Tony Harrison

 

 

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La madre delle Muse

 

 In memoriam Emmanuel Stratas, nato a Creta nel 1903, morto a Toronto nel 1987

 

Dopo che ho acceso il caminetto e guardato fuori
e scoperto che siamo bloccati dalla neve, le strade inagibili,
ansioso di dimostrare che la mia memoria non è ossificata
e che il sentiero di quel ripostiglio è ancora percorribile,
essendo più facile ricordare i versi
cerco di ripetermi, ma lo trovo difficile,
un discorso del Prometeo che un ragazzo greco a. C.
graffiò su un coccio, cercando d’impararlo.

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Tre interventi su Lettera a una professoressa: Elvio Fachinelli (1)

 

 

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[Nel 1967, tanto e troppo tempo fa, usciva per una combattiva casa editrice fiorentina uno dei libri più importanti del ventesimo secolo, tanto importante quanto allora inatteso. Lettera a una professoressa attraverso la pratica della scuola di Barbiana attuata da Lorenzo Milani e in uno stile teorico asciutto, diretto e antiretorico contribuì a sommuovere una delle realtà più chiuse della società di allora, la scuola classista italiana. Quel testo può essere accostato a L’istituzione negata di Franco Basaglia, a Inchiesta a Palermo di Danilo Dolci, a La fine del mondo : contributo ad un’analisi delle apocalissi culturali di Ernesto De Martino o ad altri testi di critica sociale che hanno segnato la vera novità del pensiero teorico italiano in campo internazionale. Qui non interessa discutere o riflettere sull’attualità o il superamento della pratica e del pensiero di Don Milani quanto considerare la recezione istantanea del testo, cogliere come il mondo intellettuale accoglie nel momento in cui si presenta al mondo un testo innovativo e rivoluzionario in sé e per sé. Quaderni piacentini, rivista prestigiosa della nuova sinistra – altro fenomeno d’eccellenza della cultura italiana – affidò a tre suoi collaboratori eminenti la recensione a Lettera a una professoressa che apparvero tempestivamente nel luglio del 1967: Elvio Fachinelli, Franco Fortini e Giovanni Giudici.]

 

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Umberto Boccioni vs Boccioni Umberto

 

Umberto Boccioni, Autoritratto, 1907-1908 olio su tela, 70 x 100 cm. Milano, Pinacoteca di Brera

 

Umberto Boccioni, autoritratto

 

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Una strage ~ 17. L’angelo dell’Abisso: uccisioni a Meleto

 

Alberto Burri, Combustione 1964

Alberto Burri, Combustione (1964), Plastica bruciata, acrilico e vinavil in cellotex 50 x 35 cm

 

 

… le cavallette somigliavano a cavalli pronti all’assalto: sulle loro teste portavano una specie di corona all’apparenza d’oro; le loro facce erano come facce di uomini. I loro capelli sembravano capelli di donne; i loro denti somigliavano a quelli dei leoni. Avevano corazze come corazze di ferro e il frastuono delle loro ali era come il fragore di carri con molti cavalli lanciati all’assalto. Avevano code simili a quelle degli scorpioni, con pungiglioni: nelle loro code risiedeva il potere di tormentare gli uomini per cinque mesi. Avevano come re l’angelo dell’Abisso, il cui nome in ebraico si chiama Distruzione e in greco Sterminatore
Apocalisse 9: 7-11
“Ne potete uccidere quanti volete, i vostri successori non saranno tra di loro”
Seneca

 

 

Gli spari e gli incendi a Masseto

 

ore 7,00

 

In assoluto le prime morti avvennero già attorno alle 7 del mattino nell’aia del Morelli, dove furono uccisi i due fratelli Morelli e Giuseppe Simonti. L’orario è attestato da Zelindo Cuccoli, il quale aveva assistito alla cattura del figlio Mario all’inizio dell’azione e a poche centinaia di metri, ma era rimasto nel campo a lavorare ignaro della tragedia imminente.[1]

 

… udii degli spari provenienti dalle parti di Meleto. Ero spaventato e lasciai il campo per tornare a casa, la quale è in linea d’aria a circa mezzo chilometro dal paese. Poi gli spari continuarono a intervalli frequenti, cosicché mi rifugiai con la mia famiglia in una capanna nell’aia.

Gli stessi spari sentì Erminia Simonti, fuggita da Masseto in direzione di Figline con le altre donne di casa, quando aveva superato la collina che le impediva la vista di Masseto. Subito dopo si alzò «una cappa nera di fumo» e la donna fu certa che stesse bruciando proprio la loro casa colonica.[2] Secondo Zelindo una medesima cappa di fumo iniziò ad alzarsi anche da Meleto attorno alle nove. L’uomo rimase nascosto tutto il giorno con la famiglia in una capanna perché «nelle vicinanze si notava la presenza dei soldati tedeschi». Non rivide mai più suo figlio né poté recuperare il corpo «per la paura che fossero ancora presenti dei soldati» e non fece ritorno in paese per lungo tempo.[3]

I fratelli Giovan Batta e Mario Morelli furono uccisi insieme a Giuseppe Simonti di fronte ad un pagliaio in fiamme e gettati nel fuoco. Poco prima di essere uccisi gli stessi soldati avevano sparato verso il Casalone da una distanza di cento metri a Agostino Mariottini, il quale fu colpito al basso ventre e iniziò a perdere sangue; riuscì a trascinarsi in casa, dove la moglie Gesuina inizierà una lunghissima e vana assistenza.

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Luigi Pintor / Mario Giacomelli ~ L’isola

 

Mario Giacomelli

Mario Giacomelli – Bambini zingari, 1958

 

L’isola

 

Sono stato abituato male, in un mondo familiare amichevole e protettivo che non lasciava temere cattive sorprese. Ero inquieto in cuor mio, facile ai turbamenti dell’età, e facevo il sogno ricorrente di una vecchia che mi chiudeva in un sacco tra l’indifferenza dei passanti. Ma avevo ogni ragione di credere che l’adolescenza mi sarebbe stata benigna come lo era l’infanzia. I brontolii di tuono che si udivano in lontananza non mi riguardavano, per me non c’era ancora differenza tra la carica dei seicento sullo schermo di un cinema e l’urto dei cavalleggeri polacchi contro i tedeschi su un giornale illustrato.

Vivevamo allora nella sperduta isola dei sardi, quando andare e venire dal continente era un’impresa. Sembrava che il piroscafo varcasse un oceano e i rari idrovolanti accendevano l’immaginazione. Con stupore, dai balconi di casa, li vedevo alzarsi in volo dagli stagni o approdare in una scia di schiuma come nelle isole dei mari del sud, scoperte al cinematografo o nei racconti d’avventura.

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