«Un’invasione di campo». Risposta amorevole a Franco Arminio

 

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Quando nel 1944 i Tedeschi lasciarono il Valdarno aretino per ritirarsi prima attorno a Firenze e poi sull’Appennino, è noto che lasciarono morte e distruzione: la storia di Castelnuovo dei Sabbioni, come quella di Meleto piccolo paese vicino, è conosciuta infatti per una delle stragi di civili più efferate e tremende che costò la vita in un solo giorno a 173 uomini. Meno conosciuta, o meglio, considerata appendice di questa, fu la distruzione contemporanea del suo territorio e delle sue infrastrutture industriali, che solitamente infatti passa per una «conseguenza ineluttabile della guerra». Quel 4 luglio un ingegnere minerario, Ugo Mercante, vice direttore della Società Mineraria del Valdarno era sceso, al mattino molto presto, dalla sua casa della periferia residenziale di Castelnuovo dei Sabbioni nella zona delle miniere: aveva visto infatti molto movimento di soldati attorno alla Centrale elettrica. Convocato un altro ingegnere, assai riluttante, si diresse verso i soldati chiaramente intenzionati a far saltare quello che già allora dava lavoro a migliaia di persone.

Ugo Mercante, trentacinquenne campano nato a S. Maria Capua Vetere, nel dopoguerra divenne un personaggio quasi “mitologico” tra gli operai e i tecnici delle miniere e dei reparti elettrici, così come lo fu per i concittadini castelnuovesi. L’ingegnere infatti aveva contrattato con i soldati il quantitativo di esplosivo che i genieri della Hermann Göring stavano piazzando nei forni delle locomotive e delle caldaie, per cercare di avere minori danni e quindi poter ripristinare gli impianti nel più breve tempo possibile. I tedeschi dopo che ebbero fatto la loro strage (74 morti nel solo paese di Castelnuovo, di cui 68 bruciati tutti insieme in un’unica catasta) minarono anche le strade e i ponti che dovevano essere fatti saltare poco prima l’arrivo ormai imminente degli Alleati. Ugo Mercante da solo, con la protezione dei Partigiani che coprivano la sua azione di sabotaggio, tolse nei giorni successivi tutte le micce agli esplosivi e impedì, oltre quanto non avessero già fatto i soldati tedeschi, ulteriori distruzioni.

Quando dopo molti anni fu raccolta la sua testimonianza su quei giorni colpiva che l’uomo parlasse subito e principalmente di questi “aspetti tecnici” con quel certo compiacimento, mi si passi il termine, un po’ meridionale, come chi parla ad un uditorio ben disposto a riconoscere capacità ed eroismo. Spicca quel tono, perché, subito dopo che l’ingegnere aveva raggiunto le miniere, nel suo abitato i tedeschi catturarono una quindicina di uomini: tra di loro c’era anche il padre, il settantaduenne Giovanni Mercante, ex colonnello a riposo del Regio Esercito, il quale aveva lasciato Napoli per essere accudito dal figlio, dal momento che iniziava – come succede tra gli anziani – a «perdere la testa». Il vecchietto si era prima nascosto, poi però, quando era già in salvo, aveva seguito da lontano i soldati perché, come disse alla nuora che lo pregava di tornare indietro, «Signurì, mi stanno chiamando». Fu ucciso in piazza in giacca da camera e con due pantofole ai piedi segno di una aristocrazia mai come allora così ridicolmente inutile.

Giovanni Mercante non fu l’unico meridionale ad essere ucciso a Castelnuovo; ci furono anche i due fratelli Tricoli originari di Napoli e due giovani studenti, Domenico Minenna di Bitonto e Santo Grillo di Catania, che dopo l’8 settembre si erano stabiliti nel piccolo paese in attesa che “passasse il fronte”.

 

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Questa storia mi veniva in mente la sera di venerdì 6 marzo quando a Meleto, a tre chilometri da Castelnuovo dei Sabbioni, Franco Arminio, invitato dall’Associazione “Giardino d’arte”, parlava sul tema “Che cos’ è la paesologia”. Mi era evidente infatti come “sapere tecnico” e rapporto con la natura fosse il nodo ineludibile di qualsiasi storia che ruota attorno alle ex miniere di lignite del territorio di Cavriglia. Il dibattito che ne era seguito aveva avuto alti e bassi, in alcuni momenti troppo “costretto” nelle differenze tra essere toscani e essere del sud, in una comune estraneità ad un modo “nordico” di porsi di fronte alla vita, in altri ancora arrivando a toccare il cuore dei problemi di fronte al primato che come di diritto l’economia si prende sulle ragioni di vita dell’ambiente dove si vive. A voler essere più precisi il tema trattato nella serata faceva parte di una riflessione più generale intrapresa nella rassegna “Verso l’inatteso”, a partire dalla sapienza “inutile” dello sciamanesimo peruviano di fronte all’utilitaristico razionalismo occidentale con Eduardo Gonzalez Viaña e nell’«inaspettata» centralità del tema della distruzione della natura e del necessario “addomesticamento” dell’uomo alle leggi naturali e ancestrali dato dal libro “Lascia che il mare entri” di Barbara Balzerani.

Tutto questo per dire che la riflessione di Franco Arminio, apparsa su il Fatto quotidiano, nasce in un contesto ben preciso e non è fatta da un intellettuale che vola con il suo elicottero a pale eoliche casualmente sopra un paesaggio di rovine su cui tracciare la propria poetica e insindacabile riflessione. Dico questo con umiltà perché del contenuto di quell’articolo condivido gran parte, a partire soprattutto da ciò che lo anima, lo spirito sottinteso, lo sguardo insolito, la necessità – ripeto – di farsi addomesticare dalla natura piuttosto che volerla inutilmente e pericolosamente dominare. E questo alla fine è ciò che conta. Non è certo perché vengano riconosciuti meriti personali se riconosco, ad esempio, in quell’articolo informazioni e “dati” che Franco ha ricevuto da me e altri ed altre compagne, persino alcune battute che purtroppo vengono elevate, a parer mio troppo leggermente, a verità storiche.

 

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Voler ricordare qui la storia del casertano Ugo Mercante all’irpino Franco Arminio non è mettere avanti una pietistica retorica antifascista per «schermare», da machiavellico e maledetto toscano, «fin che si può i propri errori». Chi mi conosce sa che lavoro proprio a che sia ripulita la narrazione delle stragi da ogni logica martirologica e vittimistica. Piuttosto in quella storia, fuori da un atteggiamento consolatorio, io vedo l’esemplificazione di quanto il “sapere tecnico” abbia condizionato, e spesso prevalso, non solo sul rapporto con la natura ma persino sui sentimenti personali: non era certo per disamore filiale che Mercante metteva in second’ordine nel suo racconto la storia del padre colonnello rispetto alla propria preoccupazione della distruzione della miniera, ma perché forse il legame lavoro-vita-affetti personali trovava in quel preciso momento storico una particolare e drammatica gerarchizzazione valoriale. Non dobbiamo perciò confondere con superficialità la necessità del lavoro con il lavoro come totem intoccabile o lo sfruttamento del territorio con la cieca distruzione tout court: dobbiamo sempre contestualizzare le vicende storiche. Certamente lo sviluppo capitalistico contempla in sé quella furia forsennata che scava (distrugge) «come un cane che cerca tartufi», tuttavia è necessario distinguere soggetti da soggetti, classe operaia da classe dirigente, partiti da industria, altrimenti si cade in una critica per quanto paesologica un po’ ingenua.

Inoltre, non va secondo me lasciata passare un’analisi storica del tutto fuorviante e un po’ fasulla. Dire come fa Arminio che quello che ha trovato a Cavriglia «sembrano cose da Cina o da Nigeria e invece siamo a trenta chilometri da Firenze e a trenta chilometri da Siena» è non tanto ingeneroso quanto velatamente venato di pregiudizio e alla fine storicamente inutile. Senza considerare che l’affermazione «viene il sospetto che se il partito comunista avesse vinto le elezioni nel 48 e avesse governato per tutto il tempo che ha governato la Dc forse avremmo avuto una distruzione del paesaggio anche maggiore di quella prodotta dalla Dc», si basa su un assunto che può andar bene in un programma televisivo pomeridiano ma non in un articolo che ha la pretesa di ispirare «un nuovo umanesimo» per la sinistra intera. Così come l’affermazione che «può darsi che i Sassi di Matera sarebbero stati rasi al suolo per fare dei parcheggi o delle palazzine. E magari avremmo perso anche i trulli e i nuraghi» è di una gravità inaudita, perché finisce per costruire un ipotetico pericolo scampato su ciò che è tutto da dimostrare che sarebbe avvenuto, mentre eleva Cavriglia all’unico esempio nazionale di distruttivo comunismo bulgaro realizzato.

I miei sentimenti perciò rimangono contrastanti tra l’amarezza verso chi non ha partecipato al dibattito e ora spara a zero su un poeta che ha offerto il proprio sguardo disincantato per quanto oggettivamente estraneo e chi al contrario lo loda anche per rifarsi una verginità politica verso un ambiente che ha contribuito a distruggere. I sentimenti sono contrastanti verso un punto di vista che si presenta alto e sinceramente passionale e al tempo stesso affonda in un’analisi storica raffazzonata e fuorviante. I sentimenti sono contrastanti perché Franco non ha coinvolto in questo suo pensiero le persone stesse da cui ha tratto l’elaborazione dei suoi pensieri, mentre sono mancati del tutto gli oppositori “storici” agli scempi ambientali, i M5S locali o gli ex Homo Novus.

Sono soddisfatto come organizzatore dell’incontro di aver messo in mano a Franco il sasso da lanciare nello stagno ma il pericolo, e lo dico da battitore libero, è quello di aver mosso le acque senza che ora vi sia la reale volontà di volersi confrontare ma ridurre tutto ad un centinaio di “mi piace” sulle pagine facebook.

 

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Infine una notazione. Non so quanti hanno letto l’articolo di Franco a partire da il Fatto quotidiano. Sicuramente tanti lo hanno fatto a partire dalla pagina della Casa della Paesologia dove si contano centinaia di “condivisioni”: anch’io l’ho fatto sulla mia bacheca. Ho letto i commenti e, tra il plauso generale, ho visto anche voci dissonanti rispetto al richiamo della «natura teologica» dei problemi odierni piuttosto che sulla non storicizzazione del nesso lavoro/natura. Personalmente, pur ritenendo a volte le posizioni di Franco più tolstojiane che alla Serge Latouche, trovo al contrario giusto e innovativo proprio il concetto di sacralità di ciò che ci circonda, ma alla fine per sintetizzare il tutto preferisco l’unico commento, caustico e molto toscano, che ho ricevuto nella mia pagina. «Un’invasione di campo». Aggiungo solamente: «una imperfetta ma salutare invasione di campo».

 

Francesco Gavilli

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