«Una scrittura tra il desiderio della fine e il richiamo di un futuro possibile». Un’intervista a Barbara Balzerani

 

Tina Modotti - Lucia

Tina Modotti – Lucia

 

L’appuntamento è alla stazione dove scenderà da un treno pomeridiano. Le ultime parole che ci siamo scambiate hanno parlato della primavera ormai alle porte. «Non so chi incontrerò» mi dico sulla banchina, perché tutto è scomparso improvvisamente: storia, notizie, letture, le parole degli altri che hanno cercato di disegnare un volto. Quel volto ora è solo una riproduzione e mostra tutta la sua natura fantasticata. Scende dal treno una donna affaticata dietro due occhiali neri, ultima difesa di fronte ad un ignoto: d’altronde lei conosce ancor meno me, non sa chi l’attende e cosa l’aspetta. Ho accolto altre persone per presentazioni di libri o altro, con nessuno mi sono presentato volendolo abbracciare. Si toglie gli occhiali e non li rimetterà più, segno che il sole tenue che ha trovato in noi non le ha procurato il bisogno di schermarsi.
Parole dentro la macchina che ci porta a destinazione. Va meglio a casa quando offro un caffè e uno spuntino. La mia gatta l’adotta e le salta sulle gambe a dirle che è benvenuta. Non so cosa avverrà la sera, ma intanto avviene ciò che non avevo previsto ed è la cosa più logica che doveva avvenire. Ho affidato le letture che accompagnano la presentazione a tre donne, ognuna leggerà una parte del racconto della bisnonna, della madre, di lei stessa. A tutte ho dato un lungo estratto del libro chiedendo loro di pensare alla donna di cui dovranno leggere. Non devono interpretare, ma finiscono per essere travolte, il mare è entrato in loro. Da lì in poi Barbara si affida alle donne che mi circondano e io scivolo, com’è naturale, a parte. Guarderò, ascolterò in silenzio, così come inaspettatamente fa anche mio figlio che è nato quando Barbara era in carcere e fino a pochi giorni prima non sapeva minimamente chi lei fosse. In fondo la presentazione del libro avrebbe dovuto avere questo scopo, mettere insieme spezzoni di storia che sono sempre stati divisi, tra persone che allora non c’erano e credono che il Novecento sia un passato che non ci riguarda e persone che sono rimaste nella gabbia del proprio vissuto e della propria percezione della storia. Non c’è una verità storica se non la si forma nella condivisione di ragioni contraddittorie e non è mai relativismo culturale dare parola a chi continua ad essere schiacciato dall’ossessiva e sospetta vulgata del potere.
Avevo preparato la presentazione, un fiume di parole per circoscrivere, sottolineare le qualità letterarie più che le cronache, portare il discorso sui limiti di letture rimaste ancorate agli occhi di un allora irripetibile, avrei ricordato Benjamin e Bateson, a quale tipo di letteratura la Balzerani si lega, addirittura avrei tentato di parlare delle differenze con Luciano Banciardi e la consonanza con un Luigi di Ruscio più che con una letteratura carceraria, avrei terminato con Gramsci: “Quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall‘inizio e unire ciò che è diviso».
Ma dopo poche mie parole sono state le storie del suo libro a pretendere di spiegare se stesse. Ed è continuato anche dopo l’incontro, di nuovo a casa con la gatta sulle sue ginocchia e storie ancora più dure.
Queste domande avevo posto prima che c’incontrassimo: ora che ho conosciuto Barbara le restituisco con un forte senso della loro limitatezza.
(Francesco Gavilli)

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Vesuvio ~ Alfred Sohn-Rethel

 

Oswald Achenbach Ausbruch des Vesuv

Oswald Achenbach Ausbruch des Vesuv

 

Ascesa al Vesuvio nell’anno 1926

 

In un giorno di settembre dell’anno 1926, in compagnia di Ludwig Hardt, allora noto animatore culturale, mi avviai da Positano verso il Vesuvio. Sebbene corresse già il terzo anno del mio soggiorno italiano, non avevo mai avuto denaro sufficiente per concedermi questa sospirata escursione. Pensò Hardt ad invitarmi: Si sarebbe trattato di un’ascensione dal versante di Pompei, dove non vi erano né funicolari né altri ritrovati tecnologici; e si sarebbe svolta di notte, con la luna piena, a cavallo, a partire da Boscotrecase, un borgo di ancora poche case situato a monte di Torre Annunziata e provvisto di una locanda dove avremmo trovato i cavalli e la guida.

Giungemmo a Torre Annunziata percorrendo a piedi la maggior parte del tragitto. Era già buio, ed eravamo stanchi e affaticati allorché arrivammo alla locanda. Il padrone ci spiegò che non poteva ospitarci: tutto completo. Fu un brutto colpo. Dopo un’animata trattativa, si convenne di tirar fuori dalla cantina un paio di vecchi materassi che vennero sistemati per noi in un altro locale. Stanchissimo, Hardt si buttò senza indugi su uno dei materassi: prima ancora di stendersi, pareva già addormentato. Io ci misi più tempo, quanto mi bastò per avvertire nel materasso delle strane presenze: cimici! A centinaia! Preso dal panico, balzai in piedi. Hardt già russava, immobile. Lo lasciai dormire e mi rifugiai sulla terrazza. Era una notte di incomparabile bellezza, e non mi sentii più stanco. La luce intensa della luna piena aveva trafitto un velo di nebbia sospeso sulla terra che diffondeva una piacevole frescura, in un silenzio spettrale. Quel raggio d’argento illuminava il giardino e i suoi alberi: carrubi, fichi, simili a grandi arbusti di ricino… La terrazza era orientata a mezzogiorno, non prospettava il Vesuvio, e il mio sguardo abbracciava la catena di monti che, dipartendosi dalla penisola sorrentina, innerva la campagna retrostante elevandosi oltre 1400 metri. In basso l’avvolgeva una profonda oscurità, ma al di sopra delle cime troneggiava la luna. Da destra, da Torre Annunziata e più giù, dal golfo e dalle luci delle barche da pesca, salivano fino a me echi e frammenti di canti silenziosi…

Non mi ci volle chissà quale coraggio per scuotere dal sonno alle due di notte il mio accompagnatore. Alla mia domanda se avesse riposato bene, rispose «Magnificamente» e fui contento che tralasciasse di chiedermi altrettanto. Quando fummo in strada, la nostra guida con tre cavalli stava già aspettandoci.

 

Oswald Achenbach, Die Bucht von Neaples

Oswald Achenbach, Die Bucht von Neaples

 

Nel paese, che ovviamente attraversammo al passo, la lava che costituiva la gran parte del terreno aveva già raggiunto la consistenza dell’humus, da cui la favolosa fertilità di quei luoghi, motivo sufficiente perché gli uomini continuino a insediarsi alle falde del Vesuvio nelle loro casette imbiancate, determinati a vivere nel tranquillo oblio di una esistenza di fatica benedetta. Colate di lava pietrificata solcavano a tratti la campagna; secondo il nostro accompagnatore, il cratere le aveva vomitate soltanto dieci o vent’anni prima. Oltre Bosco, non incontrammo alcun altro paese sul nostro cammino. A partire da qui, più nulla si frapponeva tra il nostro sguardo e la montagna. Visto dal basso e da vicino, il cono del vulcano è semplicemente grandioso nella sua imponenza e possanza; e incantevole, quasi magico nei suoi luminosi colori. In effetti non è che grigio come la sua cenere, che copre la parte più alta della montagna; ma è un grigio argenteo e vivo che manda bagliori di luce, e i raggi della luna l’avevano ricoperto di un sottile velo rosato. Così almeno appariva, stagliandosi nel buio. Guardando con attenzione, si poteva vedere una lingua di fuoco proprio sulla vetta estrema della montagna. Ancora più impressionante era però il cupo rimbombo che arrivava fino a noi, portato da un vento quasi impercettibile. Era come un respiro animale di smisurata, terribile forza.

Ricordo che lungo tutto il tragitto non scambiammo una parola con la nostra guida, e quasi mai parlammo fra noi. Percepire la potenza e la magia della natura era l’unica cosa che mi sentivo in grado di fare dopo le impressioni della notte passata in terrazza.

All’inizio il sentiero saliva solo lievemente, muovendosi dalla costa in direzione dell’interno. In basso, ai piedi del Vesuvio, vi erano ancora alberi, o meglio: intercalati da ampi spazi vuoti, si vedevano, verso l’interno, alti pini solitari simili a colonne che reggessero nuvole, al di sopra delle quali si apriva il cielo illuminato della luna. Il resto della valle, per quanto l’occhio poteva vedere, era vuoto, privo di qualsiasi segno di vita umana. Soltanto i pini emergevano da quella vastità. Essi davano alla totalità dello spazio la sua forma italiana.

Presto giungemmo in una fitta macchia di ginestre fiorite, cresciute in modo tale che i loro forti rami superiori superavano in altezza cavalli e cavalieri. Una fragranza meravigliosa, un profumo inebriante riempiva l’aria, e noi avevamo il nostro bel daffare per evitare che i rami fioriti ci sbattessero sul viso. Il sentiero era soltanto una traccia di sabbia (a tratti non poteva passarci che un solo cavallo per volta) segnata da orme profonde. Mai rettilineo, sembrava che col dipanarsi tortuoso delle sue serpentine volesse secondare il nostro piacere. Ogni volta che pareva interrompersi, era sempre troppo presto. Poi la salita si fece più ripida, uscimmo dalla macchia e sboccammo all’aperto, sul pendio, che era molto più elevato di quanto ci era sembrato mentre cavalcavamo nel bosco di ginestre.

Per i cavalli il cammino diventava lentamente più difficile, perché iul fondo mobile di cenere ingannava i loro passi. Dietro e sotto di noi, la terra. Solo il cielo pareva circondarci: il cielo sopra di noi; e ai nostri piedi, come stelle, le luci dei paesi e il grembo del mare sul quale le barche illuminate parevano restare immobili. A una certa distanza, in direzione dei paesi più interni, scorsi un gruppo di uomini – direi una ventina, se la luce incerta della luna non m’ingannò – che a due a due s’inerpicavano lungo il pendio nel più totale silenzio, con le gambe fasciate per proteggersi dalle scaglie affilate mischiate alla cenere; e per ognuno di quei loro passi faticosi scivolavano un po’ all’indietro. Mi sembravano i dannati dell’inferno dantesco.

 

Oswald Achenbach - Bucht von Neapel mit Blick auf den Vesuv

Oswald Achenbach – Bucht von Neapel mit Blick auf den Vesuv

 

Anche noi dovemmo conquistare gli ultimi cinquanta metri a piedi. I cavalli non erano in grado o forse non era loro consentito di proseguire. La salita era troppo ripida, la coltre di cenere troppo spessa e insidiosa, e l’attività del vulcano troppo incombente e minacciosa per gli animali. Quegli ultimi cinquanta metri ci affaticarono assai. A ogni passo i piedi dolevano di più. E a pioggia ricadeva su di noi una cenere della quale non sapevamo misurare il calore. Passo dopo passo, si poteva ora guardare al di là dell’orlo della parete rocciosa, e ai nostri occhi si mostrava l’immagine terrificante del cratere. Ma non era questa la cosa più potente: non era l’impressione più immediata e sconvolgente. Era piuttosto il suono che rintronava nel cratere: un suono come di montagne di metallo fluido che a una profondità incommensurabile cozzavano l’una contro l’altra. I milioni di anni trascorsi prima che un segno di vita si manifestasse sul nostro pianeta erano presenti in quel suono, e l’orecchio che lo percepiva finiva per parteciparne. Ne fui preso fin nei visceri, e dovetti accovacciarmi dietro un blocco di roccia. Mi venne in mente Empedocle, che secondo la leggenda andò incontro alla sua morte sacrificale gettandosi nel cratere dell’Etna: immagine ineffabile di un impossibile annullamento di ogni vita, e della nostra stessa materia organica. Quando riemersi, vidi che il mio accompagnatore, immobile, fissava il cratere e mormorava verso il vuoto: «Terribile!». Da questa visione si poteva restare imprigionati. Personalmente ne percepivo soprattutto l’opprimente bellezza. Intorno al cratere s’era stratificato un cono dal disegno matematicamente preciso, di un nero assoluto che aveva assorbito in sé tutta la luce; non era più alto di due, tre metri, e si innalzava perfettamente ritto. Ne fuoriusciva lava liquida color del fuoco, a ondate irregolari ma ravvicinate, accompagnate da una sorta di soffio prolungato che proveniva dall’interno. Erano scoppi, spruzzi, e come fuochi d’artificio: una pioggia scintillante di esplosivi diamanti sul nero velluto del cono. Più bello di così non si sarebbe potuto immaginare. La bocca del cratere, al culmine del cono, era stretta, ciò che ostacolava il flusso della lava. Era il segno di ciò che stava avvenendo. Il Vesuvio era per così dire alla vigilia del ciclo che, con quasi assoluta regolarità, si verificava ogni tre mesi; questo era il periodo di tempo occorrente perché la lava e la cenere cadute lungo il cono del cratere minacciassero di ostruire l’uscita. Quando questo stadio stava per intervenire, il vulcano eruttava in modo tale da catapultare via il cono di cenere e costruirsene così uno nuovo. Quel giorno era forse uno degli ultimi consentiti ai visitatori, perché nell’imminenza di un’eruzione violenta, e non prevedibile con certezza, l’accesso al pubblico sarebbe stato bloccato. Ad ogni modo, sono questi i momenti di pericolo che con regolarità si succedono nella vita del vulcano: a parte, ovviamente, le eruzioni distruttive. La lava che fluiva in queste occasioni, non scendeva lungo i fianchi della montagna, si arrestava bensì in un bacino largo forse cinquanta metri che costituiva una specie di cratere esterno circoscritto da una cornice di rocce frastagliate e giacente in un’ombra profonda che ci impediva di vedere che cosa conteneva.

Motivo della sua oscurità era il flusso di fuoco che si elevava nel cielo dal cratere centrale, e che fin dai piedi della montagna avevamo potuto scorgere. Non era una colonna di luce quella che si alzava nel cielo. Si muoveva piuttosto in gonfie volute spiraliformi: nella parte più bassa erano di un rosso lucente, che via via andava attenuandosi in toni più carnosi, per perdersi infine, nell’altezza del cielo, in un rosa glaciale.

Le oscillazioni di questa spirale di fuoco permettevano di penetrare lo sguardo nel cielo aperto, che in un felice contrasto appariva dell’azzurro chiaro e profondo del lapislazzulo, disseminato e quasi trapunto di stelle d’oro scintillante. Su quello sfondo, lucenti di un freddo splendore verde argentato nei raggi lunari, si innalzavano i denti aguzzi che circondavano il cratere esterno. Dalla travolgente bellezza di questo paesaggio astrale, che sembrava conoscere soltanto i colori roventi delle pietre preziose, non riuscii per lungo tempo a separarmi. Avevo smarrito dal mio campo visivo il mio amico Hardt. E quando fece ritorno lo incitai a percorrere la crosta del vulcano in direzione di Napoli, facendo il giro della montagna. Non era cosa da potersi fare senza incomodo: e tuttavia, quando il mare di luce della metropoli e dei suoi sobborghi lungo il golfo a settentrione e a levante si parò ai nostri piedi, l’impressione fu imperiosa. Credo di averla descritta come un’assai vistosa collana di diamanti, frutto di un interminabile lavoro d’intaglio, allacciata al collo di questa portentosa montagna. Fummo entrambi contenti di poter tornare nell’oscurità del vulcano dalla quale eravamo venuti.

Giunti colà, venni colpito da una sinistra osservazione: notai improvvisamente che la struttura dello spazio andava modificandosi. Tra il cielo in alto e il cielo in basso, stava per formarsi qualcosa che non riuscivo a comprendere né a descrivere. Dopo qualche momento sembrò che si venisse a realizzare una separazione tra il sopra e il sotto, come se stesse per nascere una materia che si diffondeva in orizzontale in tutte le direzioni. Mi accorsi infine che la notte stava per svanire, e che un muro di nebbia mattutina si espandeva per tutta l’ampiezza dello spazio. E ora, lentamente, il cielo d’Oriente verso gli Abruzzi cambiava colore. Il banco di nebbia diventò così fitto che non si poteva più scorgere alcunché dello spazio inferiore. Per contro, in grande lontananza, si ergeva sopra il banco di nebbia l’affilato profilo del Gran Sasso d’Italia, come se galleggiasse su una interminabile superficie marina. Il cratere ai miei piedi non vomitava più soltanto pura materia incandescente, bensì mischiata a densi, neri vapori. Il Vesuvio perdeva la sua potenza notturna dominatrice del tutto, e si precisava nei suoi contorni: divenne un’apparizione in mezzo ad altre. La metamorfosi proseguiva inarrestabile. La luce diurna acquistava il suo vivo raggio rosso dorato, e il sole si innalzava oltre l’orizzonte nebbioso. In quel preciso momento, dalle cime delle rocce emerse intorno a noi un ripetuto grido di gioia: «Il sole! Il sole!». Ne fui meravigliato perché non mi sarei potuto mai immaginare che così tante persone fossero arrivate dai paesi circostanti, sebbene io stesso ne avessi veduto un gruppo che saliva faticosamente. Devo dire che questo saluto esultante al sole che trionfava sopra il Vesuvio destò il mio stupore. Aveva la qualità di un antico culto sacrificale, e il sole stesso, segnando il suo corso incomparabile, suggeriva l’immagine del carro di Apollo Febeo descritto negli inni greci. La sola vista non basta a descrivere l’unicità dell’evento. Ben presto percepimmo il calore dei raggi del sole. Le cose intorno a noi entrarono in movimento; però, prima che ci accingessimo alla discesa, il vulcano attirò ancora una volta l’attenzione. Il fuoco della lava era quasi impercettibile alla vista a causa del vortice di nere nubi di fumo provenienti dal cratere interno. Ma il cratere esterno e ciò che esso conteneva si trovavano ora nel chiarore della luce del giorno e offrivano un’immagine di prino acchito incredibile e rivoltante: certo, era il bacino di raccolta della lava straripante dal cratere interno, la lasciava emergere e poi raffreddare; ma chi si sarebbe aspettato questo internale intrico di interiora e i colori nei quali era adagiato, giallo, zolfo, verde fosforo, rosso rame, distinti l’uno dall’altro ma tra di lor intrecciati e aggrovigliati? La lava si era rappresa nella forma di membra umane, di attorti serpenti di ogni misura, di coccodrilli, e di altri corpi lisci e glabri davvero simili a viscere infernali dalle quali emanavano bizzarre bandiere di fumo, uscite da crateri minori nascosti sotto quelle masse. Di tutte le stranezze che il vulcano ci aveva mostrato, questa fu forse la più inaudita, e impiegai parecchio tempo prima di volgerle le spalle. Quando poi ritrovammo la nostra guida e i cavalli e scendemmo fra la gente, notai un po’ di erba sulla quale posai il piede, ricevendone la sensazione della vita organica, la sensazione beata del ritorno nel mondo della vita che stava distesa davanti a noi come un panorama da meditare.

Prima pubblicazione: Brema 1982. Testo riveduto nel 1989.

 

 

Tratto da:
Alfred Sohn-Rethel, Napoli : la filosofia del rotto ; a cura di Silvano Custoza ; con nota di Carl Freytag – Titolo originale : Das Ideal des Kaputten – Über neapolitanische Tecnick – Napoli ; Milano : Alessandra Caròla, 1991 ; Collezione  · La ginestra ; 5

Francesco Redi

 

a beppe contin

 

Giovanni Bellini, Festino degli Dei (1514), National Gallery of Art di Washington

Giovanni Bellini, Festino degli Dei (1514), National Gallery of Art di Washington

 

 [I vini di Arezzo e dintorni]*

 

Han giudizio, e non son gonzi [i]
quei Toscani bevitori,
che tracannano gli umori
della vaga e della bionda,
che di gioia i cuori innonda,
malvagia [ii] di Montegonzi; [iii]
allor che per le fauci, e per l’esofago
ella gorgoglia e mormora,
mi fa nascer nel petto
un’indistinto [iv] incognito diletto,
che si può ben sentire,
ma non si può ridire.
Io nol nego, è preziosa
odorosa
l’Ambra [v] liquida Cretense;
ma tropp’alta ed orgogliosa
la mia sete mai non spense;
ed è vinta in leggiadria
dall’Etrusca Malvagia: [vi]
ma se fia mai, che da Cidonio [vii] scoglio
tolti i superbi e nobili rampolli [viii]
ringentiliscan su i Toscani colli,
depor vedransi il naturale orgoglio, [ix]
e qui dove il ber s’apprezza
pregio avran di gentilezza.
Chi la squallida Cervogia [x]
alle labbra sue congiugne
presto muore, o rado giugne
all’età vecchia e barbogia: [xi]
beva il Sidro d’Inghilterra [xii]
chi vuol gir presto sotterra;
chi vuol gir presto alla morte
le bevande usi del Norte:
fanno i pazzi beveroni [xiii]
quei Norvegi, e quei Lapponi;
quei Lapponi son pur tangheri, [xiv]
son pur sozzi nel loro bere;
solamente nel vedere
mi fariano uscir de’ gangheri:
ma si restin col mal die [xv]
sì profane dicerie,
e il mio labbro profanato
si purifichi, s’immerga,
si sommerga
dentro un pècchero [xvi] indorato
colmo in giro [xvii] di quel vino
del vitigno
sì benigno, [xviii]
che fiammeggia in Sansavino;
o di quel che vermigliuzzo,
brillantuzzo
fa superbo l’Aretino,
che lo alleva in Tregozzano,
e tra’ sassi di Giggiano. [xix]
Sarà forse più frizzante,
più razzente [xx] e più piccante,
o coppier, se tu richiedi
quell’Albano,
quel Vaiano,
che biondeggia,
che rosseggia
là negli orti del mio Redi. [xxi]
Manna dal ciel sulle tue trecce piova, [xxii]
vigna gentil, che questa ambrosia [xxiii] infondi;
ogni tua vite in ogni tempo muova
nuovi fior, nuovi frutti e nuove frondi; [xxiv]
un rio di latte in dolce foggia, [xxv] e nuova
i sassi tuoi placidamente innondi:
né pigro giel, né tempestosa piova [xxvi]
ti perturbi giammai, né mai ti sfrondi:
e ‘l tuo Signor nell’età sua più vecchia
possa del vino tuo ber colla secchia.
Se la druda di Titone [xxvii]
al canuto suo marito
con un vasto ciotolone
di tal vin facesse invito,
quel buon vecchio colassù
tornerebbe in gioventù. [xxviii]

 

Tiziano Vecellio, Baccanale degli Andrii (1523–1526), Museo del Prado di Madrid.

Tiziano Vecellio, Baccanale degli Andrii (1523–1526), Museo del Prado di Madrid.

 

note:
[i] gonzi: creduloni, stupidi
[ii] malvagia: malvasìa, uva di sapore dolce e di delicato profumo
[iii] Montegonzi: paese del comune di Cavriglia (Arezzo) La Malvasia di Montegonzi è un raro vitigno che prende il nome dalla zona di origine. È considerata un vino raro e antico per vari fattori: ristretta zona di produzione, quantità ridotte e difficoltà di vinificazione. In tempi recenti, si sta tentando di riprendere questa vecchia tradizione enologica. Le quantità prodotte rimangono comunque limitate anche perché la vinificazione di questa “malvasia” è molto particolare: il mosto fiore viene estratto per sgrondatura delle uve ”diraspate” e non per pressatura, come accade invece nel normale processo di produzione di vino rosso. Il mosto ottenuto viene fatto fermentare a temperatura controllata ed è soggetto a un paio di travasi per eliminare gli elementi in sospensione (notizie tratte dal sito del Comune di Cavriglia).
[iv] un’indistinto: nell’edizione del 1685 è scritto con l’apostrofo
[v] Ambra: vino di Creta, dall’odore di ambra, chiaro e forte, ma incapace di spegnere la sete troppo alta
[vi] Etrusca Malvagia: vino ricavato dall’uva malvasia della Toscana
[vii] Cidonio scoglio: Appartenente all’isola di Creta, detta Cidònia dal nome di un’antica località sulla costa settentrionale, vicino all’odierna Canea
[viii] rampolli: presi dallo scoglio cidonio, i  nobili germogli possano ringentilire
[ix] depor vedransi il naturale orgoglio: le viti trapiantate dall’isola Cidonia in Toscana, perdendo il naturale e primitivo sapore, avrebbero acquistato un nuovo sapore, più gentile e quindi più gradevole al palato
[x] Cervogia: birra
[xi] barbogia: rimbambita
[xii] Sidro d’Inghilterra: vino di mele, quello d’Inghilterra era considerato il migliore
[xiii] beveroni: bevande senza gusto né sapore, che si dava agli animali per farli ingrassare
[xiv] tangheri: gente villana, di costumi rozzi
[xv] ma si restin col mal die: restino col male della vita, che solo il vino può guarire
[xvi] pècchero: dal tedesco Becher, grande bicchiere
[xvii] colmo in giro: colmi fino all’orlo
[xviii] sì benigno: di un vino Albano parla anche Marziale, che lo definisce benigno
[xix] Tregozzano … Giggiano (attuale Ciggiano): sono paesi dei dintorni di Arezzo
[xx] razzente: spumeggiante
[xxi] Redi:  i vini prodotti dal Redi sarebbero quindi l’Albano e il Vaiano
[xxii] Manna dal ciel sulle tue trecce piova: riferimento a Petrarca, fiamma dal ciel sulle tue trecce piova (Canzoniere, Sonetto 136)
[xxiii] ambrosia: il vino è come il nettare degli dei, anche perché allontana i mali dall’uomo
[xxiv] ogni tua vite … nuove frondi: in Omero (Odissea, 7) le piante degli orti di Re Alcinoo sono sempre fiorite e le vigne sono cariche d’uve, con le viti in parte fiorite, in parte con uva ancora acerba, in parte con uva matura e in parte con uva già raccolta e pigiata
[xxv] un rio di latte in dolce foggia: battendo col tirso per terra le Baccanti facevano scaturire ruscelli di vino, o di latte, o di acqua
[xxvi] né pigro giel, né tempestosa piova: né gelo né pioggia ti sconvolga o ti strappi le foglie
[xxvii] druda: amante, colei che ama; qui è Aurora, o Eos, che ama Titone, figlio di Laomedonte, e lo rapisce per la sua straordinaria bellezza; per lui la dea chiese l’immortalità, e la ottenne, ma non pensò a chiederne anche l’eterna giovinezza
[xxviii] quel buon vecchio … tornerebbe in gioventù: il vecchio Titone sarebbe tornato giovane se l’amante Aurora gli avesse dato da bere una gran ciotola di vino, e quindi lo avrebbe tolto dalla sua solitudine

 

Statua di Francesco Redi nel Piazzale degli Uffizi a Firenze. Ai suoi piedi una copia di Bacco in Toscana

Statua di Francesco Redi nel Piazzale degli Uffizi a Firenze. Ai suoi piedi una copia di Bacco in Toscana

 

Tratto da:
Francesco Redi, Bacco in Toscana ; a cura di Gabriele Bucchi – Roma – Padova : Antenore, 2005 – Collezione · Scrittori italiani commentati ; 13 – [ISBN] 88-8455-592-2 · Classificazione Dewey · 851.5 (21.) Poesia italiana, 1585-1748

 

Francesco Redi (Arezzo, 18 febbraio 1626 – Pisa, 1º marzo 1697) medico, naturalista e letterato italiano

Louis Ferdinand Céline / Jacques Henri Lartigue ~ Zia Armide

 

Jacques Henry Lartigue, Mardi gras (1901)

Jacques Henry Lartigue, Mardi gras (1901)

 

Il secolo scorso, io ne so qualcosa, l’ho visto morire… Se n’è ito via lungo la strada dopo Orly… Choisy-le-Roi… Dalla parte dove abitava, ai Rungis, zia Armide, l’avola di casa nostra…

Parlava sempre, lei, di un forbicio di cose di cui nessuno si ricordava più. Sceglievamo, d’autunno, una domenica per andare a trovare, prima dei mesi più rigidi. Ci saremmo tornati soltanto a primavera, per stupirci di trovarla ancora viva…

I vecchi ricordi son tenaci… ma anche fragili, pronti a infrangersi… Sono ancor oggi sicuro che prendevamo il «tram» davanti allo Châtelet, quello a cavalli… Ci arrampicavamo coi cugini sui sedili dell’imperiale. Mio padre se ne restava a casa. I cugini scherzavano, dicevano che non ce l’avremmo trovata più zia Armide ai Rungis. Che non avendo domestica, e così sola in una palazzina isolata, si sarebbe sicuramente lasciata assassinare, che in caso d’inondazione forse saremmo stati avvertiti troppo tardi.

Così, seguendo gli argini, ci lasciavamo sballottare per tutto il tragitto, fino a Choisy. La corsa durava ore e ore. Ne potevo respirar dell’aria. Per il ritorno bisognava prendere il treno.

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Marsia

 

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Marsia detto “bianco”, scultura romana del sec.II, marmo greco, (part.) – Firenze, Galleria degli Uffizi; foto di Rendel Simonti

 

 

Quando quello sconosciuto terminò di narrare
la fine dei Lici, un altro si sovvenne del Satiro che, vinto
dal figlio di Latona in una gara col flauto di Pallade,
fu da questi punito. «Perché mi scortichi vivo?» urlava;
«Mi pento, mi pento! Ahimè, non valeva tanto un flauto!».
Urlava mentre dalla carne la pelle gli veniva strappata:
altro non era che un’unica piaga. D’ogni parte sgorga il sangue,
scoperti affiorano i muscoli, senza un filo d’epidermide
pulsano convulse le vene; si potrebbe contargli le viscere
che palpitano e le fibre che gli traspaiono sul petto.
Lo piansero le divinità dei boschi, i Fauni delle campagne
e i Satiri suoi fratelli, lo piansero Olimpo a lui sempre caro
e le ninfe, e con loro tutti quanti su quei monti
pascolano greggi da lana e armenti con le corna.
Di quella pioggia di lacrime s’intrise la terra fertile,
che in sé madida le accolse, assorbendole nel fondo delle vene;
poi mutatele in acqua, le liberò disperdendole nell’aria.
Da lui prende il nome quel fiume che tra il declinare delle rive
corre rapido verso il mare, Marsia, il più limpido della Frigia.

Ovidio, Metamorfosi 6, 382-400

 

Il mito di Marsia si presta come al solito a letture diversificate. Marsia era un satiro che aveva trovato casualmente un flauto appartenuto ad Atena, la quale però lo aveva gettato via perché mentre lo suonava le pareva che la sua immagine riflessa nell’acqua le tornasse alterata. Al contrario, Marsia da quel prezioso strumento riusciva a ricavare suoni meravigliosi che parevano sgorgare in modo spontaneo. Entusiasta della scoperta ebbe l’ardire di sfidare ad una contesa musicale Apollo, figlio di Zeus e di Latona, dio del canto e della musica, una divinità assoluta capace di liberare dal male quanto di punire con determinazione gli uomini. Fu stabilito che il vincitore avrebbe avuto il diritto di disporre del vinto come a lui pareva. Ovviamente fu un duello impari più per le forze in campo che per il suono prodotto. Qui il mito contiene delle varianti: vinse Marsia determinando la vendetta di Apollo oppure furono le Muse, chiamate a fare da arbitro, a decretare l’impossibilità di superare in bellezza il suono della cetra di Apollo. Comunque sia andata, il dio dispose una punizione esemplare e tremenda nei confronti Marsia. Infatti Apollo lo scuoiò vivo spogliandolo della sua pelle irsuta, appesa all’uscita di una caverna da cui scaturì una fonte. Il sangue, o le lacrime di chi pianse il Satiro, alimentarono così un corso d’acqua.

In quello che Blumenberg chiamava il continuo «lavoro del mito» ovvero la sua capacità di espandere e rinnovare il proprio significato simbolico e apologetico, la storia di Marsia si presta a suggestive considerazioni, oltre la sua iniziale ovvietà narrativa. Se è certamente improprio collegare il mito alla attualità dei nostri giorni, è tuttavia interessante riflettere a ciò che il mito suscita.

Il flauto, che si vuole costruito da Atena stessa, diventa uno strumento musicale impossibile da essere suonato da una divinità e solo un non dio, in questo caso un Satiro, può trarvi suoni meravigliosi: qui si può pensare alla saggezza divina che rifugge il potere corruttivo della musica, così come interpretare al tempo stesso l’incapacità divina a giungere all’estasi musicale; si può quindi pensare alla presunzione terrena di toccare vertici espressivi interdetti all’uomo, come vedere al contrario la necessità di una piena libertà artistica che non può essere sottomessa e frenata.

Nella punizione inflitta a Marsia inoltre si scontrano due opposte tendenze nel contrasto tra l’impossibilità di cambiare l’ordine delle cose e il continuo ripetersi della sfida umana contro le leggi apparentemente immutabili dell’universo. Vi sarà sempre infatti uno scarto, qui nella forma cruenta e insostenibile del sangue versato, che alimenterà la vita e sempre la ribellione e il desiderio di condivisione del bello troverà uomini disposti a raccogliere il testimone della sfida.