Mario Scipione

 

Scipione - Ritratto del Cardinal Vannutelli ( il Cardinal Decano), 1930 - Roma, Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea

Scipione – Ritratto del Cardinal Vannutelli ( il Cardinal Decano), 1930 – Roma, Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea

 

 

Coro d’estate

Io sono la voce dell’albero che cade,
la mia corteccia sarà accarezzata
quando si vedrà che dentro sono bianco.
Le mie radici sono d’avorio e sono
nascoste – la terra fine le ricopre.
Il mio corpo è rotondo,
l’aria sola mi toccava.
Gli uccelli hanno nidificato nei miei rami,
i loro occhi vedevano tutte le mie braccia,
le foglie li nascondevano.
Sotto di me l’uomo si è riposato.
Io sono la voce del fanciullo,
le mie ossa sono tenere e possono cadere
e non si romperanno.
Le mie gambe corrono, i miei piedi
non lasciano impronta.
Il timbro della mia voce somiglia
alla campana del mattino,
al bronzo leggero.

 

 

Scipione, Autoritratto, 1928 - Collezione di Autoritratti, Galleria degli Uffizi, Firenze

Scipione, Autoritratto, 1928 – Collezione di Autoritratti, Galleria degli Uffizi, Firenze

 

 

A M. Lazzaro

[Roma, 13 agosto 1928]

Caro Lazzaro – lasciami chiacchierare un po’ con te mio caro amico di Sicilia per rompere questa vita immobile e paziente. Però sebbene il mio corpo stia ammazzato e disteso sul letto  – vado rimuginando continuamente molte cose – e tutte riguardanti l’arte. – Questo mi fa passare i giorni senza che me ne accorga – se non con mio grande diletto – con molta soddisfazione. –

Caro Moro – non puoi immaginare come c’illudiamo noi malati – sappiamo – che finiremo – e si sta sempre a far proponimenti per quando staremo bene – con una strampalata – come di allucinazione, – Non avendo – nelle nostre giornate nessun fatto esterno che ci dia una qualunque sensazione materiale (pensa che potrei contare le parole che dico in un giorno) – viviamo è naturale di ciò che pensiamo. – E molte volte accade di non pensare – e allora si sta con gli occhi aperti – e chi sa a che fare – movimento – con l’aria che entra per la bocca e il sangue che corre a rottadicollo sotto la pelle. –

E quando si pensa – sai un gran carosello che gira silenzioso – con le cose più disparate – che non entrano più nella camera – che si sparpagliano chi sa dove – come chi sa da dove erano venute. –

 A me capita di temperare matite e fare sulla carta molti schizzacci di idee da elaborare e costruire – che sarebbero un buon materiale – se potessi lavorare.

Purtroppo non mi rimane che illudermi – come ti dicevo prima e aspettare. –

Sai è una felicità che accarezzo – con una passione grande. – Però ti debbo confessare – che un qualche strappo l’ho fatto per assaporare – quella voluttà dell’odore di colori spremuti sulla tavolozza – per toccare con i pennelli dolci e biondi – quelle paste – che poi fanno la pelle sulla tela e le ombre ricche di ritmi. –

– Lo feci un giorno che mi prese la disperazione – repentina e impossibile a non realizzarsi – di vedere fatta una parte di un quadro – che da tanto tempo – avevo ficcato in testa. – Un mio autoritratto.-

E ho avuto una grande gioia quando tu nella tua ultima lettera mi dai notizia di un tuo autoritratto con parenti. –

Trovo quella rispondenza di idee che dicono lo stesso travaglio – la nostra sete di fissare qualche cosa che incominciamo a capire – noi stessi –

Io penso che nel tuo quadro – ci sarà come un principio – e non può essere altrimenti – Almeno così è avvenuto nel mio – e spontaneamente senza nessun calcolo – È la pietra base – Adesso ci ricamo su con quella gioia della critica intima – così fattiva e così giusta.

– Tu non pensi molto bene se credi che il mio quadro non sia un ritratto allo specchio – un pezzo di pittura – una maniera per poter dipingere non avendo modelli –

È naturale invece che sia una conseguenza della vita fatta in comune a tutte queste nuove energie – che hanno seguito come parti stesse del movimento questo prodigioso momento evolutivo. –

Infatti il quadro in questione – oltre a decidere un carattere – una personalità dice esattamente il rapporto fra le mie capacità le mie intenzioni e del come io vivo nel mio mondo. –

Lasciami parlare con libertà e con quella sincerità tanto vicina alla presunzione – Dunque dopo averlo vissuto per tanto tempo – quel quadro – con la frenesia di realizzarlo – alfine in quel giorno già accennato fui tentato fortemente a farne almeno un particolare – la testa – che ora sta lì a guardarmi e mi empie di gioia. –

 Mi dispiace molto che tu non possa vedere e giudicare – Del particolare – non ti nascondo – ne sono entusiasta e ora aspetto con pazienza mistica il momento di potermi mettere a lavorare almeno un pochino – Se lo potrò sarà la mia prima parola.

Il ritratto è grande al vero – e di tutta la persona – con le gambe aperte e piantate – porta un gran camice lungo e verde – la tavolozza nella destra quasi come uno scudo – la testa di tre quarti – classicissima e romana – da sembrare però scolpita in terracotta – gli occhi fissi contemplativi – inquadrato nel vano di una finestra – bruciata – che ripete – la linea delle spalle – all’altezza degli occhi – e che porta sulla groppa due alberelli tondi come pallette –

Caro Moro – comprendendosi ben poco da questo e scusami la lunga chiacchierata –

Spero però fra qualche tempo di potermi concedere qualche ora di lavoro e pormi così all’opera –

È un quadro di molte esigenze – ma io ho anche molta fede – e te l’ho segnalato perché non è delle solite cosette –

Io sto ancora a casa mia in attesa di entrare al Cesare Battisti – cosa che spero sia fra pochi giorni – Te ne farò avvisato per la posta –

Non sono mai uscito di casa, quindi non ho più visto nessuno – del resto Mafai sta a Rocca di Papa a darsi delle arie di Papà – e Mazzacurati farà il metafisico –

E il giornale? E tu come va – con la tua cotta per la Sicilia – le mani al posto – se le tenga a casa sua – che «le rode?» Moraccio e predone saraceno!

Un abbraccio del tuo amico Gino

T’invierò quello scritto sul «900» per il tuo parere – Ciao

 

Scipione, La piovra, 1929 - Macerata, collezione della Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata

Scipione, La piovra, 1929 – Macerata, collezione della Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata

 

 

A Falqui

[Arco, 18 ottobre 1933]

… Caro è difficile comprendere, come ci si avvicina lentamente alla verità. Questa camera che l’anno passato era un carcere, mi ha accolto con tutta la sua luce, con tutto il rosa del suo colore splendente e in essa mi muovo contento. La notte riposo. Senza tosse, senza vuoti, senza pensieri e affanni, riposo. Tutto è cambiato. Sento che qui è possibile raccogliere ancora tutte le forze vitali. Sento che qui lavorerò. Sento che qui Dio mi è più vicino. Una volta vedevo i monti come scenario, adesso li amo.

Ho avuto molta pena a lasciare mia Madre, perché essa soffre molto per me. Essa a Roma sentiva vicina la mia fine e non voleva distaccarsi da me. Ma ella non sa che gli uomini hanno delle grandi risorse. In tutta la mia persona c’è ancora tanta vita e il mio pensiero è ancora capace di pensare all’avvenire.

Sono un albero duro da abbattere, benché sia vuoto come certi ulivi; ancora però non ho la durezza dell’ulivo. Tutte le mie fibre devono stringersi e saldarsi per andare solo in una direzione. Ma questo avverrà, con l’aiuto di Dio…

 

Scipione, Il ponte degli angeli, 1930 - Collezione privata

Scipione, Il ponte degli angeli, 1930 – Collezione privata

 

 

A Falqui

[Arco, 24 ottobre 1933]

… Sono contento, tante cose mi urgono nella testa e dovrò ben cacciarle fuori. Ho ordinato il cavalletto, ma questo benedetto falegname ancora non me l’ha consegnato. Sono impaziente di lavorare. Se dura la mia salute e non cambia l’ambiente, sono nelle condizioni ideali per concretare qualche cosa. Il giorno dura poco, alle quattro il sole già si nasconde dietro i monti, i famosi monti che fanno di Arco una campana di vetro, ma qualche ora si potrà sempre lavorare.

Dopo il primo senso di grande benessere sono stato colpito da letargo, e credo che questo mi giovi assai. È come una fermentazione, un rinnovarsi. Molto in armonia con la stagione… Ed ora al lavoro. Sono capitati al Sanatorio due missionari. Vera manna dal cielo, per quello che voglio fare. Che Dio mi conceda ancora molto fiato. Solo da Dio posso sperare ancora salute..

 

testi tratti da:
Mario Scipione, Carte segrete ; prefazione di Amelia Rosselli ; nota di Paolo Fossati – Torino : G. Einaudi, [1982] · Collezione di poesia ; 177 – [ISBN] 88-06-05444-9

 

Scipione

 

 

Mario Scipione, pseudonimo di Gino Bonichi (25 febbraio 1904, Macerata – 9 novembre 1933, Arco)
1904 – Il padre Serafino è capitano d’amministrazione presso il Distretto Militare, la madre Emma Wulderk discende da una famiglia tedesca ma è da molti anni in Italia. Scipione è l’ultimo di sei fratelli.
1919 – La famiglia si trasferisce a Roma. Il giovane Scipione si dedica soprattutto all’attività sportiva, ottenendo dei buoni risultati, ma molto presto in seguito a una polmonite, contrae la tubercolosi che condizionerà tutta la sua vita a venire.
1924 – Inizia la sua attività artistica. Incontrato Mario Mafai, questi lo spinge a frequentare la scuola libera del nudo dell’Accademia di Belle Arti.
1925 – Incontro con Antonietta Raphaël, pittrice lituana, che influenzò il giovane Scipione. Due piccoli quadri sono inseriti alla Biennale romana. Entra in contatto con il pittore catanese Mario Mimì Lazzaro, Virgilio Guidi, Ferruccio Ferrazzi e con Renato Marino Mazzacurati, giunto da poco a Roma.
1928 – Con Lazzaro e con Mafai tenta di avviare la pubblicazione di un foglio culturale dal titolo “Il Fondaco”, che uscirà in due numeri nel 1928. Ma la malattia lo costringe a trascorrere lunghi periodi in sanatorio.
1929 – Nel gennaio del 1929 si apre a Palazzo Doria una collettiva in cui Scipione espone “Contemplazione”. Nei mesi seguenti espone alla “Prima Sindacale” e in una collettiva presso la “Casa d’arte Bragaglia”. È nell’autunno di quell’anno che si intravede la vena fantastica e visionaria
Fino al 1931 inizia un periodo intensissimo con i capolavori, il “Risveglio della Bionda Sirena” e il “Ritratto del Cardinale Decano”. Purtroppo la malattia lo costringe ad un calvario e alla continua e inutile peregrinazione nei sanatori, fino ad Arco nel Trentino dove muore nel 1933.

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