Cecil Taylor

 

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Solitamente quando si parla di Cecil Taylor (29 marzo 1929, Long Island, NY) si sottintende che la sua musica non sia per tutti, come se la “difficoltà” di adesione empatica al suo linguaggio dovesse richiedere una competenza particolare o, peggio, un “ideologico e cieco” entusiasmo ad un radicalismo musicale di principio. Se così fosse la musica romantica, ad esempio, avrebbe sempre la meglio sulla musica barocca, così come quella colta sarebbe alla lunga solo più “difficile” di quella pop. In realtà Cecil Taylor va ascoltato come Cecil Taylor e non come uno dei tanti musicisti jazz, anche perché il pianista newyorchese ha unito in modo sorprendente fin da subito esuberanza (l’aspetto performativo) con l’atonalità (l’aspetto esecutivo in senso stretto). “Improvvisatore jazz” per antonomasia, era il più avanzato nella metà degli anni ’50 e dopo sessanta anni è ancora il più radicale. Nel suo intenso approccio percussivo atonale (si è detto che tratta il suo piano come fosse un set di tamburi), il suo stile è in tal modo “fisico”, con performances lunghe e frenetiche che richiedono un’energia ai limiti della tollerabilità, e al tempo stesso “cacofonico” per i suoi caratteristici grappoli (clusters) di toni, i suoi attacchi percussivi e le sue poliritmie irregolari. La sua improvvisazione così sembra poter essere virtualmente pensata all’infinito proprio mentre è percepita sempre uguale a se stessa.

 

 

Cecil Taylor – The World Of Cecil Taylor – Candid ‎– 8006

 

Fin dalle prime battute dei tamburi di Dennis Charles nel pezzo d’apertura, l’ascoltatore sa di entrare in qualcosa di speciale e ci si può immaginare quale sarà stata nel 1960, quando fu registrata questa sessione, la reazione di un ascoltatore di jazz. Si tratta di un meraviglioso documento dell’inizio di carriera di Cecil Taylor, quando era a metà strada tra un approccio modernista ad un materiale standard e quel proprio radicale sperimentalismo che si sarebbe ascoltato da lì a pochi anni. Il quartetto, completato da un giovane Archie Shepp al tenore (presente solo in Air e Lazy Afternoon) e il bassista Buell Neidlinger, è già abbastanza pronto a spingersi oltre i confini del momento, dando infatti un accenno quasi sommario dei temi prima di saltare subito all’improvvisazione. Se lo standard This Nearly Was Mine è esplorato magnificamente e con un forte romanticismo da Taylor, Port of Call e E.B. sono entrambi dei veri capolavori che mostrano come il pianista sappia mantenere una padronanza sino allora mai udita del pianoforte, e come le idee musicali escano come scintille dalla punta delle sue dita. È sorprendente nello scoprire quanto sia profondamente radicato in questa musica il blues e il senso ritmico, che spesso come ascoltatori abbiamo difficoltà a riconoscere. Questa sessione, che è stata più volte riedita, è una bella introduzione all’opera di Taylor, perché mantiene ancora un piede in forme di jazz “tradizionale” mentre si sporge, come fosse a portata di mano, verso la visione di un nuovo suono possibile.

 

 

[Archie Shepp – tenor saxophone (Air e Lazy Afternoon); Cecil Taylor – piano; Buell Neidlinger – bass; Dennis Charles – drums]

 

Air (Cecil Taylor)
This Nearly Was Mine (Oscar Hammerstein II – Richard Rodgers)
Port Of Call (Cecil Taylor)
E.B. (Cecil Taylor)
Lazy Afternoon (Jerome Moross, John Latouche)
 Recorded At – Nola Recording Studios

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