Kenneth Grahame / Lewis Carroll ~ Gli Olimpii

 
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Ripensando a quei giorni lontani, prima che i cancelli si chiudessero alle spalle, mi rendo conto che dei bambini adeguatamente equipaggiati di genitori avrebbero guardato tutto con occhi completamente diversi. Ma non è poi tanto strano che dei bambini provvisti soltanto di zii e di zie avessero un modo particolare di vedere le cose. Intendiamoci, quegli zii provvedevano con animo benevolo ai nostri bisogni materiali, ma per tutto il resto ci trattavano con indifferenza – un’indifferenza che, lo riconosco, derivava da una certa stupidità, ed era peggiorata dalla banale convinzione che i bambini siano soltanto bestioline. Ricordo che già in età molto tenera mi accorsi, in modo del tutto distaccato e bonario, dell’esistenza di quella stupidità e del suo enorme influsso sul mondo; e come era già accaduto a Calibano a proposito di Setebo, anch’io mi sentii nascere dentro la vaga impressione di un potere dominante caparbio, capriccioso e incline alle stramberie: « perché voglio così » – la stramberia, per esempio, di sottoporci alla sovranità di creature tanti inadeguate e incapaci, mentre sarebbe stato molto più ragionevole sottoporre loro a noi. I grandi, nostri “maggiori” per uno scherzo del caso, non ci ispiravano rispetto, ma soltanto una certa invidia (per la loro fortuna) e un po’ di compassione (per la loro incapacità di approfittarne). Una delle più sconfortanti caratteristiche della loro natura, infatti (ce ne rendevamo conto quelle rare volte che sprecavamo  un po’ del nostro tempo per pensare a loro), era proprio che pur avendo licenza assoluta di abbandonarsi a tutti i piaceri della vita non se ne concedevano mai nemmeno uno. Avrebbero potuto sguazzare tutto il giorno nello stagno, inseguire i polli, arrampicarsi sugli alberi coi più impeccabili vestiti della festa; erano liberi di comprare polvere pirica alla luce del sole, di sparare palle di cannone e di far esplodere mine sul prato: ma loro non se lo sognavano nemmeno. La domenica, nessuna Forza irresistibile li trascinava in chiesa, eppure ci andavano regolarmente e di loro spontanea volontà, anche se quell’esperienza non pareva piacergli più che a noi.

Insomma, l’esistenza di quelle divinità olimpiche sembrava del tutto priva di interessi, proprio come i loro movimenti erano torpidi e circoscritti e le loro abitudini convenzionali e insulse. Erano ciechi a tutto tranne che alle apparenze. Per loro il frutteto (un luogo prodigioso abitato dai folletti!) non era nient’altro che il posto dove gli alberi producevano tante mele e tante ciliegie; e se non le producevano non era insolito che venissimo considerati responsabili noi degli insuccessi della natura! Mai che mettessero piede nell’abetaia o nel boschetto di noccioli, e nemmeno si immaginavano le meraviglie che vi erano nascoste. Le sorgenti che alimentavano lo stagno delle anitre, misteriose quanto quelle dell’antico Nilo, non avevano nessuna magia ai loro occhi. Quel posto brulicava di prodigi, ma loro non si accorgevano degli indiani e se ne infischiavano altamente dei bisonti e dei pirati (con tanto di pistole!). Non si prendevano la briga di cercare le grotte dei predoni, né di scavare per disseppellire tesori nascosti. Ma devo ammettere che una delle loro qualità migliori era forse proprio l’abitudine di passare quasi tutto il loro tempo tappati in casa.

 

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A questa regola faceva eccezione il curato, sempre pronto ad accogliere senza batter ciglio la notizia che il prato al di là del frutteto era una prateria disseminata di branchi di bufali che noi, equipaggiati di mocassini e tomahawk, travolgevamo felici gettando quei gridi di guerra che annunciano l’odore del sangue. Lui non si metteva a ridere, né ci scherniva come avrebbero fatto gli Olimpii, anzi: data la sua seria struttura mentale, i consigli che ci elargiva sul modo migliore di dar la caccia alla grossa selvaggina di quel tipo erano tanti e così validi, da convincerci che non avrebbe mai potuto raggiungere la sua età matura e la sua posizione eminente senza la conoscenza pratica di quelle bestie nei loro ricetti natii. E poi, anche se lo avvertivamo all’ultimo momento, era sempre disposto a far l’esercito nemico o la banda dei predoni indiani – insomma, era un uomo proprio in gamba e, dal nostro punto di vista, aveva dei talenti che lo rendevano immensamente superiore a quasi tutti gli altri. Giurerei che ormai è vescovo. Come noi sapevamo, aveva tutti i numeri per diventarlo.

Quelle strane creature avevano talvolta dei visitatori, anche loro Olimpii torpidi e sbiaditi, e incapaci di interessi vitali e di occupazioni intelligenti: emergevano dalle nuvole, poi svanivano di nuovo per trascinare la loro inutile esistenza in qualche luogo a noi sconosciuto. La loro visita scatenava contro di noi la forza bruta. Venivamo acchiappati, strigliati e strangolati nei colletti puliti, vittime perennemente mute e sottomesse, più sprezzanti che rabbiose. E dopo, coi capelli impomatati e sulla faccia un sorriso melenso, ce ne stavamo seduto ad ascoltare le solite scemenze. Possibile che delle persone ragionevoli sprecassero in quel modo il loro tempo prezioso? Era questo a lasciarci di stucco quando finalmente potevamo filarcela: per andare a fabbricar vasi nella vecchia cava d’argilla o a dar la caccia agli orsi tra i noccioli.

 
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Non mancava mai di stupirci il modo in cui questi Olimpii prescindevano dalla nostra presenza – per esempio durante i pasti – per dialogare tra loro di qualche futilità politica o sociale, convinti che quei pallidi fantasmi della realtà fossero tra le cose importanti della vita. Che cos’era la vita reale avremmo potuto dirglielo noi illuminati, che continuavamo a mangiare in silenzio con in mente un vulcano di progetti e di cospirazioni! L’avevamo appena lasciata fuori all’aria aperta, e non vedevamo l’ora di tornarci. Naturalmente non sciupavamo quel segreto rivelandolo a loro: l’inutilità di renderli edotti sulle nostre idee era ormai bell’e dimostrata. Unanimi in tutto e per tutto, legati dalla necessità di combattere un solo e medesimo fato avverso, un potere sempre antagonistico – e noi vivevamo per sfuggirgli -, le confidenze le serbavamo per noi. Francamente quello strano e anemico ordine di creature ci era più lontano delle miti bestiole che condividevano la nostra semplice esistenza sotto il sole. Il distacco veniva accentuato da un perdurante senso di ingiustizia, che nasceva dall’ostinato rifiuto da parte degli Olimpii di giustificare, di ritrattare, di riconoscersi in errore, o anche di accettare che fossimo noi a farlo. Per esempio, quando buttai giù il gatto da una finestra del piano di sopra (benché non l’avessi fatto per cattiveria, e lui fosse rimasto incolume), dopo un attimo di riflessione fui pronto, da vero gentiluomo, a riconoscere di aver sbagliato. Ma la cosa non finì certo lì. E anche quella volta che Harold fu chiuso per un giorno intero nella sua stanza con l’accusa di aver aggredito a mano armata il maiale di un vicino (colpa di cui non si sarebbe mai macchiato, visti i rapporti quanto mai amichevoli che intratteneva col suino in questione), quando fu scoperto il vero colpevole nessuno ebbe la buona grazia di chiedergli scusa. A ferire i sentimenti di Harold non fu tanto la prigionia – con l’aiuto dei suoi alleati, del resto, era scappato quasi subito dalla finestra, rientrando poi giusto in tempo per il rilascio ufficiale -. quanto proprio quel modo di fare olimpico. Una parola sarebbe bastata a sistemare tutto; ma naturalmente quella parola non fu mai detta.

Be’! Ormai gli Olimpii sono tutti morti e sepolti. Per una ragione o per l’altra, pare che il sole non sia più luminoso come allora; le praterie vergini di un tempo si sono ristrette, riducendosi a pochi miseri acri. Un malinconico dubbio, un cupo sospetto mi assale. Et in Arcadia ego: sì, un tempo io vissi in Arcadia. Possibile che sia diventato a mia volta un Olimpio?

 

Tratto da:
Kenneth Grahame, L’età d’oro ; illustrato da Maxfield Parrish – Milano : Adelphi, 1984 · Biblioteca Adelphi ; 148 · Trad. di Adriana Motti. – Traduzione di The golden age. – Classificazione Dewey · 823.8 (11.) Narrativa inglese. 1837-1900

 

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[Nel risvolto dell’edizione Adelphi di L’età d’oro si sottolinea come una delle chiavi del successo del libro fu l’incontro tra la resa letteraria di Kenneth Grahame dello stato di meraviglia che l’infanzia dona con l’illustrazione “quasi fotografica” di Maxfield Parrish, che disegnò le tavole del libro nell’edizione del 1900 – il libro era uscito nel 1895. I disegni dell’illustratore americano restituivano infatti uno strano impasto sospeso tra il fiabesco, il neoclassico e una rielaborazione similmente vera dei volti in quadri tutto sommato elementarmente calligrafici. Il bianco e nero delle immagini, con gradazioni surreali dei grigi, contribuiva infine a creare un effetto fotografico particolare, come di fotografie rivestite di una certa incredulità.
Il nostro accostamento con le fotografie di Lewis Carroll perciò è completamente “fuori luogo” e anche “fuori tempo”, dal momento che l’autore di Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie (1865) era nato ben ventisette anni prima di Grahame e sarebbe morto appena tre anni dopo l’uscita di L’età d’oro. Il “fotografo di bambine”, accusato di morbosità visiva verso l’infanzia, aveva iniziato d’altronde a fotografare nel 1856, smettendo del tutto nel 1880. Operò inoltre in piena età vittoriana, contrastando quelle limitazioni territoriali poste al mondo infantile e alla fantasia in generale. Grahame al contrario sembra lasciarsi alle spalle quel periodo, anche se la sua scrittura finiva per rendere moralisticamente l’immagine di un’infanzia ad uso del mondo adulto: la sua opera più famosa (Il vento nei salici, 1908), ad esempio, si risolve attraverso l’antropoformizzazione degli animali in una riedizione nostalgica di una visione esopica della realtà. Tra Carroll e Grahame sembra perciò formarsi un continuo gioco di avvicinamento/allontanamento, un varcare i limiti del presente dell’uno quando l’altro segna un ritorno ad un semplice eden infantile.
Il testo di Grahame, quasi un manifesto del contrasto eterno tra un’adultità che ha perso la propria gioia insensata di vivere e un’infanzia riflessiva sul proprio destino di passaggio «dall’Arcadia all’Olimpo», accostato visivamente alla tristezza pensante delle bambine di Carroll ci obbliga ad un estraniante esercizio alla Philip K. Dick, quasi un rivivere nel futuro ciò che non si è mai stati e vedere nel passato ciò che avremmo voluto essere.]

 

Kenneth Grahame (Edimburgo, 8 marzo 1859 – Pangbourne, 6 luglio 1932)
Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson (Cheshire, 27 gennaio 1832 – Guildford, 14 gennaio 1898).

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