Una strage ~ 16. Massa dei Sabbioni: «un apostolo senza paura»

 

Matteo Pugliese, La Promessa, 2010

Matteo Pugliese, La Promessa, 2010

 

Mentre per tutti gli altri paesi coinvolti nelle stragi del luglio 1944, non sempre le testimonianze raccolte dal Sergente Maggiore Crawley hanno fugato dubbi sulla sua ricostruzione dei fatti, per Massa dei Sabbioni, gruppo di case che si trova sulla direzione dei monti del Chianti poco sopra Castelnuovo, si ha un quadro esaustivo e molto ricco di particolari. Crawley visitò il paese il 25 settembre e il giorno successivo era a Figline per interrogare la moglie di un ucciso di Castelnuovo, sfollato a Massa e catturato nella strada che separava i due paesi; nei due giorni successivi le testimonianze di pochi civili rimasti quel giorno nelle proprie case furono sufficienti a delineare il quadro preciso di ciò che era accaduto attorno a mezzogiorno. Milena Baldi, che fu costretta a far entrare nella propria casa il manipolo di soldati che giungeva da Castelnuovo, appunterà i suoi ricordi in un diario; Giuliano Pagliazzi, cugino di Dante, uno dei due uccisi, scriverà una memoria negli anni sessanta che rimarrà insieme alle “cronache” dei parroci uno dei pochi documenti scritti rimasti sui fatti.

Nel suo piccolo, questo paese, destinato alla stessa sorte di Castelnuovo e Meleto ma che subì una ferita “contenuta” perché la gran parte dei civili era già fuggita, rappresenta una delle cronache più straordinarie delle stragi del 4 luglio. I Tedeschi infatti sono colti in momenti insoliti di stanchezza, fame e indecisione; colpisce il silenzio della truppa mentre parla solo il comandante, forse un sottufficiale, il quale chiederà alla Baldi cosa sta avvenendo a Meleto, da dove si alza il fumo degli incendi. Sembrano conoscere l’italiano e la tensione si percepisce anche tra di loro. Le stesse uccisioni, brutali e feroci come tutte di quella giornata, avvengono in una forma “inusuale” quasi furtiva ed un uomo catturato riesce a fuggire loro proprio pochi attimi prima, certamente grazie alla sua destrezza ma anche alla sprovvedutezza di chi faceva lui da guardia. Niente è giustificato in quella giornata, ma queste morti ci appaiono ancora più assurde, perché colgono vittima e carnefice nel rapporto più intimo, diretto dove non esiste una “ragione militare” ma solo la volontà perversa di negazione della vita, un gioco sadico e orribile.
Per questi Tedeschi tutti gli uomini italiani erano potenziali partigiani, di certo lo erano tutti gli uomini che si trovavano a vivere nelle vicinanze di postazioni di resistenza armata. Il sergente Groner, che faceva parte presumibilmente dell’Alarmkompanie Vesuv, l’indomani, di ritorno a Terranuova Bracciolini dirà ad una donna, cui aveva affidato i propri indumenti da lavare, di essere stato a «Castelnuovo e Massa» in un’azione antipartigiana. Groner parlò di Massa e non di Meleto, paese che, per numero di morti, caratterizzava sicuramente di più l’intera azione stragista: evidentemente la loro fu un’azione di vero e proprio rastrellamento “antipartigiano”, affidata ad una compagnia mobile nel territorio a partire da Castelnuovo verso gli abitati circostanti.

 

ore 7,00 – 9,00 del 4 luglio 1944, Massa dei Sabbioni

 

Dalle dichiarazioni dei testimoni sentiti dal Sergente Maggiore Crawley risulta che gli abitanti di Massa dei Sabbioni, paese in posizione più elevata rispetto a Castelnuovo e Meleto, fin dal primo mattino avevano visto del fumo salire da Meleto: in realtà si trattava di quegli incendi di case e fienili retrostanti (Masseto) non visibili da Massa e che i Tedeschi avevano appiccato all’inizio della manovra di accerchiamento del paese. Per un gioco di prospettiva, sembravano alzarsi da Meleto stesso. Secondo Giuliano Pazzagli e Giuseppe Tanzi sarebbe stato addirittura attorno le 5-5,30, ma quell’orario sembra essere un po’ troppo anticipato rispetto alla realtà e di fatto avrebbe creato ancor maggior allarme a Meleto dove, quando fu visibile, i margini di fuga erano ormai ristrettissimi. Con più precisione sempre Giuliano Pagliazzi, in una memoria scritta attorno al 1964, corresse l’orario alle 7,00 e descrisse così l’arrivo dei soldati opportunamente inviati a uccidere e devastare nella zona a ridosso di Castelnuovo in direzione dei monti del Chianti:

I Tedeschi vennero da Castelnuovo seguendo la strada di Camonti per il cimitero e che poi passa dalle Macie. Mentre venivano su spararono ed uccisero un uomo in località Pieralli [Sabatino Pieralli], poi in Capraia spararono ad un altro il quale fingendo di cadere morto si salvò. Giunti alle Macie incendiarono case e fienili ma la gente era scappata. Poi scesero al Conte ove fecero lo stesso e dopo una parte andò all’Olmastroni, anche lì incendiarono tutto, e gli altri arrivarono a Massa.[1]

La giornata di Giuliano Pagliazzi però era iniziata ben prima, quando la mattina presto aveva avvertito il babbo Gaudenzio del fumo nero che saliva da Meleto. «Avvertii mio padre e lui ritenne che quel fumo che si vedeva sopra Meleto doveva essere causato dalle truppe tede­sche che incendiavano le case del paese». Decisero allora di rifugiarsi nei boschi vicini insieme al cugino Dante Pagliazzi, un giovane di 26 anni senza genitori già da dieci anni che viveva con la famiglia dello zio. Secondo Giuliano tutti gli uomini erano «sicuri, [che] quel giorno [i Tedeschi] sarebbero giunti nel paese».

Secondo la testimonianza di Milena Baldi, d’altronde, addirittura la sera prima era successo un fatto che aveva creato sgomento tra gli abitanti di Massa e che li convinse ad abbandonare il paese:

… vidi due Tedeschi che venivano su dal Bondi, in motocicletta. Quando arrivarono di fronte al cancello della mia casa, si soffermarono su questa motocicletta e uno, quello che era dietro aveva una pistola e la puntò contro alcune persone che erano sedute vicino alla chiesa in un muricciolo. Si soffermò, puntò questa pistola, però non sparò. Quindi molte persone fuggirono la sera, anche, perché erano impressionate da questo fatto.[2]

Anche Dante passò la notte fuori casa, ma più tardi, quella stessa mattina verso le 10, volle tornare di nuovo a casa «per riprende­re la bicicletta e i soldi, che aveva dimenticato di portare con sé nella fretta della fuga».[3] Nella sua memoria scritta Giuliano scriverà:

Quella mattina il cielo era nuvoloso ed a tratti piovigginava. Noi c’eravamo rifugiati nei boschi sopra il paese (…). Dante (…) aveva passato la notte nel bosco insieme con il babbo e con me ed era venuto a casa la mattina sul tardi per vedere ove fossero la mamma e la sorella. Quando si fu accertato che erano al sicuro presso dei conoscenti vicino al paese decise di ritornare nel bosco. Ma s’era incamminato da poco e incominciò a piovere; allora decise di tornare indietro a prendere gli ombrelli e si fece dare dalla mamma la chiave di casa. Quando giunse al paese egli non vide i Tedeschi, forse non erano arrivati o forse lo erano già (…).

La consapevolezza che attorno i Tedeschi stavano attuando una rappresaglia è testimoniato anche da Giuseppe Tanzi, un bracciante di trentacinque anni che, visto l’incendio di Meleto, aveva subito realizzato che i responsabili fossero i soldati tedeschi e era «sicu­ro che quel giorno anche a Massa sarebbe potuta toccare la stessa sorte».[4]

Un altro uomo, Guido Magnelli, era appena fuggito dal paese, quando i tedeschi giunsero in paese.[5] Tuttavia, secondo Milena Baldi, già attorno alle 9,00 due auto blinde si erano fermate di fronte la sua casa nell’unica piazza del paese, proprio come aveva fatto la motocicletta la sera prima. Questa volta, evidentemente, il paese si era già del tutto svuotato.

un soldato tede­sco mi domandò quale era la strada per Castelnuovo dei Sabbioni. Gli indicai la strada e così le due auto ripartirono in direzione di Castelnuovo: in tutto vi saranno stati circa dieci soldati nelle due auto.[6]

        

Niente si può dire di più su questo episodio e la Baldi, intervistata cinquant’anni dopo i fatti, non ricorderà di questi soldati. È probabile che giungessero dal fondo valle e avessero deviato anticipatamente verso i monti invece di proseguire per Castelnuovo. Ricordiamo tuttavia che in questo momento a San Martino il Tenente Danisch stava lasciando con la sua autoblinda la zona di Pianfranzese verso San Cipriano, dove però gli ostaggi di Meleto prigionieri della Wachkompanie  parlarono del camion che era giunto con altri uomini da San Martino di Pianfranzese, senza rammentare il Tenente Danisch.

 

 

Matteo Pugliese, Specchio, 2013

Matteo Pugliese, Specchio, 2013

 

Ore 12,00

 

Sono le dodici quando iniziano le due ore più drammatiche per i pochi abitanti di Massa rimasti nelle loro case. I Tedeschi sono una ventina, hanno con sé una mitragliatrice pesante e molte munizioni, sono tutti armati. Lo stesso racconto della Baldi rilasciato a Crawley era già ben particolareggiato

… mi trovavo al cancello del giardino della mia casa, sulla piazza della chiesa, quando vidi arrivare parecchi Tedeschi dalla direzione di Castelnuovo dei Sabbioni e si stavano avvicinando verso di me. Cinque di questi Tedeschi andavano in bicicletta, mentre i rimanenti quindici circa erano a piedi. Stavano trasportando chi una mitragliatrice, chi fucili o munizioni tra di loro. Ricordo che tutti indossavano calzoni corti e camicie kaki ed elmetti di acciaio. Uno di loro sembrava fosse il Comandante, perché aveva una specie di contrassegno sulle maniche della camicia, anche se non posso ricordare che tipo di grado fosse.

Può darsi che le biciclette siano state rubate a quegli uomini che ne erano muniti al momento della loro cattura a Castelnuovo o nei dintorni: le avevano con sé infatti Brunetto Tinacci, che era partito da Massa verso Figline, Giovanni Borchi e Rolando Neri, che andavano al lavoro in miniera e anche Agostino Innocenti Degli che era andato la mattina presto a Santa Barbara. Purtroppo i pochi testimoni non furono in grado di descrivere fisicamente né l’ufficiale comandante né i soldati mentre sappiamo che erano in divisa estiva e non con uniformi mimetiche così come erano stati visti a Castelnuovo a conferma dell’identità di un gruppo con compiti paralleli a quelli che rastrellano e uccidono nel paese più grande.[7]

Quando la Baldi venne a contatto con i Tedeschi, il parroco del paese, Don Ermete Morini, un trentacinquenne originario del Casentino, era già tornato in paese dall’abitato del Ronco, altro piccolissimo abitato a cui si poteva accedere evitando Castelnuovo, attraverso le case delle Macie e quindi del Neri: la donna lo aveva visto tornare attorno le 10,30 e aveva addirittura parlato con lui. Don Morini era già a conoscenza di quanto stava avvenendo a Castelnuovo, perché al Ronco dove era andato ad officiare la Messa, era stato avvertito dalle persone in fuga:

«Don Ermete mi vide e mi chiamò insieme a poche donne rimaste e ci disse dell’arrivo dei Tedeschi, perché lui li aveva incontrati, mentre riposavano lungo la via, nel suo ritorno a Massa. Ci disse anche che gli sembravano stanchi ed affaticati. Forse erano sbandati: ironia della sorte, dopo quello che avevano poco prima fatto a Castelnuovo e Meleto. Ci disse – perché ci vide molto impressionate – che non ci avrebbe abbandonate; aveva difatti notato il nostro grande spavento e la paura a quella notizia che c’erano i Tedeschi vicini».

La famiglia del prete se ne era già scappata tra i monti. Solo la madre, Serafina Gori, era ancora in canonica ma non le sarebbe rimasto molto tempo per stare con il figlio che stava per essere catturato dai soldati.[8]

A questo punto i Tedeschi si divisero: una parte si diresse verso l’abitazione di Milena Baldi, mentre altri iniziarono a forzare le case in cerca di uomini. Un diciassettenne stradino del Comune, Giuseppe Virboni, fu uno dei primi uomini ad essere catturato nella propria abitazione mentre stava pranzando e condotto nella piazza della Chiesa, l’unica del paese. Secondo il Virboni i Tedeschi complessivamente erano venticinque divisi in più punti del paese e avevano catturato già  il prete e Dante Pagliazzi.[9]

I soldati non trovarono molti uomini ma fecero subito razzia dei pochi oggetti di valore rimasti nelle case. Vale la pena riportare il racconto intero della Baldi di questo momento che pure lungo un’eternità:

Dopo poco arrivarono i Tedeschi a piedi: effettivamente all’apparenza stanchi, sporchi, sudati, quasi tutti giovani eccetto il capo che era forse un tenente … non lo so, che appena giunto in paese mi chiese, con arroganza, di dar loro da mangiare. Si avvicinò qui, venne in casa mia, in questa stessa cucina e mi chiese, con arroganza proprio, di dar mangiare a questi giovani. Però non tutti vennero, eh: alcuni si misero qui in giardino sopra dei muriccioli, alcuni vennero qui in cucina, altri si misero là, di fronte alla chiesa dove c’è un muricciolo, a sedere. (…)

Qui ne vennero una diecina. Questo comandante … mi meravigliò quel fatto, perché io non dubitavo ancora di niente, mi disse che voleva andare su, nelle stanze su, di questa casa, per pettinarsi. Perché lui parlava, stentatamente, ma parlava italiano. Io lo seguii, andai su per le scale, andai su e vidi che lui, invece di pettinarsi, spalancò tutte le stanze e tutti gli armadi. Quindi già io dubitai, lui cercava uomini. Difatti mio babbo si era allontanato, dieci minuti prima che arrivassero i Tedeschi, perché aveva paura … lui non aveva fiducia … (…)

Io appunto quando vidi, mi riferisco a questo ufficiale che andò su in camera, spalancò tutti gli armadi e poi ritornò giù, dissi: « Lui cerca senz’altro uomini ». Allora a questo punto io un po’ mi impressionai. Gli altri erano ancora qui che mangiavano, io gli offrii del pane, del formaggio, del prosciutto … Però anche questo che mi intimorì, fu questo: io detti un fiasco di vino, da bere, e uno di questi soldati prese questo fiasco di vino, andò fuori e lo ruppe, proprio di fronte lì alla casa, quind i… loro avevano l’ordine di non bere. Poi …  questo fiasco di vino che avevo loro offerto lo ruppero con impeto, con un grande impeto per terra. (…)

Questo Tedesco, questo ufficiale tedesco, dopo che andò su in camera e ritornò giù, mi chiamò da parte, mi portò fuori e mi domandò … perché ancora si vedeva Meleto … dei fuochi … del fumo … mi domandò che cosa stava succedendo là: ma proprio … bene, insomma … parlando, in questo momento, bene. Io dissi che non lo sapevo, l’avevo notato la mattina, alzandomi alle sette e mezzo già avevo visto questi fuochi a Meleto. E basta; lui ritornò giù, questi soldati finirono di mangiare, io andai fuori, notai quelli che erano rimasti lì sopra un muricciolo, erano tutti giovani, ripeto, e quello che mi meravigliava erano … avevano dei monili … avevano catenine, ma tante, al collo: queste catenine d’oro e braccialetti. Questi, io penso, che sia stata tutta roba che loro avevano preso da qualche casa, sì. Però loro non parlavano, non dicevano niente: era solo questo ufficiale che … (…)

però io mi meraviglio anche del fatto che quando presero il Pagliazzi, perché qui presero il Pagliazzi anche … un giovane di Massa , che sta(va) proprio qui vicino a casa mia, oltre qui il Circolo … quando presero lui, e lo vidi che lo portarono qui nella piazza (…) davanti alla chiesa, lo misero seduto … (…)

allora io mi impressionai di nuovo e chiesi a questo comandante, che era ancora qui in cucina mia, come mai avevano preso questo giovane. E io lo supplicavo che lo lasciassero; lui venne fuori e mi disse: « Questo giovane qua? ». « Sì ». « È parente suo? » Io dissi forse anche una bugia, dissi: « Sì, è parente mio, lasciatelo per favore! » Mi raccomandai: dette una scrollata, così, e lì … bastò che … anche lì capissi che c’era qualcosa che non andava. Dopodiché so che questi Tedeschi cominciarono già fuori … a fare … a trucidare le persone … io sono anche un po’ commossa. Però vidi che a un certo momento, quando questo ufficiale dette ordine a questi giovani soldati di uscire di casa, alcuni già avevano un fucile e con questo fucile spalancavano delle porte – le porte qui davanti a casa mia che erano tutte chiuse, dove non ci stava nessuno perché erano già fuggiti – sia col calcio del … giù del piede … insomma, e con questo fucile spalancavano le porte. E allora io chiesi a questo ufficiale: « Ma che cosa sta succedendo? » Lui mi disse: « Qui fare grande luce! – queste le testuali parole – fuggire, fuggire! » Io presi … c’era la mia zia, che era piuttosto anziana, e dissi: « Zia, andiamo fuori almeno, no? » Perché già qui, alcuni di questi giovani, di questi Tedeschi, erano saliti in camera e – si sentiva del rumore – buttavano delle … come piccole bombole – poi si trovarono – spray … non so cosa adopravano … e dettero fuoco su al piano superiore. Quando arrivai fuori vidi che il Dante Pagliazzi non c’era più, in questi scalini, e vidi passare, dopo poco, il Priore con due Tedeschi, a fianco di questi Tedeschi. Mi fece tanta … lì per lì, non so, compassione, perché vedevo – lui com’era mite, buono – che parlava con questi … Io ero lì al cancello e loro passaron davanti … parlava con loro e gli faceva capire, sentii: « … tutta brava gente … » sentii e basta. Però si allontanarono, su verso questa capanna dove successe poi quello che successe. (…)

 

Matteo Pugliese, Ad Astra, 2009

Matteo Pugliese, Ad Astra, 2009

 

A questo punto vi è un drammatico passaggio di testimone nel racconto. Il Pagliazzi, Don Morini e il giovane Virboni sono condotti fuori la piazza verso la bottega di un barbiere a sua volta non distante da una costruzione simile ad un fienile. Il parroco tenta di spiegare ai Tedeschi l’innocenza propria e degli altri uomini e il Virboni capta queste parole: «Sono un Prete e un Apostolo, non ho fatto niente di male», con la secca risposta di rimando: «A noi non interessa: voi piuttosto entrate dentro quel fienile, che non vi sarà fatto alcun male».[10]

Il parroco viene diviso dagli altri due, rinchiusi nella bottega del barbiere. Sono minuti allucinanti: Don Ermete viene pugnalato e sgozzato in pochi attimi. Il Virboni si affaccia verso il fienile, vede la fine che si prospetta e urla verso Dante Pagliazzi quello che sarebbe accaduto anche a loro. La guardia tedesca ha un attimo d’indecisione e non impedisce ai due di vedere all’interno del fienile: Dante è forse più indeciso, preso nella morsa del terrore, Giuseppe è certo impaurito ma sa di non aver niente da perdere. «Immediatamente realizzai di dover scappare perché avevo visto la fine del Parroco e ora ero io a essere in pericolo di vita. Al momento opportuno, mi gettai di corsa fra il Pagliazzi e il soldato tedesco. Mentre stavo correndo sentivo il rumore di colpi di rivoltella dietro di me». Scrisse a sua volta Giuliano Pagliazzi:

[Il Virboni] che aveva 17 anni era così piccolo e mingherlino che di anni ne dimostrava molti meno, sembrava un bambino, era dotato di una sveltezza e di una agilità straordinarie. (…) Allora vide i tedeschi che erano davanti alla capanna e con le braccia gli facevano cenno di richiamo e nello stesso tempo vide il povero don Ermete steso a terra già morto, allora istintivamente si divincolò dal tedesco che lo spingeva verso la capanna e fuggì in direzione opposta. In quel punto la strada era stretta fra due case per una lunghezza di una decina di metri, poi sboccava nella piazza e sulla sinistra si apriva una strada in forte discesa che andava verso i campi. Il tedesco forse preso alla sprovvista esitò un attimo e poi fece partire una raffica di mitra, ma non lo prese. Quando imboccò la strada dei campi fuggendo a rotta di collo c’erano altri tedeschi che fecero fuoco a loro volta ma miracolosamente non lo presero. Accorsero altri e gli spararono dietro un diluvio di fuoco, ma non riuscirono mai a colpirlo, anche perché i campi attraverso cui fuggiva sono a terrazze e ci sono degli alti muri che coprono la vista.»

Ma la situazione diviene ancora più drammatica. D’improvviso, mentre il Virboni fugge, Don Ermete Morini è già morto e Dante Pagliazzi sta per essere ucciso, appaiono da sud in direzione nord secondo la linea dei monti del Chianti due aerei inglesi volare a bassa quota. Giuliano Pagliazzi ne descrisse due che, sorvolata Massa arrivano sopra le Corti e San Martino, virano verso il paese e sganciano due bombe sparando anche dai mitragliatori. I tedeschi non si curano più del povero Virboni e cercano rifugio sotto le piante e nelle case. Anche se Milena Baldi e Giorgio Grassi a San Martino parlarono di un aeroplano solamente, sta di fatto che l’azione di questi aerei permise la fuga di altri civili che nel frattempo iniziavano ad essere radunati in piazza e , approfittando del trambusto generale, scomparvero nei campi.[11]

Così Milena Baldi:

Però nel frattempo, mentre eravamo qui – io con mia zia ero in giardino – sentii un gran rumore di aeroplano. E vidi un aeroplano, a quota bassa, che passò sopra proprio qui a casa mia e andò là, vicino a Le Corti; girò un po’ più distante da Le Corti, già a Le Corti sganciò tre bombe: io vidi quando queste tre bombe furono sganciate. Noi, io e mia zia, dallo spostamento <d’aria> difatti si cadde in terra… qui nel giardino, qui nell’orto. E penso, non l’ho detto questo, che questo aeroplano abbia avvistato, di fronte a casa mia, lì al cancello, avevano piazzato, appena arrivarono qui, una mitragliatrice. Era proprio piazzata tra il cancello mio e il piazzale qui della chiesa. Forse loro avranno avvistato, non lo so, perché qui non credo che ancora avessero cominciato a bruciare, a vedere il fumo uscire dalle case. Fatto sta che a quel momento, così mi dicono, alcuni uomini che avevano preso qua nel cortile, scapparono, gli scapparono a questi Tedeschi: perché i Tedeschi, io li vidi, si buttarono tutti in terra, forse ebbero paura, eh, naturalmente. Poi… dopo…

Matteo Pugliese, Fire, 2011

Matteo Pugliese, Fire, 2011

 

 Ore 16,00

 

La tragedia è finita o per lo meno inizia un altro capitolo. Verosimilmente dopo la fuga del Virboni, il Pagliazzi fece la stessa fine del prete e fu dato fuoco al fienile che continuò a bruciare e mandare fumo fino a sera inoltrata.[12] Quando Milena Baldi, con il padre e l’anziana zia, tornò in paese si preoccupò della propria abitazione che bruciava al piano di sopra e non si curò o non vide il fienile bruciare.[13] Neppure la mamma del parroco si accorse di niente, anche se manifestava tutta la sua preoccupazione alla Baldi per il proprio figlio mentre era a pochi passi dal fienile in fiamme. I pochi abitanti nascosti nelle vicinanze ritornarono per spegnere gli incendi ma con la fretta di nascondersi di nuovo nei boschi. Solo la Serafina rimase a dormire nella canonica, anch’essa devastata.[14]

 

 

I giorni successivi

 

La macabra scena del ritrovamento dei cadaveri fu ovviamente descritta da Giuliano Pagliazzi il quale noterà come inizialmente le persone che stavano tornando al paese in fiamme non si erano rese conto di ciò che era successo al parroco e al Pagliazzi: «Molti nel pomeriggio e durante il mattino successivo erano passati davanti alla capanna ignorando ciò che vi era in essa, la gente si era dispersa in tutte le direzioni ed era difficile ritrovarsi anche con i propri familiari e rendersi conto dove fosse finito qualcuno che mancava. (…) Solo il Virboni sapeva ma era talmente terrorizzato che non era più capace neanche di parlare e vagava per i boschi senza rendersi conto dove andava».

Solo l’indomani quando il Virboni, unico testimone dei fatti, fece ritorno in paese si capì che sotto il fienile bruciato e in parte crollato vi erano resti umani. Il parroco risultava sfregiato oltre misura, privo di tutti gli arti e decapitato. Dante Pagliazzi aveva evitato la combustione totale e pareva ucciso da ferite all’addome. Si avvertì la madre del prete e si cercò i familiari di Dante. I resti vennero adagiati nella cappella del cimitero senza sepoltura, perché ancora c’era timore dei Tedeschi. Solo dopo due giorni, rintracciato il becchino, avverrà l’inumazione.

Addirittura a Liberazione avvenuta, attorno al 25 luglio, il parroco di San Pancrazio, don Aldo Cuccoli con Luigi Morini trovò ancora nel fienile il cranio del prete insieme al suo coltellino e il suo rosario.

 

Matteo Pugliese, Crossed, 2013

Matteo Pugliese, Crossed, 2013

 

La figura di Don Ermete Morini e i partigiani

 

Quando il Sergente Maggiore W.P. Crawley scrisse il Report sui fatti di Massa sottolineò come i Tedeschi non avevano dato alcuna spiegazione sul motivo della cattura dei tre uomini, ma che l’unico motivo plausibile alla ragione di tanta violenza poteva essere che «uno di questi, il Parroco del luogo don Ermete Morini, era un riconosciuto collaboratore dei Partigiani».[15] D’altronde sia la madre che il fratello avevano riferito agli inglesi quali erano stati i rapporti del parroco con i Partigiani. Secondo Serafina Gori, infatti, suo figlio sebbene non fosse «un Partigiano, (…) in parecchie occasioni, aveva dato da mangiare e aveva nascosto Partigiani del posto». Luigi Morini invece era ancora più esplicito:

Mio fratello era un uomo senza paura che, in numerose occasioni, aveva dato da mangiare e aveva nascosto Partigiani locali e questa fu, senza dubbio, la causa della sua morte nelle mani dei Tedeschi.[16]

 

note:

[1] PMNSC : 50-59, in fotocopia anastatica.
[2] PMNSC : 247.
[3] Dichiarazione del 27 Settembre 1944 di Giuliano Pagliazzi.
[4] Dichiarazione del 28 Settembre 1944 di Giuseppe Tanzi.
[5] Dichiarazione del 5 Ottobre 1944 di Guido Magnelli.
[6] Dichiarazione del 28 Settembre 1944 di Milena Baldi.
[7]  Si vedano ad esempio le Dichiarazioni di Arduina Beni, Fernanda Biancalani, Dario Ussi, Maria Luisa Uva dove si parla sempre di un completo mimetico.
[8] Dichiarazione del 6 Ottobre di Serafina Gori, vedova Morini.
[9] Dichiarazione del 27 Settembre 1944 di Giuseppe Virboni.
[10] Dichiarazione del 27 Settembre 1944 di Giuseppe Virboni.
[11] Sembra strano che nessuno dei testimoni, così pronti a fornire anche minimi particolari, abbia rivelato agli inglesi sia il particolare dell’aeroplano e degli altri civili che scapparono. È probabile che in questo caso abbiano volutamente sorvolato un episodio che avrebbe in qualche modo chiamato in causa l’aviazione inglese. M. Baldi e G. Grassi ne diedero testimonianza a Emilio Polverini (in PMNSC: 243 e 252), così come nella relazione di Don Gino Ciabattini si parla anche di una decina di uomini che si libera dei tedeschi (R. Macucci : 124, relazione di Don Gino Ciabattini).
[12] Dichiarazione del 27 Settembre 1944 di Isaia Baldi.
[13] Dichiarazione del 28 Settembre 1944.
[14] Dichiarazione del 6 Ottobre 1944di Serafina Gori ved. Morini.
[15] PRO : 16-18.
[16] Dichiarazione del 6 Ottobre 1944 di Luigi Morini. Secondo Emilio Polverini: «È poco probabile che don Morini abbia dato da mangiare ai Partigiani ed è sicuramente da escludere che li abbia nascosti: infatti, dato il rigore del tesseramento annonario e l’assoluta assenza di proprietà terriere in dotazione alla Chiesa di Massa, i Partigiani locali avevano forse più risorse alimentari di don Morini stesso. Riguardo alla seconda affermazione, a Massa non ci fu mai la necessità di nascondere nessuno: prima del 4 Luglio non vi erano state né retate né ricerche di altro genere: i Partigiani circolavano liberamente e frequentavano il Circolo ricreativo e i pochi militari tedeschi che talvolta si erano visti nei paraggi erano quelli di stanza a Castelnuovo i quali, di sera, quando erano in libera uscita, arrivavano a piedi al Circolo di Massa per fare grandi bevute di vino (che pagavano regolarmente) fino ad ubriacarsi, senza però importunare nessuno. Anche alcuni militi dalla Guardia Nazionale Repubblicana, di stanza a Santa Barbara, qualche volta, durante la primavera, erano arrivati a Massa con una vettura: però, sebbene ostentassero i loro mitra, non avevano mai molestato alcuna persona». Questa annotazione sembra un po’ fuorviante nella descrizione di un clima antecedente alla strage fin troppo idilliaco. I Partigiani chiedevano cibo non solo per se stessi e non sempre a chi era in grado di fornirlo loro senza dover rinunciare al proprio sostentamento, ma la ricerca di una motivazione nelle ragioni di una strage fa parlare addirittura di tedeschi che pagano il conto e una GNR che non molesta nessuno. È una considerazione tutto sommato fuori luogo e la constatazione del fratello paradossalmente, pur non essendo ovviamente questo il motivo delle stragi, coglie una spiegazione plausibile del comportamento dei Tedeschi che uccidevano chi forniva qualsiasi tipo di aiuto e sostegno ai Partigiani. D’altronde non si comprende il motivo per cui proprio il fratello di un prete dovesse dare alla Commissione Inglese una immagine filo partigiana.

 

© Francesco Gavilli

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