Rutilio Namaziano ~ De Reditu I, 399- 474 ~ Quinto e sesto giorno

 

Libro primo I, 399 – 474

 

[Lasciata Falesia (qui) siam giunti al quinto giorno di navigazione e il vento stavolta avverso rende faticoso il navigare. Populonia accoglie nel proprio golfo la vista di una torre, faro e protezione degli uomini, tra rovine e crolli che ricordano il destino dell’uomo. Ma la notizia che Rufio Volusiano, l’amico che aveva accompagnato Rutilio al porto da Roma è confermato prefetto urbano, offre l’occasione di una lode orgogliosa. Lontana tra scuri monti e minacciose nubi si scorge la Corsica, terra non troppo lontana che ha fatto nascere il racconto immaginario di una traversata su un armento da parte della giovane Corsa. Capraia invece è divenuta isola squallida perché rifugio di monaci cristiani che per non essere infelici finiscono per rifiutare i doni della fortuna: che insana follia! ricorda l’eccesso di bile di Bellerofonte ricordato da Omero. Si giunge finalmente alle Secche di Vada, in terra volterrana, che costringono ad una navigazione attenta a trovare le acque più profonde: appena in tempo ad evitare un violento acquazzone portato dal Maestrale che costringe a ripararsi nella villa dell’amico Albino]

 

 

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Populonia e le città che muoiono

 

Si alza contrario Borea e noi coi remi ci alziamo

400       contro di lui, mentre il giorno già spegne le stelle.

Vicina Populonia apre il lido sicuro e abbraccia

dentro i suoi campi un golfo naturale.

Qui non solleva Faro fino al cielo le moli costruite

per osservare come luce nella notte,

405      ma, ricevuto in sorte dagli antichi l’osservatorio di una forte rupe

dove la ripida cima chiude i domi flutti,

è posta una fortezza di doppia utilità agli uomini,

difesa a terra e segnale per il mare.

Irriconoscibili sono i monumenti di epoche passate,

410       ridotti a immense rovine consunte dal tempo vorace:

restano solo tracce di muri crollati, e i tetti

tra vasti ruderi giacciono sepolti.

Non ci turbiamo se i corpi mortali scompaiono,

e si ricordi: anche le città possono morire.

 

 

Gioia per Rufio Volusiano

 

415        Più lieta però si diffonde tra noi una notizia.

e subito vorremmo ritornare a Roma!

Qui apprendiamo, la prefettura della sacra Urbe,

mio dolce amico, è affidata al tuo valore.

Come vorrei abbracciare nel carme il tuo nome per intero,

420       ma una dura legge metrica lo impedisce:

entra allora nel verso col tuo primo nome, amato Rufio,

con quello che già la nostra pagina ha cantato.

Onora un giorno di festa, come prima i miei Penati,

con le porte incoronate e i voti adempiuti;

425       ornino verdi rami le nostre gioie comuni,

una parte grande della mia anima è elevata.

Così, piuttosto mi allieta la carica rinnovata, prediletto

attraverso lui di nuovo godo di onori.

 

 

Corsica

 

Caduto Aquilone, ci preoccupiamo di correre con le vele

430       ora che Venere rifulge sul cavallo rosa.

Inizia a mostrare i monti scuri la Corsica, e un’ombra

di uguale colore getta nel cielo le cime nuvolose;

così pare scomparire nel dubbio l’arco sottile della luna,

ora riapparsa, ora nascosta agli occhi che cercano.

435       Quella breve distanza ha accresciuto racconti immaginari:

si dice di un armento che traversò nuotando,

al tempo in cui per caso e per prima venne alle spiagge Cirnee

la fanciulla Corsa, alla ricerca di un bue fuggito.

 

 

Capraia e i monaci

 

Procedendo nel mare già si leva Capraia, isola

440      squallida, piena di uomini che fuggono la luce.

Si chiamano da sé con nome greco, monaci,

volendo vivere soli, senza testimoni.

Per temere i colpi della fortuna, non vogliono i suoi doni:

chi si fa infelice da sé per paura di esserlo?

445      Che follia insana di cervello sconvolto è questa:

temere il male e non sopportare il bene?

Rinchiusi a darsi pena perpetua di misfatti compiuti,

o a gonfiarsi di nero fiele i tristi visceri.

Così Omero diagnosticò malattia di eccesso di bile

450       le ansie ipocondriache di Bellerofonte:

colpito infatti dai dardi di un crudele dolore, il giovane

si dice abbia preso in disprezzo il genere umano.

 

 

 

Vada di Volterra e la villa di Albino

 

Entrato in quel tratto di Volterra, che non a caso ha nome Vada,

cerco le acque più profonde per un passaggio incerto.

455       Chi sta a prua si sporge, dirige il timone ubbidiente mette

in guardia la voce che grida a quelli di poppa.

Distinguono le fauci pericolose due alberi

e i borghi porgono di qua e di là pali confitti.

A quelli si è soliti congiungere alti allori

460       con rami ben in vista e folte fronde

perché, dove le Simplegadi offrono una via di denso limo,

caro il sentiero serbi intatti i contrassegni.

Là mi forzò a fermarmi un improvviso Maestrale,

come quando scuote le balze delle selve.

465       A tempo un tetto a riparo ci protesse da violenti acquazzoni:

si aprì vicina la villa del mio Albino.

E’ infatti mio, lui che Roma ha congiunto a me negli onori

continuando in lui la carica della toga già mia.

Il valore sopperì la mancanza degli anni necessari,

470       giovane al fiore della vita per età, ma anziano in saggezza.

Un rispetto reciproco ha stretto caratteri gemelli

e l’affetto è cresciuto con scambi di amicizia.

Poteva vincere, e antepose le mie redini alle sue,

ma per l’amore di chi l’ha preceduto fu più grande.

 

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