«Una scrittura tra il desiderio della fine e il richiamo di un futuro possibile». Un’intervista a Barbara Balzerani

 

Tina Modotti - Lucia

Tina Modotti – Lucia

 

L’appuntamento è alla stazione dove scenderà da un treno pomeridiano. Le ultime parole che ci siamo scambiate hanno parlato della primavera ormai alle porte. «Non so chi incontrerò» mi dico sulla banchina, perché tutto è scomparso improvvisamente: storia, notizie, letture, le parole degli altri che hanno cercato di disegnare un volto. Quel volto ora è solo una riproduzione e mostra tutta la sua natura fantasticata. Scende dal treno una donna affaticata dietro due occhiali neri, ultima difesa di fronte ad un ignoto: d’altronde lei conosce ancor meno me, non sa chi l’attende e cosa l’aspetta. Ho accolto altre persone per presentazioni di libri o altro, con nessuno mi sono presentato volendolo abbracciare. Si toglie gli occhiali e non li rimetterà più, segno che il sole tenue che ha trovato in noi non le ha procurato il bisogno di schermarsi.
Parole dentro la macchina che ci porta a destinazione. Va meglio a casa quando offro un caffè e uno spuntino. La mia gatta l’adotta e le salta sulle gambe a dirle che è benvenuta. Non so cosa avverrà la sera, ma intanto avviene ciò che non avevo previsto ed è la cosa più logica che doveva avvenire. Ho affidato le letture che accompagnano la presentazione a tre donne, ognuna leggerà una parte del racconto della bisnonna, della madre, di lei stessa. A tutte ho dato un lungo estratto del libro chiedendo loro di pensare alla donna di cui dovranno leggere. Non devono interpretare, ma finiscono per essere travolte, il mare è entrato in loro. Da lì in poi Barbara si affida alle donne che mi circondano e io scivolo, com’è naturale, a parte. Guarderò, ascolterò in silenzio, così come inaspettatamente fa anche mio figlio che è nato quando Barbara era in carcere e fino a pochi giorni prima non sapeva minimamente chi lei fosse. In fondo la presentazione del libro avrebbe dovuto avere questo scopo, mettere insieme spezzoni di storia che sono sempre stati divisi, tra persone che allora non c’erano e credono che il Novecento sia un passato che non ci riguarda e persone che sono rimaste nella gabbia del proprio vissuto e della propria percezione della storia. Non c’è una verità storica se non la si forma nella condivisione di ragioni contraddittorie e non è mai relativismo culturale dare parola a chi continua ad essere schiacciato dall’ossessiva e sospetta vulgata del potere.
Avevo preparato la presentazione, un fiume di parole per circoscrivere, sottolineare le qualità letterarie più che le cronache, portare il discorso sui limiti di letture rimaste ancorate agli occhi di un allora irripetibile, avrei ricordato Benjamin e Bateson, a quale tipo di letteratura la Balzerani si lega, addirittura avrei tentato di parlare delle differenze con Luciano Banciardi e la consonanza con un Luigi di Ruscio più che con una letteratura carceraria, avrei terminato con Gramsci: “Quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall‘inizio e unire ciò che è diviso».
Ma dopo poche mie parole sono state le storie del suo libro a pretendere di spiegare se stesse. Ed è continuato anche dopo l’incontro, di nuovo a casa con la gatta sulle sue ginocchia e storie ancora più dure.
Queste domande avevo posto prima che c’incontrassimo: ora che ho conosciuto Barbara le restituisco con un forte senso della loro limitatezza.
(Francesco Gavilli)

 

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Nei giorni in cui annunciavo agli altri la presentazione del tuo libro, Lascia che il mare entri, ho notato come alcuni conoscenti, lettori abituali e persone informate, persino compagni, nel commentare l’iniziativa avevano un atteggiamento, magari inconsapevolmente, un po’ schizofrenico che oscillava tra l’indifferenza che si concede con facilità a ciò che in realtà non vogliamo conoscere e la curiosità che uno scandaloso diverso produce, pur partendo tutti da una (sospetta) antistituzionalità carceriaria. Mi è sembrato di leggervi la storia di quella che è stata a lungo la recezione della tua produzione letteraria, sospesa tra il ”dover dare testimonianza” e rivendicazione dell’identità del passato, specchio di una richiesta di cedimento e l’interdizione al circolo “civile del mondo letterario”. Nella teoria della comunicazione d’altronde questo si chiama doppio messaggio: “dovresti parlare solo di questo, ma sappi che non hai diritto di parola”. Quanto ha pesato nel tuo discorso letterario questo forzato incipit che la società rimandava preventivamente e di continuo? 

 

Quando ho cominciato a scrivere avevo ben presente questo vincolo. Non sapevo a chi mi stavo rivolgendo ma sapevo che avrei suscitato aspettative ineludibili. Avevo fatto la scelta di una mia esposizione personale per poter riattraversare il mio percorso di vita, una sorta di fotografia per riscattare anche tutte quelle di chi avevo avuto a fianco nella militanza e che venivano e vengono descritte come sagome vuote, come burattini appesi, come alieni venuti da chissà dove. Volevo offrire il racconto sul come s’è compiuta la mia scelta politica, le mie origini sociali, la fisionomia del mio percorso di vita per intero, e non pezzi messi in sconnesse parentesi. Volevo raccontare come avevo vissuto e la fatica di rielaborare le mie scelte. Non cercavo giustificazioni ma risposte a domande che quegli avvenimenti hanno lasciato aperte. Ma tutto questo ho potuto farlo perché coincideva con la mia esigenza profonda di restituire senso a un pezzo della storia di questo paese ridotta a una vulgata deprivata di ragioni sociali e una condanna a senso unico. Adesso che sono al mio quinto libro questo problema credo di averlo superato. E sono stati i miei lettori ad aiutarmi a farlo. Infatti grazie alle mie pagine ho scoperto di non essere sola a pormi le stesse domande e a sentire il disagio di una rappresentazione che non coincide col sentire e con le esperienze di ciascuno. E’ un disagio che va approfondendosi a fronte di una versione dei fatti che va al di là della “storia scritta dai vincitori” e assomiglia di più a una pax sociale ottenuta con la paura e la menzogna.

 

La tua scrittura non è mai propriamente di “finzione” ma è sempre fortemente politica, a volte quasi saggistica, e le storie di cui parli nel libro non indugiano nella memoria ricostruttiva romanzata o nella autobiografia compiaciuta, assumendo invece sempre l’orizzonte della dimensione storica e collettiva. In questo, per chi ha letto i tuoi libri precedenti, sembra non esservi nessun “avanzamento”, vi è anzi una continuità di stile. Tuttavia è proprio in questo libro, quando provi a «riallacciare il filo delle (proprie) origini incerte» attraverso tre generazioni donne, quando vuoi ricomporre «l’infranto», che riesci a raggiungere una originale cifra letteraria. “Trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto” di benjaminiana memoria sarebbe nostalgica operazione di ricomposizione individuale, se una “tempesta”, il mare, la forza della natura, il senso di giustizia non ci spingesse al futuro. Il richiamo all’angelo di Benjamin della prima pagina è anche questo?

 

Uso le storie che conosco, direttamente vissute o tramandate, per tracciare le vite delle persone in carne e ossa perché una faccia, un nome, delle tracce d’esistenza non vengano annullate in una massa senza volto e senza identità, come fa la Storia ufficiale. Se è vero che non si può fare esperienza diretta di tutti gli avvenimenti che pur hanno un’influenza diretta sulla esistenza di ciascuno di noi, possiamo avvicinarci alla loro comprensione se ne traduciamo l’impersonale racconto libresco in tante piccole storie d’esistenza concreta. Il mio sguardo va alle storie collettive, di chi non ha quasi mai potere sulle grandi scelte, di chi la Storia la subisce ma che tuttavia porta sulle spalle tutta la fatica del suo farsi. Voglio dire che, per esempio, sull’alienazione del lavoro di fabbrica io ho imparato qualcosa di più di quanto avevo studiato sui testi marxisti grazie a quello che portava scritto sul viso mia madre. Lo sfinimento, la disillusione, le umiliazioni, la rapina di ogni altra abilità autonoma, si possono descrivere oppure vivere attraverso. Rumiz scrive che non si può capire la condizione dei soldati in trincea nella 1° guerra mondiale se non si sono mai calzati gli stessi scarponi sfondati in mezzo al fango. Conservarne o perderne memoria diretta fa la differenza.
Andare a recuperare il vissuto del “mondo di sotto”, per me non è esercizio di rimpianto dei tempi andati ma fonte di conoscenza per il futuro. Per questo l’Angelus Novus mi interroga ancora. Non può fare a meno di restare legato al passato e ai suoi orrori e vorrebbe condividerne la rovina, ma la forza del riscatto degli oltraggi subiti lo trascina in avanti, avanzando di spalle. Perfetta allegoria dell’eterna lotta tra le due forze che governano l’umano patire, il fato e la necessità di correggerne l’indifferente determinismo. E’ un’immagine potente in cui chiunque abbia vissuto esperienze “eccessive” può riconoscersi. Soprattutto nella contraddizione tra il desiderio di finire con la fine di tutto e il richiamo del futuro possibile di una Storia che non inizia e finisce con ciascuno di noi.

 

Mi sembra che il tema della Natura, intesa come realtà data con le sue leggi e le sue imprevedibili “inondazioni”, sia il tema che corre sotterraneo insieme alla storia delle tre donne. Naturalmente non è la natura pacificata di un paesaggio romantico ma la natura che dà e che toglie, che chiede di essere compresa e non ferita. Iniziamo il tuo libro nello stupore di una libertà ritrovata, nella consapevolezza di trovarsi in un mare aperto «senza un codice, né un alibi» e si procede nella lettura chiedendosi cos’è questo mare che deve invaderci e a cui dobbiamo affidarci. Qual è il valore reale, oltre la sua valenza simbolica, di quella immagine che dà il titolo al libro e di quelle porte che vorrebbero «chiudere il mondo fuori, per non farlo entrare» ma che invece necessitano di essere aperte per cercare un’«alleanza sapiente» con la natura appunto invece che la via della sua distruzione, del contrasto, dello sfruttamento?

 

La natura di cui parlo è il complesso di condizioni, risorse, equilibri, pensiero e sentimenti che rendono possibile la vita, non solo quella degli umani. E’ la struttura che connette che ha descritto Bateson, dalle foreste di sequoie, all’assemblea delle stelle, agli aggregati umani. Questo sapere superiore io sono andata a cercarlo nelle civiltà preesistenti al dominio della macchina e della tecnica. E l’ho trovato in veri filosofi della scienza e della natura, come erano la nonna contadina e il nonno pescatore del mio racconto. Persone che avevano improntato la loro esistenza al principio fondamentale che può insegnarci qualcosa e salvarci. Quello per cui dominare la natura significa obbedire alle sue leggi. Tutto dimenticato. La capacità distruttrice e predatoria del sistema basato sul profitto è stato un processo velocissimo e devastante, con una capacità di consumo mai vissuta prima. L’immagine del mare di Scilla che entra ed esce dalle case dei pescatori di Chianalea è un esempio di una superiorità di passate civiltà che avevano stabilito con l’ambiente una complicità, un’amicizia capace di superare “insieme” le criticità di eventi naturali straordinari come le potenti mareggiate in quel tratto di mare. Al contrario, la follia della dominanza su ogni forza e risorsa che ha caratterizzato la nostra idea di progresso e infranto le leggi fondamentali della compatibilità con la vita, sembra non lasciarci vie di scampo. Far entrare il mare può aiutarci ad abbattere le barriere dei fortini del mercato liberista che non prevede futuro. Prima di tutto nel nostro sentire.

 

Quali sono le tue letture attuali? E quali sono stati in genere i libri che ti hanno formato? Infine pensando a quanto la scrittura per te sia stata riscatto e al tempo stesso necessità di sopravvivenza, una domanda semplice: come avviene la lettura in carcere? Quali sono state le letture più importanti di quel periodo?

 

Ho sempre letto molto. Mi è piaciuto studiare persino a scuola e la letteratura è stata una vera passione. Nonostante l’insegnamento nozionistico i classici mi sono apparsi dei giganti, sia in prosa che in poesia. Una seconda rilettura libera mi ha confermato l’amore originario. Questo mi ha consentito di acquisire l’autonomia di scelta e l’approccio all’extrascolastico. Ho spaziato dai romanzi della Morante a Pirandello, ai classici russi, alla letteratura dell’America latina, dalla Recherche a Joyce a Kafka. Adesso che mi ci fai pensare il mio è stato un approccio classico. Certamente sul mio modo di scrivere ha contato molto Calvino delle Lezioni americane. Altra attrazione fatale è stata lo studio dei “testi sacri” del marxismo, della filosofia e della storia. Per quanto riguarda la letteratura solo più tardi ho scoperto le mie preferenze: Elias Canetti, Magda Szabò, Peter Høeg, Ian McEwan, Ágota Kristóf, Patrick Süskind, Marguerite Yourcenar, Christa Wolf, Milan Kundera, elenco veramente troppo lungo di autori dalla scrittura affilata che hanno tratto dal tragico della vita dei “signor nessuno” visioni universali. Tutt’altro della banalizzazione del dolore del attuale commercio dei sentimenti.
In carcere ho aggiunto alla mia prima laurea in filosofia una in antropologia e quindi lo studio. Negli anni della “clausura” lo studio ha rappresentato una ricetta di sopravvivenza per resistere e sentirsi nel mondo. Anche se l’ambiente non è quello più adatto alla concentrazione. A differenza di quanto comunemente si pensa quel luogo non somiglia affatto a un eremo. E’ caratterizzato da una ripetitività della vita quotidiana scandita da voci sempre sopra tono, blindati sbattuti, sfrego di ferro su ferro, irruzioni di controllo, passi pesanti di anfibi militari. Da tutto ciò occorre difendersi se si vuole mantenere un minimo di salute fisica e mentale dandosi una disciplina alternativa di “cose da fare”. Mi ricordo il piacere delle mie ore dell’alba, le uniche silenziose. In quegli anni l’interesse è andato soprattutto agli autori della “ecosofia” come Fritjof Capra, Gregory Bateson, Edgar Morìn, Enzo Tiezzi. Un pensiero di arricchimento dell’analisi marxista che va alla radice della crisi ecologica del pianeta per costruire nuovi modi di stare al mondo e nuovi modelli sociali. Ossia non superficiali questioni tecniche di “riparazioni del danno”, di compatibilità economiche, di fiori e gattini, ma potenzialità inventive in grado di “ricostruire” tanto i soggetti quanto le condizioni ambientali nella pratica critica dello sviluppo illimitato.

febbraio 2015

 

 

 

Un commento su “«Una scrittura tra il desiderio della fine e il richiamo di un futuro possibile». Un’intervista a Barbara Balzerani

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