Umberto Saba

 

Umberto Saba con la figlia Linuccia

Umberto Saba con la figlia Linuccia

 

A Trieste

A Trieste dove, quando non posso dormire, sono col pensiero ogni notte (e Dio solo sa che cosa vuol dire per me questo!), ho conosciuto, quindici-venti anni fa, una giovane jugoslava.

Mariza era una buona amica dei miei; veniva anche più di una volta al giorno, a far visita a mia figlia. Mia figlia e lei erano allora due giovanette; e, come le giovanette usano, si ammiravano a vicenda, e camminavano volentieri allacciate. Di me invece, e non so bene perché, aveva paura. Ma un giorno si fece animo, mi affrontò per domandarmi se avevo letto il libro IL SERVO BORTOLO E IL SUO PADRONE (il nome dell’autore non lo ricordo – tante altre cose ho dimenticate in questi ultimi terribili anni – ricordo solo ch’era uno sloveno; nato, mi pare, a Lubiana); libro del quale era uscita allora la prima traduzione italiana. Mi disse che, se le promettevo di leggerlo, me lo avrebbe prestato. Aggiunse che mi pregava di leggerlo attentamente, perché era il più grande libro che fosse mai stato scritto al mondo.

Me lo portò il giorno dopo. Il libro (un volumetto, se non m’inganno, della collezione SLAVIA) raccontava le vicende di un contadino sloveno, il quale, sperando riparazione ai torti ricevuti dai giovani eredi del suo vecchio e buon padrone, si era recato in ferrovia fino a Vienna, dove – come un bambino fiducioso al padre – si proponeva di raccontare il suo caso all’Imperatore Francesco Giuseppe. Ma giunto nell’immensa capitale, non gli riuscì né di parlare al sovrano, né di vederlo. Tutti quelli ai quali, a questo scopo, si rivolgeva, o gli ridevano in faccia, o lo rimandavano da Erode a Pilato. Finiti i denari (tutti i suoi risparmi) ritornò al paese, e vi morì di crepacuore.

Questa è la memoria (e può essere inesatta) che ho oggi di quel libro. Come lo resi a colei che me l’aveva prestato, la ringraziai di avermi fatto conoscere il bel romanzetto che – le dissi – mi era molto piaciuto, e di cui l’autore mi aveva ricordato – e non sapevo bene perché – il nostro Tozzi. Dissi anche (continuando a sbagliare) che al mondo erano stati scritti dei libri ugualmente o più belli; p. es., per restare nella letteratura narrativa I PROMESSI SPOSI, meglio ancora, forse, DELITTO E CASTIGO.

La giovane mi aperse in faccia due grandi occhi meravigliati, che subito però le si intorbidarono, e che distolse dai miei, scoppiando al tempo stesso in una frenetica risata, che la fece cadere semisvenuta e convulsa sopra il divano lì accanto. Era come una crisi isterica. Intanto mia figlia visibilmente mi odiava; mia moglie aveva scritta in faccia la disapprovazione più assoluta per quello che avevo fatto. Si dovette andare a prendere dell’acqua, soccorrere la ragazza, assicurarla che – ero pazzo, ecc. ecc. Tanto a quel giovane nazionalismo, era sembrato mostruoso il mio spassionato giudizio.

 

Raccontino tratto da:
Umberto Saba, Scorciatoie e Raccontini – Genova : Il melangolo, 1993 • Collezione • Nugae ; 35 – [ISBN] 88-7018-190-1 – Classificazione Dewey • 853.912 (19.) Narrativa italiana. 1900-1945

 

Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli (Trieste, 9 marzo 1883 – Gorizia, 25 agosto 1957).

 

 

Le culture allacciate

Nel 1945 Umberto Saba raccolse alcuni testi brevi che chiamò Scorciatoie e raccontini. Se le scorciatoie si legano ad un concetto di pura utilità, perché nominano i percorsi intrapresi per evitare le vie maestre più lunghe ma comode e sicure, il raccontino rimanda invece ad un qualcosa di futile, minore e alla fine difficilmente utilizzabile. Questa «rara inutilità», come la chiamerebbe Mandel’stam, tuttavia nasconde sempre un fondo ignoto che si vuole celare, persino esorcizzare nel momento della dichiarazione della sua minorità. A Trieste è uno di questi brevissimi racconti dove il senso sfugge e la stessa posizione dell’autore rimane indefinita. La risoluzione finale di una motivazione “nazionalistica” a spiegare la reazione isterica della ragazza slovena pare riduttiva e persino poco inerente al contesto narrato. Saba infatti attua una tattica avvolgente di sminuimento del testo di Cankar che rimane sospetta quasi volta a bilanciare l’”eccesso” di aspettativa che si stava creando su un libro ritenuto «il più grande (…) che sia stato scritto al mondo».

Fin dall’inizio Saba ne sbaglia il titolo, il quale diviene qualcosa di non corretto, benché non del tutto incoerente, e il nome dell’autore è dimenticato del tutto – «tante altre cose ho dimenticato in questi ultimi terribili anni». Quando sarà ricordato il plot del racconto si terminerà dicendo che forse la memoria ha perso i connotati su cui regge la storia e forse è inesatto. Infine lo si associa «senza sapere il perché» a Federigo Tozzi. Il breve testo insomma è disseminato per tutta la sua prima parte di piccole avvisaglie d’incertezza, la messa in guardia da un testo che tutto sommato pare più di una semplice novella raccontata dai/ai figli a cui si presta ascolto e si sorride della sua ingenuità.

Forse però quel «giovane nazionalismo», così sottilmente additato come causa di abbagli letterari (vi sono altri «libri ugualmente o più belli») e pene fisiche inflitte al proprio corpo, è evocato per difendersi dal legame che sorge al di là di ogni differenza. Mariza appare allora come colei che porta un’unione diversa, una sorellanza spontanea e pericolosa con la figlia Linuccia («come le giovanette usano, si ammiravano a vicenda, e camminavano volentieri allacciate») a cui l’autore, riconosciuto e temuto per la sua autorevolezza, prepara il suo ridimensionamento. In fondo nel testo vi è una continua circolazione di lingue diverse che devono essere tradotte, di tradizioni letterarie che avrebbero bisogno di mischiarsi e annusare le proprie diversità e che invece subiscono un’imprevista battuta d’arresto, cadendo semisvenute e convulse in un divano lì accanto. Per una volta possiamo dire che lo «spassionato giudizio» di Saba era sbagliato: le eredità non appartengono ai figli ma al mondo intero.

A noi non resta che cercare il racconto «Il servo Bortolo e il suo diritto» di Ivan Cankar, considerato il capolavoro dell’autore sloveno e che in Italia, dopo alcune deboli edizioni tra gli anni Venti e i Quaranta del Novecento, non è mai stato ripubblicato.

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