Joë Bousquet

 

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«Tu scrivi per aprire con la tua solitudine un largo sentiero verso altri»

 

Ho visto giungere a me uomini e donne. Dotati di sensi certamente più delicati dei miei, capivano meglio di me le mie parole; non erano con le loro orecchie che mi ascoltavano, ma con ciò che loro stessi avevano da dire. Ho sentito l’obbligo di rispondere alle loro richieste e mi lasciavo guidare dalla fiducia che mi testimoniavano…

Non sono cosciente di ciò che do. Non sono neppure cosciente di possedere qualcosa. Provo vergogna di possedere tutto ciò che ho tra le mani, sapendo da dove mi viene.

Più triste e più umile di tutti, sono come perduto nella folla di coloro che credono che io esista. Vedo il loro errore…

Tuttavia è questo malinteso ad avere più probabilità di dare un senso alla mia vita. Lo sforzo che compio per uscirne traccia la linea che posso seguire ad occhi chiusi.

Se fossi credente scriverei: «Ahimè!, tutto ciò che mi ha aiutato a trovare Dio, è rimasto pieno di me!». Attraverso la gioia di conoscere e di ammirare ho inteso voci che pronunciavano il mio nome, ho visto delle ombre per le quali ero più reale del mio spirito, più reale del mio cuore. Ho avuto paura, tanta paura. Temo tutto quanto mi spinge a superare i limiti in cui sono. Quando vedo uomini troppo pieni di me voglio manifestarmi a loro sotto forma di una parola capace di restituirli a loro stessi…

Potessi almeno esprimermi chiaramente in questo quaderno: temo di essere stato la morte di colui che mi toccava. Mi sento, ahimè! troppo simile a una fonte d’acqua torbida che rifletta meno raggi di quanti ne invii il cielo. Fra il mio cuore e i miei occhi vi sarà abbastanza ombra, abbastanza fango, per impedire alla verità di rivelarsi. È un’ossessione simile a quella delle creature che portano in sé, fino all’ultimo giorno, la paura di essere interrate vive.

Mia madre ha questa paura, lo so. Talvolta mi sono sorpreso di vederla terrorizzata da questa prospettiva, quando un istante di riflessione basterebbe per rassicurarla contro la possibile conseguenza di un simile incidente, Sembra che sia nell’eternità della propria anima che ciascuno teme per il proprio corpo le conseguenze di una prematura inumazione. La forza di questa immagine le impedisce di riflettere. Ho sempre pensato che questa ossessione fosse il simbolo di un pericolo reale che ognuno corre inconsapevolmente e di cui rende grossolanamente conto tutte le volte che la sua sensibilità parla la lingua del suo terrore.

Bisogna aver paura. So che, di secondo in secondo, il mio respiro spezza le ali di un altro che aveva il potere di agire sulle cose e di cambiarle. Dei richiami mi attraversano. Sono una speranza di cui ora sono la tomba. Avevo tutta una vita per farla essere. Mi sono divertito, ho perduto il mio tempo. Ho vissuto male e ho voglia di chiedere perdono a tutti quelli che avvicino…

… Alcuni istanti dopo con Charles, quando abbiamo sentito con lo stesso stupore aprire la porta della scala segreta. In mezzo al nostro silenzio non era che il rumore della pioggia ad accogliere un risp leggero che voci di donne accompagnavano. Un istante affascinante che mi rendeva sensibile alla gioia di tutti, mi faceva soprattutto condividere il piacere di Simone, che la presenza di suo marito risollevava da un’inquietudine, come se, dell’ora intera appena trascorsa, avesse fatto un’avventura capace di renderla felice. Degli amici l’avevano accompagnata fino all’hotel dove si sapeva che suo marito avrebbe cenato. Aveva reso agli amici testimoni del suo disappunto, quando seppe dal cameriere che suo marito era appena uscito. Incontrandolo poi da me, trionfava gentilmente per aver saputo seguire suo marito ad occhi chiusi nella libertà notturna della piccola città; e forse anche per dimostrare che la mia dimora era, nella mente di entrambi, compresa nel loro itinerario prediletto.

Questo episodio imprevisto, come un soffio di vita, ha rianimato i miei pensieri. La bellezza di Simone dava un accento di giovinezza a tutte le parole che ci scambiavamo. Tutte quelle presenze che ci separavano, che diminuivano il suo potere su di me, mi rendevano più libero di osservarla; per la prima volta mi accorgevo che la sua bellezza sgorgava da quella fonte che era la sua somiglianza con tutto ciò che vi è di più naturale al mondo, che il bagliore dei suoi occhi cantava col suono argentino della pioggia, che la sua voce era chiara come il vento. Aiutava il mio cuore a introdurre spazio nella stanza in cui vivo, e nei passi dei giovani visitatori, tanta più aria, di quanto occorresse loro, che i più futili discorsi e perfino i gesti delle loro mani ne portavano il profumo.

È una tenerezza e una delizia che viene dal vento, dagli alberi e dai frutti. Come una voce soave che porti una notizia a chi è sprofondato nei propri pensieri per cercarvi l’oblio della luce… Rapito, dico a me stesso: «Dunque la mia vita ha una superficie»!

 

 

Nota biografica di Adriano Marchetti:

 

Joë Bousquet nasce a Narbonne (Aude) il 19 marzo 1897. Si pensa che non sopravviverà: occorrono molte ore per rianimarlo. Fin dalla nascita si rivelano i segni di un destino che andrà precisandosi negli eventi futuri. All’età di tre anni è colpito gravemente da febbre tifoidea: resterà per molti giorni tra la vita e la morte. La salute precaria della sua prima infanzia è il segno premonitore della sensazione che Bousquet  avrà di non meritare la vita e di essere situato in una forma quasi magica tra l’essere e il nulla.
La madre Jeanne Casanave, indulgente e comprensiva, si ostinerà ad amare Joë il bambino ammalato e bisognoso di protezione. Il padre, medico militare che nel 1900 lascia l’esercito per svolgere la libera professione a Carcassonne, si occupa con severità e prudenza dell’educazione di Joë e della sorella minore, quasi coetanea, Henriette.
Il paesaggio mediterraneo della Linguadoca rimarrà profondamente impresso in Bousquet che trascorre le lunghe estati a Lapalme, sulla costa, nella tenuta del nonno paterno Joseph, proprietario viticoltore molto colto, dilettante di pittura. Da lui apprende il gusto per l’arte. Sara il nonno materno Théophil, artigiano scrupoloso, fabbricante di mobili e collezionista di curiosità, a trasmettergli l’amore per la libertà e la fiducia nell’immaginazione.
A Marseillens, l’antica tenuta di Carcassonne acquistata dal padre e rivenduta poi nel 1915, sono legati i più bei ricordi della sua infanzia e delle prime «mascalzonate». A quegli anni attingerà, come a una fonte fatidica, tutto ciò che dà senso al suo destino.
Dopo aver frequentato la scuola delle suore di Saint-Joseph de Cluny, entra al liceo di Carcassonne, rivelandosi un allievo precoce e indisciplinato. Fra i compagni di studi c’è Jean Mistler a cui Bousquet resta legato da una profonda amicizia.
Nel 1912 consegue il diploma di maturità e l’anno successivo compie un viaggio in Inghilterra. Durante il suo soggiorno a Southampton, durato quattro mesi e ricco di emozioni, scopre il music-hall e la poesia inglese. Le esperienze di questo viaggio sono evocate nelle pagine commoventi di Le Meneur de Lune. Ritornato a Carcassonne vuole dedicarsi alla filosofia e sprofonda nella sregolatezza della vita oziosa e facile del giovane ricco borghese. È l’epoca de «le diable au corps». Indifferente all’idea di una carriera nella società e alle aspettative della famiglia, ma sensibile ai richiami della poesia e dell’amore, diventa l’amante di una donna sposata e viene iniziato alle prime esperienze della droga.
Nel 1914 scoppia la guerra, il padre è mobilitato a Creil e la famiglia lo raggiunge per stabilirsi a Parigi. Joë si lascia convincere a frequentare l’École des Hautes Etudes Commerciales. Si annoia a morte e soprattutto non ama lo studio della ragioneria, né sembra essere particolarmente attratto dalla metropoli. Il periodo parigino resta avvolto dal silenzio. Nell’inverno del 1915, in seguito al trasferimento del padre, ritorna nel Midi. Alle imposizioni della famiglia e agli obblighi dello studio, preferisce l’arruolamento nell’esercito. Nel 1916 entra volontario nel corpo di fanteria come luogotenente della 156a compagnia d’attacco. È affascinato dal Comandante di reggimento, il gesuita Louis Houdard, per l’intelligenza la fermezza del carattere. Il padre gesuita è la sola persona la cui grandezza morale riesce a dominare la sua personalità ribelle a qualsiasi nozione di dovere. Al fronte, Bousquet guida con passione e coraggio nelle imprese più rischiose gli uomini della compagnia che in gran parte sono ex condannati per reati comuni. Per il suo valore riceverà la croce di guerra, la medaglia al valor militare e la croce della Legione d’Onore. La guerra non è che una modalità rischiosa dell’esistenza, un’occasione per raggiungere l’assoluto del proprio essere. Ferito una prima volta in Lorena, viene soccorso e curato a Nancy. Durante la convalescenza, l’esperienza di un amore impossibile affretta il suo ritorno al fronte e determina una inflessibile volontà di mettere a rischio la propria vita. La droga, entrata in composizione con l’amore, la poesia, la guerra, sembra accordarsi con l’ostinazione a rifiutare la vita e ad accettare la realtà unicamente sotto la sua forma «altra», non trascendente né illusoria, ma «panica».
Il 27 maggio 1918 a Vailly, alcuni mesi prima dell’armistizio, durante un disperato contrattacco francese che aveva lo scopo di liberare un battaglione accerchiato dal nemico, Bousquet è colpito da un proiettile. Con la spina dorsale spezzata, entra simile a un morto nell’età adulta. All’ospedale americano di Ris-Orangis, dove viene trasportato, si riscopre valido solo per la metà del suo corpo e non sa ancora che dalla stessa ferita che lo ha devastato saprà trarre una nuova esistenza.
Dopo una lunga lotta tra la vita e la morte durata alcuni mesi, Bousquet sopravvive. Vivrà definitivamente coricato. Il suo vero destino di corpo mutilato lo confina per il resto della vita nel mistero della camera di Carcassonne al 51 della rue Verdun. Nel suo stato di immobilità e di separazione, simile a quello del rito cataro e vissuto secondo le regole dell’amore cortese, accoglie la sua vocazione poetica. La camera, dalle finestre sempre chiuse, diventa un luogo privilegiato dell’amicizia e della cultura, un vero cenacolo di scrittori, artisti e giovani poeti che vengono a chiedere consigli e accolgono l’invito fraterno dell’infermo a intraprendere il viaggio senza ritorno della poesia. la camera «blu» è lo spazio dell’illuminazione e dell’esaltazione amorosa in cui le donne disperatamente amate fanno la loro apparizione come fulgenti idoli notturni. Le pareti saranno ricoperte a poco a poco con dipinti di Max Ernst, Dalì, Fautrier, Bellmer, Miró, Klee, Masson, Iché. Nell’oscurità «scintillante» e nella solitudine di quello spazio, Bousquet apprende il rigoroso esercizio della scrittura.
Nel 1925 inizia la redazione del suo Journal intemporel che sarà continuato ininterrottamente fino alla morte. Nello stesso anno pubblica, sotto lo pseudonimo di Pierre Maugras un saggio sulla poetica di  François-Paul Albert, il poeta di Carcassonne che avrà un ruolo fondamentale nella sua formazione artistica. Attraverso la poesia si dispone a interpretare, con singolare chiarezza morale, il proprio destino per farlo coincidere con quello di tutti gli uomini.
Fra gli amici della prima ora, oltre a F.-P. Alibert e James Ducellier, assume una rilevanza particolare il filosofo Claude Estève. Il dialogo con Estève lo aiuta a formulare con rigore i problemi che concernono l’espressione letteraria, la doppia natura del linguaggio e le idee sull’amore e sulla poesia. Collaborerà a «Chantiers», la rivista fondata nel 1928. Impaziente di voler conoscere ed esperimentare tutto, rivela la diversità delle tendenze opposte che caratterizzano la sua poetica: il classicismo di Alibert e Valéry, l’idealismo magico di Novalis, l’umanesimo filosofico di Ferdinand Alquier, le sollecitazioni del movimento surrealista. Non sembra orientato verso un pensiero determinato né sente la necessità di formulare una teoria del linguaggio; la sua esperienza letteraria è attratta dall’idea inesauribile. Del Manifesto surrealista condivide lo spirito di libertà in esso annunciato, ma non aderisce integralmente alla concezione poetica del movimento. È attratto tanto dall’opera di Montherlant quanto da quella di Aragon. È nel pensiero amoroso di Eluard che riconosce maggiormente le proprie aspirazioni. Nel 1927 incontra Max Ernst, col quale inizia una corrispondenza duratura.
Con l’opera Il ne fait pas assez noir (1932) cerca di scoprire un passato che attende di essere vissuto, di ritrovare la propria esistenza fuori dal tempo, fondata sulla speranza che è nell’amore. Le influenze surrealiste si innestano su una sensibilità mediterranea che esige una chiara coscienza anche quando si tratta di mostrare uno stato dell’essere che sfugge all’analisi.
Tra il 1930 e il 1934, entra in contatto con la dottrina del «presentismo» professata da Krishnamurti e Carlo Suarès. Tale dottrina si fonda sul principio secondo cui il presente è la sola realtà essenziale capace di dare all’uomo la conoscenza e la felicità; ma l’uomo non può percepirla poiché è prigioniero dell’«io». Bousquet si limita a trarre da questo insegnamento alcuni elementi utili all’analisi e alla ricerca di un discorso coerente, come dimostrano le sue note critiche pubblicate nei «Cahiers de l’Étoile» (la rivista diretta da Suarès) e la sua collaborazione a Voie libre (1930). Con lo stesso spirito si accosta alla metafisica sperimentale di René Daumal e Roger Gilbert-Lecomte, animatori della rivista esoterica «Le Grand Jeu». Ginette, la «Child-wife», rappresenta in quel periodo l’unico amore a cui Bousquet si renderà indimenticabile attraverso un epistolario durato tutta la vita e paragonabile ad un vero trattato erotico.
Gli anni che vanno dal 1932 al 1939 sono legati alle prime pubblicazioni importanti e alla sua notorietà: Lumière, infranchissable pourriture, Le petite papiers de Monsieur Soureau, La Tisane de sarments, Le Passeur s’est endormi, Iris et Petite-Fumée.  Grazie a Jean Cassou, che gli dedica importanti articoli e lo raccomanda agli editori, le opere di Bousquet raggiungono i circoli letterari della capitale. Accadono nuovi incontri decisivi con Valery, Gide, Béguin e Seghers. Corrisponde a lungo con Breton.
Nel 1935 nasce l’amicizia con i coniugi Paulhan che gli faranno conoscere tra gli altri Magritte, Dubuffet e Fautrier. L’incontro con la giovanissima Germaine, «Poisson d’Or», nel 1937, e la corrispondenza che ne segue, sono all’origine di un amore mistico che avrà forti ripercussioni sulla sua evoluzione artistica. In questo periodo si situa l’evoluzione più feconda del suo pensiero e della sua arte.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale rievoca in Bousquet il trauma della grande guerra. Scrittori e artisti celebri lasciano la capitale occupata per raggiungere la zona liberata del Midi. Sono molti a rendere visita al poeta infermo: Louis Aragon, Elsa Triolet, Julien Benda, Simone Weil, Jean Paulhan e altri.. Ebrei perseguitati trovano asilo nella sua camera. In quel periodo redige Le Médisant par bonté, opera che risente degli insegnamenti di Aragon ed in cui i fatti sociali sono interpretati come veri miti. Lo scambio epistolare gli consente di rafforzare i legami d’amicizia con personaggi di spicco della cultura, fra cui Ponge, Gide, Bachelard, Rousselot.
Tra il 1941 e il 1942 collabora a un importante numero dei «Cahiers du Sud»; nella sua introduzione al fascicolo L’Homme d’Oc et le génie méditerranéen riconosce nelle risonanze della poesia occitanica e nel contesto della gnosi catara le radici della propria opera in cui erotismo, poesia e mistica sono indissolubilmente legati tra loro.
Dopo la liberazione, è nominato Presidente del Comitato degli Intellettuali dell’Aude. A partire dal dopoguerra la lettura e la riflessione di Bousquet sono particolarmente orientate verso l’opera di Jean Paulhan e la mistica cristiana. Paulhan lo incoraggia a prendere coscienza della dualità costitutiva della sua poetica e a non sopprimere le due tendenze antagoniste: «apollinea» e «dionisiaca». Gli suggerisce di fissare la sua poesia événementielle in una lingua trasparente e disciplinata dalla rima. Nascono le poesie pubblicate col titolo La Connaissance du Soir e la grande opera teorica, Les Capitales, ultimo omaggio a Paulhan che Bousquet porta a termine poco prima di morire.
A partire dal 1945 il suo stato fisico subisce un peggioramento. Inesorabilmente aggravato da una crisi uremica, Joë Bousquet muore il 28 settembre 1950 tra le braccia della sorella Henriette.

 

Testo e nota biografica estratti da

Joë Bousquet, Tradotto dal silenzio; postfazione di Adriano Marchetti – Genova : Marietti, 1987 – Collezione · Biblioteca in forma di parole ; 3 – [ISBN] 88-211-7351-8 – Traduzione di : Traduit du silence. – Classificazione Dewey · 843 (20.) Narrativa francese.

 

Citazione in esergo in:

Weil, Simone – Joë Bousquet, Corrispondenza / seguito da Progetto di una formazione di infermiere di prima linea, di Simone Weil ; a cura di Adriano Marchetti – Milano : SE, [1994] – Collezione · Piccola enciclopedia ; 105 · [ISBN] 88-7710-298-5 – Classificazione Dewey · 194 (21.) Filosofia occidentale moderna. Francia

 

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