Una strage ~ 15. Castelnuovo dei Sabbioni: le catture (seconda parte)

 

 

Armando Pizzinato, Bracciante ucciso, 1949

Armando Pizzinato, Bracciante ucciso, 1949

 

 

Ricostruire la vicenda di Castelnuovo presenta difficoltà maggiori rispetto a Meleto, Massa dei Sabbioni e le stesse Le Màtole. Chi visita oggi questi ultimi abitati, nonostante siano trascorsi settanta anni, può “vedere” ancora la scena dell’eccidio: la struttura topografica dei paesi infatti è rimasta inalterata. Diversa è invece la situazione di Castelnuovo dei Sabbioni. Il paese non esiste più, se non nelle rovine delle case abbandonate negli anni 70 a causa dell’attività estrattiva delle miniere. Di per sé Castelnuovo era un intrico di vie che salivano attorno alle case verso la chiesa, posta nell’apice del piccolo colle: vi si giungeva dal basso, dalla strada che proveniva da San Giovanni attraverso Santa Barbara e proseguiva verso Cavriglia per una vecchia strada o, entrando fino a metà del paese, attraverso quella che si chiamava Via Nuova. La parte alta del paese era di per sé una trappola, da cui si poteva uscire scendendo verso quelle strade o entrando nella campagna che saliva verso i boschi oppure gettandosi in un dirupo che costeggiava il retro del paese. L’erta collina di Castelnuovo sta dirimpetto ad un’altra collinetta, un po’ più rialzata, San Michele in Colle, da dove alcuni testimoni poterono vedere, con la vista oscurata in parte dalle piante, le uccisioni in piazza IV Novembre. Nei pressi vi erano degli edifici residenziali di architettura fascista che erano le abitazioni del ceto dirigente della Società mineraria. Tra i due colli vi era un dirupo con una piccola diga in basso ad uso della centrale delle miniere: alcuni uomini tentarono di salvarsi gettandosi in basso, alcuni furono uccisi dall’alto, altri scamparono miracolosamente.
Nel capitolo precedente abbiamo trattato le catture dei civili catturati nella parte bassa del paese che vennero trattenuti per un piccolo lasso di tempo a ridosso del paese vecchio per poi essere condotti nella piazza sottostante la chiesa e lì uccisi. Abbiamo ipotizzato che non fu un numero prestabilito di uccisioni ad aver dettato la modalità di strage (questa “gentilezza ragionieristica” era d’altronde insignificante per i tedeschi e superata dall’imbarbarimento della guerra ai civili nell’avvicinarsi del fronte), quanto l’esigenza operativo militare stessa: se i Tedeschi avessero attuato la modalità usata a Civitella, con uccisioni diffuse e quasi casa per casa, la strage avrebbe avuto un bilancio impressionante. L’obiettivo militare tedesco comprendeva anche la distruzione delle miniere, della Centrale elettrica e del paese stesso: l’azione quindi era articolata e presupponeva una gestione complessa con un dispiegamento di forze notevole (Alarmkompanie, reparto di genieri, Feldgendarmerie e sicuramente piccole compagnie di artiglieri e granatieri). Al confronto l’operazione di Meleto fu poco più che un rastrellamento. Tuttavia, la strage di Castelnuovo (minore nel numero degli uccisi in piazza e nei dintorni rispetto a Meleto) ebbe una terrificante coda: i 68 uccisi nella piazza IV Novembre furono infatti bruciati in quella che il Sergente Maggiore Crawley chiamò un’unica e «orrenda funebre pira», il cui fuoco per tutta la giornata dovette essere alimentato di continuo con mobili e legname preso dalle case.

Armando Pizzinato, Finestra sul mare 1949-50

Armando Pizzinato, Finestra sul mare 1949-50

 

I catturati nella parte alta di Castelnuovo e Camonti. Prime uccisioni

 

I tedeschi si preoccuparono di impedire innanzitutto la fuga verso i campi dalla zona alta di Castelnuovo giungendo loro stessi a piedi dalla strada nuova proveniente da Cavriglia e occupando militarmente la zona bassa del paese, giungendo qui o dalla strada vecchia di Cavriglia o, nella direzione opposta, da Santa Barbara – San Cipriano. Sicuramente, essendo arrivati meno di quarantotto ore prima nel territorio comunale, seguivano un piano d’azione predisposto da tempo. Le donne che abitavano in questa parte del paese e che videro la prima decina di uomini controllati nella piazza IV Novembre parlarono di un orario tra le 7,00 e le 7,30 e della presenza di numerosi soldati. Rispetto a Meleto infatti spicca subito un dispiegamento di forze particolarmente massiccio.

Carolina, moglie di Mariano Borgia, un sessantunenne portalettere e barbiere di paese, era uscita di casa attorno alle 5 del mattino per “fare l’erba” per gli animali domestici, lasciando il marito a casa: quando tornò «verso le 7,00» trovò il suo uomo già prigioniero in piazza IV Novembre insieme ad altri uomini. I Borgia abitavano proprio in piazza Cesare Battisti adiacente a quello che sarà il luogo dell’eccidio. Nella dichiarazione della donna vi è un “prima”, il passaggio nella piazza dove si vedono solo i civili, e una «mezz’ora dopo», quando la donna nota la presenza di molti militari.

Lasciai mio marito in casa da solo. Verso le ore 7 della stessa mattina tornai in paese e, mentre stavo attraversando la Piazza IV Novembre, vidi mio marito in compagnia di parecchi altri uomini del paese. Gli chiesi che cos’era questa faccenda, ma lui si portò il dito alla bocca dicendo: «Zitta, zitta!». Andai a casa, ma poiché dopo una mezz’ora non era ancora tornato, feci ritorno in Piazza. Arrivato lì, notai che adesso c’erano anche parecchi soldati tedeschi. Di nuovo mio marito mi vide e mi disse di andare subito a casa. Feci così e raccolsi poche cose personali, dopo di che andai al cimitero.[1]

I civili catturati in questa piazza insieme a quelli di Camonti, praticamente una via appena fuori il paese che si collegava alle campagne e alla zona del cimitero, furono perciò i primi ad essere condotti in piazza. Anche Ernesta Pagni, sentito il trambusto fuori casa, scese verso la piazza dove trovò il marito Zanobi Borchi, ex operaio minatore in pensione di 66 anni, in mezzo ad altri uomini mentre i Tedeschi stavano già piazzando una mitragliatrice a 18 metri di distanza dal contrafforte. La sua testimonianza doveva essere stata assai significativa se fu una delle poche ad essere raccolte nel cosiddetto Rapporto Stump, la primissima inchiesta fatta dagli Alleati alla fine dello stesso mese di luglio.[2]

Anche Ferdinando Tilli, esercente nel paese di 55 anni che era stato Segretario del Fascio, abitava nella piazza Cesare Battisti. Aveva con sé la tessera del partito Fascista Repubblicano, ma ai Tedeschi importò poco. La moglie Fortunata, passando dal contrafforte notò lì «circa altri dieci uomini del paese».[3]

La testimonianza di Corradina,[4] sorella di Amato e zia di Adelmo Lucherini, ci fa intuire particolari che rimarranno sconosciuti. La donna infatti racconta che suo fratello e il figlio di questi furono catturati nella sua casa. Amato Lucherini, sorvegliante presso la Società Mineraria del Valdarno di 62 anni, non fu ucciso in piazza, come suo figlio Adelmo, un trentasettenne operaio meccanico della Società mineraria, ma nel borro Pianale che divideva la costa di Castello da quella di San Michele in Colle (detto anche il Berti): da questa località e da Camonti fu visto essere ucciso dai Tedeschi. Evidentemente ad un certo punto deve aver eluso la vigilanza, tentando di fuggire e inseguito fu freddato.

Anche Remigio Neri, un addetto ai trasporti con cavalli per la Mineraria di 66 anni, nel tentativo di scappare sul retro della casa e nascondersi nel burrone sopra la diga, viene ucciso da un soldato. La moglie Anita disse agli Inglesi di averlo visto scendere «gli scalini, nel retro della casa, per andare a nascondersi nel dirupo»[5], prima che lei si dirigesse in un’altra direzione verso la campagna. A sua volta il figlio, Rolando Neri, 32 anni e impiegato presso l’Ufficio piazzali della Società Mineraria, era uscito attorno alle 7.00 in bicicletta da casa e sicuramente fu tra i primi ad essere catturato.[6]

 

Neri Remigio fu uno dei primi ad essere ucciso, insieme a Amato Lucherini. Questi colpi sparati contro loro crearono sicuramente allarme e terrore in tutta la zona circostante. Un altro uomo da lì a poco fu ucciso  in una zona non molto distante, detta Il Colto: si tratta di Sabatino Pieralli, un colono di 60 anni del podere Casini, che la S.I.B. tuttavia non censì. Con molta probabilità furono i soldati usciti da Castelnuovo in direzione di Massa ad ucciderlo (si veda la testimonianza di Giuliano Pagliazzi in PMNSC: 47): sarà uno dei pochi ad essere sepolto al cimitero scampato allo scempio della lunga putrefazione della piazza.

La violenza del rastrellamento come appariva da San Michele in Colle sarà testimoniato da Sara Baldini (PMNSC: 174) la quale disse: «tutti scesero da quella stradina e li portarono tutti in piazza. Tanto più che si vedeva, con il calcio del fucile, che picchiavano qualcuno».

Alcuni catturati attorno a Camonti scompaiono nel nulla, come il quarantottenne operaio Agostino Burbui o Adolfo Zangheri, un fabbro di 55 anni di San Giovanni sfollato a Castelnuovo.

Giuseppe Bonci riuscì a fuggire dopo essere stato catturato, anche se la sua vicenda non ebbe il rilievo come quella di coloro che riuscirono a trovare scampo dalla piazza IV novembre. In una testimonianza raccolta da Emilio Polverini nell’aprile 1994, Danilo Bonci racconta la vicenda di questo gruppo di uomini catturati a Il Casale. Questo piccolo gruppo di abitazioni si trovava fuori il paese ma vicino a quella via di Camonti che portava alla piazza dell’eccidio. Mentre alcuni uomini sono riusciti a nascondersi nei campi circostanti, Giuseppe Bonci e il padre Vittorio sono catturati e condotti lungo la strada che porta al paese; insieme a loro è stato preso anche Adolfo Zangheri. Lo zio di Giuseppe, Adolfo Bonci si trova già al lavoro nei campi e accortosi della presenza dei Tedeschi ritorna a casa ad avvertire il figlio Fortunato (chiamato Mario). Nel tentativo di fuga i due vengono catturati dai soldati, ma permettono la fuga dello stesso Giuseppe che approfitta del momento di confusione. Giuseppe Bonci, catturato ancora in pigiama, riuscì a tornare a casa, vestirsi e di nuovo raggiungere i compagni nascosti nelle vicinanze.[7]

Alla fine saranno tre uomini della famiglia Bonci ad essere portati a forza nella vicina piazza: i due anziani fratelli, Adolfo Bonci di 77 anni e Vittorio Bonci di 84 anni, insieme al figlio di uno di loro, Fortunato, un trentaquattrenne impiegato tecnico e vice direttore della Miniera “Le Carpinete. Pia Bonci, figlia di Adolfo, seguì il corteo a distanza, mentre il padre le gridava di scappare: la ragazza è incerta, torna per un po’ a casa dalla madre invalida, ma poi si avvicina di nuovo alla piazza, in posizione elevata rispetto a essa e poco dietro la mitragliatrice già piazzata.[8]

Ci avviciniamo alle ore 8,00 quando i fratelli Pilade Camici, 61 anni, muratore presso la Società Mineraria, e Angiolo Camici, calzolaio di 57 anni, sono presi nelle loro abitazioni. Sempre Sara Baldini (PMNSC: 174) nel raccontare quello che ha visto da S. Michele in Colle, lo riconosce come se fosse stato catturato in negozio: «il babbo di Gostino, si vedeva, perché faceva il calzolaio, aveva le ciabatte di stoffa che teneva lì in bottega …». La moglie di Angiolo invece disse agli inglesi:

(…) due soldati tedeschi entrarono in casa e, senza dare spiegazione, portarono mio marito fuori di casa. Nel seguirli, vidi uno dei soldati entrare in casa di mia cognata, Assunta Filandi, che abita qui accanto. Poi udii il rumore di colpi di pistola proveniente dalla casa di mia cognata e poco dopo vidi il soldato uscire di casa e raggiungere il suo camerata che deteneva mio marito. Poi i due soldati scortarono mio marito verso la principale piazza del paese, ossia Piazza IV Novembre. Quella fu l’ultima volta che vidi mio marito vivo e da allora non ho più visto o sentito nulla di lui.[9]

Secondo Assunta Camici, moglie di Roberto Filandi, un invalido di 74 anni, zoppo a causa di una paralisi, la donna aveva lasciato il marito a letto per andare a visitare un’amica fuori dal paese. La donna, tornata a casa lo trovò ucciso e riverso sulla finestra; da lì nacque il racconto che fosse stato ucciso dalla strada.[10] L’uomo sarà seppellito il 9 luglio, due giorni prima del trasporto collettivo dei cadaveri, insieme a Sabatino Pieralli.

La testimonianza di Arduina Beni, una donna di 39 anni, figlia di Giovanni Beni, altro uomo anziano di 79 anni, che nella vita era stato Sorvegliante di miniera, è nell’insieme di quelle relative a Castelnuovo una delle più importanti perché nel tentativo di seguire le sorti del padre, Arduina si posizionò sul muretto prospiciente la chiesa posta in alto del paese e da lì assistette all’esecuzione degli uomini. Il Beni in realtà fu catturato fuori il paese quando era insieme alla moglie, che tornata a casa avvertì la figlia.

Ero qui in casa quando mia madre, che quella stessa mattina molto presto aveva accompagnato mio padre presso un nostro pezzo di terra nelle vicinanze del cimitero, ritornò per dirmi che il babbo era stato arrestato da alcuni soldati tedeschi. Mi disse anche che i soldati lo avevano portato in Piazza IV Novembre, la piazza del paese.[11]

A Castelnuovo sono molti gli uomini anziani uccisi. Tra di loro Domenico Biagini, di 86 anni, che abita fuori paese e visti i soldati dice alla moglie di andare spontaneamente a vedere cosa succede, come spinto da curiosità. Siamo già oltre le 8,00 del mattino: «Incuriosito, si allontanò da casa, dicendo che andava in paese per vedere cosa stava succedendo. Fu l’ultima volta che vidi mio marito vivo e da allora non ho più visto o sentito nulla di lui[12]

Anche a San Michele in Colle, punto di osservazione sul paese, furono presi due uomini. Giulio Balbetti, un settantatreenne colono della Società mineraria Piandicolle, e Armando Lari, operaio nelle miniere di 56 anni. Il Balbetti è già stato fuori a lavorare nella vigna e rientrato a casa non fa neppure a tempo a togliersi il suo grande cappello di paglia dalla testa quando tre soldati irrompono nell’abitazione chiedendogli qual’era la strada migliore per giungere in paese. L’uomo li «accompagna» con il fare tranquillo di chi non si aspetta niente: le donne di casa lo vedranno più volte nella piazza laggiù, in mezzo agli altri uomini, con quel suo grande cappello di paglia.

Il Lari invece tentò di nascondersi. Si sentivano già dei colpi sparare, forse sono le prime uccisioni del Lucherini, del Neri o del Filandi. La moglie Anastasia raccontò:

Verso le ore 7,30 del mattino, ero in casa con mio marito, quando la nostra attenzione fu attratta in direzione del paese, da dove si sentirono sparare alcuni colpi. Mio marito pensò che fosse uno scontro fra Tedeschi e alcuni Partigiani. Pensò che sarebbe stato meglio andare a nascondersi, nel caso fosse seguito un rastrellamento. Io andai a lavorare nel campo di fronte alla casa, mentre mio marito rimase nascosto in cantina. Stavo in realtà in guardia verso il paese per vedere cosa stava succedendo. Dalla mia posizione nel campo, la casa era parzialmente nascosta dagli alberi alla mia vista. Dopo circa una mezz’ora, fui sorpresa nel vedere mio marito in compagnia di quattro soldati tedeschi che camminavano in direzione della strada per Castelnuovo. Quella fu l’ultima volta che vidi mio marito vivo. Da allora non ho più visto o sentito nulla di lui.[13]

Estevan Nannoni e Nello Donati abitavano nella stessa via a pochi metri di distanza l’uno dall’altra. Non furono catturati insieme ma insieme tentarono, una volta catturati, di fuggire all’uccisione. Estevan era un operaio minatore di 30 anni e fu la madre ad avvertirlo la mattina dell’arrivo dei Tedeschi: la donna sarà protagonista a tre giorni dalla strage di una disperata richiesta di recupero del corpo del figlio.[14] Nello invece ha 65 anni ed è stato operaio alla segheria della Mineraria: la notte l’ha passata con le due figlie in un fienile fuori paese e verso le 7 decide di andare al negozio della figlia. Presto le donne saranno avvertite di quanto sta accadendo ma è troppo pericoloso rientrare in paese.[15] Nel frattempo l’uomo insieme ad altri e nonostante la non più giovane età decide insieme ad altri uomini di gettarsi dalla piazza verso la diga sottostante: alcuni ce la fanno, Estevan e Nello furono colpiti dall’alto dai soldati appostati nella piazza: il recupero dei loro corpi sarà molto difficile.

Tra chi si salvò c’era un giovane di 17 anni, Aldo Dini, che sarà un testimone eccezionale di tutti i fatti di Castelnuovo. Come si è visto, la situazione in questa parte del paese, così a ridosso della piazza e al tempo stesso così prossima alla campagna, finì per determinare molta indecisione nel dover scegliere tra la fuga e il consegnarsi spontaneamente. Aldo Dini, che aveva già iniziato a lavorare nella miniera, fu svegliato dalla madre che aveva sentito i colpi di fucile dei Tedeschi: subito cercò riparo in un anfratto della casa dove trovò Adolfo Cavicchioli, un macchinista delle locomotive della miniera di 41 anni, che abitava nello stesso edificio. Il Cavicchioli, che è rientrato in casa dopo essere uscito per andare al lavoro e ha visto i Tedeschi frugare nelle case, teme più il nascondersi del fuggire e decide di consegnarsi ai tedeschi: Aldo invece resiste ancora al cedimento (PMNSC: 114).[16] Rientra in casa perché non sente più gli spari.

Poco dopo cominciai a pensare che mia madre si era preoccupata senza necessità, poiché non udivo il rumore di altri spari. Allora tornai in casa. Nel guardare fuori da una delle finestre di casa, vidi però dei soldati tedeschi che frugavano, casa per casa, le abitazioni vicine. Cambiai di nuovo decisione, pensando che sarebbe stato meglio essere trovati fuori che in casa e lasciai di nuovo la casa. Allora entrai nella Piazza IV Novembre, dove erano radunati un gruppo di uomini del paese: c’era un Ufficiale tedesco e parecchi soldati tedeschi con loro. In quel momento non avevo motivo di temere che mi potesse succedere qualcosa di male, ma non avevo neppure idea del motivo per cui i miei compaesani erano stati radunati lì. [17]

Nello stesso palazzo del Dini e del Cavicchioli, vivevano anche le famiglie di Teodosio Rossinelli, un uomo di trentasette anni che aveva fatto il sarto ma ora aveva trovato impiego all’Ufficio piazzali della Mineraria, e Fedele Trefoloni, cinquantaseienne commesso alla Cooperativa di Consumo del paese. Teodosio si nascose nelle cantine insieme alla moglie, che ad un certo punto salì in casa a prendere delle coperte, e, tornata, non ritrovò più il marito.[18]  Il Trefoloni invece viene catturato in casa. [19]

 

Armando Pizzinato, Un fantasma percorre l'Europa, 1950

Armando Pizzinato, Un fantasma percorre l’Europa, 1950

 

Le vie interne al paese alto

 

Attorno alla piazza IV novembre e alla chiesa del paese, nell’intrico di vie sono prelevate un’altra decina di uomini. Tra loro il parroco e un giovane seminarista che avrebbe compiuto diciassette anni poche settimane dopo. Ivo Cristofani, infatti studiava nel Seminario di Fiesole per divenire prete ed in quel periodo era a casa per le vacanze estive e, soprattutto, per l’imminente passaggio del fronte di guerra. Si trovava in chiesa quando arrivarono i Tedeschi e corse immediatamente alla casa vicina della madre per avvertirla. Il babbo è fortunatamente a lavorare in campagna. Decisero di andare verso il cimitero e mentre l’una s’attarda a prendere alcune provviste, Ivo porta con sé la sorella più piccola. Guglielma Cristofani, quando passa nella piazza lo trova insieme a tutti gli altri uomini: ha lasciato la sorella ad alcuni vicini di casa[20]

A sua volta il parroco, Don Ferrante Bagiardi, 48 anni, com’è inevitabile, era destinato a diventare un protagonista della giornata, dovendo porsi per forza di cose nel mezzo tra i tedeschi e gli uomini che chiedono un suo intervento. Tratterà con l’Ufficiale capo, consolerà i disperati, otterrà di impartire la Comunione agli uomini addossati al muro. Così raccontò la perpetua Flavia Bruni:[21]

Sono la perpetua del Parroco Don Ferrante Bagiardi e sono stata impiegata in quest’attività negli ultimi 23 anni. Verso le ore 8 del mattino del 4 Luglio 1944, stavo sbrigando le faccende domestiche quando mi ritrovai in casa due soldati tedeschi. Mi chiesero se, oltre al Prete, in casa c’erano altri uomini ed io risposi che certamente non c’erano. Malgrado ciò, frugarono dappertutto e poi ordinarono al Prete di scendere giù in Piazza IV Novembre con loro. A me ordinarono di andarmene via in campagna, cosa che io feci prontamente. Mentre lasciavo la casa per andare in campagna, potei vedere parecchi uomini del paese radunati nella Piazza sottostante. Il Prete stava leggendo ad alta voce, agli uomini, da un libro di preghiere. Quella fu l’ultima volta che vidi Ferrante Bagiardi vivo e da allora non ho più visto o sentito nulla di lui.

La storia della famiglia di Primo Trefoloni è drammatica. Primo, un operaio di 57 anni, è il primo di tre fratelli. I soldati entrano in casa e dicono a lui e alla moglie di lasciare la casa: in realtà non hanno possibilità di fuggire perché subito sono divisi. I fratelli di Primo Trefoloni, Dario di 43 anni e Ponfredo di 46 anni, abitano a Le Màtole, quel giorno si salvarono, ma saranno uccisi l’11 luglio.

In via dello Sportico sono presi nelle proprie abitazioni Angiolo Zeni, un operaio pompista nelle gallerie di 59 anni che è appena rientrato dal turno di notte,[22] e Nello Venturi, un operaio minatore di 35 anni che era rientrato in paese da pochi giorni dalla casa del suocero nei monti del Pratomagno per prendere dei vestiari e altre cose.[23] Nella stessa via era invece sfollato da Santa Barbara Guido Trefoloni, capo minatore di 35 anni. È uscito con la moglie a fare compere ed è fermato sulla strada.[24]

Nelle abitazioni di via 11 Febbraio fu preso un altro operaio minatore, Martino Piccioli, di 63 anni. La moglie Angiolina, nonostante i soldati abbiano minacciato lei e le sue figlie, fa un ultimo tentativo e «verso le 9» scende nella piazza. Questa volta i Tedeschi la allontanano con la forza.[25] Mario e Massimo Tricoli, due giovani napoletani, di 27 e 25 anni, militari della Marina che dopo l’8 settembre non hanno potuto fare ritorno al Sud, sono sfollati a Castelnuovo, uno da Livorno e l’altro da La Spezia. La moglie di Mario, Lidia Piccinotti, attende un figlio che partorirà il 18 luglio. Tutti quanti tentano di nascondersi nel retro della casa, ma sono scovati. Quando Lidia passa dalla piazza il marito le chiede di portargli i documenti: saranno inutili.[26]

Via Vittorio Veneto era la via che conduceva alla piazza IV Novembre: qui venne preso Vittorio Garzonetti, un esercente di 74 anni[27] e Antonio Ciambellini, un sorvegliante della Miniera di 64 anni, il quale era andato a trovare la nipote Giuseppina: la donna seguì lo zio fino in piazza dove notò una decina di soldati tutti «in tuta mimetica».[28]

Infine, dal centro del paese fu catturato Giuseppe Polverini, impiegato all’Ufficio Magazzino presso la Società Mineraria del Valdarno di 39 anni. Giuseppe Polverini infatti era il padre di Emilio che è stato lo storico locale che ha raccolto testimonianze e ha mantenuto la memoria delle stragi: era presente al momento della cattura e ha quindi raccontato con più dovizia di particolari quei momenti (Intervista a E. Polverini di D. Priore, PMNSC: 125). Tentò di nascondersi nella propria abitazione, ma poi con la famiglia decide di uscire e cercare scampo nelle campagne, ma viene subito fermato e inviato da un Tedesco verso la Piazza. La moglie Giorgina indicò la cattura attorno alle 8,30.

In PMNSC sono trascritte alcune delle testimonianze raccolte dal figlio Emilio prima che il documento PRO fosse conosciuto: si può dire che trapela più volte da parte del Polverini la “preoccupazione” che il padre sia stato catturato molto a ridosso della fucilazione e quindi possa essere stato ucciso quando un gruppo già consistente era stato fucilato. Le testimonianze di Dario Ussi e Arduina Beni tuttavia fanno ritenere che il padre arrivò, pur negli ultimi momenti, ma prima l’inizio dell’eccidio.[29]

 

Armando Pizzinato, Cantiere marittimo, 1949-50

Armando Pizzinato, Cantiere marittimo, 1949-50

 

Il rastrellamento ai Villini

 

Appena fuori il paese vi erano un gruppo di case residenziali di architettura moderna, chiamato I Villini, dove abitavano dirigenti, tecnici e impiegati della Società Mineraria. Qui furono prelevati 15 uomini e scortati fino alla piazza. Tra di loro un uomo di sessantadue anni, Dario Ussi, riuscì a salvarsi gettandosi dal muretto verso il dirupo. La sua testimonianza, insieme a quella di Aldo Dini, è quella dello scampato che grazie alla grande prontezza di riflessi e coraggio, tentò una fuga apparentemente impossibile e ardua per un uomo di quella età. Dai Villini, che si trova in posizione dominante rispetto al versante est della vallata, ha notato il fuoco che già si alza dal paese di Meleto e sente i primi spari provenienti da là: ha subito chiare le intenzioni dei Tedeschi e questo sicuramente accrebbe la propria determinazione a tentare il tutto per tutto. Forse tale consapevolezza mancò ad altre persone, sebbene attorno a Camonti molti abbiano udito colpi di fucile contro il Neri, il Lucherini, il Pieralli e il Filandi; ma, al tempo stesso, si può dire che l’azione militare avviene con un dispiegamento di forze notevole ed una velocità di esecuzione tale da impedire decisioni fredde. Qui è importante notare che tra le persone da lui indicate come catturate a i Villini manca proprio il figlio Oscar, sul quale lui infatti pesa il sospetto di un’uccisione tardiva.

verso le ore 8, ero sul piazzale davanti alla mia casa, quando vidi, in lontananza, del fumo alzarsi da dietro il paese di Meleto: si udivano anche spari di fucile. Poco dopo vidi parecchi soldati tedeschi arrivarono verso le nostre case. Erano armati di fucili e, raggiunto il piazzale, si divisero in più gruppi e entrarono nelle case dei miei vicini. Uno dei soldati mi vide fermo sul piazzale e mi gridò di andare giù da lui. Quest’uomo parlava bene l’italiano: mi avvicinai a lui e mi disse che mi avrebbe portato in paese  dal suo comandante. Poi dalle case uscirono i soldati con parecchi uomini del posto, tra questi c’erano Giovanni Pasinetti, Giorgio Cavalli, Otello Giuffredi, Federigo Biancalani, Girolamo Periccioli e Silla Saggioli. Fummo tutti scortati dai soldati verso Piazza IV Novembre, che è la principale piazza del paese. Arrivati li, vi trovammo circa 60 uomini del paese, allineati in tre file con le loro schiene verso il muro ai piedi del contrafforte della chiesa. (…)[30]

I vicini che Ussi riconosce erano Giovanni Pasinetti, un geometra, impiegato alla Società Mineraria, di 28 anni, che in quel periodo era malato («Niente malate», disse alla moglie che ne implorava il rilascio il tedesco che lo catturò)[31]; Giorgio Cavalli, un trentottenne ingegnere minerario; Otello Giuffredi, impiegato alla Miniera Piandicolle di 33 anni di età; Federigo Biancalani, geometra, capo servizio Gallerie, anch’egli trentatreenne; Girolamo Periccioli, 68 anni e residente a Firenze dove era stato Cancelliere Capo del Tribunale Militare ed era sfollato dalla figlia a Castelnuovo; Silla Saggioli, che aveva 45 anni di età ed era impiegato Capo magazziniere presso la Società Mineraria.

Tutti gli orari indicati parlano di un’ora tra le 8 e le 8,30: questi civili arriveranno perciò quando i catturati nella parte bassa e in quella alta del paese sono già addossati al muro. Inoltre da i Villini, altri uomini furono condotti in piazza singolarmente o a due. È il caso di Aldo Baldassini, operaio meccanico alla Mineraria di 49 anni e il padre, Augusto Baldassini, pensionato di 74 anni.[32] Anche Giovanni Mercante, Colonnello dell’Esercito a riposo sfollato da Napoli dal figlio Ugo, Ingegnere capo della Società Mineraria, è un settantenne non in grado di badare a se stesso e costretto a lasciare la casa, giungerà in piazza con la vestaglia e le pantofole. Non sappiamo invece se Angiolo Cottoni, un pensionato che aveva fatto l’armatore ferroviere della Società Mineraria del Valdarno, sia stato catturato ai Villini: quella mattina infatti era sceso da Massa dove tutta la famiglia aveva sfollato per occuparsi alcuni lavori intorno alla loro casa dei Villini.

 

Armando Pizzinato - I difensori delle fabbriche

Armando Pizzinato – I difensori delle fabbriche

 

Le ultime vittime

 

Sempre dai Villini giunsero in piazza altri tre uomini, per i quali i familiari indicarono attorno alle 9 l’ora della loro cattura: questo può far pensare che siano arrivati quando la carneficina era già iniziata e siano stati uccisi al di fuori del grosso raggruppamento. Si tratta di Brunetto Secciani, un elettricista della Mineraria di 39 anni,[33] Oscar Ussi, operaio di 33 anni figlio di Dario, e Carlo Bonadiman, elettrotecnico capo officina di 57 anni. Secondo alcuni cittadini di Castelnuovo Oscar Ussi fu ucciso dopo che il grosso dei civili era già stato ucciso, tale da far credere che l’eccidio sia avvenuto in due esecuzioni distinte.

Anche del macellaio del paese, il sessantaseienne Annibale Boni, si è sempre detto che fosse stato ucciso a strage ultimata: il suo corpo infatti fu l’unico che si mantenne indenne dalle fiamme del fuoco.

 

Armando Pizzinato, Dal giardino di Zaira (1963)

Armando Pizzinato, Dal giardino di Zaira (1963)

 

La Comunione nella piazza e la vita oltre il burrone

 

Ore 9,30

 

Arrivati alle 9, 15-9,30 il tragico epilogo si sta per compiere. Queste alcune testimonianze:

I soldati tedeschi fecero stare mio marito e gli altri civili vicino al muro all’estremità della Piazza. A quel punto cominciai a spaventarmi e lasciai la Piazza accompagnata da altre donne del paese. Andammo in un campo presso il cimitero per nasconderci ai Tedeschi. (Nazarena Pierazzi).

Verso le ore 9 ritornai di nuovo da mio marito nella piazza, ma questa volta c’erano molti più uomini di quanti ce n’era la prima volta. Vidi anche una mitragliatrice vicino alla Piazza. Non posso ricordare che tipo di uniformi stessero indossando i Tedeschi, anche perché era l’ultima volta che vedevo mio marito vivo. (Carolina Borgia)[34]

 

Lasciai immediatamente casa e mi precipitai sul muretto di fronte la nostra chiesa, che si affaccia proprio sopra la Piazza IV Novembre. E’ una posizione favorevole per guardare sulla Piazza, e da lì vedevo mio padre insieme a circa altri 50 civili, tutti uomini, compreso il nostro Parroco Don Ferrante Bagiardi.[35] C’erano parecchi soldati tedeschi che tenevano sotto controllo gli uomini e sembravano sotto il comando di un Ufficiale tedesco che se ne stava un po’ distante dagli altri. Gridai per attrarre l’attenzione di mio padre che guardò in su ed evidentemente mi riconobbe, poiché gridò a sua volta dicendomi di andare via. Poi vidi il Prete che distribuiva la Comunione agli uomini che si radunarono intorno a lui, mentre i soldati sistemavano una mitragliatrice a circa 18 metri di distanza, puntata contro di loro. Dopo di questo persi tutto il coraggio e non potei più resistere, scappando di corsa verso casa. Appena entrata, iniziai a udire il rumore di parecchie raffiche di mitragliatrice. (Arduina Beni)[36]

 

(…) Poi vidi il Parroco Don Bagiardi somministrare la Comunione agli uomini allineati. Vidi anche una mitragliatrice piazzata a circa 23 metri da questi uomini, puntata nella loro direzione. Alcuni soldati manovravano questa mitragliatrice sotto il comando di un Ufficiale che stava in piedi lì vicino. I soldati che mi avevano portato insieme agli altri sei uomini nella piazza ci ordinarono di unirci alle file degli uomini allineati. Feci finta di obbedire, ma all’improvviso feci uno scatto verso un muro sul lato sinistro della piazza. Saltai al di là verso il burrone, 4 metri e mezzo più in basso. Anche altri mi seguirono. I soldati, furono colti di sorpresa, e poi cominciarono a sparare giù verso il burrone, ma fui abbastanza fortunato da evitare i loro colpi. Alla fine cessarono di sparare e io rimasi nascosto nel burrone.[37] Poco dopo udii il crepitio di parecchie raffiche di mitragliatrice, proveniente dalla Piazza, seguito da forti grida di persone disperate. Ancora più tardi il fumo iniziò ad alzarsi dalla Piazza. Di nascosto usci dal riparo e, attraverso i boschi circostanti, ritornai verso casa, informando parecchi parenti dei miei vicini della sorte dei loro mariti e figli. Fra gli uomini radunati in Piazza IV Novembre, a parte gli uomini che mi avevano accompagnato lì, prima della mia fuga, vidi e riconobbi i seguenti: Rolando Neri, Teodosio Rossinelli, Fedele Trefoloni, Primo Trefoloni, Fortunato Bonci, Nello Grazzini, Ferdinando Tilli, Gualtiero Camici, Andrea Borgogni, Araldo Foggi, Vittore Garzonetti, Anselmo Ciambellini, Amato Lucherini,[38] Luigi Pierazzi, Domenico Biagini, Zanobi Borchi, Angiolo Zeni, Nello Donati, Giuseppe Polverini, Augusto Baldassini, Aldo Baldassini, Angiolo Cottoni, Estevan Nannoni, Giovanni Mercante, Guido Trefoloni, Ivo Cristofani, Ferruccio Abrate. Non sono a conoscenza di audizioni o processi fatti dai Tedeschi a questi uomini. Non sono in grado di descrivere l’Ufficiale tedesco che io vidi in Piazza IV Novembre il 4 Luglio 1944. La sola descrizione, dei soldati che io vidi a Castelnuovo in quella data, che io posso darvi è che tutti loro apparivano vestiti in completo mimetico. (Dario Ussi)[39]

 

Dopo un po’ una Suora venne nella Piazza, portando, dalla chiesa, la sacra pisside che consegnò al nostro Parroco Don Bagiardi. Il Prete parlò con l’Ufficiale tedesco a proposito della sorte dei compaesani, ma, a quanto pare, questa era già decisa poiché il Prete ci incoraggiò a rassegnarci al nostro destino, siccome aveva appreso dall’Ufficiale tedesco che tutti noi saremmo stati fucilati. Il Prete rimase calmo, facendoci coraggio e poi amministrò la Comunione. Quando ebbe finito, i soldati tedeschi cominciarono ad allinearci contro il muro sotto i contrafforti della chiesa. Io mi mossi per mettermi in fila con il resto degli uomini, ma in quel momento notai che il portone di ingresso di una casa vicina era aperto e immediatamente mi infilai attraverso a questo portone. Penso che qualcun altro abbia tentato di seguire il mio esempio, ma non sono completamente sicuro.[40] Attraversai la casa in direzione del retro dove sapevo che un burrone si sprofondava lì vicino. Mi lanciai giù nel burrone e mi nascosi lì. Allora vidi altri compaesani saltare al di là di un muro[41] il quale corre di fianco alla casa attraverso la quale ero scappato. Però, penso che i Tedeschi abbiano fucilato queste persone, prima che potessero scappare. Dopo un poco, partii dal burrone verso i monti circostanti, dove restai nascosto per circa 20 giorni. Ritornai a Castelnuovo per scoprire che le truppe inglesi lo stavano occupando. Vidi e riconobbi i seguenti uomini radunati nella Piazza IV Novembre, sotto il controllo dei Tedeschi, prima della mia fuga: Rodolfo [Adolfo] Cavicchioli, Teodosio Rossinelli, Fedele Trefoloni, Mariano Borgia, Nello Grazzini, Don Ferrante Bagiardi, Ferdinando Tilli, Girolamo Periccioli, Federigo Biancalani, Giovanni Pasinetti, Otello Giuffredi, Giorgio Cavalli, Estevan Nannoni, Santo Grillo, Domenico Minenna, Ivo Cristofani. Non sono in grado di descrivervi l’Ufficiale tedesco e i soldati che io vidi sorvegliare i miei compaesani nella Piazza. La sola cosa che notai fu che tutti indossavano uniformi mimetiche. Per quanto ne so, i Tedeschi non spiegarono perché essi avevano intenzione di fucilare gli uomini radunati nella Piazza. Non sono a conoscenza di processi o audizioni. (Aldo Dini)[42]

 

note:

 

[1] Dichiarazione del 21 Settembre 1944 di Carolina Mugnai coniugata a Mariano Borgia.
[2] Dichiarazione del 31 Ottobre 1944 di Ernesta Pagni coniugata a Zanobi Borchi.
[3] Dichiarazione del 31 Ottobre 1944 di Fortunata Bernardi chiamata Diana e coniugata a Ferdinando Tilli.
[4] Dichiarazione del 19 Settembre 1944 di Corradina Lucherini.
[5] Dichiarazione del 13 Settembre 1944 di Anita Neri.
[6] Dichiarazione del 21 Settembre 1944 di Anita Neri.
[7] Dichiarazione del 28 Ottobre 1944.
[8] Dichiarazione del 28 Ottobre 1944.
[9] Dichiarazione del 26 Ottobre 1944 di Brunetta Zeni coniugata a Angiolo Camici.
[10] Dichiarazione del 26 Ottobre 1944 di Assunta (Assuntina) Camici coniugata a Roberto Filandi.
[11] Dichiarazione del 2 Novembre 1944 di Arduina Beni.
[12] Dichiarazione del 23 Settembre 1944 di Maddalena Venturi coniugata a Domenico Biagini.
Il vecchio Biagini, dopo Luigi Siberio Innocenti di Meleto, che aveva 88 anni, è il più anziano tra gli uccisi negli eccidi di Cavriglia. Riguardo all’età degli uccisi si può dire a Castelnuovo furono uccise persone di età più anziana rispetto a Meleto. Infatti se a Meleto furono 23 gli uomini di età compresa tra i 61 e gli 88 anni (pari al 25% del suo totale) a Castelnuovo, aggiungendo anche i successivi uccisi de Le Màtole dell’11 luglio, peraltro tutti sotto i 50 anni, questi furono 41 (pari al 49%). In linea generale quindi a Meleto furono uccisi più giovani, anche se nella totalità della strage la fascia di età più colpita fu quella tra i 31 e i 40 anni.
[13] Dichiarazione del 28 Settembre 1944 di Anastasia Beni coniugata a Armando Lari.
[14] Dichiarazione del 15 Settembre 1944 di Isolina Perini coniugata Nannoni.
[15] Dichiarazione del 21 Settembre 1944 di Lola Donati coniugata Rejnaldi che testimonia per il padre Nello Donati.
[16] Dichiarazione del 18 Ottobre 1944 di Fanny Neri coniugata con Adolfo Cavicchioli.
[17] Dichiarazione del 6 Dicembre 1944 di Aldo Dini.
[18] Dichiarazione del 4 Dicembre 1944 di Lara Neri, chiamata Sveda, che testimonia per il marito Teodosio Rossinelli.
[19] Dichiarazione del 4 Dicembre 1944 di Giorgina Bernardi coniugata a Fedele Trefoloni.
[20] Dichiarazione del 21 Settembre 1944 di Guglielma Luzzi chiamata Fortunata, madre di Ivo Cristofani.
[21] Dichiarazione del 19 Settembre 1944 di Flavia Bruni.
[22] Dichiarazione del 21 Settembre 1944 di Angiola Margheri coniugata a Angiolo Zeni.
[23] Dichiarazione del 22 Settembre 1944 di Annunziata Brandi coniugata a Nello Venturi.
[24] Dichiarazione del 25 Settembre 1944 di Elisa Dallan coniugata a Guido Trefoloni. Il nome di Guido Trefoloni è nella lapide di Meleto, forse perché abitante della vicina Santa Barbara, a sostituzione dell’ignoto di San Martino di Pianfranzese.
[25] Dichiarazione del 21 Settembre 1944 di Angiolina Sangalli coniugata a Martino Piccioli.
[26] Dichiarazione del 21 Settembre 1944 di Lidia Piccinotti coniugata a Mario Tricoli; testimonia anche per il cognato Massimo Tricoli.
[27] Dichiarazione del 29 Settembre 1944 di Elvira Tognazzi coniugata a Vittore Garzonetti.
[28] Dichiarazione del 25 Settembre 1944 di Giuseppina Morrocchi coniugata a Corrà che testimonia per lo zio Antonio Ciambellini.
[29] Dichiarazione del 12 Settembre 1944 Giorgina Grigioni coniugata a Giuseppe Polverini.
[30] Dichiarazione del 2 Novembre 1944 di Dario Ussi.
[31] Dichiarazione del 6 Dicembre 1944 di Santa Tilli coniugata a Giovanni Pasinetti.
[32] Dichiarazione del 19 Settembre 1944 di Luigia Merluzzi coniugata con Aldo Baldassini.
[33] Dichiarazione del 20 Ottobre 1944 Rina Biagioni coniugata a Brunetto Secciani. Cfr anche Giuseppe Fratini in PMNSC: 107.
[34] Dichiarazione del 21 Settembre 1944.<
[35] Sulla figura di Don Ferrante Bagiardi, vedi Macucci (1994: 13-48).
[36] Dichiarazione del 2 Novembre 1944. Anche Arduina Beni fu testimone diretta del concentramento in piazza pochi attimi prima la fucilazione; mentre Pia Bonci partecipò alla scena avendo i civili di fronte e quindi alle spalle della mitragliatrice, la Beni si trova in alto poco sotto la Chiesa. La sua testimonianza è importante perché indica 22 nomi su una cinquantina che corrispondono sia a catture del concentramento iniziale di via Garibaldi nella parte bassa di Castello, sia a individui della parte alta e degli abitati appena fuori, sia il grosso dei civili catturati ai Villini. Il numero di coloro che eventualmente furono uccisi come coda alla grande fucilazione, di cui si è sempre discusso a Castelnuovo, in base a quanto affermò la Beni si riduce a poche unità. Per quanto riguarda invece l’Ufficiale, che nel pomeriggio entrerà in casa della Arduina Beni, rimangono dei dubbi che sia effettivamente il Comandante.<
[37] Contrariamente a quanto era noto fino a ora, gli uomini in quel momento non erano ancora tutti allineati contro il muraglione che sostiene il contrafforte della chiesa, ma moltissimi erano, all’ombra, sotto gli alberi sul lato sinistro della piazza, in parte in piedi, e in parte seduti sul muretto che faceva da para­petto al burrone sottostante. Anche Dario Ussi sembra sia stato a sedere sul muretto quando don Bagiardi somministrò la Comunione; approfittando della distrazione del soldato che era di guardia lì, si gettò all’indietro, cadendo 4 metri più in basso, e si nascose in un cunicolo che si apriva alla base del muro stesso. Restò lì, insieme ad Orlando Goli (che lo aveva preceduto o seguito) per parecchie ore, cioè fintanto che i Tedeschi, dopo aver incendiato i cadaveri, non se ne andarono. Quindi fu dopo la Comunione che agli uomini fu ordinato di schierarsi contro il muraglione. Cfr. E. Polverini, Intervista a Aldo Dini, 15.2.1994; Intervista a Giuseppe Fontanella, 3.3.1994; Intervista a Ugo Mercante e Giovanna Ussi, 17.12.1993.
[38] Forse chi ha raccolto la testimonianza (o Dario Ussi) ha confuso Amato Lucherini con suo figlio Adelmo: infatti Amato, in quel momento, forse era già stato ucciso nell’alveo del borro Pianale, 500 metri di distante dalla Piazza, mentre suo figlio era sicuramente nella Piazza stessa. Cfr. E. Polverini, Intervista a Bruno Lari, 5.4.1994.
[39] Dichiarazione del 2 Novembre 1944.
[40]Probabilmente ci deve essere stato un malinteso fra Aldo Dini e chi raccolse la sua testimonianza o redasse questa Dichiarazione, altrimenti non si spiegherebbe la frase “non sono completamente sicuro”: infatti è noto che insieme a Aldo Dini (che ha confermato e descritto questa vicenda in varie memorie e interviste) fuggì anche Mario Berretti che lui conosceva bene, essendo entrambi impiegati della Società Mineraria del Valdarno. Inoltre, prima di loro due, un altro uomo, Pietro Galante, aveva aperto lo stesso portone e vi si era nascosto dietro, riuscendo poi a fuggire, anche se questo episodio, Aldo Dini, non lo aveva visto. Cfr E. Polverini, intervista a Aldo Dini, 15.2.1994 e intervista a Giuseppe Fontanella, 3.3.1994.
[41] Dal punto in cui era andato, Aldo Dini non poteva assolutamente vedere gli uomini saltare dal muro i quali, peraltro, erano saltati prima della sua fuga, come anche lui mi ha personalmente raccontato. Cfr E. Polverini, Intervista ad Aldo Dini, 15.2.1994; Intervista a Pia Donati Sangalli, 9.3.1994.
[42] Dichiarazione del 6 Dicembre 1944.

 

© Francesco Gavilli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...