Louis Ferdinand Céline / Jacques Henri Lartigue ~ Zia Armide

 

Jacques Henry Lartigue, Mardi gras (1901)
Jacques Henry Lartigue, Mardi gras (1901)

 

Il secolo scorso, io ne so qualcosa, l’ho visto morire… Se n’è ito via lungo la strada dopo Orly… Choisy-le-Roi… Dalla parte dove abitava, ai Rungis, zia Armide, l’avola di casa nostra…

Parlava sempre, lei, di un forbicio di cose di cui nessuno si ricordava più. Sceglievamo, d’autunno, una domenica per andare a trovare, prima dei mesi più rigidi. Ci saremmo tornati soltanto a primavera, per stupirci di trovarla ancora viva…

I vecchi ricordi son tenaci… ma anche fragili, pronti a infrangersi… Sono ancor oggi sicuro che prendevamo il «tram» davanti allo Châtelet, quello a cavalli… Ci arrampicavamo coi cugini sui sedili dell’imperiale. Mio padre se ne restava a casa. I cugini scherzavano, dicevano che non ce l’avremmo trovata più zia Armide ai Rungis. Che non avendo domestica, e così sola in una palazzina isolata, si sarebbe sicuramente lasciata assassinare, che in caso d’inondazione forse saremmo stati avvertiti troppo tardi.

Così, seguendo gli argini, ci lasciavamo sballottare per tutto il tragitto, fino a Choisy. La corsa durava ore e ore. Ne potevo respirar dell’aria. Per il ritorno bisognava prendere il treno.

Giunti al capolinea dovevamo fare gambe in spalla! Scavalcare i grossi ciottoli della strada maestra; mia madre mi tirava per un braccio perché tenessi il passo con lei… Incontravamo altri parenti che anche loro andavano a trovare la vecchia. Era sempre alle prese, la mamma, con la crocchia dei capelli, la veletta, il cappello di paglia, le forcine… Quando la veletta era inzuppata, lei se la mordicchiava innervosita. I viali prima della casa della zia eran pieni zeppi di marroni. Non potevo però raccoglierne, non avevamo un minuto da perdere… Dopo la strada, gli alberi, la scarpata, le colline e insomma l’aperta campagna… ancor più in là la terra sconosciuta… la Cina… E poi il nulla assoluto.

Era tanta la fretta d’arrivare ch’io me la facevo sotto… D’altronde m’è sempre rimasto il cacacciolo al culo fino a quando son andato soldato, tanto mi s’è messo prescia per tutt’intera la mia gioventù. Giungevamo tutti fradici alle prime case. Era un villaggio piacevole, oggi me ne rendo conto; con angoletti tranquilli, vicoletti, borraccina, giravolte, tutto il formaggio del pittoresco. Lo spasso finiva davanti al cancello. Esso cigolava. La zia aveva fatto la rigattiera al Carreau du Temple per una cinquantina d’anni… La palazzina ai Rungis era il frutto di tutti i suoi risparmi.

Se ne stava in fondo a una stanza, davanti al caminetto, immobile nella sua poltrona. Aspettava che le venissero a far visita. Chiudeva anche le persiane, per via della vista.

La palazzina arieggiava lo stile svizzero, ideale dell’epoca. Sul davanti, dei pesci rossi cuocevano a fuoco lento in una vasca puzzolente. Facevamo ancora qualche passo, arrivavamo agli scalini della porta. Ci sprofondavamo nell’ombra. Raggiungevo qualcosa di molliccio. «Avvicinati, non aver paura, Nanduccio mio!…» M’invitava alle carezze, lei. Mica potevo sottrarmi. Sentivo qualcosa di freddo, e di rasposo, poi di tiepido all’angolo della bocca, con un sapore da far venire i riccioli. S’accendeva una candela. I parenti si mettevano in cerchio, a spettegolare. S’eccitavano, vedendomi baciar l’avola. Ma il mio stomaco era in rivoluzione proprio per quell’unico bacio… E per aver camminato troppo a gamba svelta. Quando cominciava a parlar lei, tutti erano costretti a tacere. Non sapevano più che rispondere. La zia conversava soltanto al condizionale passato. Vezzi ormai fuori moda. Quanto basta a far perder la lingua a chiunque. Cosa aspettava a far fagotto?

Nel caminetto dietro di lei, mai era stato acceso il fuoco. «Sarebbe stato necessario che avesse un po’ di tiraggio…» In realtà era per ragioni d’economia.

Prima che ci lasciassimo. Armide offriva dei dolci. Biscotti rinseccoliti, tratti da un ricettacolo ben chiuso, che veniva aperto soltanto due volte l’anno. Nessuno, naturalmente, li accettava… Mica eran più ragazzi… Tutte per me, le «marie» !… Io dovevo saltar di gioia, tutto emozionato, nel papparmele… Mia madre mi dava apposta dei gran pizzicotti… Io me la svignavo svelto in giardino, bricconcello come sempre, a sputarle ai pesci…

 

Jacques-Henry Lartigue, Suzanne Lenglen, Nice (1915)
Jacques-Henry Lartigue, Suzanne Lenglen, Nice (1915)

 

Nel buio, dietro la zia, dietro la sua poltrona, c’era tutto ciò ch’è finito, c’era mio nonno Léopold che non tornò più dalle Indie, c’era la Vergine Maria, c’era il signore di Bergerac, Félix Faure, Lustucru e il condizionale passato. Già.

Mi facevo baciar dall’avola ancora una volta, prima della partenza… Poi avveniva brusca l’uscita; si ripassava dal giardino alla scappona. Davanti alla chiesa abbandonavamo una parte dei cugini, quelli che dovevano andare verso Juvisy. Mandavan tutti certi odori abbracciandomi, un fiato puzzolente fra i peli e la camicia. Mia madre zoppicava più che mai dopo esser stata un’ora seduta, tutta informicolita.

Ripassando davanti al cimitero di Thiais avevamo un tuffo dentro. C’eran lì altro due nostri morti, in fondo a un viale. Davamo appena un’occhiata alla tomba. Scappavamo dal camposanto come ladri. La notte fa presto a calare verso Ognissanti. Raggiungevamo Clotilde, Gustave e Gaston dopo il bivio di Belle-Épine. Mia madre, tirandosi dietro la gamba molla, incespicava dappertutto. Fece addirittura una storta cercando di trascinarmi, proprio davanti al passaggio a livello.

Nella notte, unica speranza era quella d’arrivare al bottegone del farmacista. Di lì cominciava la Via grande, era il segno, quello, ch’eravamo in salvo… Sullo sfondo crudo del gaz, c’eran le orchestrine dell’osterie, le porte che fan scuffia. Ci sentivamo minacciati. Filavamo svelti sull’altro marciapiede, mia madre aveva paura degli ubriachi.

(…)

 

tratto da:
Louis-Ferdinand Céline, Morte a credito ; saggio critico di Carlo Bo ; versione di Giorgio Caproni – Milano : Garzanti, 1981 – Collezione · Narratori moderni ; Titolo uniforme · Mort à crédit. – Classificazione Dewey · 843.9 (18.) Narrativa francese. 1900-

 

Jacques-Henry Lartigue, Il mio acquaplano ed io nel mio bagno (1904)
Jacques-Henry Lartigue, Il mio aquaplano ed io nel mio bagno (1904)

 

 

Céline e Lartigue nacquero a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro il medesimo anno e nella medesima cittadina.
Louis-Ferdinand Céline, pseudonimo di Louis Ferdinand Auguste Destouches (Courbevoie, 27 maggio 1894 – Meudon, 1º luglio 1961), scrittore, saggista e medico francese.
Jacques Henri Lartigue (Courbevoie, 13 giugno 1894 – Nizza, 12 settembre 1986) fotografo e pittore francese.

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