Luigi Pintor / Mario Giacomelli ~ L’isola

 

Mario Giacomelli
Mario Giacomelli – Bambini zingari, 1958

 

L’isola

 

Sono stato abituato male, in un mondo familiare amichevole e protettivo che non lasciava temere cattive sorprese. Ero inquieto in cuor mio, facile ai turbamenti dell’età, e facevo il sogno ricorrente di una vecchia che mi chiudeva in un sacco tra l’indifferenza dei passanti. Ma avevo ogni ragione di credere che l’adolescenza mi sarebbe stata benigna come lo era l’infanzia. I brontolii di tuono che si udivano in lontananza non mi riguardavano, per me non c’era ancora differenza tra la carica dei seicento sullo schermo di un cinema e l’urto dei cavalleggeri polacchi contro i tedeschi su un giornale illustrato.

Vivevamo allora nella sperduta isola dei sardi, quando andare e venire dal continente era un’impresa. Sembrava che il piroscafo varcasse un oceano e i rari idrovolanti accendevano l’immaginazione. Con stupore, dai balconi di casa, li vedevo alzarsi in volo dagli stagni o approdare in una scia di schiuma come nelle isole dei mari del sud, scoperte al cinematografo o nei racconti d’avventura.

Non conoscevo alcuna restrizione, la città era per noi un campo di giochi, il suo vecchio quartiere arrampicato nella roccia, i suoi bastioni e le sue torri, i vicoli che scendono al porto come rigagnoli ci offrivano una libertà fisica senza confini. Era una straordinaria fortuna che non cesserò di rimpiangere, a confronto con le prigioni della modernità.

 

Mario Giacomelli
Mario Giacomelli – Bambini zingari, 1958

Subito fuori di questa cerchia incontravamo la campagna con veloci corse in bicicletta, le strade polverose, la distesa bianca delle saline, le grandi spiagge ventose, dove d’estate migravamo in massa si trenini simili a quelli del west. Un’eccitata stagione di bagni cominciava con l’ultimo giorno di scuola per finire con i temporali d’autunno. Ho calcolato di aver passato su quelle spiagge africane almeno mille giorni in gran festa, «fuori e dentro l’acqua come animali rivieraschi», senz’altra regola che quella dettata dal corso del sole. Più che nella memoria quelle ore restano impresse nel corpo, come un fascio di sensazioni inalterabili che la luce di un mattino e un colpo di vento risvegliano di sorpresa.

Da mio fratello imparavo giochi che mi svelavano i segreti della fantasia e dell’organizzazione, dai suoi racconti notturni le gesta dei paladini, le astuzie degli achei, gli arrembaggi del corsaro nero, le trame inestricabili dei melodrammi. Dai ragazzi poverissimi del quartiere, che giocavano scalzi con palle di stracci e centravano a sassate qualsiasi bersaglio, imparavo la destrezza e il gusto dell’anarchia. Ero pronto a cedere a ogni tentazione e nel buio dei tre cinematografi, di cui sapevo ogni segreto, provavo emozioni che i grandi stadi e i piccoli schermi del futuro non potranno eguagliare.

Nessun infausto presagio gravava su questo paesaggio e sulla quiete domestica. Strana e amatissima casa la nostra, inerpicata come per caso tra rocce e cespugli di capperi, alta e solitaria sulle città, col suo giardino sospeso nell’aria e lo specchio del mare e degli stagni oltre i tetti della periferia, nel cerchio delle colline. Ogni ora del giorno il sole filtrava dalle persiane arrossando i pavimenti e il vento sbatteva furiosamente le porte fischiando nei corridoi.

Sobria e benevola scorreva la vita familiare. Ci scaldavamo d’inverno a un’unica stufa  a carbone, facevamo il bagno in una vasca di zinco con pentole d’acqua bollente e l’aria stemperata da una fiamma, mangiavamo grandi quantità di pane abbrustolito e avevamo in uso esclusivo uno stanzone spoglio dove tutto ci era permesso. Intenti ad altre occupazioni, i genitori tutelavano così la loro e la nostra intimità.

La sera, accovacciato su una scomoda poltrona di paglia, mio padre ascoltava musica da ogni parte del mondo maneggiando una radio monumentale, mia madre a un tavolo vicino correggeva compiti di scuola o scriveva innumerevoli lettere. La casa si riempiva di suoni, d’estate uscivano dalle finestre spalancate o rimbalzavano d’inverno sui vetri appannati, e io mi addormentavo ascoltandoli.

Forse loro, i miei genitori, non erano così tranquilli, rimpiangevano le occasioni della giovinezza vissuta nelle grandi città e sentivano incerto il futuro, ma io non conoscevo quei problemi. A volte, la sera, copiavano freneticamente delle carte d’ufficio, ma parlare di denaro in famiglia era rigorosamente proibito. Per averlo fatto, ho preso uno dei pochi schiaffi della mia vita.

Non potevo immaginare che una casa così pacifica sarebbe stata inghiottita dalla terra come per un sortilegio. Al suo posto, c’è ora un contrafforte pietroso dov’è appesa una lapide che parla di mio fratello, cresciuto lì tra mura invisibili. Se uno imbocca quella curva e legge distratto quella scritta pensa indifferentemente a un garibaldino, a una trincea carsica, alla guerra civile. E infatti non c’è differenza.

 

 

Tratto da:
Luigi Pintor, Servabo : memoria di fine secolo – Torino : Bollati Boringhieri, 1991 – Collezione · Varianti  – ISBN  88-339-0610-8

grazie a R. S.

 

Mario Giacomelli
MarioGiacomelli – Zingari, 1958

 

 

Luigi Pintor (Roma, 18 settembre 1925 – Roma, 17 maggio 2003) giornalista, scrittore e politico italiano.
Mario Giacomelli (Senigallia, 1º agosto 1925 – Senigallia, 25 novembre 2000) fotografo, poeta e pittore italiano.

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