Rutilio Namaziano ~ De Reditu I, 559-644 ~ Ultimo giorno

 

Libro primo I, 559 – 644

 

[Ultimo giorno che conclude il racconto del primo libro della risalita per nave dal porto di Ostia antica fino a Pisa. Ospite di un amico a Villa Triturrita Rutilio non sfrutta il tempo favorevole ma decide un’escursione a Pisa con cavalli e carrozze di lusso: occasione per uno sguardo sul fiume Arno e Ausur (Serchio) e per ricordare le nobili origini della città dalle terre dell’Elide in Peloponneso. Come alla partenza era successo con Rufio Volusiano e poi con Palladio e Esuperanzio, si elogia il rapporto tra padre e figlio: lo ricorda una statua di Lacanio, padre di Rutilio, che fu proconsole in terra dei Tusci, stimato e onorato in tutta la Lydia (l’Etruria). Nel presente anche Decio, console della Tuscia e Umbria, e figlio di Lucillo, funzionario e poeta, rinnovano il rapporta tra la rettitudine nella conduzione della cosa pubblica e la vivacità nell’attività letteraria. Finalmente il ritorno a Villa Triturrita, da dove poter salpare, ma stavolta è il maltempo imminente a sconsigliare la partenza: si decide così una caccia al cinghiale nei boschi vicini. Il libro si conclude infine nello spettacolo di una natura furente dal mare agli astri, dalle terre coltivate al lontano e mitico Oceano.]

 

 

nave romana

nave romana

 

 

Pisa

 

Ancorate dunque le mie navi in un posto sicuro

560        mi dirigo a piedi, com’è necessario, verso Pisa.

Offre cavalli e belle carrozze un tribuno:

mi è caro, e io a lui, dai tempi della milizia,

quando ministro per gli interni vigilavo i regii tetti

e il corpo di guardia del pio principe.

565       Contemplo l’antica città che ha origine dall’Alfeo,

cinta dall’Arno e l’Ausur con acque gemelle.

Riunendosi i due fiumi formano come una punta di piramide

sulla cui aperta fronte entra una striscia di terra.

Ma il proprio nome mantiene nel comune gorgo

570       l’Arno e così da solo entra in mare.

Prima del tempo che la sorte dei Penati di Troia

si unisse ai sovrani dei Laurenti,

l’Etruria accolse coloni di quella Pisa in Elide

la cui stirpe è attestata nel suo nome.

 

 

Lode del padre

 

575       Qui mi s’offre alla vista l’immagine del mio santo padre,

che i Pisani han posto nel loro Foro.

Mi scendono le lacrime a sentire le lodi del padre perduto,

ed è una triste gioia dolente per le guance madide.

Un tempo mio padre infatti ha governato le terre Tirrene

580       e come proconsole esercitò la certezza del diritto.

Raccontava, ricordo, molte cariche passate,

ma nessun’altra per lui fu più cara come quelle in Tuscia:

infatti non la cura, per quanto grande, dei culti sacri

né il potere di questore aveva preferito;

585       né – se lo si può dire – dubitava a posporre persino la prefettura

nel suo amore così forte per i Tusci.

E non sbagliava, tanto era amato dai suoi prediletti:

un amore vicendevole canta eterna gratitudine

e la risolutezza e insieme la mitezza lasciano

590       i vecchi ai figli perché ricordino.

Gioiscono nel sapere che le mie cariche non sono inferiori

e con doppio zelo mi fanno festa.

Spesso, andando lungo la Flaminia, ho trovato

la medesima traccia dello splendore paterno:

595       come fosse quella di un dio, la fama di Lacanio

è venerata da tutti i popoli nati in Etruria.

 

 

     Decio, Lucillo e le Arpie

 

Grata a chi è leale, la provincia mantiene i costumi antichi

degna di avere sempre leali governanti;

come al presente Decio nobile figlio di Lucillo

600       governa fra le genti di Corito i campi felici.

E non meraviglia se, ritrovatosi nel carattere del figlio,

il padre vede con gioia una discendenza a sé somigliante;

le sue satire, come di Muse pungenti e giocose,

né Turno mai supererà né Giovenale:

605       lima censoria, restaurò il pudore antico

mostrando di essere probo e fermo contro i malvagi.

Non ha, da arbitro rettissimo del sacro oro,

scacciato un tempo le Arpie strette all’assedio?

Le Arpie, che fanno a pezzi il mondo con gli artigli

610        che con le zampe collose strappano via ciò che toccano

che trasformano Argo in un orbo e Linceo in cieco!

Si moltiplicano i furti dei beni pubblici tra i custodi!

E quel saccheggio, come del gigante Briareo dalle cento braccia, a Lucillo

non sfuggì  e a tante una sola mano oppose.

 

 

  Caccia vicino a Villa Triturrita

 

615        E già tornato da Pisa a Triturrita

volgevo le pendule vele a un timido Noto:

di colpo il cielo si coprì di nere nubi,

che rotte spargevano raggi erranti.

Ci fermammo, perché chi con una maligna tempesta

620       affronterebbe flutti così incattiviti?

Dal forzato ozio navale passiamo nelle vicine selve

a caccia di fiere, per muoverci un poco.

Il padrone della villa ci procura le attrezzature

e cagne esperte a sentire gli odori dei covili.

625       Si abbatte in trappola e nella rada frode delle reti,

come fulmine, cade un cinghiale dalle terribili zanne:

tremando, anche per il forte Meleagro,

tale da rompere la stretta di Ercole.

Risuona il corno nell’eco dei colli, mentre torniamo,

630        e il canto che accompagna fa leggera la preda.

 

 

    Astri procellosi

 

Frattanto l’Africo dalle ali gonfie non cessa di negarci

per nubi nere come pece un giorno continuo.

Già le umide Iadi col loro tramonto mattutino

già, coperta da piogge invernali, si nasconde la Lepre,

635        costellazione di pochi raggi, ma flutti grandi

con cui nessun navigante lascerebbe la madida terra;

è infatti unita al tempestoso Orione

e fugge, rugiadosa preda, l’ardente Cane.

Vedemmo che il mare divenire giallo per le sabbie agitate

640        mentre le sue cime eruttavano a invadere i campi;

come Oceano quando entra in mezzo ai terreni

irrompe e poi abbandona i campi coltivati,

sia che s’infranga nel rifluire da un’altra terra

sia che svanisca in pasto ad astri corruschi.

 

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