Ivan Cankar ~ Il servo Bortolo e il suo diritto (VII – IX)

 

[Continua l’ostinato tentativo di Bortolo di essere riconosciuto nel suo diritto dagli uomini. Purtroppo né l’innocenza infantile né la burocratica indifferenza dei giudici vedono ciò che agli occhi del fedele servo è chiaro: la proprietà non è fatta per chi la eredità ma per chi l’ha curata. Deriso dai bambini, cacciato in malo modo dal giudice, Bortolo incontra uno sfiduciato studente…]

 

Trento Longaretti, Ghèto. Dialogo ebraico cristiano
Trento Longaretti, Ghèto. Dialogo ebraico cristiano

 

Il servo Bortolo e il suo diritto

 

VII.

Uscito, Bortolo cominciò a riflettere.

— Il sindaco così mi ha detto : Riunisci attorno a te i monelli e racconta loro la tua storiella; vedrai come ti derideranno e ti tireranno per le falde dell’abito! Queste parole poco benevoli mi sembrano esprimere una buona idea: quanto non ha sentito il cuore degli uomini, indurito dalle ingiustizie del mondo, comprenderà l’innocente cuore dei bimbi, ancor pieno della santa benedizione.

E come l’incontrava, li chiamava a sé vicino. Quando molte di quelle allegre ed impertinenti creature furono raccolte intorno a Bortolo, incuriosite, questi cominciò a narrar loro, con tutta serietà, la sua storia.

— Io avevo una casa. Guardatela: essa è li, ai piedi della collina! Tutta bianca, con le persiane verdi. Me l’hanno presa! Durante lunghi anni ho sempre lavorato ed edificato; ora che sono vecchio, mi hanno detto: Più non ci servi, Bortolo, vattene. Cari bimbi, io possedevo anche dei campi: tutti quei campi che vedete laggiù, dalla cima della collina fino al ruscello; e me li hanno tolti!… Nei primi tempi non v’era che un paio di campicelli, dietro la casa, ed io li ho moltiplicati con l’aratro e con l’erpice. E quando furono tutti dissodati e non occorreva altro che raccogliere i frutti, mi hanno detto: Bortolo, quello che hai fatto è sufficiente: il tuo compito è esaurito: vattene! Miei buoni amici, ditemi voi, innocenti anime, se questa è la legge e la giustizia.

I fanciulli, divertiti, scoppiarono in una risata.

— Dammi un soldo, Bortolo! — gridò un monello.

— Prendi! Non temere: non nasconderti! Prendi il soldo, e rispondi a ciò che ho domandato!

II monello stese timidamente la mano, strinse il soldo nel pugno e scappò.

— Dio t’accompagni, piccolo insolente monello! — disse Bortolo bonariamente. — Dimmi, allora, tu che mi stai dinanzi e che hai tutto udito, tu, piccolo birichino, dimmi: da qual parte sta la ragione, il diritto, la giustizia? Chi ha ragione, secondo il tuo giovane ed ancora innocente cuore?

— Dà anche a me un soldo! — gli disse il bimbo, con voce lenta e bassa.

— Eccolo, prendilo anche tu: eccotene due, anzi! Bortolo è ricco: ha lavorato quarant’anni!… Ma rispondi alla mia domanda!

Il monello, intascati i due soldi, indietreggiò d’un passo, e con la medesima voce bassa e lenta, gli gridò in faccia:

— Ubriacone!

Poi la dette a gambe, volgendosi a guardare se Bortolo lo rincorresse.

— Va pure: sei troppo giovane ed ancor inconsapevole: Iddio ti perdonerà! — disse Bortolo, scoraggiato.

I monelli attorno a lui erano numerosi, e come proseguiva, altri s’aggiungevano, sicché sempre più folto e chiassoso diventava quello strano corteo.

— Venite pure al ricco e povero, o bimbi, ed ascoltatelo attentamente: il vostro cuore è un campo vergine: vi sia sparso il seme e germogli e dia un giorno i frutti! Non importa che siate spensierati e chiassosi: sol di quegli che ha lo sguardo ed il passo lento, possiamo aver paura! Anch’io schiamazzavo e ballavo ed ero sempre allegro: le ragazze mi ammiravano ed i giovanotti mi temevano. Allora avrei fatto rispettare il mio diritto, col pugno, con lo stesso pugno con cui oggi me lo negano!

— Balla, Bortolo! — gridarono in coro i monelli.

E come Bortolo proseguiva in mezzo alla rumorosa compagnia di piccoli esseri saltellanti, le sue gambe diventarono sì leggere e giovani, ch’egli, quasi senz’avvedersene, cominciò a dondolarsi sulle anche.

— Oh, Oh!… Bortolo balla: Bortolo è ubriaco! — gridavano gioiosamente i bimbi, parte dei quali lo precedeva saltellando, mentre gli altri gli davano continui spintoni nella schiena.

Bortolo si terse con la manica il sudore dalla fronte, e si fermò nel mezzo della strada, guardando i fanciulli.

— Finitela, miei cari: bando agli scherzi! Il Signore benedica i giovani vostri cuori non ancor contaminati dalla vita e dalle sue amarezze! Essi non conoscono ancora le ingiustizie; la pura giustizia vi regna sovrana. Anche io non la conoscevo, la ingiustizia, fino a questo tardo autunno della mia vita, finché non s’abbatté sulle mie povere spalle, costringendomi a peregrinare per il mondo in cerca di potermi liberar da essa. Che Iddio non voglia che anche voi siate un giorno costretti a conoscere il divario tra il divino comandamento e le azioni degli uomini! Che il Signore vi preservi dal conoscere la giustizia degli uomini, perché allora conoscereste tutte le loro ingiustizie!

Un monello gli dette uno spintone più forte: barcollò: il cappello gli cadde nella polvere. I fanciulli salutarono questa caduta con un grido di gioia, mentr’egli si chinava per raccoglierlo.

— Bimbi miei: non dovevate far così! Ormai io sono vecchio ed infermo: non posso giocare con voi: non posso fare delle capriole!

E quando stava per raccattare il cappello, cadde sulle ginocchia, con le mani nella polvere. Il gruppo dei monelli si sciolse, i fanciulli si fermarono agli angoli della strada, a guardare, ridendo. A fatica s’alzò, si pulì dalla polvere: era abbattuto — e lo si vedeva dall’espressione della sua faccia — per lo spavento provato nella caduta e pel contegno dei monelli.

— Gesù Cristo chiuse gli occhi, fanciulli miei: anch’io li chiuderò! Come potreste comprendere l’ingiustizia, se non l’avete mai provata?… Iddio e la misericordia divina siano con voi!

— Bortolo è caduto: è stramazzato nella polvere, l’ubriacone! — gridarono i monelli.

Una pietra fendette l’aria e andò a colpire Bortolo ad un ginocchio. Egli si volse, stordito.

— Iddio vi perdoni, cari bimbi: che fate?…

Dalla parte opposta venne lanciata un’altra pietra, che lo colpì ad una mandibola, lacerandogli la pelle, sì che gli uscì del sangue. Bortolo si scosse, viepiù addolorato e allargò sconsolatamente le braccia.

— Figlioli miei: che cosa v’ho fatto?

— Sangue!… — gridarono i monelli intimoriti, e saltarono oltre i fossatelli che correvano ai lati della strada, dandola a gambe per i campi.

Uno solo ne rimase, un bimbetto gracile, con una grossa testa ed i capelli ricciuti; portava ancora il gonnellino ed era scalzo. A piccoli passi, piagnucolando, corse verso Bortolo e gli abbracciò le ginocchia. Bortolo gli accarezzò la ricciuta testa e le fresche guance irrorate di lacrime.

Il viso di Bortolo si rischiarò e gli occhi gli si illuminarono.

— Tu solo sei venuto, bimbo riccioluto: tu solo m’hai udito, povero bimbo! Sii tu il mio difensore ed il mio giusto giudice!

Il fanciullino piangeva e tremava.

— Mamma, mamma, mamma!

Una donna s’avvicinò e lo prese in braccio.

— Che cosa gli hanno fatto?

— Ha sentito l’ingiustizia, lui solo! Scendano sul tuo capo tutte le sante benedizioni, mio pietoso giudice! — disse Bortolo.

Il bambino nascondeva il suo visetto nel seno della madre e singhiozzando sommessamente, continuava a balbettare:

— Mamma, mamma, mamma!

VIII.

Bortolo andò a prendere le sue robe. Davanti alla casa incontrò Sitar, ma non lo salutò; quegli voltò la testa dall’altra parte.

— Sono venuto per prendere le mie cose; soltanto per ciò sono venuto — disse Bortolo, guardando dinanzi a sé, come se parlasse alla casa, non già a Sitar. — Non mi prenderò altro: non occorre che si chiuda, dunque, né la casa, né il granaio!

Entrò e salì nella stanzetta che un dì ormai lontano, s’era egli stesso scelta e preparata sotto il tetto.

Un letto, una panca, un crocefisso ed un rosario appeso alla parete, vicino al letto: altro niente, nella stanzetta.

Da un chiodo pendeva il vestito da festa; in una cesta sotto la panca, v’era la sua biancheria. Sul letto era stesa una variopinta coperta, che il defunto Martino gli aveva donata come ricordo della guerra contro i turchi, cui aveva partecipato. Su questa mise il vestito da festa e la biancheria. La piegò e legò il fagotto con una solida funicella. Senti una fitta al cuore. Il dolore gli opprimeva il petto, serrandogli la gola : mai prima d’allora aveva sofferto tanto. S’inginocchiò davanti al crocefisso, si fece il segno della croce e s’inchinò sì profondamente da toccare con la fronte il capezzale del letto.

— Padre nostro che sei ne’ cieli… Cerco la legge che hai data agli uomini! Quanto hai detto non rinnegherai, quanto hai scritto non cancellerai! Non negli uomini ho più fiducia, né nel mio diritto: nel solo scritto tuo ho fede!… Padre nostro che sei ne’ cieli… Tu che sei infinitamente misericordioso, dà al mendico la elemosina; tu che sei infinitamente giusto, concedi a chi lavora la sua mercede: ricompensa il servo che ha fame e sete di giustizia: sfamalo e dissetalo! Comanda, e la tua parola animatrice infonderà in tutti i cuori la giustizia… Padre nostro che sei ne’ cieli… non indurli in tentazione, tocca col tuo dito i loro occhi, e, miracolosamente, vedranno. Non indurre in tentazione neppur il servo tuo: egli è vecchio ed infermo. Consolalo, perché è abbattuto e prostrato dal doloro! Padre nostro che sei ne’ cieli…

E Dio lo consolò: l’amarezza ond’era pieno il suo cuore sparve, e Bortolo si quietò.

S’alzò, allora, mise in ispalla il fagotto e gli stivaloni, prese un nodoso bastone da viandante e si mise in cammino. Oltrepassando la soglia, si fece il segno della croce.

— La fortuna ti sia propizia, Bortolo; la volontà di Dio è che t’incammini per questa strada: che tu possa ritornar felicemente!

Lontano, vide Sitar, che stava al limite del prato.

— Perdona loro — disse Bortolo nel proprio cuore; e stese la mano in segno di saluto e di congedo. — In cammino! Senz’odio… Fa più male il rancore covato nell’intimo dell’animo nostro, che il dolore! Ed ora, via: fino al raggiungimento della mèta, senza rancore! Stringi ambe le mani sue in segno di saluto e lo conduci per mano in casa, come fìgliuol sperdutosi ed ora ritrovato!

Ancora una volta guardò la casa, i campi, i prati, i lontani pascoli, poi scese verso la valle.

La sede della Giustizia, grande e bella casa, era nel mezzo della piazza di Dolina: una lunga fila di finestre, una vasta entrata; sopra questa, l’aquila imperiale.

Entrato nell’atrio, Bortolo provò un senso di malessere. Aveva timore di quel luogo pieno d’odio, d’ingiurie, di perverse ed ingiuste liti a di spergiuri.

Un vecchio inserviente, incartapecorito e cadente, gli venne incontro. Portava sotto il braccio delle carte ingiallite.

— Buon giorno! — gli disse Bortolo, scoprendosi.

— Che volete? — brontolò l’inserviente, squadrandolo dall’alto in basso, con uno sguardo duro e adirato.

— Che voglio? — rispose sorridendo Bortolo, ed osservò, stupito, da capo a piedi l’allampanato inserviente. — Non ho affatto l’intenzione di far impiccare nessuno, credetemi!… Perché l’uomo dovrebbe danneggiare l’uomo? Gli altri litighino, giurino, bestemmino: Bortolo mai farà lite ! Mi si ascolti e giudichi spassionatamente; non desidero altro!

Colpito e seccato, il rugoso inserviente lo fissava.

— Che ciarli? Chi cerchi, dunque?

— Il giudice giusto!

L’inserviente storse la bocca, gli indicò le scale col lungo dito e lo lasciò.

Bortolo salì le buie scale, col fagotto e gli stivaloni in ispalla ed il bastone in mano. Mentre saliva, incontrò un piccolo e tarchiato contadino, che con la faccia stravolta dall’ira, tagliava l’aria con dei larghi gesti.

— Briganti! Assassini… assassini!… Bortolo s’arrestò stupito.

— Assassino! Chi?

Il robusto contadino gli passò davanti come un bolide, e non gli diede risposta.

— Che scoppio d’ira! — disse fra sé Bortolo, scuotendo il capo. — Era venuto in cerca dei giusti giudici e ha trovato degli assassini!

Giunto al piano superiore, si fermò indeciso, nel corridoio, non sapendo a qual porta picchiare. Mentre stava così titubante, una porta s’aprì. Ne uscì un uomo d’alta statura, magrissimo, con un pizzo caprino, vestito d’un abito nero. Gli passò rasente, lasciando l’uscio aperto

Timoroso e curioso, Bortolo, tenendo il cappello in mano, gettò un timido sguardo nella stanza. Dietro la sbarra di legno, seduto ad una grande tavola zeppa di carte, stava il giudice. Un signore pingue, calvo, con lunghi baffi ed un’espressione di noia sul viso. Ad un’altra tavola, un giovane scrivano stava scrivendo.

Il giudice alzò la testa e diede uno sguardo obliquo a Bortolo.

— Che vuoi?

Bortolo entrò a passi incerti.

— Cerco la giustizia: accuso l’ingiustizia! — rispose. — E credo d’esser giunto al luogo che sto cercando!

Lo scrivano volse a lui la testa e sorrise; il giudice corrugò la fronte.

— Ma spicciati, dunque!

Bortolo posò sulla panca il fagotto e gli stivaloni, s’appressò alla sbarra e vi s’appoggiò con ambe le mani.

— Giudice, io non sono un uomo cattivo: a nessuno desidero il male; neppur a quelli che me l’hanno fatto. Sia resa a me giustizia; ma non si faccia agli altri neppure il male che hanno commesso: è questo l’insegnamento di Dio, e cosi io dico la mia accusa! Che Sitar non venga scacciato di casa e debba andarsene col fagotto e gli stivaloni in ispalla, com’ho dovuto far io; né venga incatenato e trascinato così per tutto il paese, alla prigione! Tutto ciò non occorre; e neppure occorre che lo si sgridi in presenza degli altri, perché allora s’offenderebbe: si metta in pace, da solo a solo, con la propria coscienza! Giustizia a chi se la merita: al peccatore il perdono!

Il giudice e lo scrivano lo guardavano stupefatti.

— Sei impazzito, disgraziato? — esclamò il giudice. — 0 non sei tu Bortolo, servo di Sitar che abita sul colle?

— Sono io, sì! — rispose Bortolo, facendo un segno affermativo con la testa. — Da quarant’anni sono sempre il medesimo! Ma al giovane è saltato in capo, in questi ultimi giorni (o per ischerzo, o per malizia, o per superbia) di dirmi: Bortolo, prenditi le tue robe, il bastone, e vattene! E non ch’avesse detto: Va e compera dei buoi o vendi del fieno! No, non ha detto così, ma: Va, dove vuoi, a destra, a sinistra, avanti o dove più t’aggrada; e non far più ritorno! Ora che sei divenuto vecchio, che la schiena ti si è curvata e le ginocchia più non ti reggono, vattene! Così ha detto. E voi consultate il libro e fate giustizia!

Lo scrivano nascose il viso nelle carte, e scoppiò in una risata che gli fece sussultar le spalle; il giudice aggrottò le ciglia.

— Ma che cosa vuoi? Perché sei qui venuto?

Bortolo, colpito, aprì la bocca, senza che ne uscisse suono.

— Perché sei venuto? — ripeté il giudice brusco, guardandolo irosamente.

Bortolo abbandonò la sbarra, curvandosi ancor più.

— Non v’ho esposto ora la mia causa, senza infingimenti né fronzoli?… Così l’è andata; non altrimenti ! Cosa volete che vi racconti ancora? Siete voi che dovete giudicare, non io! Voi siete il medico: ho messo a nudo la piaga: guaritela!

Lo stupore del giudice cresceva di momento in momento, e il suo sguardo diventava sempre più duro; anche l’allegria dello scrivano aumentava.

— Non ho tempo, galantuomo! — proruppe il giudice. — Non ho tempo da perdere in vane chiacchiere intorno alla rabbia della lumaca, o intorno all’epilessia del serpe! Ciò che avete a dire, ammesso che abbiate da dirmi qualcosa, ditelo senza preamboli; se no, andatevene!…

Così concluse il giudice; ma Bortolo non comprese. Egli si dondolava, appoggiandosi ora su una, ora su l’altra gamba; e si grattava la testa, dietro l’orecchio, non sapendo che rispondere.

— Come?… Se vado dal bottegaio e gli domando del tabacco, mi offrirà egli del sale? Io sono venuto qui per chiedervi giustizia, e voi mi rispondete: Perché sei venuto? Vi ho esposto la mia questione, e voi mi dite: Che ciarli tu mai? 0 sordi bottegai, io non son qui venuto per comperare del sale: io voglio del tabacco!

In quel momento entrò il magro ed arcigno inserviente, con un fascio ancor più grande di carte sotto il braccio.

— Krusnik, — gli ordinò il giudice — prendi quest’uomo per il braccio e mostragli le scale ed il portone che dà sulla strada!

E così fece l’incartapecorito inserviente, che strinse il braccio a Bortolo sì forte, da fargli esclamar fra sé:

— Per Bacco!

A voce alta disse:

— Anche sopra di te, ingiusto giudice, vi sono altri giudici; e sopra tutti v’è Iddio!

Prese il fagotto, gli stivaloni, il bastone, ed uscì. Giunto allo scalone, si voltò e tornò a gran passi verso la sbarra.

— Ora comprendo, falso giudice, ora mi sono chiare le parole di quel contadino; Iddio lo ha illuminalo! Non è il tempio della giustizia questo : è un luogo maledetto : è il rifugio delle cause immonde, dei falsi giuramenti!

Fece un gesto di sprezzo con la mano; avrebbe voluto dire ancora qualcosa, ma l’inserviente lo spinse fuori.

IX.

Imbruniva. Bortolo si domandò dove avrebbe passata la notte. Era una serena e calda sera; una dolce brezza faceva ondeggiar appena l’alte erbe dei prati e sussurrar lievemente il bosco.

Bortolo si diresse ad un boschetto d’abeti, che pareva lo salutasse dall’alto del monte; era un vero giardino idilliaco, rifugio e consolazione degli innamorati e dei senza tetto. Un serpeggiante sentiero saliva, costeggiando campi ed attraversando prati, e si perdeva nel verde declivio.

Bortolo procedeva lento; era stanco ed il suo cuore era gonfio d’amarezza: di quell’opprimente, sconfinata amarezza che s’impadronì dello stesso Figlio di Dio, quando non ebbe dove posare la testa.

— Se mai ho offeso qualcuno di voi, — pensò Bortolo— qualcuno di voi che vagate per il mondo, senza tetto, non si ricordi di me con nemico sentimento!… 0 stanchi viandanti, più stanchi dell’ingiustizia che dell’aspro cammino, se ho respinto qualcuno di voi dalla casa, non mi maledica egli nel profondo del suo cuore! Il fardello vostro è pesante!… E’ da poco che l’ho preso e già mi vacillano le ginocchia e la testa mi cade sul petto!… Quando sarò redento da questo peso, quando sarà compiuto il giusto castigo divino, potrete venire, consacrati dalla sventura e dal dolore: vi sarà aperta la dispensa, preparata la tavola e lo scanno.

Al margine del boschetto, posò a terra il fagotto e si sdraiò sull’erba. Tutta la bella valle riposava, immersa nell’ombra; anche Betajnovo, sull’opposta collina, dormiva. Attraverso i meli, vedeva biancheggiare stupendamente la casa di Sitar; e gli pareva che lo salutasse, civettuola, e l’invitasse a sé.

— Immergiti tu pure nel sonno! — disse Bortolo. — Addormentati; e non sognar giammai l’ingiustizia! Preparati a riaccogliermi, vestita nel tuo più bell’abito nuziale, e a darmi il bentornato! Non regni l’odio fra noi; non ci separiamo con lo sguardo torvo e la parola acre! La santa benedizione scenda su te!

Tali nobili, quasi evangelici pensieri gii passavano per la mente; ma lo strazio del suo cuore non ne era lenito.

Tutto era quiete intorno e l’oscurità s’era fatta più fitta; s’udiva soltanto il leggero fruscio degli abeti: erano le anime vaganti, che conversavano fra loro.

— Che Iddio vi conceda riposo e conforto!… — fu la prece di Bortolo. — Egli è giusto e misericordioso: per voi tutti verrà l’ora in cui ammirerete la sua gloria; essa verrà per me pure, povero peccatore!

Per il sentiero venne l’incredulo studente, che scorgendo Bortolo, si diresse verso di lui.

— Come va con te, Bortolo, ora che hai preso il bastone da viandante? — gli domandò.

— Iddio certo sapeva quello che faceva, quando m’ha imposto questo fardello: come ci si può opporre alla sua volontà? — rispose Bortolo.

Anche lo studente si sdraiò sull’erba.

— Vedi: questa dove tu sei coricato, è la mia casa — disse. — Essa è grande, e non ha né muri, né limiti: non occorre che il vicino si stringa per far luogo al vicino: qui c’è posto per tutti! Anche l’altezza della casa è infinita: per quanto tu sia alto, non sei costretto a curvarti ! E su tutta quest’immensa ricchezza, né tasse, né sopratasse! Non ci rammarichiamo, Bortolo: quando gli uomini sono ingiusti, c’è Iddio che fa giustizia! Ci hanno messo in mano il bastone, mostrandoci la non desiderata via: Iddio, invece, ci ha aperto questa sublime parte del suo regno, che Egli concede soltanto ai viandanti od ai pellegrini!

Bortolo gli volse uno sguardo di compassione.

— Grande dev’essere l’ingiustizia da te sofferta, se il tuo cuore è così pregno d’amarezza! Se così non fosse, come potresti dire delle parole che sono scherno per te stesso; come potresti pronunciare il nome di Dio, quando neppur pensi a Lui?

Lo studente l’ascoltava, meditabondo, ammirando il cielo, che silenziosamente s’oscurava; poi sorrise.

— Iddio è stato più misericordioso con me, che con te, Bortolo ! A me ha scoperto l’ingiustizia, giovanissimo ancora; a te appena ora! Io vissi nell’illusione mezz’ora; tu interi quaranta anni! Io sono stato gettato sulla strada della realtà, senza complimenti, né preamboli; tu sei vissuto nella falsa via quarant’anni interi: difficile ti sarà il ritorno! Pensa, Bortolo: appena aperti gli occhi, delicato bambino ancora, si cominciò a trattarmi bene: dove mettevo piede, ricevevo, in segno di saluto, una buona pedata! Con la bruta forza, Bortolo, con la forza bruta hanno inculcato in tutto il mio essere la coscienza della cruda realtà! Con la violenza hanno impresso nelle mie carni la legge ed il comandamento, che, cioè, il diritto è fatto per quelli che lo hanno create! Che bisogno c’è ch’io accusi o muova liti; ch’io disputi con Dio e con gli uomini? Il tesoro più prezioso è, senza dubbio, la coscienza, anche se formata a forza di nerbate! Che pensi di fare, ora, Bortolo?

— Di buon mattino, andrò dai giudici giusti; adesso, però, voglio riposare!

— Addormentati pure, stanco fanciullo: buona notte! Rispondi ancora a questa domanda, soltanto; dove speri di trovare i giudici giusti?

— Andrò da coloro che sono stati chiamati a giudicare in nome della legge e della giustizia. Iddio ha inviato la giustizia sulla terra e non ha permesso che gli uomini la rinchiudessero nello scrigno, né permette che si arrechi pubblica offesa al suo comandamento! Iddio è misericordioso, e non vorrà mettere all’estrema prova il suo servo Bortolo, che mai l’ha offeso!

— La tua fede è grande, e grande sarà il male che ti verrà fatto! Aspetterò che tu ritorni. Vorrei vederti, vorrei vedere il vecchio Bortolo nel mezzo della strada, con le vesti a brandelli e la testa ignuda, imprecando, scandalo agli uomini e zimbello dei fanciulli!… Bortolo, dimmi ancora questo: che farai, quando ritornerai, dopo aver veduto che non esiste giustizia, né presso Iddio, né presso l’imperatore?

— Che faresti tu, povero studente, se non vi fosse più questa celeste volta, né queste stelle che ci guardano, né quest’erbosa valle; se non fossimo né tu né io? Oh, quanto empie sono le tue parole; quanto male ha fatto al tuo cuore l’ingiustizia!… Prega: anch’io pregherò!

Guardarono l’immensa cupola azzurra, con gli occhi spalancati. La valle era immersa nelle tenebre ; il cielo si faceva sempre più luminoso : ad oriente un rosso chiarore: la luce delle stelle si spegneva: grande ed infocata sorgeva la luna.

 

Trento Longaretti (Treviglio, 1916) pittore italiano. Ha come maestro Aldo Carpi negli anni Trenta. Si avvicina all’attività artistica legata alla rivista Corrente, fondata da Ernesto Treccani, dove conosce Morlotti, Guttuso, Sassu e Vedova. Nella seconda guerra mondiale è in Slovenia e in Albania. Partecipa più volte alla Biennale di Venezia.

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