Una strage ~ 14. Castelnuovo dei Sabbioni: le catture (prima parte)

 

mille-volti

 

Il succinto racconto del Sergente Maggiore Crawley non rende sicuramente giustizia dei fatti specifici di Castelnuovo. Quello che si evince dalle testimonianze è meno ricco di quello di Meleto, San Martino e anche Massa, nonostante il numero delle vittime fosse molto alto e l’importanza del paese fosse più grande degli altri. Il motivo di tale limitatezza è dovuto prima di tutto al fatto che l’indagine iniziò proprio da lì, quando la macchina dell’Inchiesta non era ben rodata e forse una certa reciproca diffidenza provocò un’omogeneità di risposte con poca ricchezza di particolari. I motivi tuttavia furono anche altri dovuti molto probabilmente a fattori propri della situazione di Castelnuovo. La conformazione del paese assai più particolare e ricca degli altri abitati nati e sviluppati attorno ad attività agricole, poteva far convogliare il racconto verso gli eventi dominanti, in altre parole la cattura, il concentramento nella piazza e l’orrenda funebre pira, come la chiamò Crawley. La dinamica dell’azione militare, inoltre, altrove molto semplice, qui si rendeva più articolata per l’estensione del paese dalle parti più prossime alla zona mineraria con gruppi di abitazioni più dimesse (la Dispensa) a una via centrale che portava alla parte alta in un susseguirsi di tornanti e vie circolari fino alla piazza IV novembre e alla Chiesa. Se i Tedeschi attuarono la stessa tecnica di accerchiamento effettuata a Meleto, arrivando d’improvviso e da più parti, qui dovettero presidiare con più forze l’abitato e molto probabilmente trovarono anche difficoltà oggettive a compiere una strage ancora più efferata: credo che la scelta di procurare un’uccisione collettiva paradossalmente abbia impedito un eccidio ancora più sanguinoso. L’ordine di esecuzione, se fosse stato del tipo eseguito a Civitella della Chiana o a Sant’Anna di Stazzema, avrebbe infatti provocato una strage enorme: ecco perché Meleto, paese molto più piccolo, ebbe più vittime di Castelnuovo. Questo è dunque, per noi, il motivo per cui un gruppo altrettanto nutrito di persone, fatto prigioniero alla Dispensa e poi indirizzato verso la piazza del paese, sia stato improvvisamente rimandato via. Tale decisione fu interpretata nel corso degli anni successivi come se si fosse raggiunto un numero di civili stabilito sulla base alle uccisioni da parte partigiana dei Tedeschi dei mesi antecedenti: la spietata ragioneria teutonica avrebbe stabilito che i circa 70-80 uomini uccisi fossero sufficienti a vendicare i soldati uccisi. Apparve anche una strage di classe, seppure di segno rovesciato, dal momento che furono catturati nella parte alta e ai Villini personale qualificato della Mineraria, il medico, il marito della farmacista mentre parte del ceto operaio e più povero de La Dispensa si salvò.
            Se questi e altri motivi possono motivare la povertà drammatica dei racconti, e addirittura in alcuni casi la loro superficiale imprecisione, è anche vero che, alla luce delle ricostruzioni effettuate in seguito, i fatti salienti che caratterizzano la strage di Castelnuovo sono in realtà tutti tracciati nell’Inchiesta di Crawley. Se i fatti della Dispensa non trovano risonanza nelle testimonianze, altri eventi, che torneranno come tipiche forme di racconti epici, sono assunti come prove testimoniali significative: il salvataggio di Dario Ussi e Aldo Dini nella diga sottostante la Piazza IV novembre, il gesto eroico del parroco Don Ferrante Bagiardi, il marito della farmacista che rinuncia alla fuga per riportare un medicinale proprio al tedesco che l’ha catturato, il “permesso” concesso a una donna di partecipare all’esecuzione da un muro sovrastante la piazza, il divieto (frutto di paura o reale pericolo) del seppellimento dei cadaveri che rimasero per un’intera settimana a decomporsi nel luogo dell’uccisione. Dobbiamo dire che quando Emilio Polverini e Dante Priore raccolsero nel loro libro, nel 1994, alcune testimonianze sui fatti successi attorno al 4 luglio, per quanto riguarda Castelnuovo non disegnarono un quadro molto diverso: i racconti erano certamente più partecipati delle asciutte testimonianze rese a Crawley, ma anche lì alcune ricostruzioni sono contrastanti e incerte e diverse ipotesi risultano non verificate. Sicuramente, a differenza delle testimonianze di Meleto e San Martino, già più particolareggiate, è solo in PMNSC che i sopravvissuti di Castelnuovo indicano particolari interessanti e inediti, ma solo nel quadro delineato complessivamente da Crawley nel suo Report questi trovano spiegazione. Altri fatti (ad es., il Tedesco ucciso perché si rifiuta di uccidere e il numero degli uccisi derivante dalla moltiplicazione di un coefficiente per il numero dei soldati ammazzati dai Partigiani) non trovano invece conferma in PRO.

 

 

Scrisse il responsabile dell’Inchiesta, Sergente Maggiore W.P. Crawley[1]

Il 4 Luglio 1944, verso le ore 7, gli abitanti di Castelnuovo dei Sabbioni, allora circa 2.000 compresi gli sfollati da zone non sicure, stavano cominciando un altro giorno, svolgendo pacificamente i loro abituali lavori quotidiani, quando dei militari Tedeschi, sotto il comando di un Ufficiale di grado sconosciuto, entrarono a piedi nel paese. I mezzi di trasporto, con i quali si pensa sia stato trasportato questo gruppo di uomini al loro obiettivo, furono probabilmente lasciati nascosti nei dintorni del paese perché l’arrivo dei Tedeschi non allarmasse le vittime destinate che nulla sospettavano. Come a Meleto, le uscite del paese furono poste sotto sorveglianza, mentre il gruppo principale del distaccamento incursore si divise in gruppetti di uno o due soldati, quindi cominciarono, casa per casa del paese, una sistematica ricerca di uomini di ogni età o professione. Alle donne, e ai loro bambini, fu intimato dai Tedeschi di lasciare immediatamente il paese e di rifugiarsi nella circostante campagna. Gli uomini, la maggioranza dei quali era abbondantemente sopra i cinquanta anni, colti di sorpresa, furono catturati dai soldati, tutti senza alcuna spiegazione, e furono scortati nella Piazza IV Novembre, la principale piazza del paese (…). Lì furono radunati sotto sorveglianza di soldati comandati dall’Ufficiale. (…)

Tutti gli uomini rimasti nella Piazza furono allineati dai Tedeschi e una mitragliatrice fu piazzata a circa 18 metri da loro (…). Quindi senza che fosse condotto quello che poteva apparire un processo, un’udienza o un’indagine, su ordine di un Ufficiale, il mitragliere scaricò parecchie raffiche di mitragliatrice contro le file degli uomini radunati, uccidendoli a sangue freddo. In quel momento erano le ore 9,30-10,00 circa. Dopo di questi, altri piccoli gruppi di uomini furono portati da altri soldati nella Piazza, dove subirono la stessa sorte del primo e più grande gruppo.

Alla fine terminarono le fucilazioni, ma, evidentemente non soddisfatti del totale massacro d’innocenti civili, i soldati, agendo ovviamente sempre sotto gli ordini dell’Ufficiale, commisero ancora un’ulteriore atroce azione. Ammucchiarono i cadaveri delle vittime presso il muro della Piazza, dove avevano eseguito la fucilazione, si procurarono mobili da una casa vicina e li gettarono sopra quei corpi. Il tutto fu impregnato di liquido infiammabile e fu incendiato dai soldati. Durante l’intera scena Foggi rimase pietrificato dinanzi alle scene feroce di cui era stato testimone. L’orrenda funebre pira cominciò verso le ore 16, bruciò violentemente fino alle ore 17 circa, poi, in modo intermittente, fino al mattino seguente 5 Luglio 1944. (…)

 

 

L’irruzione nel paese e concentramento in Via Garibaldi

 

ore 7,00-8,45

 

Secondo Maria Balsimelli[2], il fratello Nello Grazzini, un colono trentacinquenne, uscì dalla sua casa di San Pancrazio verso le 7 del mattino «per andare nel paese di Castelnuovo dei Sabbioni a lavorare». Nello era andato con un carretto trainato da un asino, a macinare del grano al molino di Bomba. Quando gli uomini rastrellati nel centro del paese furono scortati verso Piazza IV Novembre, fu usato il suo carretto per trasportare una mitragliatrice e delle cassette di munizioni; sembra anche che dopo la fucilazione – nel pomeriggio – lo stesso carretto sia servito a trasportare delle fascine usate per bruciare i cadaveri. Poi portarono via anche l’asino, che fu ritrovato, molti mesi dopo, a Gaville presso un contadino.[3]

Le testimonianze indicano le 7,30 l’ora in cui iniziarono le irruzioni dei tedeschi attorno a Via Garibaldi. Rita Abrate, moglie di Ferruccio Abrate, un sessantasettenne di origini piemontesi, medico chirurgo presso il “Pronto Soccorso” e l’Ambulatorio della Società Mineraria del Valdarno, dichiarò che

ero in casa con mio marito quando un soldato tedesco fece irruzione in casa nostra. Questo soldato ordinò a mio marito di seguirlo fuori. Mio marito fu costretto ad andare e sebbene io chiedessi il motivo, il Tedesco mi disse a brutto muso: «Tu vattene in campagna immediatamente!». Io credevo che obbedire a quel comando sarebbe stato nell’interesse di mio marito e mi diressi verso il rifugio antiaereo a Le Màtole, appena un chilometro da qui.[4]             

 

Guido Caselli (PSMNC: 185-8) e Giuseppe Fratini (ivi 105), quarant’anni dopo, raccontarono che Abrate faceva parte di un gruppo di persone fatto stazionare di fronte ad un locale all’incrocio tra Via Nuova, la via che dal centro del paese portava verso il Neri e Cavriglia, Via Garibaldi, che giungeva dalla parte bassa del paese, e Via Vittorio Veneto, che saliva a Castello alto. Il Caselli, allora quattordicenne, era anche lui in mezzo agli altri, ma venne fortunatamente lasciato andare per la giovane età. Nonostante il rastrellamento e le irruzioni violente nelle case, pare che gli uomini ancora non sospettassero la fine che si prospettava loro e molti si presentarono volontariamente e collaborativi. I soldati erano assai in forze («ogni due tre metri c’era un Tedesco con un mitragliatore pronto») e avevano formato un cordone attorno ai civili. Secondo il Fratini, il dottore Abrate «si metteva lì in mezzo alla piazza, [e diceva]: -Qua! Qua! Gli uomini da questa parte! Le donne via, eh!-: chiamava addirittura la gente, si preoccupava di disciplinare l’afflusso!».

Guido Caselli parlò di circa 35 civili trattenuti inizialmente in questo punto del paese, che più o meno saranno la metà degli uccisi in piazza. Dalla provenienza e l’ora di cattura si può ipotizzare che tra loro vi fossero per lo meno queste 23 persone: Ferruccio Abrate (cattura 7,30), Araldo Foggi, Santo Grillo, Domenico Minenna, Ottavio Caselli, Andrea Giannini, Nello Grazzini, Emilio Pierazzini (7,45), Adelindo Ceccherini, Romano Bottonelli (8,00), Raffaello Bucci, Natale Uva, Giovanni Borchi, Anselmo Ciambellini, Gualtiero Camici, Luigi Pierazzi, Andrea Borgogni, Giuseppe Brandini, Enrico Galli (8,15), Franco Francalanci, Agostino Innocenti Degli, Brunetto Tinacci (8,45) e forse Giuseppe Corsi. Per questi ultimi quattro rimangono dei dubbi e possono anche essere arrivati in piazza a fucilazione in corso, proprio perché  l’ora e il luogo di cattura è molto tardivo. Ipotetico è soprattutto l’inserimento di Giuseppe Corsi, un sessantunenne proprietario terriero del Cetinale la cui storia abbiamo già incontrato [qui], la cui storia si lega all’arrivo alcuni giorni prima della Feldgendarmerie che aveva requisito la Villa per farne la sede del comando del LXXVI Panzerkorps. Lasciata la villa del Cetinale il 2 luglio alla volta di Caiano, il pomeriggio del 3 luglio cercò di tornare a casa per riprendere dei medicinali. Da allora scomparve nel nulla. Alcune testimonianze dell’immediato dopo strage lo dettero per catturato attorno a Castelnuovo e quindi è inserito tra gli uccisi di Castelnuovo, Crawley al contrario suppose che fosse la persona ignota uccisa a San Martino: in realtà non sappiamo dove trascorre la notte tra il 3 e il 4 luglio e non è escluso che avesse preso anche strade non dirette per tornare a Caiano. D’altronde è strano che non sia stato riconosciuto da nessun testimone di San Martino, essendo un personaggio assai noto.

Barry X Ball, Collezione privata, Michela Rizzo Gallery, Venezia
Barry X Ball, Collezione privata, Michela Rizzo Gallery, Venezia

 

Nell’assembramento tra Via Nuova e Via Garibaldi, doveva esserci Araldo Foggi, operaio pesatore di lignite presso la locale Società Mineraria di trentadue anni,  sebbene la moglie abbia detto agli inglesi che catturato da un soldato in casa lo vide andare «in direzione della Piazza IV Novembre». In realtà è probabile che le donne uscirono di casa dopo un po’ di tempo quando i soldati con i prigionieri stavano salendo i verso la parte alta del paese.[5] Giulia Caselli in Paciscopi, ad esempio, scortò gli uomini condotti verso la Piazza e tra questi vedeva il fratello Ottavio Caselli, un fornaio di 40 anni, ma è certo che precedentemente fosse stato trattenuto nel crocevia delle vie.[6] D’altronde, chi tentava di seguire il congiunto all’uscita di casa veniva costretto a desistere e minacciato di violenza, così come successe a Fabiola Lami, moglie dell’anziano Andrea Giannini, un ex fabbro pensionato di 76 anni.[7]

 

Nel gruppo probabilmente finirono anche Santo Grillo e Domenico Minenna, due ex ufficiali ventiquattrenni che avevano comandato un reparto del Regio Esercito di stanza a Castelnuovo e che da alcuni mesi erano alloggiati nella casa di Annunziata Mrakic. L’8 Settembre, dopo lo scioglimento dell’Esercito, i due avevano chiesto di poter rimanere alloggiati in quella casa, dato che non potevano tornare alle loro terre di origine perché residenti al Sud, separato dal resto dell’Italia dal fronte di guerra. Per poter sopravvivere, si erano adattati a fare scuola ai ragazzi del paese, dato che ambedue erano studenti universitari. Sembra che i due Ufficiali siano stati invitati a fare parte della banda partigiana “Chiatti”, ma che non abbiano accettato perché non veniva riconosciuto il loro grado. Grillo, studente di Legge, era di Catania, Minenna invece proveniva da Bitonto (Bari). Secondo la donna che li ospitava in Via Garibaldi, fu Grillo ad aprire la porta di casa ad

un soldato tedesco che entrò gridando: “Tutti gli uomini fuori e le donne se ne devono andare via dal paese!”. Quel soldato parlava in italiano. Quando più tardi io e mia sorella fuggendo dal paese passammo dalla Piazza IV Novembre, rivedemmo i due Ufficiali italiani in compagnia di parecchi altri uomini del paese.[8] 

 

Emilio Pierazzini, ventisettenne impiegato daziere per il Comune di Cavriglia a Castelnuovo, ferito mentre prestava servizio nell’esercito, aveva una gamba artificiale: fu uno dei pochi ad essere riconosciuto tra i cadaveri grazie alla protesi ortopedica. Sceso verso la parte bassa del paese la moglie lo ritroverà verso le 9 quando ormai è nella Piazza con altri uomini e anche lì viene scacciata dai soldati.[9]

Chi può riesce a fuggire. Il calzolaio Enrico Bucci riuscì a farlo ancora attorno alle otto. Quella mattina ad aprire la bottega era andato il babbo di 77 anni, Raffaello Bucci, che aveva fatto nella vita il calzolaio pure lui e ora era venuto nel paese delle miniere da Figline nella casa del figlio vista la situazione di guerra. Probabilmente fu catturato nella bottega.[10]

Uva Natale, di quarantanove anni, era un muratore di Livorno sfollato dal fratello a Castelnuovo; era uscito di casa per andare in paese a fare delle spese attorno alle 7 e venti e di lui non si seppe più niente.[11]

Il caso favorì Ferdinando Ciapi mentre condannò il cognato Giovanni Borchi, un trentaseienne residente a Montevarchi ma impiegato presso la Società SELT Valdarno. La mattina molto presto erano andati in bicicletta a Santa Barbara e al ritorno, attorno alle otto, si separarono alla periferia del paese: Ferdinando doveva proseguire verso Cavriglia lungo la vecchia strada che evitava Castelnuovo, Giovanni invece fa ritorno verso casa. Poche decine di metri dopo, Ferdinando raccontò che

una persona, che non conosco, mi avvertì di nascondermi poiché i Tedeschi erano in questa zona e frugavano le case per cercare uomini italiani. Nell’udire questo, nascosi la mia bicicletta e poi me stesso in un fosso poco profondo fuori dalla strada.[12]

Del cognato non si saprà più niente. Di un altro impiegato presso la Mineraria, Ciambellini Anselmo, marito di Aida, la farmacista del paese, si conosce invece la paradossale e drammatica storia vissuta negli attimi successivi alla cattura. I coniugi sono stati svegliati dalla donna di servizio che li ha avvertiti dell’arrivo dei Tedeschi. Appena vestiti due soldati entrano in casa e prelevano l’uomo. Secondo Guido Caselli, durante il concentramento iniziale un soldato ebbe un malore e il dottore Ferruccio Abrate fu fatto andare nella farmacia insieme al Ciambellini a prelevare dei medicinali. I due, senza essere accompagnati da nessun soldato, non solo andarono ma tornarono con le pastiglie e si aggregarono di nuovo al gruppo. Un episodio simile era avvenuto a Meleto al fattore Emilio Piccioli cui era stato permesso di tornare nella propria abitazione a ritirare i propri documenti d’identità e quello, fidandosi, tornò. In PMNSC l’episodio del marito della farmacista è raccontato anche da Giuseppe Fratini, che cerca di conciliare la ingenua buona fede degli italiani e l’umanità di almeno un Tedesco buono:

il Ciambellini, io l’ho conosciuto, impiegato alla miniera, quella gente che è nata precisa, è nata tagliata apposta per fare l’impiegato amministrativo: di quelle persone però così meticolose, così, precise che … La mattina, la moglie – più svelta, più decisa – dice -: “Scappa, scappa: vattene! – dice, perché qui questi tedeschi stanno imperversando, entrano in tutte le case. Vai via,vai via! – dice -: bisogna tu vada nel bosco!, Vai [dove] vuoi: scappa, non ti far trovare! [Segue l’indecisione del marito su come vestirsi e quali scarponi mettersi, quando il Tedesco irrompe in casa]… le premetto che loro avevano un bambino (…) questo tedesco entra, vede la situazione, vede marito, moglie, bambino: una famigliolina insomma, così. Penso che …, si pensi quello che (si) vuole, ma un uomo che sia un uomo, che non sia una belva, anche se costretto, forse, dalla disciplina militare …., fino a quel punto non lo so … [Condotto fuori il marito della farmacista, ecco il dubbio atroce e il tentativo di sottrarsi al senso di colpa da parte del soldato] (…) “Voi …, voi … – dice – marito dottoressa?”; “Sì”; “Io – dice – male alla gola! Dare pastiglie! Io voglio …”; insomma gli fa capire di andare a prendere delle pasticche in farmacia. Che gli deve aver detto: “Vattene!”. Lui va: piglia le pasticche e poi gliele porta su! (PMNSC: 105-6).

Gualtiero Camici quarantottenne e caposervizio ai piazzali delle miniere era andato al lavoro, ma addirittura era rientrato in paese credendo di essere più al sicuro nella propria abitazione. Quando i soldati entrano in casa, i Tedeschi lo trattengono nella stanza che dà sulla via insieme ad altri sette o otto uomini. La moglie raccontò:

Un soldato tedesco rimase sull’entrata della stanza. Circa dieci minuti dopo, mio marito e gli altri uomini dalla casa furono condotti in Piazza IV Novembre. Poco prima che essi partissero, i Tedeschi mi dissero di lasciare la casa e di andare in campagna, altrimenti sarei stata fucilata. Quella fu l’ultima volta che vidi mio marito vivo.[13]

Anche Luigi Pierazzi, che aveva 73 anni di età, ebbe la medesima sorte. La moglie passando più tardi per la Piazza lo riconobbe insieme ad altri «quattro uomini del paese, i cui nomi erano: Ottavio Caselli, Gualtiero Camici, Giovanni Borchi e Ferruccio Abrate».[14] Un altro anziano, Andrea Borgogni, un settantacinquenne che era stato Guardia Giurata alle miniere, fu catturato al rientro dalla casa di campagna dove con la moglie andava a dormire “per sicurezza”.[15]

 

Clara Brandini, moglie di Giuseppe Brandini, uscita verso le ore 7,45, si rese subito conto che il paese era occupato da  parecchi soldati tedeschi. Preoccupata fece ritorno a casa dal marito ma questi la rassicurava perché lui aveva tutte le carte identificative, che portasse il figlio fuori il paese, e d’altronde, le diceva:

Se mi nascondo, i Tedeschi penseranno che sono un Partigiano.[16]

Poi quando la moglie uscita vide che i Tedeschi stavano controllando i documenti di identità agli uomini fermi all’incrocio delle vie, ritornò dal marito pensando che si stessero cercando giovani renitenti alla leva, o Partigiani  o gli autori dei sabotaggi. Sapendo che suo marito non rientrava in alcuna di queste categorie, lo avvertì e Giuseppe Brandini si presentò  spontaneamente ai soldati.

Altri uomini che vivono alla periferia del paese vengono raggiunti nelle proprie abitazioni o catturati nei pressi. Così è per Adelindo Ceccherini, 46 anni, Enrico Galli, 68 anni, entrambi coloni della Società Agricola del Valdarno e Romano Bottonelli, un pensionato ex operaio meccanico di 69 anni. Franco Francalanci di anni 64, residente al Basi (Cavriglia), cavallaio presso l’impresa di trasporti di cavalli di Mario Biagioni, pur sapendo dell’arrivo dei Tedeschi, mentre i suoi compagni scappano verso il Neri, entra in paese perché doveva portare delle scarpe al calzolaio e si sentiva sicuro per la sua età non più giovane.

Un altro sessantacinquenne, Agostino Innocenti Degli, era partito la mattina da Santa Barbara per recarsi alla Cooperativa di Consumo a Castelnuovo dei Sabbioni con l’intenzione di acquistare un paio di scarpe. Fu fermato probabilmente alle porte del paese e si può pensare essere stato tra gli ultimi catturati.[17] Agostino era arrivato a Castelnuovo in bicicletta, così come in bicicletta si stava dirigendo al lavoro Brunetto Tinacci, di anni 32, un Vigile del Fuoco di Figline che era sfollato a Massa Sabbioni. Le biciclette venivano rubate dai Tedeschi (vedi Dichiarazione di Bruno Sabelli) e a Massa dei Sabbioni cinque soldati che arrivarono da Castelnuovo erano in bicicletta (Dichiarazione di Milena Baldi). Secondo la moglie del Tinacci, sono le 8,45 del mattino quando Brunetto lascia la propria abitazione, e, precisò la donna

So, da precedenti conversazioni che ebbi con mio marito, che nei suoi viaggi da e verso Figline, percorreva la strada che passa per la periferia di Castelnuovo dei Sabbioni.[18]

 

 

Barry X Ball, Installazione Icastica 2014, Arezzo
Barry X Ball, Installazione Icastica 2014, Arezzo

 

note:

[1] PRO: Report 011.03 e 012.03-04.
[2] Dichiarazione del 21 Settembre 1944 di Maria Grazzini coniugata Balsimelli che testimonia per il fratello Nello Grazzini.
[3] Cfr. E. Polverini, Intervista a Guido Caselli, 7.5.1994 e D. Priore – E. Polverini, Intervista a Vittoria Grazzini e a Leonardo Corti, 23.11.1994.
[4] Dichiarazione 4 del 15 Settembre 1944, firmata Rita Filippa vedova Abrate.
[5] Dichiarazione del 2 Ottobre 1944 di Tosca Secciani coniugata a Araldo Foggi. Dal rapporto del PRO mancano le pagine relative alla testimonianze di Agostino Foggi, padre di Araldo, la cui visione diretta di tutta la scena è però descritta nel Report (PRO, 11-2 e 28, si veda anche la dichiarazione di Noemi Saggioli). Agostino aveva rilasciato agli Alleati una dichiarazione antecedente che finì nel cosiddetto Rapporto Stump (Ventura,1998).
[6] Dichiarazione del 20 Set­tembre 1944 di Giulia Caselli coniugata a Paciscopi. Si veda la testimonianza di Guido Caselli in PMNSC.
[7] Dichiarazione 111 del 31 Ottobre 1944 della Lami Giannini.
[8] Dichiarazione del 22 Settembre 1944 di Annunziata Mrakic Paradisi. Per quanto riguarda i riconoscimenti di italiani tra i soldati tedeschi, le testimonianze di Castelnuovo, a differenza di quelle di altri paesi, non sono certe. In Boni (CLC, 192-5) si può verificare la labilità delle testimonianze rilasciate nel tempo: Suor Maddalena Delfino, che portò in piazza le ostie consacrate al parroco, vide un uomo con una bandiera tricolore, Guido Caselli (PMNSC: 184) fu allontanato da un Sergente Maggiore che parlava molto bene l’italiano, Nello Vannini, comandante della III Formazione Chiatti, presupponeva la presenza di elementi della GNR nella Brandenburg sospettata da molti di essere presente nella zona. Il testo di Crawley può dare riferimenti più precisi, anche se non definitivi. Soldati che parlano italiano si ritrovano in testimonianze relative a Via Garibaldi 17 (Fabiola Lami Giannini e Anelide Borgogni); anche nella parte alta di Castello si ritrova un soldato che si esprime in italiano (Fortunata Tilli, Elisa Trefoloni, e Assunta Zeni); pure ai Villini si riscontra la stessa situazione  (Noemi Saggioli, Adele Ussi, Dario Ussi). Nel complesso tuttavia le prove sono assai incerte e mancano della perentorietà delle dichiarazioni, ad esempio, delle donne di Meleto. Più interessante e probante è la testimonianza di Marisa Guerrini, figlia di un sorvegliante della Miniera, che scampò al rastrellamento, e della maestra del paese, la quale riferisce di italiani che bruciavano nel pomeriggio le case. Qui non si parla di soldati e forse erano sciacalli: «Da lontano si sentiva sparare, ma il cimitero era distante dal paese e nessuno si rendeva conto di nulla. Le uniche notizie le portavano le donne che passavano sulla strada che portava al bosco e poi su verso i monti dalle parti di Caiano: dicevano che bruciavano anche i paesi di Meleto e di Massa Sabbioni. Le prime notizie di quello che era veramente successo arrivarono nel pomeriggio: una donna entrò; nel cimitero piangendo e urlando:  “Li hanno ammazzati tutti. Li hanno bruciati.” All’imbrunire cominciammo a prepararci per la notte, con la neonata, sua madre e la capra dietro l’altare maggiore della cappella e noi intorno. Verso mezzanotte arrivò; anche mio padre senza una scarpa: scappando l’aveva persa. Assieme ad altri dieci suoi compagni era uscito dal rifugio per vedere cosa stava succedendo, ed era riuscito ad arrivare fino a casa nostra per vedere di prendere un po’ di roba da mangiare, risalendo il viottolo che scendeva lungo lo strapiombo fino alla diga. Il tempo di entrare ed afferrare qualcosa. Poi raccontò; di aver sentito arrivare gente da fuori che diceva: “Ecco la casa. Questa la si brucia proprio volentieri”. Parlavano italiano. Riuscì a scappare dalla finestra sul retro avvertendo anche i compagni, che nel frattempo erano rimasti nascosti nel sottoscala, e vide la casa che principiava a prender fuoco». (cfr http://www.cultura.toscana.it/eccidi/doc_fonti/testimonianze/4_luglio_44.shtml).
[9] Dichiarazione del 26 Settembre 1944. Si tratta di Bruna Spaghetti coniugata a Emilio Pierazzini.
[10] Dichiarazione del 31 Ottobre 1944. Secondo Emilio Polverini, Enrico Bucci faceva parte del CLN locale in stretta collaborazione con la formazione partigiana “Chiatti”.
[11] Dichiarazione del 10 Ottobre 1944 di Maria Luisa Donati coniugata Uva.
[12] Dichiarazione del 25 Settembre 1944.
[13] Dichiarazione del 19 Settembre 1944. Si tratta di Fosca Borgia sposata a Gualtiero Camici.
[14] Dichiarazione del 18 Ottobre 1944 di Nazarena Innocenti coniugata con Luigi Pierazzi.
[15] Dichiarazione del 20 Settembre 1944 di Anelide Boni coniugata a Andrea Borgogni.
[16] Dichiarazione del 19 Settembre 1944 di Clara Innocenti coniugata a Giuseppe Brandini.
[17] Dichiarazione del 25 Settembre 1944 di Assunta Bottai coniugata a Agostino Innocenti Degli.
[18] Dichiarazione del 26 Set­tembre 1944 di Licia Giusti coniugata a Brunetto Tinacci.

 

© Francesco Gavilli

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