meleto e ci cadde, la scala si ruppe …

GB –       Si capisce, un pezzo d’uomo in quel modo …, mio zio Dino era un metro e novanta … ma aver fatto la guerra! Essersi salvato in guerra, povero zio … quando tornò, dopo l’otto Settembre, si credeva d’aver vinto una lotteria!

AF –        Erano tornati tutti e lui non era tornato: era stato chiamato in guerra quando ero incinta, così passai da sola tutti e nove mesi. Lo vidi solamente perché gli venne un ascesso ad un piede, e per questo motivo ebbe una licenza; mentre era a casa partorii: partorii, ma dopo quattro giorni che avevo partorito, mi disse: «Armida, bisogna vada» – lo avevano mandato in Croazia – così, lei può immaginare … da allora io … io penso che il mio ragazzo lo rovinai allora perché io lo stavo allattando … lì fu una poppata avvelenata che lui ha preso e poi la guerra … tutti morti al cimitero e lui da trentasette anni in un ospedale … [Il figlio minore della signora Armida, unico maschio, fu ricoverato dall’età di quattordici anni in una casa di cura; la signora rimase profondamente convinta che la malattia del figlio fosse stata una conseguenza diretta della guerra e del dolore che questa ha procurato alla madre. EP]

                (…)

INT. –     Ma li contarono a Meleto …? Perché …

GB –       Io non lo so se li contarono, io so che ne hanno ammazzati novantasette [Gli uomini uccisi a Meleto e nelle immediate vicinanze furono 93: molte persone di Meleto dicono 97 perché nell’elenco dei Caduti figurano anche i quattro uomini uccisi a San Martino in Pianfranzese, EP], poi se li hanno contati … li avranno contati sicuramente!…

AF –        Li avevano contati, perché non erano solo di Meleto: infatti, c’erano del Porcellino, sfollati, del Ponte alle Forche, di San Giovanni, la mia sorella da Figline, dal Matassino per la precisione. Tutti questi erano una trentina di persone, venute quassù per mettersi al sicuro [mentre l’intervistatrice chiede del rapporto numerico tra Tedeschi uccisi in azioni partigiane e numero dei civili catturati, la signora Armida interpreta erroneamente la domanda e si riferisce a una verifica numerica fatta da chi ritrovò i cadaveri, NdC]

GB –       Non sapevano mica chi erano … c’erano i bombardamenti nelle città, vennero anche da San Giovanni …

AF –        Gli sfollati di San Giovanni, avevano con sé tutte le proprie cose …

GB –       Oh zia, erano venuti da Livorno! Erano venuti persino da Livorno …

INT. –     Perché pensavano che qui fosse tranquillo …

AF –        Quelle povere donne tornarono con i figli ma senza uomini!

GB –       «Si va in campagna – pensavano – almeno lì non ci bombardano»: i bombardamenti qui non ci dovevano essere … anche se poi il fronte passò tutto intero, eh! Oltre ad averci ammazzato … ma fu come non avvertirlo nemmeno, eh zia? Noi, cara, con le perdite di tutta quella gente … io come abbiamo fatto a sopravvivere …!

AF –        Per tutto il tempo che eravamo nei rifugi, la nostra soffitta fu usata come postazione, sia dagli Inglesi sia dai Tedeschi …

GB –       Per primi i Tedeschi rimasero otto giorni in osservazione su nella colombaia, poi per altri otto giorni fu la volta degli Inglesi …

LC –        Poi morì uno giù …

GB –       In cantina, un Tedesco, sì, sì…

AF –        No, non seppero stabilire chi era, se era un Tedesco, o chi altro era, non riuscirono a identificarlo.

LC –        Se era un Inglese … poi lì ci sono quelle escavazioni? Ci accesero un fuoco, c’è rimasta ancora una macchia nera, giù nell’entrata, c’è un vaso ora.

                (…)

GB –       … si diceva: «Guido non l’hanno trovato; – e qualcuno diceva – lo sai mi pare d’averlo visto là al bosco delle Lacciaie [bosco tra Meleto e Gaville, NdC] »… e la mia mamma disse: «Speriamo, possibile non si sia ritrovato, possibile …»: si passa laggiù dalla cisterna [deposito dell’acqua non molto distante dall’aia Pasquini, NdC], si passa dal viottolo che arriva alla cisterna, e si trova un Tedesco …, faceva parte di un gruppo che erano stati a fotografarli!

LC –        Tutta la faccia mitragliata, era rimasto sotto a tutti …

GB –       Si trova uno di questi Tedeschi: noi eravamo tutte e tre con la mamma, quella piccina, questa [la sorella Miranda, EP] e io; la mamma cominciò a gridare: «Ammazzaci tutte e quattro, che senso ha rimanere al mondo!» E questo ragazzo si difendeva: «Io …» lei gli prese il fucile di mano e gli chiedeva di sparare anche a noi …

LC –        «Ma non è colpa nostra …!», mi diceva …

GB –       Voleva far capire che lui non poteva opporsi … oh, zia, in che situazione ci trovammo!: questa pareva pazza, rivoltarsi per terra, ci voleva far ammazzare tutti …!

 

 

P. Picasso - Ritratto di Dora Maar, 1937 - olio su tela - Musée National Picasso, Parigi

P. Picasso – Ritratto di Dora Maar, 1937 – olio su tela – Musée National Picasso, Parigi

 

Gli anni del dopoguerra

 

AF –        Fui costretta ad arrangiarmi; in seguito, quando dieci anni dopo vennero dei Tedeschi a lavorare qua in miniera, … non alla miniera ma alla centrale, all’ENEL, all’ENEL a fare dei lavori specializzati [erano tecnici ed operai tedeschi che, dal 1956 al 1958, lavorarono per la costruzione della nuova Centrale Termoelettrica S. Barbara, EP], fui cercata per sapere se davo l’uso di una piccola camera che avevo libera [ad uno di questi Tedeschi], – era il tempo prima che venisse da me la Signora Sira, [un’ostetrica, proveniente da Monte S. Savino, venuta ad esercitare la professione a Meleto] –. Quest’uomo, evidentemente avvertito da non so chi, prima d’entrare disse: «Io essere tedesco, ma niente che fare con quello che è successo». Dissi: «Lei, se ha fatto il suo dovere, potrà morire con la coscienza a posto – mi feci capire – ma se non l’ha fatto, lei qui non entra in nessun modo, perché io non ce la voglio!»; «Io niente, io niente di questo paese, però altri compagni, cattivi, altri compagni cattivi!» Ma fu lui che volle anticipare qualsiasi problema, dicendomi in quel modo …: teneva la fotografia della moglie e dei suoi bambini sul comodino, e rimase da me per quattro mesi.

GB –       Certo, anche loro hanno avuto coraggio a tornare in queste zone …

AF –        Appunto! Ma volevano dire, lui voleva dire che al mondo ci sono buoni e cattivi, Gina, ma siamo anche noi buoni e cattivi?! Lui volle salvarsi, dicendo: «Io non ho fatto niente di male …»

GB –       Certo! Siamo tutti buoni o cattivi, e non possiamo scaricare le responsabilità sulle generazioni attuali! E’ inutile avere recriminazioni contro di questi, se i loro nonni hanno ammazzato la gente, che colpe hanno i loro nipoti, eh! Come si fa ad avere risentimento con le generazioni d’ora…: però nel ’56, quando vennero per costruire la Centrale, io so che erano molto sorvegliati …, i carabinieri di Castelnuovo erano … e avevano messo anche … Venivano … una ditta …

AF –        Oh, sentite! Nel ’56 venne un altro da me, che pagava bene ed io ne avevo bisogno, dovevo arrangiarmi! Lui stava …: mangiava sempre là, a mezzogiorno e alle sei, e quando aveva cenato, diceva: «Posso?»; «Sì!» Allora, o l’una o l’altra delle mie figlie le mandava a prendere il caffè, giù al Circolo, e glielo portavano su in casa perché lui non frequentava nessuno: «Io volere bene a mia moglie, io non voglio nessuno» voleva dire …

GB –       No, lui era solo per lavorare!

AF –        Solo per lavorare! E per me era un uomo onesto, e se anche quelli come lui hanno ammazzato i miei parenti, non era stato mica lui!

 

 

Ritorsioni e vendette

 

INT. –     I carabinieri avevano paura perché … non so se a Meleto è successo, so che a Castelnuovo, per esempio, un uomo che era … che pensavano fosse Fascista …

GB –       Sì, Pacche, gli dettero fôco! [Pasquale Badii, ucciso il 30 maggio 1945]

INT. –     A Meleto non è successo niente …?

GB –       Sì, è successo! Certo, ma questi fatti sono conosciuti anche dalla nostra amministrazione comunale!

AF –        Lo conoscono il motivo per cui è successo: lui fino in fondo era così e non c’era niente da fare!

GB –       Quando ammazzarono Nène [Agenore Palmi, detto Nène, il 21 agosto del 1945, fu linciato da molte donne del paese]

AF –        Si fece ammazzare!

GB –       Si fece ammazzare …, non era difficile ucciderlo [essendo handicappato fisico]…!

AF –        Ma si fece ammazzare e le ultime parole che disse furono: «Fatemi quello che volete, perché io sono qui, e questo io sono!»

INT. –     Perché lui era fascista?

AF –        Di sicuro, “fascista dalla natura” [nel profondo dell’anima]!

GB –       Eh, si era riscritto alla Repubblica di Salò …

AF –        Era ritornato anche in casa nostra, perché tanto nel mondo ci sono sempre due partiti!… Mio suocero gli disse: «Va a pigliarlo n’i’… »

GB –       [Dopo la guerra] venne a trovare una sorella – perché, dopo che si era riscritto al Partito Repubblichino, era andato ad abitare a Milano – e allora, veniva a trovare una sorella, a Figline, di martedì, lo videro: lo videro gente di qui, lo portarono con un calesse fin quassù …

AF –        E le donne, quello che non gli hanno fatto, non lo sanno che loro!

GB –       No, peggio dei Tedeschi allora!

AF –        Fecero peggio dei Tedeschi: a chi era morto il babbo, il fratello ecc … tutte di laggiù [indica il luogo, dove in prevalenza abitavano le donne responsabili del fatto], gliele fecero di tutte, noi ci si nascose in casa e non si volle vedere nulla …

GB –       Peggio, peggio dei Tedeschi …

 

 

Di nuovo i Partigiani

 

INT. –     Invece ai Partigiani non è stato fatto niente … ma c’era chi pensava che fosse colpa dei Partigiani …?

GB –       Ai Partigiani non gli è stato fatto nulla, poveretti, loro andarono tutti a morire a Bologna, quelli che erano di qui, cosa dovevano fare loro, disgraziati! Questo fatto ci disturbò fortemente, a noi vedove e a noi giovani del paese, perché poveretti, potevano scendere quella mattina, a salvare il proprio paese. Passato ogni cosa, andarono a combattere a Bologna [Furono 143 i giovani di Cavriglia che si arruolarono nel Corpo Volontari della Libertà: ne morirono 3, (EP)], e morirono, disgraziati anche loro! Per quanto mi riguarda cosa devo dire, erano tutti ragazzi ventenni!

LC –        Le voglio raccontare questa: una mattina venne la mamma di un Partigiano morto a Bologna per chiedermi un limone: oramai è morta, povera donna … mi disse: «Ce l’hai un limone?»,  «Sì – dico – ce l’ho, te lo do volentieri », si rammaricava che le era morto questo figliolo a Bologna; «Ma scusa, vieni a commiserarti con me? A me li hanno ammazzati tutti, mentre tuo figlio, che era Partigiano, [quel giorno] si allontanò dalla zona di Meleto! Abbi pazienza!». Eh, fui costretta a dirlo, povera donna, anche se il limone glielo detti …

AF –        Se i Partigiani erano venuti in paese, qualcuno … qualcuno si poteva salvare … Ma potevano … e invece no! Voi fate quello che volete tanto noi siamo al sicuro: ecco così andò.

LC –        Eppure quello che stava succedendo nei paesi l’avranno visto dalla montagna …[4]

GB –       Saranno stati dieci quei Tedeschi …[5]

AF –        Ma saranno stati [i Partigiani] a provocare la confusione …

GB –       Ma no …! Sono stati …

AF –        … perché i Partigiani passavano sempre dal paese e creavano azioni di disturbo a Santa Barbara … In tanti posti hanno fatto azioni giuste, ma qui ci hanno rovinato! O Gina, io l’ho presa così! Se non ci fossero stati i Partigiani, i nostri uomini erano ancora tra noi, perché fecero delle azioni molto gravi, a differenza di altre località …

GB –       C’era il fanatismo … c’era il fanatismo …

AF –        Hanno fatto tanto del bene …

LC –        Ma io anche quando fanno la festa dei Partigiani, non lo so cosa mi prende: anche negli anni passati quando celebravano la festa dei Partigiani, non so se lo ricorda, [si vantavano] di aver fatto grandi cose qui e là …; in realtà loro ci rovinarono: perché erano nei monti vicini e quando successero i fatti, invece di intervenire a difenderci, se ne andarono altrove … Si difesero dicendo che non avevano le armi. «Ma se non eravate ben armati, perché avevate fatto precedentemente le azioni di disturbo?»

AF –        Allora se non eravate in grado di difendere, [anche prima] dovevate stare nascosti e non farvi nemmeno vedere!

LC –        … «Non si avevano le armi …», ma per passare dal paese per andare a creare confusione laggiù lo facevate …

AF –        Perché di qui, un giorno sì e un giorno no, passavano, eccome! Andavano a Santa Barbara e ritornavano verso il nostro paese.

LC –        … Guido il mio marito era sempre a sedere sullo scale della nostra casa, in piazza a Meleto, dove si abitava: «Tu vedrai – diceva – questi Partigiani: ci rovinano!». Passavano con quel fazzoletto rosso al collo e andavano laggiù a Santa Barbara. Una sera ne ferirono uno dei Tedeschi: successe quel che successe … A me fu detto da Vivaldo [Matassini]: «Lo sai perché è successa la strage!? Perché hanno ferito un Tedesco».

GB –       Con un’auto tipo “topolino”, mi pare’ di vederli ancora … avevano con sé una radio [qui ci si riferisce ad un episodio capitato nel mese di giugno in cui due Tedeschi che sostavano con una camionetta e apparecchi ricetrasmittenti furono catturati, dietro informazione di abitanti di Meleto, dai Partigiani; i soldati furono portati in paese sopra la macchina e poi condotti in montagna, NdC]

AF –        E’ andata così, ormai … è andata come è andata …

LC –        Ecco, quello che avevano fatto non lo so. (…)

GB –       Quello che avevano fatto, lo sanno solo loro …

LC –        In tanti posti hanno fatto del bene … ma in tanti altri posti hanno fatto del male.

AF –        Se in coscienza sanno di non avere fatto il loro dovere, con che animo vivono lo sanno solo i loro intimi … Eh, cara, avranno in cuor loro una gran tristezza, perché se ho fatto il mio dovere, ho il cuore felice. Noi abbiamo dovuto subire tutto quello che hanno voluto fare: ecco.

LC –        Si dice: «Ma hanno combattuto dopo a Bologna …», sì, ma non discesero a combattere qui, vanno a Bologna … Io non m’intendo di nulla, ma che devo dire …, l’abbiamo subita e ce la teniamo; ecco … e basta.

AF –        Ecco. … Ma poi io, se ripenso, oltre le morti che hanno causato, lo stato in cui si trova il mio ragazzo … in quella maniera … un ragazzo, un bel ragazzo di tredici anni …

LC –        Io …, nei primi anni che ero ancora giovane, andavo a Firenze – mi ricordo – perché lì vi abitava una sorella … io andavo anche in treno, [e mi trovavo a dire]: «Hanno rovinato ogni cosa i Partigiani, quassù!», e chi mi sentiva, non mi contraddiceva mai; come ho detto ora, lo dicevo anche lì …

GB –       Mia mamma intende dire che abbiamo passato anche dei momenti di paura, perché avanti c’era il fanatismo di destra, poi c’è stato …

                La registrazione in questo punto s’interrompe, per poi riprendere con le parole della signora Attilia. (EP)

 

LC –        Perché dobbiamo dire quello che ci sentiamo di dire, bisogna dirlo! Perché già allora … era com’è ora…, e ho chiaro il ricordo, sono passati cinquant’anni … Io me ne ricordo, andavo a Firenze dalla mia sorella …

GB –       Ma io intendo dire, mamma, purtroppo … è inutile: le colpe … le colpe è la guerra che chiede di darle, perché ogni periodo ha la propria particolarità, ha il proprio momento storico, tutti i tempi hanno una peculiarità, altrimenti allora non ci sarebbe storia! Ogni epoca ha il suo periodo storico. Però, perdinci …!

LC –        Dici bene tu! Aver perso tutti i nostri uomini … persone che non hanno tolto un capello a nessuno …

GB –       … certe cose, io mi auguro tanto che non si debbano rivivere o sentire che stanno avvenendo di nuovo, sia le facciano bianchi o neri, verdi o rossi …, possono essere del colore che vogliono! Certe cose che non capitino più a nessuno, perché credete … credete, ritrovarsi …

                (…)

Segue, fra le tre donne, una discussione, che assume un tono divertito, sulla vecchia usanza di “segnare al Comune” i figli con un nome e di chiamarli in seguito con altro nome: per cui risulta che Camici Luisa è chiamata Attilia; suo padre Silvio era chiamato Attilio; Freccioni Alfonsina è chiamata Armida. (EP)

 

 

Gli ostaggi e gli scampati

 

GB –       Quando vennero la domenica a quel funerale e presero i tre ostaggi, ecco, quella cosa lì io non l’ho mai capita …

LC –        Cosa?

GB –       Quando catturarono Omero [Quartucci], lo zio Bobini [il Fabbrini] e il marito di Maria [Livio Lombardini] e li condussero a San Cipriano [Omero Quartucci, Lorenzo Fabbrini e Livio Lombardini furono considerati, da molti abitanti di Meleto, dei probabili delatori perché, dopo l’eccidio, furono rilasciati indenni dai Tedeschi, EP].

AF –        E li tennero otto giorni laggiù … in ostaggio. [In realtà furono rilasciati il 5 luglio, NdC]

GB –       E li tennero otto giorni in ostaggio a San Cipriano: li presero i Tedeschi …

INT. –     Questo prima del 4 luglio?

GB –       Sì, la domenica.

INT. –     La domenica e poi il martedì successero …?

GB –       E poi il martedì successero i fatti.

AF –        Ma anche allora … a Omero gli ammazzarono il babbo, lui [quella domenica] non lo presero perché allora era nel bosco, e il cognato. [Mi sembra chiaro che non può essere considerato responsabile]

GB –       Voglio dire, hanno ammazzato gente di casa anche a queste persone che hanno preso, se avessero saputo quello che avrebbero fatto loro …: tuttavia, zia, io credo che loro stessero preparando questo piano per ammazzare tutta questa gente, senza farlo sapere loro! Chissà …

AF –        Farli parlare e zitti, e intanto fare il loro piano.

GB –       Eh! Loro li hanno fatti parlare, io non so, io non so quello che rivelarono, non l’ho mai capito.

AF –        I nostri per due volte erano scappati … due giorni … a Gaville per difendersi da quello che poteva capitare qui e poi, ce li catturarono: erano tornati, si fermarono, ma la mattina, quando volevano scappare da qua, ormai era già tutto accerchiato: Riuscì a salvarsi lo zio Modesto perché si era nascosto in una macchia, coprendosi con tutte le foglie; al punto tale che quando noi passammo lì vicino neppure noi lo vedemmo. Poi più volte mi ricordava: «Quando sei passata con Giulio e ti hanno rimandato indietro …» lui era proprio dentro la macchia, ed io ero con Giulio e con Marisa e con Elsa.

LC –        Lo zio era stato inviato a lavorare, -mi riferisco allo zio Nanni, il babbo di Paolo, che ora…- lo zio Nanni era stato inviato a lavorare, altrimenti avrebbero preso anche lui

GB –       Lei non può conoscere Paolo … [GB si rivolge alla madre LC per dirle che l’intervistatrice non può conoscere Paolo: si tratta di Paolo Camici, facente parte di un altro ramo dei Camici, NdC]

AF –        Non lo conosce mica …

GB –       … si trovava fra Meleto … dove c’è quel viottolo che porta al cimitero? Lui era in quella discesa che va … mentre [i Tedeschi] venivano da quest’altra parte.

LC –        Sì, venivano da qua …

AF –        [I Tedeschi] erano tutti dalla parte dietro del paese, dietro di noi. Noi credevamo di fare bene a scappare da qua, perché noi abbiamo … due uscite, no? Una che dà sul davanti e una dietro; e mio cognato mi aveva detto: «Si scende insieme», perché mio’ marito e mio suocero erano già stati catturati e portato qua davanti …

LC –        Dove c’è il Monumento.

AF –        … allora mi disse: «Ora – dice – sai cosa devi fare …?». Ed io: «Vai su, va in soffitta e rinchiuditi lì: ormai Dino è già stato preso» e andò; [ma poi ritornò e] mi disse: «Devi stare attenta: ed ora da dove passi?» «Dall’uscita posteriore»; allora mi disse: «Sta’ attenta ai ragazzi», perché  voleva molto bene al nipote …, infatti l’aveva custodito lui fino a che suo babbo era militare e io ero con loro e il nonno. Quando eravamo arrivati a deviare, (perché si deve scendere e fare un piccolo viottolo prima di arrivare dove si tenevano le galline)…, arrivati lì e discesi i primi scalini, sentiamo dire: «Fermi! Fermi! Fermi!», «Ohi, ohi, ohi –disse [mio cognato], prendendomi il braccio,  – sono costretto a lasciarvi! »… «Giulio – gli dissi – e ora io cosa faccio …?», [mentre quelli] dicevano: «Davanti, davanti, davanti!»; ripreso in braccio il piccolo Andrea, arrivammo qui davanti alla … cosa,  era il momento in cui li stavano dividendo per ogni … ogni aia – si chiamavano aie – nell’aia …

GB –       Le aie dei contadini …

INT. –     Ma come mai li avranno divisi?

AF –        Furono divisi per non ucciderli insieme!

GB –       C’era pericolo che qualcuno potesse scappare!

INT. –     Ma nessuno di loro si era accorto … che sarebbero …

GB –       O come si fa a saperlo! Io dico di no, perché mio zio Dino lo condussero per un percorso assai lungo, dal Monumento lo portarono lassù dove abita il Mugnaini [aia Melani] (…), c’è anche una piccola salita, lo portarono lassù, tutta questa strada, una ventina di persone: un uomo di quel temperamento, se si fosse accorto, avrebbe tentato in qualche modo di scappare!…

LC –        Lui aveva fatto la guerra …

AF –        No, no, un momento …: lui cercò di scappare dalla capanna [dove furono uccisi], e, infatti, lo ritrovammo appena fuori l’entrata …

GB –       Zia, lui aveva tentato di scappare dalla capanna ma era ferito, poverino …

AF –        Ma se non avessero bruciato, la capanna sarebbe anche potuto riuscire a scappare, Gina! Non ci posso pensare e quando mi sveglio la notte, mi sento morire! Aveva un foro qui e le gambe mezze bruciate, ma era già fuori dalla capanna e dal mucchio dei cadaveri ormai in cenere. Evidentemente lo videro mentre cercava di scappare e lo colpirono! Lui pensava di scappare: «Voi volete ammazzarci tutti, ma io scappo!», avrà detto.

INT. –     Loro pensavano che li avrebbero portati a lavorare.

GB –       Sì, infatti il mio babbo le disse: «Ho lasciato la mimma dalla zia Fortunata», avevamo una zia lì vicino; le consegnò il portafogli borsello che aveva in tasca: «Tieni questi soldi, poi ve li manderò … ci porteranno in Germania …»: cosa avrà pensato se non che li avrebbero portati a lavorare!? Infatti, c’erano alcuni paesani che erano stati portati a lavorare e avevano messo in giro questa voce …

AF –        … quando andai a portare la giacchetta al nonno – perché lo avevano costretto a scendere senza niente … – e un bicchiere di latte, mi disse: «Chi ti ha mandato?», «Qualcuno mi avrà mandato», risposi. Avevo da una parte Elsa a braccetto – perché lei è tanto paurosa e, ogni volta che arrivava un aeroplano, cercava il nonno e si gettava addosso a lui – e di qua Marisa: lei piangeva … [Mio marito] sapeva che Elsa era la più paurosa, così le disse: «Elsa, vieni qua!» «Babbo, ho paura!» perché aveva i Tedeschi accanto, uno di qua e uno di là, e lì c’era il nonno. Lui ci fece così e ci disse: «Ci si vede stasera o domani: vai, vai! »

GB –       Proprio tutti … tutti ce li ammazzarono, proprio tutti! Lo zio Giulio non si ritrovava … si andava a letto qui in queste stanze e si lasciava sempre la porta aperta, si diceva: «Da qualche parte ritorna», si pensava che si fossero nascosti …

AF –        Anche il mio babbo non si è mica ritrovato, il mio babbo?… E poi i Tedeschi erano tutti giù alla fattoria, venivano su in paese …

LC –        Nella nostra soffitta si sarebbero potute nascondere cento persone … nemmeno uno! Ci andò Giulio, ma poi ridiscese …

AF –        Perché vide le fiamme alla casa del contadino Simonti, laggiù, e così disse: «Vengo via con voi, perché se incendiano la casa, devo bruciare solo?» e scese.

                (…)

GB –       Ma tanto, erano più di uno, prima che bruciasse una casa così, sarebbero scappati di lì.

LC –        Disgraziati … c’è la colombaia, sì, perfino … la colombaia: lì non lo avrebbero trovato di sicuro.

                (…)

GB –       (…) Il nonno ascoltava sempre la radio e sentiva che le intenzioni dei Tedeschi erano di rappresaglia: “Un Tedesco, dieci italiani … un Tedesco, dieci italiani …”; lui diceva: “Ragazzi, qui bisogna cercare di nascondersi …”

AF –        No, lui aveva troppa fiducia …  altrimenti Dino, Nando e Nore sarebbero rimasti nascosti a Gaville. Invece anche quella sera ritornarono, e la mattina dopo …

GB –       Sì, perché erano già due o tre giorni che tentavano di nascondersi, io me ne ricordo. Il mio babbo [Guido Balsimelli] il lunedì mattina era stato nascosto per tutta la mattina in un campo di granturco. Ritornò a mangiare e poi ritornò in quel campo: tutti stavano nascosti da tutte le parti. Questo significa che c’era qualcosa, io me ne ricordo, c’era qualcosa nell’aria che metteva loro paura! Ma nessuno si aspettava che il martedì mattina sarebbero arrivati alle sei facendo una strage così grande.

LC –        La mattina andava sempre alla galleria a estrarre l’acqua, quella mattina non andò!… L’ingegnere si era raccomandato: «Balsimelli, mi raccomando, quella galleria allaga di continuo», «Vado, vado, vado». Non so perché quella mattina mandò a dire che non ce n’era bisogno, e così non andò! Andava tutte le mattine, là, a pompare l’acqua …

GB –       Era destino … era destino. Quando arrivò al rifugio l’Assunta [moglie] del postino di ritorno dalla consegna della posta a Foramaggio, disse: «Sapeste cosa è successo! Hanno ammazzato tutti gli uomini nelle capanne laggiù al Melani!»

AF –        Quando finì la guerra [s’intende dopo l’8 settembre, NdC], cara signorina, mio marito, perché lui aveva fatto [servizio militare a] Roma, Orte, Viterbo, sempre, sempre lì …( [deve sapere che] quando era partito, io ero incinta di tre giorni e lui ne ebbe notizia solo dopo tre mesi, perché la posta non gli arrivava mai). Così, quando alla fine [venne l’armistizio], lui che prestava servizio nel magazzino, era capo magazzino, si caricò di tutta la sua roba e fece tutta la strada da Orte a Meleto …, non so quanta strada fece, erano tornati tutti mentre lui no …: almeno avesse perso la strada, quel giorno, si sarebbe potuto … salvare. Vuole sapere? Tutti mi chiedevano: «Non è tornato Dino?», «No, non è tornato»; allora Otello, l’Assuntina, tutti, … quell’altra che abita laggiù, come si chiama, Leonida di Baldo: «Eh non ti preoccupare, ritornerà, avrà perso la strada, prima o poi la ritroverà!» Che patire! Me ne stavo sempre in casa … quando una mattina sento la mamma di Diva [credo Materni Annunziata moglie di Innocenti Arduino, anche lui fra gli uccisi] chiamarmi: «Armidaaa! – lei veniva a prendere l’acqua a una piccola pompa, veniva da Barberino e noi avevamo una pompa, perché allora non c’era l’acqua in casa, – Armidaaa!» Oddio, mi prese male al cuore e mi dissi che ci sarà ora? C’è una novità! Non potevo affacciarmi: «Affàcciatiii!» E m’affacciai e mi disse: «Guarda chi c’è!» Vedo uno con una barba così, mi tirai indietro e  mi misi a sedere: lui mi trovò a sedere in cima alle scale; e mi disse: «Senti – mi disse – vai da Otello a prendermi la colazione perché io se non mi faccio un bagno non posso neppure mangiare!»; quando ritornai, si era addormentato e gli ci volle non so quanto tempo a risvegliarsi dalla strada che aveva fatto da Orte, e pensare … [che era tornato] a cercare … a cercare la morte!

LC –        Se non era tornato, era meglio.

A questo punto c’è una pausa nella registrazione, che riprende con le parole della signora Gina riguardo al trattamento particolare che fu riservato dai Tedeschi ad Arturo Panichi e Ido Matassini. (EP)

 

GB –       Son misteri! E mai si è saputo, zia, mai saputo, anche, guarda … Ido è vivo ancora e il Biondo [Arturo Panichi, detto il Biondo, NdC] ha vissuto per tanti anni: eppure non si è mai saputo di questi due che furono portati via e poi furono rilasciati. Non sappiamo se assistettero oppure no alla strage.

INT. –     Avranno fatto per avere un testimone …

AF –        Appunto, così diceva anche Maria [moglie di Livio Lombardini], che passando laggiù da una persona [non identificata] aveva detto: «Domani l’altro ammazzeranno tutti», e non si è mai saputo da chi lo aveva sentito dire, anche se era lei che lo riferì. Non guardiamo che poi le cose …

LC –        Ma lei era pazza, poverina …

GB –       Come si fa a saperlo; si diceva anche che c’era una famiglia che aveva fatto la spia, che faceva la spia. [Anch’io ho sentito dire] di questa Maria, a cui avevano catturato il marito in ostaggio, che andava dicendo: «Hanno catturato il mio marito, ma ora succederà una cosa brutta, ammazzeranno tutti qui». Insomma tutte queste voci che sono venute fuori, io non so se sono vere o false e neppure perché vennero fuori …

AF –        A me una persona circa otto giorni dopo disse: «Hai del coraggio a parlare con questa donna», lei stava a San Giovanni e veniva da là a piedi «Perché non le devo parlare, cosa mi ha fatto di male?». «Come, cosa ha fatto? Lei sapeva ogni cosa già prima che fossero uccisi, ben otto giorni prima: “Ora succederà una cosa grossa! Vedrete li ammazzano tutti!”».

INT. –     Ecco, questo Ido [Matassini]… io ho provato a telefonargli, ma non c’era …

GB –       Chi, Ido? Ido … per sentire, certo!

AF –        Tanto non è mica fatto il nostro nome, mi raccomando …

INT. –     No no…!

GB –       Il nostro nome? Io non so niente … di certe cose noi non sappiamo niente … e d’altronde non c’è mica da fare grandi discorsi …

INT. –     No, no.

AF –        Noi s’è detto quello che c’è capitato e gli altri risponderanno di quello che hanno visto e di quello che sanno!

 

 

note:

[1] A causa delle dimensioni piccolissime e della tipologia socio economica del paese, che, pur portando forza lavoro nelle attività minerarie, rimaneva ancora molto legato alla vita contadina, l’eccidio colpì le famiglie molto in profondità perché i legami orizzontali erano molto estesi. Per Castelnuovo, ad esempio, la situazione fu diversa perché, a fronte di una composizione sociale più marcatamente operaia e impiegatizia, la strage colpì più nuclei familiari ma in modo generalmente meno esteso al proprio interno.
[2] L’intervista a Luisa Camici (LC, chiamata Attilia), Alfonsina Freccioni (AF, chiamata Armida) e Gina Balsimelli (GB) fu effettuata a Meleto, il 20 novembre 1993 da Laura Camici (Int.) e trascritta da Emilio Polverini (EP). In PMNSC fu utilizzata solo parzialmente (212-4). Abbiamo ritenuto di dover “tradurre” dall’idioma locale il testo, inserendo nomi e toponimi e riportando alcune note esplicative (NdC), allo scopo di rendere comprensibile il contesto dei fatti narrati; abbiamo lasciato invece le note dei curatori quando indicano un comportamento non verbale (Int.) o quando spiegano situazioni del territorio (EP).
Si riporta qui la traduzione di questo esordio: «[domenica 2 luglio] mio marito [Dino Camici], con due nostri cugini [Osvaldo (Ferdinando, detto Nando) Camici e Giuseppe Mugnai, detto Nore, marito di Camici Olga] che abitavano tutti nel nostro edificio, andarono a Gaville, perché dovevano venire i Tedeschi a prenderli [come ostaggi o prigionieri];  rimasero a Gaville e non tornarono che la sera alle 10. Chiesero cosa era successo nella giornata e noi li rassicurammo che fino allora non era successo niente, nonostante la preoccupazione fosse grande. Rimanemmo svegli fino all’una di notte tra la casa e la piazza antistante. [Lunedì 3 luglio] ripartirono per nascondersi a Gaville, verso le 7 del mattino, e ritornarono la sera. [Siccome la situazione non era cambiata] andammo a letto tranquilli, ma la mattina, quando erano già pronti per tornare a Gaville, il paese era già tutto accerchiato: dalla Fattoria all’uscita dietro la nostra casa, alla via che attraversa il paese e dappertutto. Ma noi ancora non ce ne eravamo accorti, così quando ripartirono furono fermati vicino la strada che porta verso Santa Barbara e Castelnuovo, e furono riportati nel giardino dov’è il Monumento dei Caduti. Io ero rimasta in casa con il più piccolo dei miei figli di sedici mesi e mio suocero di sessantasette anni [in realtà 69 anni, EP]. [Quando i Tedeschi giunsero da noi] iniziarono a spintonarlo con forza perché scendesse alla svelta: infatti lo volevano portare … li volevano radunare in tutte le …, in tutte le piazze di … di Meleto, una laggiù, una là, una qua e una quaggiù; alla fine ne distribuirono un po’ ovunque, ma la maggior parte erano qua, nel [giardino del] Monumento (…). Erano saliti in casa e, mentre il mio bambino era ancora a letto, spingevano mio suocero con la canna del … del mitra, così gridavo loro «Non lo fate correre, altrimenti lo farete cadere: è vecchio, ed è malato!», e quelli risposero «Lei, non importi!». Quando ritornarono indietro rovistando dappertutto, dissi loro – riferendomi al mio bambino di sedici mesi, che dormiva a letto -: «Volete prendere anche lui?», «No – mi risposero – lui se lo tenga per sé!». E scesero di nuovo. Allora, siccome da casa mia vedevo mio suocero, mio marito e l’altro cognato – e mio suocero era senza giacchetta –, io presi una giacca e un bicchiere di latte, essendomi ormai accorta che sarebbero successe cose gravi, [e gli portai tutto questo]. Lui bevve il latte e mi disse «Chi t’ha mandato, eh?», «Sono venuta da me». Subito dopo mio cognato [Giulio] riuscì a rientrare in casa e si nascose in soffitta: ma arrivato lì, vide bruciare [la casa di] un contadino [a Masseto, dove i Tedeschi avevano incendiato la casa dei Morelli e dei Simonti, NdC], e così decise di ridiscendere di nuovo. Fu lui a prendere il bambino in braccio, e insieme decidemmo: «Si passa dietro casa, piuttosto che dall’ingresso principale». Invece tutti i Tedeschi in forze avevano accerchiato il paese ed erano tutti appostati nel retro. Arrivati poco distanti ci costrinsero a tornare indietro: mio cognato con il ragazzo in braccio ed io con un fagotto di panni [che avevo preso] per andare dove ci si poteva riparare; avevo preso delle coperte per coprire il mio bambino e le altre due figlie … Ritornati nella piazzetta di casa strapparono il bambino di braccio al mio cognato e lo dettero a me, dicendogli «Tu vieni qua con noi»; allora io incominciai a urlare, ma [uno di loro] disse: «Si fa un appello e poi ve li rimandiamo». Intanto erano già stati catturati il prete e tutti quanti. Eh! Noi ci demmo alla fuga [in direzione del rifugio antiaereo]: io con il ragazzo in braccio, con il fagotto e [le mie figlie] Marisa e Elsa, una di dieci anni non ancora compiuti, e l’altra ne aveva sei. [Passando di fronte ai nostri familiari] il babbo disse alla più piccola (… lei, che aveva tanta paura!): «Vieni qua, Elsa», «No babbo, ho paura» – rispose – e non si volle avvicinare. Ci mettemmo in cammino, e quanto tempo dovemmo rimanere nel rifugio, a San Donato, lo sappiamo solo noi! Con niente per vivere … (…)».
[3] Anche il timore di essere prelevati dai Tedeschi per prestare lavoro, se risulta essere stato reale non è mai sostanziato da dati precisi: che dimensione aveva avuto sino allora questo fenomeno? Come era avvenuto il reclutamento di coloro che erano stati costretti a questo tipo di lavoro? In questa vicenda infatti vi è una sproporzione tra l’argomento e il fatto. Solo gli italiani lo usano come argomento, sia come subdolo pretesto usato per tranquillizzare le donne da parte di sciacalli repubblichini che in quella giornata fanno razzie nel paese vuoto (vedi ad esempio la testimonianza n. 28 di Nada Gonnelli in R4L1944), sia come autoconvinzione della finalità del rastrellamento. Al contrario, i Tedeschi lo usano sempre come fatto dipendente da capacità lavorative. A Ido Matassini, ad esempio, la sera della strage l’Ufficiale comandante chiede di svolgere per loro il lavoro di «autista di grossi automezzi» a Firenze, ma l’uomo ottiene di essere lasciato andare. Si è visto come a Reggello, dopo una complicata e lunga detenzione di molti ostaggi, i Tedeschi tengono con sé solo quattro uomini condannandone due a morte: uno riesce a fuggire, due sono liberati strada facendo, mentre l’ultimo condotto a Firenze, dopo una visita medica, è giudicato «inadatto al lavoro» e viene liberato (Dichiarazione di Giuseppe Bigazzi in PRO: 383).
[4] Ancora Emilio Polverini scrive: «Il 4 Luglio i Partigiani della formazione “Castellani” erano molto più vicini ai luoghi degli eccidi: erano a Monte Domenichi distanti, in linea d’aria, poco più di 1 chilometro da San Martino e poco meno di 4 da Meleto».
[5] Qui la Balsimelli si riferisce a coloro che rastrellavano i civili nel paese.

© Francesco Gavilli

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