Vesuvio ~ Alfred Sohn-Rethel

 

Oswald Achenbach Ausbruch des Vesuv
Oswald Achenbach Ausbruch des Vesuv

 

Ascesa al Vesuvio nell’anno 1926

 

In un giorno di settembre dell’anno 1926, in compagnia di Ludwig Hardt, allora noto animatore culturale, mi avviai da Positano verso il Vesuvio. Sebbene corresse già il terzo anno del mio soggiorno italiano, non avevo mai avuto denaro sufficiente per concedermi questa sospirata escursione. Pensò Hardt ad invitarmi: Si sarebbe trattato di un’ascensione dal versante di Pompei, dove non vi erano né funicolari né altri ritrovati tecnologici; e si sarebbe svolta di notte, con la luna piena, a cavallo, a partire da Boscotrecase, un borgo di ancora poche case situato a monte di Torre Annunziata e provvisto di una locanda dove avremmo trovato i cavalli e la guida.

Giungemmo a Torre Annunziata percorrendo a piedi la maggior parte del tragitto. Era già buio, ed eravamo stanchi e affaticati allorché arrivammo alla locanda. Il padrone ci spiegò che non poteva ospitarci: tutto completo. Fu un brutto colpo. Dopo un’animata trattativa, si convenne di tirar fuori dalla cantina un paio di vecchi materassi che vennero sistemati per noi in un altro locale. Stanchissimo, Hardt si buttò senza indugi su uno dei materassi: prima ancora di stendersi, pareva già addormentato. Io ci misi più tempo, quanto mi bastò per avvertire nel materasso delle strane presenze: cimici! A centinaia! Preso dal panico, balzai in piedi. Hardt già russava, immobile. Lo lasciai dormire e mi rifugiai sulla terrazza. Era una notte di incomparabile bellezza, e non mi sentii più stanco. La luce intensa della luna piena aveva trafitto un velo di nebbia sospeso sulla terra che diffondeva una piacevole frescura, in un silenzio spettrale. Quel raggio d’argento illuminava il giardino e i suoi alberi: carrubi, fichi, simili a grandi arbusti di ricino… La terrazza era orientata a mezzogiorno, non prospettava il Vesuvio, e il mio sguardo abbracciava la catena di monti che, dipartendosi dalla penisola sorrentina, innerva la campagna retrostante elevandosi oltre 1400 metri. In basso l’avvolgeva una profonda oscurità, ma al di sopra delle cime troneggiava la luna. Da destra, da Torre Annunziata e più giù, dal golfo e dalle luci delle barche da pesca, salivano fino a me echi e frammenti di canti silenziosi…

Non mi ci volle chissà quale coraggio per scuotere dal sonno alle due di notte il mio accompagnatore. Alla mia domanda se avesse riposato bene, rispose «Magnificamente» e fui contento che tralasciasse di chiedermi altrettanto. Quando fummo in strada, la nostra guida con tre cavalli stava già aspettandoci.

 

Oswald Achenbach, Die Bucht von Neaples
Oswald Achenbach, Die Bucht von Neaples

 

Nel paese, che ovviamente attraversammo al passo, la lava che costituiva la gran parte del terreno aveva già raggiunto la consistenza dell’humus, da cui la favolosa fertilità di quei luoghi, motivo sufficiente perché gli uomini continuino a insediarsi alle falde del Vesuvio nelle loro casette imbiancate, determinati a vivere nel tranquillo oblio di una esistenza di fatica benedetta. Colate di lava pietrificata solcavano a tratti la campagna; secondo il nostro accompagnatore, il cratere le aveva vomitate soltanto dieci o vent’anni prima. Oltre Bosco, non incontrammo alcun altro paese sul nostro cammino. A partire da qui, più nulla si frapponeva tra il nostro sguardo e la montagna. Visto dal basso e da vicino, il cono del vulcano è semplicemente grandioso nella sua imponenza e possanza; e incantevole, quasi magico nei suoi luminosi colori. In effetti non è che grigio come la sua cenere, che copre la parte più alta della montagna; ma è un grigio argenteo e vivo che manda bagliori di luce, e i raggi della luna l’avevano ricoperto di un sottile velo rosato. Così almeno appariva, stagliandosi nel buio. Guardando con attenzione, si poteva vedere una lingua di fuoco proprio sulla vetta estrema della montagna. Ancora più impressionante era però il cupo rimbombo che arrivava fino a noi, portato da un vento quasi impercettibile. Era come un respiro animale di smisurata, terribile forza.

Ricordo che lungo tutto il tragitto non scambiammo una parola con la nostra guida, e quasi mai parlammo fra noi. Percepire la potenza e la magia della natura era l’unica cosa che mi sentivo in grado di fare dopo le impressioni della notte passata in terrazza.

All’inizio il sentiero saliva solo lievemente, muovendosi dalla costa in direzione dell’interno. In basso, ai piedi del Vesuvio, vi erano ancora alberi, o meglio: intercalati da ampi spazi vuoti, si vedevano, verso l’interno, alti pini solitari simili a colonne che reggessero nuvole, al di sopra delle quali si apriva il cielo illuminato della luna. Il resto della valle, per quanto l’occhio poteva vedere, era vuoto, privo di qualsiasi segno di vita umana. Soltanto i pini emergevano da quella vastità. Essi davano alla totalità dello spazio la sua forma italiana.

Presto giungemmo in una fitta macchia di ginestre fiorite, cresciute in modo tale che i loro forti rami superiori superavano in altezza cavalli e cavalieri. Una fragranza meravigliosa, un profumo inebriante riempiva l’aria, e noi avevamo il nostro bel daffare per evitare che i rami fioriti ci sbattessero sul viso. Il sentiero era soltanto una traccia di sabbia (a tratti non poteva passarci che un solo cavallo per volta) segnata da orme profonde. Mai rettilineo, sembrava che col dipanarsi tortuoso delle sue serpentine volesse secondare il nostro piacere. Ogni volta che pareva interrompersi, era sempre troppo presto. Poi la salita si fece più ripida, uscimmo dalla macchia e sboccammo all’aperto, sul pendio, che era molto più elevato di quanto ci era sembrato mentre cavalcavamo nel bosco di ginestre.

Per i cavalli il cammino diventava lentamente più difficile, perché iul fondo mobile di cenere ingannava i loro passi. Dietro e sotto di noi, la terra. Solo il cielo pareva circondarci: il cielo sopra di noi; e ai nostri piedi, come stelle, le luci dei paesi e il grembo del mare sul quale le barche illuminate parevano restare immobili. A una certa distanza, in direzione dei paesi più interni, scorsi un gruppo di uomini – direi una ventina, se la luce incerta della luna non m’ingannò – che a due a due s’inerpicavano lungo il pendio nel più totale silenzio, con le gambe fasciate per proteggersi dalle scaglie affilate mischiate alla cenere; e per ognuno di quei loro passi faticosi scivolavano un po’ all’indietro. Mi sembravano i dannati dell’inferno dantesco.

 

Oswald Achenbach - Bucht von Neapel mit Blick auf den Vesuv
Oswald Achenbach – Bucht von Neapel mit Blick auf den Vesuv

 

Anche noi dovemmo conquistare gli ultimi cinquanta metri a piedi. I cavalli non erano in grado o forse non era loro consentito di proseguire. La salita era troppo ripida, la coltre di cenere troppo spessa e insidiosa, e l’attività del vulcano troppo incombente e minacciosa per gli animali. Quegli ultimi cinquanta metri ci affaticarono assai. A ogni passo i piedi dolevano di più. E a pioggia ricadeva su di noi una cenere della quale non sapevamo misurare il calore. Passo dopo passo, si poteva ora guardare al di là dell’orlo della parete rocciosa, e ai nostri occhi si mostrava l’immagine terrificante del cratere. Ma non era questa la cosa più potente: non era l’impressione più immediata e sconvolgente. Era piuttosto il suono che rintronava nel cratere: un suono come di montagne di metallo fluido che a una profondità incommensurabile cozzavano l’una contro l’altra. I milioni di anni trascorsi prima che un segno di vita si manifestasse sul nostro pianeta erano presenti in quel suono, e l’orecchio che lo percepiva finiva per parteciparne. Ne fui preso fin nei visceri, e dovetti accovacciarmi dietro un blocco di roccia. Mi venne in mente Empedocle, che secondo la leggenda andò incontro alla sua morte sacrificale gettandosi nel cratere dell’Etna: immagine ineffabile di un impossibile annullamento di ogni vita, e della nostra stessa materia organica. Quando riemersi, vidi che il mio accompagnatore, immobile, fissava il cratere e mormorava verso il vuoto: «Terribile!». Da questa visione si poteva restare imprigionati. Personalmente ne percepivo soprattutto l’opprimente bellezza. Intorno al cratere s’era stratificato un cono dal disegno matematicamente preciso, di un nero assoluto che aveva assorbito in sé tutta la luce; non era più alto di due, tre metri, e si innalzava perfettamente ritto. Ne fuoriusciva lava liquida color del fuoco, a ondate irregolari ma ravvicinate, accompagnate da una sorta di soffio prolungato che proveniva dall’interno. Erano scoppi, spruzzi, e come fuochi d’artificio: una pioggia scintillante di esplosivi diamanti sul nero velluto del cono. Più bello di così non si sarebbe potuto immaginare. La bocca del cratere, al culmine del cono, era stretta, ciò che ostacolava il flusso della lava. Era il segno di ciò che stava avvenendo. Il Vesuvio era per così dire alla vigilia del ciclo che, con quasi assoluta regolarità, si verificava ogni tre mesi; questo era il periodo di tempo occorrente perché la lava e la cenere cadute lungo il cono del cratere minacciassero di ostruire l’uscita. Quando questo stadio stava per intervenire, il vulcano eruttava in modo tale da catapultare via il cono di cenere e costruirsene così uno nuovo. Quel giorno era forse uno degli ultimi consentiti ai visitatori, perché nell’imminenza di un’eruzione violenta, e non prevedibile con certezza, l’accesso al pubblico sarebbe stato bloccato. Ad ogni modo, sono questi i momenti di pericolo che con regolarità si succedono nella vita del vulcano: a parte, ovviamente, le eruzioni distruttive. La lava che fluiva in queste occasioni, non scendeva lungo i fianchi della montagna, si arrestava bensì in un bacino largo forse cinquanta metri che costituiva una specie di cratere esterno circoscritto da una cornice di rocce frastagliate e giacente in un’ombra profonda che ci impediva di vedere che cosa conteneva.

Motivo della sua oscurità era il flusso di fuoco che si elevava nel cielo dal cratere centrale, e che fin dai piedi della montagna avevamo potuto scorgere. Non era una colonna di luce quella che si alzava nel cielo. Si muoveva piuttosto in gonfie volute spiraliformi: nella parte più bassa erano di un rosso lucente, che via via andava attenuandosi in toni più carnosi, per perdersi infine, nell’altezza del cielo, in un rosa glaciale.

Le oscillazioni di questa spirale di fuoco permettevano di penetrare lo sguardo nel cielo aperto, che in un felice contrasto appariva dell’azzurro chiaro e profondo del lapislazzulo, disseminato e quasi trapunto di stelle d’oro scintillante. Su quello sfondo, lucenti di un freddo splendore verde argentato nei raggi lunari, si innalzavano i denti aguzzi che circondavano il cratere esterno. Dalla travolgente bellezza di questo paesaggio astrale, che sembrava conoscere soltanto i colori roventi delle pietre preziose, non riuscii per lungo tempo a separarmi. Avevo smarrito dal mio campo visivo il mio amico Hardt. E quando fece ritorno lo incitai a percorrere la crosta del vulcano in direzione di Napoli, facendo il giro della montagna. Non era cosa da potersi fare senza incomodo: e tuttavia, quando il mare di luce della metropoli e dei suoi sobborghi lungo il golfo a settentrione e a levante si parò ai nostri piedi, l’impressione fu imperiosa. Credo di averla descritta come un’assai vistosa collana di diamanti, frutto di un interminabile lavoro d’intaglio, allacciata al collo di questa portentosa montagna. Fummo entrambi contenti di poter tornare nell’oscurità del vulcano dalla quale eravamo venuti.

Giunti colà, venni colpito da una sinistra osservazione: notai improvvisamente che la struttura dello spazio andava modificandosi. Tra il cielo in alto e il cielo in basso, stava per formarsi qualcosa che non riuscivo a comprendere né a descrivere. Dopo qualche momento sembrò che si venisse a realizzare una separazione tra il sopra e il sotto, come se stesse per nascere una materia che si diffondeva in orizzontale in tutte le direzioni. Mi accorsi infine che la notte stava per svanire, e che un muro di nebbia mattutina si espandeva per tutta l’ampiezza dello spazio. E ora, lentamente, il cielo d’Oriente verso gli Abruzzi cambiava colore. Il banco di nebbia diventò così fitto che non si poteva più scorgere alcunché dello spazio inferiore. Per contro, in grande lontananza, si ergeva sopra il banco di nebbia l’affilato profilo del Gran Sasso d’Italia, come se galleggiasse su una interminabile superficie marina. Il cratere ai miei piedi non vomitava più soltanto pura materia incandescente, bensì mischiata a densi, neri vapori. Il Vesuvio perdeva la sua potenza notturna dominatrice del tutto, e si precisava nei suoi contorni: divenne un’apparizione in mezzo ad altre. La metamorfosi proseguiva inarrestabile. La luce diurna acquistava il suo vivo raggio rosso dorato, e il sole si innalzava oltre l’orizzonte nebbioso. In quel preciso momento, dalle cime delle rocce emerse intorno a noi un ripetuto grido di gioia: «Il sole! Il sole!». Ne fui meravigliato perché non mi sarei potuto mai immaginare che così tante persone fossero arrivate dai paesi circostanti, sebbene io stesso ne avessi veduto un gruppo che saliva faticosamente. Devo dire che questo saluto esultante al sole che trionfava sopra il Vesuvio destò il mio stupore. Aveva la qualità di un antico culto sacrificale, e il sole stesso, segnando il suo corso incomparabile, suggeriva l’immagine del carro di Apollo Febeo descritto negli inni greci. La sola vista non basta a descrivere l’unicità dell’evento. Ben presto percepimmo il calore dei raggi del sole. Le cose intorno a noi entrarono in movimento; però, prima che ci accingessimo alla discesa, il vulcano attirò ancora una volta l’attenzione. Il fuoco della lava era quasi impercettibile alla vista a causa del vortice di nere nubi di fumo provenienti dal cratere interno. Ma il cratere esterno e ciò che esso conteneva si trovavano ora nel chiarore della luce del giorno e offrivano un’immagine di prino acchito incredibile e rivoltante: certo, era il bacino di raccolta della lava straripante dal cratere interno, la lasciava emergere e poi raffreddare; ma chi si sarebbe aspettato questo internale intrico di interiora e i colori nei quali era adagiato, giallo, zolfo, verde fosforo, rosso rame, distinti l’uno dall’altro ma tra di lor intrecciati e aggrovigliati? La lava si era rappresa nella forma di membra umane, di attorti serpenti di ogni misura, di coccodrilli, e di altri corpi lisci e glabri davvero simili a viscere infernali dalle quali emanavano bizzarre bandiere di fumo, uscite da crateri minori nascosti sotto quelle masse. Di tutte le stranezze che il vulcano ci aveva mostrato, questa fu forse la più inaudita, e impiegai parecchio tempo prima di volgerle le spalle. Quando poi ritrovammo la nostra guida e i cavalli e scendemmo fra la gente, notai un po’ di erba sulla quale posai il piede, ricevendone la sensazione della vita organica, la sensazione beata del ritorno nel mondo della vita che stava distesa davanti a noi come un panorama da meditare.

Prima pubblicazione: Brema 1982. Testo riveduto nel 1989.

 

 

Tratto da:
Alfred Sohn-Rethel, Napoli : la filosofia del rotto ; a cura di Silvano Custoza ; con nota di Carl Freytag – Titolo originale : Das Ideal des Kaputten – Über neapolitanische Tecnick – Napoli ; Milano : Alessandra Caròla, 1991 ; Collezione  · La ginestra ; 5

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