Rutilio Namaziano ~ De Reditu I, 349- 398 ~ Quarto giorno

 

Libro primo I, 349 – 398

 

[Quarto giorno di navigazione dalla Pineta del Tombolo (qui) a Falesia. Il mare piatto e indolente suscita dotte considerazioni alla vista dell’Isola d’Elba che sembra ingrandirsi sempre più nella sua magnificente ricchezza di ferro. Da qui l’inno al duro metallo che salva l’uomo dai pericoli della natura selvaggia e aiuta nel lavoro, a differenza del nefasto e corruttore oro. Ma il viaggio, che per la sua lenta progressione dovuta solo alla forza dei rematori procura stanchezza, porta a Falesia (Porto Vecchio o Porto dei Faliesi) proprio nei giorni dedicati al culto di Osiride. Una villa con il suo stagno di deliziose acque sarebbe un riposo gradito se non fosse per il custode che per la sua scortese asocialità, dovuta alla religione d’appartenenza, scatena in Rutilio una vera invettiva antigiudaica]

 

 

Lucerna romana, relitto di Porto azzurro, Isola d’Elba

 

 

Ferro e oro: Isola d’Elba

 

Era ormai giorno e remando pareva star fermi

350       ma è prova di moto la terra lasciata dietro.

Ci viene incontro l’Elba famosa per i metalli dei Calibi:

non son più ricche le terre Noriche,

né è superiore la fusione stretta dei Biturigi nel largo forno

o la massa che fluisce dalle terre di Sardegna

355       Da’ alle genti più la feconda produttrice di ferro

che la bionda ghiaia dorata del Tago a Tartesso.

L’oro letale è fonte di ogni perversione!

l’amore cieco per l’oro genera ogni empietà,

i regali d’oro trasformano matrimoni onesti

360       e una pioggia d’oro compra seni di vergine,

la fedeltà vinta dall’oro tradisce città fortificate

lo stesso ambizioso infuria per le lusinghe dell’oro!

Il ferro al contrario coltiva campi selvatici,

e col ferro fu scoperta la prima via di vita.

365       Nell’età dei semidei, senza conoscere l’armato Marte,

col ferro ci si oppose a belve feroci.

Non basta alle nude mani l’impiego inerme,

se nuove mani non siano armi in ferro.

Così tra me e me andavo pensando per la noia di uno spento vento,

370       mentre come un lamento risuonava la nenia dei rematori.

 

 

 Osiride e i Giudei a Falesia

 

Falesia vicina ci accolse spossati dal viaggio,

quando il sole era a metà del suo cammino:

per caso allora i villaggi ilari tra i crocicchi dei campi

con feste sacre lenivano gli animi stanchi,

375        perché era il giorno che Osiride, finalmente rinato,

germoglia i semi lieti in nuove messi.

A terra volgiamo a una villa per un ameno boschetto,

si ammirano deliziosi stagni dall’acqua raccolta:

lascia che giochino i vivaci pesci tra i vivai

380       la larga onda dell’acqua racchiusa.

Ma male ricambiò il piacere di una sperata sosta

il custode, quanto a ospitalità più duro di Antifate:

aveva infatti cura del posto uno scorbutico giudeo,

essere animale che si distingue nel cibo dal genere umano.

385       Grida e c’incolpa di cespugli schiacciati, di alghe divelte

e, che enorme danno, le acque son mosse!

Restituiamo la cortesia che merita gente così indecente

da tagliarsi senza pudore la testa dei genitali,

radice di follia che vuole il sabato un cuore freddo

390       ma ancor più freddo della religione sua:

condanna il settimo giorno ad un turpe letargo,

immagine molle del loro dio svenevole.

Per gli altri deliri da mercati di schiavi non troveresti

un bambino che voglia dare fede!

 395      E fortuna vuole che fu almeno sottomessa la Giudea

 dalle armi di Pompeo e l’imperio di Tito.

Questa peste ha recisa la testa ma contagiosa può dilagare

e la gente vinta opprimere i suoi vincitori.

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