Ivan Cankar ~ Il servo Bortolo e il suo diritto (I – III)

 

[Il “raccontino” di Umberto Saba, A Trieste, ruotava attorno ad un «romanzetto» di un autore sloveno il cui nome sfuggiva al poeta triestino. Una giovane slovena aveva invitato Saba alla lettura di quello che lei definiva «il più grande libro che fosse mai stato scritto al mondo». Si trattava de «Il servo Bortolo e il suo diritto» un lungo racconto di Ivan Cankar, scritto nel 1907 (Saba ne sbagliava il titolo chiamandolo «Il servo Bortolo e il suo padrone»). Il libro era stato tradotto in Italia nel 1925 dalla tipografia Paternolli di Gorizia nella traduzione di Giovanni Lorenzoni ed è probabile che Saba facesse riferimento a questa edizione perché il suo ricordo rimandava alla metà degli anni Venti, quando, egli dice, «era uscita (…) la prima traduzione italiana». Un’edizione successiva fu fatta dalla Parnaso di Trieste, cui manca la data e che aveva la traduzione di Ivan Regent e G. Sussek, primo titolo della Collezione di letterature slave. Il testo infine era accompagnato dai disegni del triestino Milko Bambič.
È da questa traduzione che pubblichiamo il racconto.]

 

Milko Bambic, Testa, 1932 ca.

Milko Bambic, Testa, 1932 ca.

 

Il servo Bortolo e il suo diritto

 

Prefazione

 

Ivan Cankar, il massimo scrittore sloveno, è morto a Lubiana nel 1918, a soli 42 anni. Era nato a Vcrhnika, da poverissimi genitori.
La sua vita è stata il calvario d’un grande scrittore, che volle essere sempre se stesso, senza mai piegarsi al dio denaro, né ai gusti dei lettori; la qual cosa, se bene la consideriamo, è la duplice faccia d’una stessa creatura che spesso, troppo spesso, tarpa l’ali a tante giovani promesse. Giunto al bivio del benessere materiale, che gli chiedeva il sacrificio della sua indipendente personalità, e dell’aspra quotidiana lotta contro gli spiriti ligi alla tradizione e schivi da ogni fatica intellettuale che volesse significare vita vera, non esitò: scelse la seconda via, piena di spine, ma gloriosa; come tutti gli uomini veramente grandi. Perciò nacque, visse e morì sempre povero, benché abbia arricchito il suo popolo e l’umanità della sua preziosa produzione spirituale.
Il suo primo libro, « Erotica », l’unico suo volume di versi, appena uscito, venne messo all’Indice dal vescovo di Lubiana, monsignor Jeglic-Bonaventura. Per questa sua opera Cankar ricevette 80 fiorini, che gli servirono per le spese del funerale di sua madre. Pochi uomini, di certo, amarono così svisceratamente la loro madre, come Cankar amò la propria; e questo amore è paragonabile soltanto a quello ch’egli nutriva per tutti i poveri, i vagabondi, i diseredati. Di questo suo amore per gli oppressi e i reietti fanno fede i numerosi suoi scritti, che sono come lo specchio maraviglioso in cui lo scrittore ci mostra la faccia stravolta della società odierna, ch’egli disprezza e odia. Ma non è opera solo demolitrice la sua: in mezzo ai colpi ch’egli mena alla società, c’è la speranza e la fede; non ostante che tutte le sue opere ci facciano assistere al trionfo del malvagio e alla sconfitta del buono e del giusto.
« Il servo Bortolo e il suo diritto » è uno dei più caratteristici e originali racconti di Cankar. Esso appartiene ai suoi scritti sociali, che riguardano problemi ed aspirazioni comuni a tutti gli uomini. E’ per ciò che l’abbiamo scelto come prima opera dello Cankar da presentarsi ai lettori italiani.
L’originale sloveno è scritto in uno stile conciso e semplice; in quello stile per cui lo scrittore viene ammirato e celebrato anche da coloro che non approvano le sue tendenze sociali e letterarie ed i suoi strali satirici. Tutti gli eroi di Cankar sentono, pensano, parlano, vivono, come nella realtà, gli uomini ai quali essi corrispondono.
Abbiamo cercato di conservare anche nella traduzione italiana i pregi stilistici dello Cankar; e speriamo di esservi riusciti, nei limiti del possibile, poiché la traduzione delle opere del massimo rappresentante del naturalismo letterario sloveno, è compito notevolmente arduo.
Ivan Cankar, alla cui memoria dedichiamo questa prima traduzione della sua ricca e bella produzione, merita di essere letto e studiato. Il patrimonio ch’egli ha lasciato alla letteratura slovena, non deve rimanere nascosto agli Italiani: e non devono rimanere nascoste agli infelici ed agli sventurati le opere del loro grande poeta, del loro grande scrittore.
I TRADUTTORI

 

I.

 

Vi narro (questa istoria come si è realmente svolta, con tutte le inumane ingiustizie e con tutta la sua grande tristezza. Non troverete in questo racconto menzogne, né belle frasi, né ipocrisie.
Gli abitanti di Betajnovo, colpiti da stupore e intimoriti, hanno abbassato il capo: un’ombra misteriosa, simile ad un nero fantasma, è apparsa sul monte: smisurata e silenziosa, è calata nella valle. Il suo capo era una nube oscura; le gambe, due robusti pioppi piantati nel prato; sulla spalla, una lucente falce rifletteva il suo raggio spezzato lontano lontano, fino a Lubiana.

*

Il vecchio Sitar è stato seppellito: sia pace all’anima sua ! Egli era un uomo veramente buono. La campana ha cessato di suonare; il pievano ha deposto le sue sacre vesti; la gente che ha seguito il funerale, è entrata nell’osteria. Vestiti a lutto, seri e pensosi, le donne con gli occhi ancor umidi di pianto, si sono seduti dietro la lunga tavola.
Bortolo, il vecchio servo grigio ed allampanato, prese posto sulla panca, vicino alla finestra; s’asciugò la fronte con un fazzoletto rosso e sospirò.
— Tutti ce ne andremo; io, forse, sarò il primo a seguirlo nel comun sentiero!
Poi parlò il giovane Sitar.
— Bravo Bortolo: tu stai lì, comodo e superbo come un padrone! Chi è l’erede: io o tu? Hai detto la prima parola, e non sei il primo!
Bortolo sorrise bonario e lo guardò paternamente.
— Tonio, sei sempre stato un malizioso bricconcello, e tale ti manterrai! Sono lieto che il dolore non t’abbia abbattuto: le lacrime alle donne, agli uomini il vino!
Empì il bicchiere e fece per brindare; ma nessuno l’imitò.
Ripose allora il bicchiere sulla tavola, prima ancor d’averlo appressato alle labbra; stupito, guardò il padrone ed i commensali ; e non vide attorno a sé che facce irritate.
— Che accade?
Un non so che d’opprimente e d’agghiacciante gli strinse il cuore: né le bocche, né gli occhi gli diedero risposta.
— Che diavolo avete? Son forse capitato tra sensali di bestiame e zingari, che mi guardate e non parlate? Sono in seno alla mia famiglia o tra mercanti che pensino al modo di meglio ingannarmi?
Sitar rispose:
— Non ci offendere, servo, col paragonarci ai sensali, agli zingari ed ai mercanti! Non hai ancor assaggiato il vino, e già sei ubriaco!
Lo sguardo di Bortolo tre volte si posò sul viso dei presenti; dall’uno passava all’altro. Prese poi il bicchiere e ne versò il contenuto nella bottiglia: versava lentamente, perché la mano gli tremava. Quando l’ebbe vuotato, si alzò, si levò il cappello e restò ritto, tenendolo con ambe le mani. Stando così, dietro la tavola, curva, e nello stesso tempo alta, s’ergeva la sua figura, che sembrava toccare col grigio capo l’annerita trave del soffitto. Rimase cosi, con le guance raggrinzite, malrasate, abbronzate dal sole, gli occhi vivi e sereni sotto le folte sopracciglia.
— Non è generoso, o padrone, o miei cari amici, impedirmi ch’io beva cordialmente una goccia di vino, dopo il funerale! Non vi serbo rancore, però: che Dio benedica largamente le vostre vivande! Se avete fatto una nuova legge, obbedirò: il pane ai giovani, ai vecchi la pietra; il pesce ai sani, agli ammalati il serpe; le uova ai riposati, agli stanchi lo scorpione! E’ così: il servo non deve distruggere ciò che ha costruito il padrone!
Le guance del giovane e focoso Sitar s’infiammarono.
— Non abbiamo punto bisogno delle tue prediche! Se il vino non ti piace, va con Dio!
E aggiunse la sua donna:
— Come sei superbo, Bortolo, padrone del tuo padrone!
— La casa in cui il servo siede sul focolare e si pulisce gli stivali sulla schiena del padrone, è una casa alla rovescia! — disse la suocera.
— Il carro va a ritroso, se è il padrone che lo tira ed il servo che lo guida! — sentenziò il cognato.
— Il campo si capovolge, se il padrone ara, mentre il servo passa il suo tempo sdraiato all’ombra di qualche albero! — concluse un amico.
Quando ognuno ebbe detto la sua, Bortolo s’inchinò.
— Le vostre parole sono sagge e niente v’è in esse d’ingiusto. Che Dio benedica ancora una volta le vostre vivande, ed a me dia la pace dell’animo e permetta che viva senza peccato!
Così disse il servo Bortolo, sputò sulla soglia e s’allontanò.

 

II.

 

Prese il sentiero che attraversava i campi e correva lungo il ruscello perdentesi nella bianca sabbia.
Era un giorno afoso e caldo di maggio; vi regnava un silenzio foriero di grandi tempeste. Tutto taceva, il prato e il campo; la terra, quasi presentendo l’approssimarsi dell’uragano, che già si scorgeva dietro la verde collina, pareva rattenesse il respiro.
Quando Bortolo, procedendo nel suo cammino, scorse la bianca casetta dalle verdi persiane, la stalla, il fienile ed il granaio, si sentì profondamente commosso: in tutte quelle cose non v’era un solo palmo da cui non si potesse riconoscere il segno della fatica delle sue braccia e del sudore della sua fronte. L’uomo vive in una casa un anno, dieci anni, quarant’anni, e — guardate, o buona gente! — la casa porta la sua immagine, come il fratello somiglia al fratello; e l’amore regna fra loro. Quando l’uomo deve partire per luoghi lontani, obbedendo ad un doloroso ordine, piange, e piange più che non pianga, quando gli muore la mamma o il fratello.
Bortolo si sentì scosso: gli parve che quelle verdi persiane non lo salutassero più così amichevolmente come solevano, e che la casa e tutto il podere fossero immersi in una nostalgica tristezza piena di rassegnazione.
Ma la tristezza è come il seme che genera migliaia e migliaia di frutti: appena caduto sul terreno, si sviluppa esuberante, e non basta né il succo, né la terra a dargli conforto. Il cuore di Bortolo, offeso e dolorante, si gonfiò.
— Quanto male hai fatto, o padrone, con la tua dura parola, a me, povero vecchio! Perché hai amareggiato e vilipeso me, che nella lontana primavera e nella lunga estate mai conobbi tristezza?…
Bortolo non entrò in casa, non diede la solita occhiata ai campi; ma andò nella stalla e si coricò sullo strame. Pensieri prima di allora mai conosciuti, gli si affollarono nella mente.
— Quarant’anni son passati, — pensava — e non un solo giorno di meno, dal dì in cui per la prima volta varcai questa soglia. Era una capanna piccola e triste: una vergogna per il padrone e per il servo. Il sudore corse a fiumi, ed abbiamo creato la casa, ch’é la gioia delle donne e l’orgoglio degli uomini. Chi l’ha fatta, questa casa? Di tutti, sol io sono rimasto, l’ultimo padrone; gli altri sono morti, logorati dal lavoro. La nostra casa è in mezzo ai campi estesi e fertili. Chi ha dissodato questi campi? Chi li ha estesi? Tutti gli altri sono caduti; io solo rimango ancora, l’ultimo aratore, l’ultimo mietitore… Guardate: son quarant’anni che quel melo dà dei frutti, ed è l’orgoglio dell’orto e del padrone; ma ecco venir lo straniero, che lo vuole sradicare per ripiantarlo nella pietra!… Pensate: quarant’anni avete faticato per edificare questa casa, col vostro sudore avete concimato il campo ed il prato; e quando la casa è pronta, od il campo e il prato fertili, viene un uomo — chi sa donde venga? — e vi dice: Andatevene, non siete i primi! Vi scaccia nella stalla, mentr’egli si siede sul focolare e si riempie la pipa!…
Così pensando, Bortolo si alzò, si pulì dallo strame e s’avviò verso la casa. Entratovi, si tolse la veste e, lentamente, si pose a sedere sul focolare, accingendosi a fumare la pipa. Come per incanto, le nere immagini che gli opprimevano il cuore, si dileguarono: sorrise, socchiudendo gli occhi con soddisfazione.
In quel momento entrò la fantesca.
— Bravo, Bortolo: te la passi bene, tu, eh?… E’ ancora giorno, tutti sono nei campi, e tu te ne stai placidamente seduto sul focolare!…
Bortolo si levò la pipa dalla bocca e corrugò la fronte.
— Va via, donnaccia! Credi forse di potermi comandare?…
La fantesca uscì in fretta, sbatacchiando la porta.
— Che diavolo ha, questa femminaccia? — si chiese stupito Bortolo.
Verso sera, mentre le tenebre cominciavano a calare sulla campagna, ad un tratto la porta si spalancò: sulla soglia, un po’ barcollante, col cappello sulle ventitré, apparve Sitar. Bortolo lo guardò, seccato, e non si tolse di bocca la pipa.
— Non vedi chi è venuto? — disse con voce forte Sitar.
Bortolo non rispose.
— Domando: chi è venuto?
Allora Bortolo si levò con moto lento la pipa dalle labbra, e sorrise.
— Come si vede, hai bevuto abbastanza, dopo il funerale! Va a letto; è ciò che di meglio puoi fare!
Sitar entrò con passo pesante, facendo tremare il pavimento.
— Chi osi scacciare a letto, servo? Chi è ubriaco, maledetto servaccio?
Bortolo rimase tranquillamente seduto e cominciò a parlare molto pacatamente, quasi discorresse del raccolto.
— T’ho detto d’andare a letto, perché sei ubriaco.
Sitar restò come fulminato dallo stupore. le vene della fronte gli si gonfiarono e gridò :
— Taci, servo! Non ho seppellito un padrone soltanto, ma due! Giù dal focolare!
Sorridente, Bortolo scese lentamente dal focolare: non aveva fretta.
— Affrettati!
— Perdona alle vecchie ossa: anche tu avrai tempo di riposarti! — gli rispose Bortolo, sempre sorridente.
Sitar, barcollando ed incespicando, s’avvicinò al focolare e vi si issò, sedette, poi si sdraiò con fare sfacciato.
— Levami gli stivali! — disse in tono di comando a Bortolo.
Questi non rispose, ma si sedette sulla panca, riaccendendosi la pipa, che gli si era spenta.
— Levami gli stivali!
— Sei ancora in vena di scherzare? — disse Bortolo flemmaticamente, mandando boccate di fumo. — Tutto ancora ricorda la morte in questa stanza: inginocchiati, piuttosto, e prega !
E s’inginocchiò davanti al crocefisso. Il padrone lo guardava biliosamente, fumando la pipa e sputacchiando; e stette cosi, senza dir parola, finché Bortolo non ebbe finito di pregare.
Bortolo si alzò e, guardando a terra, s’accinse ad uscire.
— Bortolo! — gli gridò Sitar.
Bortolo si fermò, tenendo con una mano la maniglia della porta.
— E’ troppo! — esclamò Sitar, e la pipa gli tremava nella mano. — E’ troppo! Ora basta: cercati un altro padrone!
Bortolo, per tutta risposta, rise di gusto, ammiccando con gli occhi.
— Come?… __ Sitar pestò i piedi sulla panca.
— Sei diventato sordo? Ho detto che ti devi cercare un altro padrone! La misura è colma: è ora che tu finisca di spadroneggiare in questa casa!
In quel momento un lampo balenò fra le nere nubi; da lontano si udì il rombo del tuono. Bortolo si scoprì e si fece il segno della croce.
— Che Dio ci preservi da tutti i mali. Bada di non peccare, giovanotto; raccomandati a Dio ed al tuo santo protettore!
Aprì la porta, uscì e salì nel fienile, dove si coricò sul fieno, ed essendo stanco, subito si addormentò. Allora tutte le cupe immagini se ne andarono dal suo cuore.

 

III.

 

Come un viso giovane ancor pieno di lacrime e già racconsolato, sorrise l’umido mattino dopo la tempesta.
Bortolo uscì, fece un giro attorno alla casa e si diresse verso i campi, come soleva fare ogni giorno. In quel mentre, Sitar aprì la finestra, ancora sonnacchioso, spettinato, di cattivo umore; guardò fuori e vide Bortolo dirigersi verso i campi.
— Dove vai?
Bortolo si voltò lentamente.
— Ai campi.
— Quali campi?
— Che?…
— A quali campi sei diretto? Bortolo dette in uno scoppio di risa.
— Non hai riposato abbastanza? Se ti duole ancora la testa, ritorna a letto!
– Non capisci, dunque? Verso quali campi ti dirigi?! — gridò Sitar, e il sangue gli montò alla testa.
— Ma verso i nostri campi!… — gli rispose Bortolo, ristandosi sul solco, curvo, con le mani dietro la schiena.
— Nostri campi?… Che cosa significa ciò? Bortolo corrugò la fronte ed il sangue colorò le sue appassite guance.
— Ciò significa: miei campi!
Sitar, con gli occhi fuor dell’orbita per lo stupore, aprì la bocca.
— Sei impazzito, vecchio?…
Bortolo gli voltò le spalle e riprese il suo cammino. L’altro lo segui a lungo con lo sguardo; poi si vesti e andò anch’egli verso i campi; dalla parte opposta, però, per non incontrarsi col servo. Tutt’e due procedevano lentamente, ambedue curvi: guardavano a terra, eppure, benché lontani, si vedevano ; si sentivano, come l’uomo, quando ha paura, sente col cuore, se qualcuno gli si avvicina silenziosamente dietro le spalle…
Quando Bortolo rientrò in casa, la colazione era apparecchiata sulla tavola. Stupito, s’arrestò sulla soglia, aggrottò le ciglia e fissò il padrone e gli altri che sedevano a mensa: non c’erano al solito posto né il cucchiaio, né lo scanno.
— Perché non m’avete chiamato?
— T’hanno chiamato i vicini? — disse Sitar, e gli altri scoppiarono in una risata.
— Perché gracidate, servi? Chi sono io? Forse il Carnevale?
La voce di Bortolo tremava per l’ira contenuta e per l’amarezza.
La moglie di Sitar disse anch’essa la sua parola pungente, cattiva.
— Non hai udito, iersera? Il padrone ti ha licenziato! S’egli ha fame, — disse poi, rivolta alla fantesca — portagli il cucchiaio: neppure il mendicante scacciamo dalla casa; tanto meno scacceremo il servo che ha lavorato e mangiato con noi!
La fantesca s’alzò e mise un cucchiaio sulla tavola, accanto a quello del pastore.
— Perché stai li, impalato, a guardarci? — disse bruscamente il padrone, senza alzar il capo. — Ti offriamo il cucchiaio, perché hai fame; e che buon pro’ ti faccia! Non staremo a contarti i bocconi; se, però, non t’aggrada, buon viaggio!
Bortolo, come annientato, non diede risposta. Il padrone s’alzò di scatto da tavola, buttandovi su il cucchiaio che teneva in mano.
— Sei diventato improvvisamente sordo? Il tuo cervello s’è forse rammollito e io parlo ora ad un idiota? Iersera t’ho detto che devi cercarti un altro padrone: il mondo è vasto abbastanza e le gambe ti reggono ancora! Hai finito di spadroneggiare in questa casa. Iddio sia lodato!
Bortolo volle rispondere: la sua parola era debole e lenta: la voce non gli voleva uscire dalla gola: le ginocchia sue tremavano.
— Ma sì, t’ho udito bene, e t’ho anche compreso, giovanotto! Se tu mi avessi detto: va e incendia la casa, t’avrei udito e compreso bene, ma non avrei obbedito! Parla sensatamente: allora non solo t’udirò e comprenderò, ma ti obbedirò! Come puoi dire: metti il fagotto sulle tue vecchie spalle e vattene? Dov’è in queste parole la santa ragione e la divina giustizia? Più cristiano sarebbe stato, e non ti saresti affatto imbrattate le ginocchia, se tu, dopo il funerale, ti fossi inginocchiato dinanzi a me, l’ultimo padrone. Io t’avrei detto: ora sei tu il padrone; tua è la casa, tuoi i campi ed i prati; prendi tutte queste ricchezze, create così miracolosamente, dal mio sangue e dal mio sudore; ricchezze per cui oggi il mio corpo è curvo e sfinito, deboli le mie braccia e stanche le mie ginocchia. Tutto prenditi, mentre io, vecchio e stanco padrone, accendo la pipa e mi siedo sul focolare… Se tu avessi fatto così, anch’io avrei così parlato, ed a Dio ed agli uomini sarebbe stato gradito!
Sitar si volse agli altri, con un sorriso ironico sulle labbra.
— Amici, guardatelo: io, dunque, dovrei inginocchiarmi dinanzi a lui?
Uno scoppio di risa accolse queste parole di Sitar. Questi volse lo sguardo a Bortolo e lo fissò a lungo in viso.
— Tu credi ch’io t’abbia mostrato la porta, perché ubriaco o di cattivo umore? — gli disse. — Oppure pensi che, dopo aver seppellito mio padre, fossi in vena di scherzare e di fare delle buffonate? La morte di mio padre m’aveva addolorato, è vero, ma i due piatti della bilancia s’equilibravano: a lato dell’amarezza c’era il conforto. Mai mi sono sentito padrone: ero trattato come l’ultimo dei servi: il mio cucchiaio era sempre vicino a quello del pastore. Tu, servo, eri, senza alcun diritto, il mio padrone: ogni tuo sguardo era per me un ordine; ogni tua parola, un comando. Ma io ti vedevo, nel mio desiderio, implorante sulla soglia della mia casa, e pregustavo la gioia… Per voi tutti egli era il padrone: rallegratevi voi pure; pastore, aprigli la porta!
Il pastore andò ad aprire; ma Bortolo non si mosse.
— Spicciati: non guardarci trasognato!
Bortolo si scosse, come si svegliasse da un brutto sogno; ma il suo viso era sereno; sorrise.
— Sitar: Iddio stabilì le leggi, tu non lo muterai! Il sudore che gronda dalla tua fronte, è tuo: ecco la legge! Non mendicherò il giaciglio che io stesso mi sono preparato; non supplicherò che mi si dia il pane da me prodotto. Mi coricherò sul letto ed a nessuno chiederò il permesso; mi prenderò il pane, senza mendicarlo: questa è la legge, questa è la giustizia! E voi riprendete i cucchiai, e non abbiate vergogna, se anche mangiate un pasto rubato, se anche non avete atteso il padrone e la sua preghiera: egli è buono e non serba rancore, perché la legge ed il diritto sono dalla sua parte!
Questo disse Bortolo. Ma il viso di Sitar era fosco e quello degli altri, duro.
— Vattene, e non dir sciocchezze! La porta è aperta e facile è il passo oltre la soglia! ~ disse Sitar con voce aspra e tagliente.
Bortolo girò lentamente il capo e guardò a lungo tutti i presenti; ma nessuno sguardo gli diceva: addio!
Il cuore gli si strinse.
— Satollatevi pure, miei cari: la casa vi e aperta, aperta v’è la cantina, ed anche il granaio è a vostra disposizione! Prendetevi pure, a vostro comodo, quanto v’occorre! Tanto, io farò ritorno col diritto scritto, sottoscritto e sigillato; perché Iddio non mente e neppure le leggi mentono ! E quando sarò ritornato, l’amore regnerà fra di noi e la misericordia cristiana!
Disse, e se ne andò.

 

Ivan Cankar (Vrhnika, 10 maggio 1876 – Lubiana, 11 dicembre 1918).
Milko Bambič (Trieste 26 Aprile 1905 – 20 May 1991), conosciuto con i soprannomi di Cvetanov e Banetov, fu un prolifico illustratore, caricaturista, scrittore d’infanzia e pittore della minoranza slovena in Italia. La sua pittura si basò sulla Secessione viennese e sull’impressionismo sloveno.

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