Una strage ~ 17. L’angelo dell’Abisso: uccisioni a Meleto

 

Alberto Burri, Combustione 1964

Alberto Burri, Combustione (1964), Plastica bruciata, acrilico e vinavil in cellotex 50 x 35 cm

 

 

… le cavallette somigliavano a cavalli pronti all’assalto: sulle loro teste portavano una specie di corona all’apparenza d’oro; le loro facce erano come facce di uomini. I loro capelli sembravano capelli di donne; i loro denti somigliavano a quelli dei leoni. Avevano corazze come corazze di ferro e il frastuono delle loro ali era come il fragore di carri con molti cavalli lanciati all’assalto. Avevano code simili a quelle degli scorpioni, con pungiglioni: nelle loro code risiedeva il potere di tormentare gli uomini per cinque mesi. Avevano come re l’angelo dell’Abisso, il cui nome in ebraico si chiama Distruzione e in greco Sterminatore
Apocalisse 9: 7-11
“Ne potete uccidere quanti volete, i vostri successori non saranno tra di loro”
Seneca

 

 

Gli spari e gli incendi a Masseto

 

ore 7,00

 

In assoluto le prime morti avvennero già attorno alle 7 del mattino nell’aia del Morelli, dove furono uccisi i due fratelli Morelli e Giuseppe Simonti. L’orario è attestato da Zelindo Cuccoli, il quale aveva assistito alla cattura del figlio Mario all’inizio dell’azione e a poche centinaia di metri, ma era rimasto nel campo a lavorare ignaro della tragedia imminente.[1]

 

… udii degli spari provenienti dalle parti di Meleto. Ero spaventato e lasciai il campo per tornare a casa, la quale è in linea d’aria a circa mezzo chilometro dal paese. Poi gli spari continuarono a intervalli frequenti, cosicché mi rifugiai con la mia famiglia in una capanna nell’aia.

Gli stessi spari sentì Erminia Simonti, fuggita da Masseto in direzione di Figline con le altre donne di casa, quando aveva superato la collina che le impediva la vista di Masseto. Subito dopo si alzò «una cappa nera di fumo» e la donna fu certa che stesse bruciando proprio la loro casa colonica.[2] Secondo Zelindo una medesima cappa di fumo iniziò ad alzarsi anche da Meleto attorno alle nove. L’uomo rimase nascosto tutto il giorno con la famiglia in una capanna perché «nelle vicinanze si notava la presenza dei soldati tedeschi». Non rivide mai più suo figlio né poté recuperare il corpo «per la paura che fossero ancora presenti dei soldati» e non fece ritorno in paese per lungo tempo.[3]

I fratelli Giovan Batta e Mario Morelli furono uccisi insieme a Giuseppe Simonti di fronte ad un pagliaio in fiamme e gettati nel fuoco. Poco prima di essere uccisi gli stessi soldati avevano sparato verso il Casalone da una distanza di cento metri a Agostino Mariottini, il quale fu colpito al basso ventre e iniziò a perdere sangue; riuscì a trascinarsi in casa, dove la moglie Gesuina inizierà una lunghissima e vana assistenza.

 

Alberto Burri, Rosso plastica

Albero Burri, Rosso plastica, 1966

 

L’aia Rossini

 

ore 6,30-7,30

 

Mentre a Masseto la tragedia si consuma in una frenetica mezzora, nel paese i Tedeschi hanno già raccolto diversi uomini. Lo hanno fatto nell’aia Melani dove proprio altri uomini di Masseto stanno arrivando scortati dai soldati e Loretta Benini, quando più tardi scenderà dalla canonica dello zio prete per viale Barberino verso la propria casa, incontrerà questo gruppo condotto verso il Monumento. Altri uomini dal centro del paese sono portati direttamente nel retro della Chiesa, altri ancora, nella parte opposta del paese, sono messi a sostare nell’aia Pasquini dopo essere stati divisi dalle donne e dai bambini. Anche loro saranno condotti in un primo momento nel retro della Chiesa.

È in questo momento che alcuni trovano per caso o per fortuna, in modo tempestivo o rocambolesco la propria salvezza. Il medico condotto del paese, Paolo Pretini, ebbe la fortuna di vedere dalla finestra di casa alle 6,45 l’arrivo di un camion con i soldati e con molti contenitori di munizioni, da cui capì di non avere un minuto da perdere e uscì sul retro della casa, nascondendosi in una macchia di rovi dove trovò altri quattro uomini.[4]

Evaristo Maggesi, un minatore di 47 anni, è appena uscito di casa intenzionato ad andare a Castelnuovo attraverso le strade dei campi per fare delle compere: ha la prontezza di gettarsi dietro un muro mentre passa il medesimo camion che attraversa tutto il paese. Secondo il suo racconto sul camion c’erano circa 15 soldati, per fortuna non fu visto, ma poco dopo udì «due spari di fucile» e sentitosi accerchiato decise la cosa più difficile: rientrare nel paese entrando da una casa all’altra e nascondersi nei campi retrostanti.

vidi altri soldati tedeschi: di corsa mi infilai di nuovo dentro una casa vicina e attraverso la finestra scappai nel giardino retrostante. Proprio allora si potevano udire alcune donne, nell’aia del Rossini, che gridavano: «Ci sono i Tedeschi: sono dappertutto!». Mi precipitai in un campo e mi nascosi tra la canapa, schiacciato a terra.[5]

 

È probabile che i due colpi di fucile che Evaristo ha sentito siano quelli sparati contro Luigi Bindelli, un diciottenne colono della famiglia Rossini che, secondo quanto testimoniò lo zio Olinto[6], stava portando in paese i maiali proprio per difenderli dalle razzie dei Tedeschi di quei giorni. Anche gli animali entrano perciò nella storia dell’eccidio. Il paese è infatti in gran parte abitato da contadini con le sue aie e i poderi, e quel giorno i soldati depredarono animali, portandone via alcuni, uccidendone altri insieme agli uomini e liberandoli nelle aie e nel paese. I maiali che rimangono liberi, diverranno un problema per i cadaveri bruciati. Armida Freccioni (PMNC : 213) riferisce che le donne faranno guardia presso il cimitero fino a notte inoltrata per evitare lo scempio dei corpi da parte dei maiali: «nel cimitero c’erano tutte le bestie e ce li avrebbero mangiati tutti. Per questo avevamo paura e loro dicevano “Andate via!”, (…) “No, noi non ci muoviamo, finché non l’avete sistemati, noi non andiamo via!”». Le testimonianze parleranno anche di un bove ucciso accanto ad Adon Borgheresi dove si evidenzia tutta la concezione bestiale dell’uomo degradato ad essere inferiore da parte dei nazisti.

Ma come fu ucciso Luigi Bindelli? La uccisione del giovane, attorno alle 7,20/7,30 circa, fissa il momento in cui furono chiare le intenzioni dei Tedeschi. Se alcuni, soprattutto nei primissimi momenti, si consegnarono di propria iniziativa, persuasi dai soldati di essere arruolati per lavorare, è un’ipotesi non verificabile e forse rielaborata successivamente per il desiderio di giustificare la non reazione o la mancata fuga. Lo stesso Lino Fratini d’altronde, mandato insieme ad un altro soldato a stanare le persone dalle case, non fu mai udito formulare l’invito esplicito a consegnarsi per subdoli motivi. Dopo questo momento perciò tutti gli uomini ebbero la percezione di ciò che aspettava loro e sicuramente fu riferito nel successivo concentramento presso il Monumento. Un uomo e una donna, Ugo Mulinacci e Gigliola Casini, furono testimoni eccezionali della morte del Bindelli.

Gigliola Casini[7] rilasciò agli Inglesi una delle testimonianze più significative e drammatiche, riuscendo a fornire molti particolari su persone uccise, sui movimenti dei soldati tedeschi e sulla presenza di Italiani in uniforme tedesca. A questo proposito, la Casini, così come altre testimonianze femminili, compie una narrazione non accrescitiva e molto puntuale che si distingue da altre fatte da uomini scampati i quali anche inconsapevolmente aggiungono particolari e nomi come a cercare una spiegazione alla propria salvezza.[8] Il racconto di Gigliola appare invece semplicemente molto reale e lontano da una volontà contorta di inventarsi la “presunta” italianità di alcuni soldati in uniforme tedesca, dimostrando invece una tensione rivolta verso un’immane tragedia vissuta in tutto il proprio coraggio e la propria fragilità. Non c’è infatti nessun epilogo risolutore e la morte più efferata l’avrà vinta su una donna che rischia a più riprese di essere uccisa per salvare qualcuno dei suoi parenti, ma che alla fine, di fronte al corpo del fratello ormai ucciso e umiliato, non tornerà neppure nel rifugio e solo il giorno dopo andrà ad avvertire i genitori di quanto accaduto, lasciando i corpi del marito e dei cognati non identificati e quello del fratello sino al 7 luglio.

 

I Rossini avevano un negozio di generi alimentari e “Sale e Tabacchi” e possedevano terreni agricoli con una casa colonica con un grande forno dove facevano il pane per la loro bottega e per la Cooperativa di Consumo del paese. Gigliola era la moglie di Valentino Rossini, di 34 anni, vero conduttore dell’impresa di famiglia. Nella stessa casa abitavano anche lo zio Giovanni Rossini, proprietario della tenuta ma ormai in pensione, i due cognati Francesco Rossini, di 36 anni, e Giocondo Salami, un commerciante di vini di 44 anni sfollato da Trieste. Infine era sfollato da Figline anche il fratello Adon Borgheresi, studente di 15 anni. Secondo la testimonianza della donna:

Verso le ore 6,30, fui svegliata dal rumore di due motociclette che si erano fermate nella strada sotto la nostra casa. Mi alzai e guardai attraverso la finestra, da dove vidi due soldati tedeschi con motocicletta, uno dei quali stava smontando proprio allora dalla sua moto. Mi vestii immediatamente e andai al pianterreno dove tutta la famiglia era ancora raccolta in casa: mancava mio marito che era già al lavoro nel forno. Andai subito ad informarlo di quello che avevo visto e lui mi consigliò di prendere nostro figlio e di abbandonare immediatamente il paese.

Ritornata in casa per preparare un po’ di cose e partire, udii in strada un soldato tedesco gridare in un italiano incerto: «Tutte le donne e i bambini se ne devono andare entro otto minuti!». Erano le 7,15 quando, insieme a mio figlio, a mia sorella e a mio fratello Adon, uscii di casa, lasciando mio marito e gli altri uomini della famiglia in casa.

Presi una via attraverso i campi per andare direttamente al rifugio antiaereo, poco distante oltre il cimitero vecchio. Non ero andata molto lontano, quando incontrai proprio quel soldato che in precedenza avevo visto smontare dalla sua motocicletta. Questo soldato ci lasciò passare, ma poco più là un altro soldato tedesco, che parlava perfettamente l’italiano pretese che mio fratello ritornasse in paese.

Parlava l’italiano così bene che ho sempre pensato fosse stato un Italiano in uniforme tedesca. Sfortunatamente non sono più in grado di descriverlo.[9] Consegnai mio figlio a mia sorella e decisi di tornare a casa con mio fratello Adon.

Strada facendo scorsi Luigi Bindelli camminare svelto attraverso i campi non lontano dalla nostra aia. Nello stesso tempo quel soldato tedesco che poco prima ci aveva permesso passare, prese la mira con una mitragliatrice, a 50 metri dalla nostra aia, e sparò verso il giovane. Sentii solo un urlo, non potendo vederlo cadere. Il soldato che sparò aveva un’età di circa 20 anni, alto circa m. 1,75, snello, i capelli biondi, la faccia scarna, carnagione fresca, occhi azzurri, indossava un elmetto di acciaio, un’uniforme grigioverde con gli stivaloni sopra i calzoni. Notai anche un distintivo sulla parte alta della manica sinistra, consistente in un teschio e tibie incrociate.

Lo potrei riconoscere tra mille. Arrivai tutta trafelata da mio marito: lui era ancora nel forno e gli altri uomini ancora in casa. Questa volta mi consigliò di lasciare mio fratello Adon con lui e di ritornare al rifugio, e così io feci.

Da parte sua Ugo Mulinacci, un minatore di 24 anni, aveva tentato la fuga con lo stesso Bindelli. Anche il Mulinacci aveva visto il camion con circa 10 soldati, ma non subito pensò a fuggire. Lo fece quando i tedeschi iniziarono ad urlare perché tutti uscissero dalle case che stavano per essere incendiate. Allora tentò di avvicinarsi alla casa colonica del Rossini nel tentativo di fuggire attraverso i campi, ma un soldato lo rimandò indietro.[10]

Sulla porta di casa incontrai il Navarrini, un compaesano paralitico incapace di camminare senza aiuto. Mi chiese di accompagnarlo fuori dal paese e io sperai di poter uscire insieme a lui. Rifacendo la strada che porta fuori il paese vidi di nuovo il soldato tedesco che in precedenza mi aveva ordinato di tornare a casa. In quel momento arrivò la sorella di Navarrini e il soldato tedesco permise a lei di accompagnare il fratello invalido fuori dal paese e a me fu ordinato di entrare nell’aia del Rossini.

Qui udii dalla stanza del forno adiacente alla casa colonica qualcuno parlare. Entrai e vidi Valentino Rossini, con suo fratello Francesco: entrambi stavano cocendo il pane. Nella stanza con loro, c’erano anche Luigi Bindelli e Adon Borgheresi.[11]

Dopo un po’ Bindelli mi propose di tentare la fuga nella campagna. Accettai e insieme attraversammo l’aia entrando nei campi. Non potemmo fare che 30 metri di corsa senza andare più lontano dal momento che una sentinella tedesca, appostata vicino ad una mitragliatrice, ci vide, sparando contro di noi una raffica di colpi. Bindelli cadde a terra gemendo e dopo pochi secondi si acquietò e rimase immobile. Pieno di paura tornai indietro verso il forno, incredulo di non essere stato colpito da nessuna pallottola. I Rossini erano ancora lì a cuocere il pane. Raccontai loro quello che era successo e senza pensarci su mi nascosi sotto le ceneri vicino al forno. Poco dopo udii alcuni passi pesanti entrare nella stanza del forno e una voce, che mi parve di un Tedesco, gridare: «Via, via!». Tutti allora uscirono dalla stanza del forno ed entrarono nell’aia, mentre Valentino Rossini diceva: «Io non so niente, sono uno sfollato!». Sicuramente Rossini parlava così nella speranza di essere lasciato andare libero. Più tardi nella mattina udii altri passi di uomini che entravano nell’aia. Non posso dire chi essi fossero, perché non vedevo niente dal mio nascondiglio. Molte di queste persone però stavano piangendo e sembravano sconvolte.

 

Alberto Burri, Legno SP, 1958 Legno, acrilico, vinavil, combustione su tela cm, 128 X 200 Città di Castello, Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

Alberto Burri,
Legno SP, 1958
Legno, acrilico, vinavil, combustione su tela
cm, 128 X 200
Città di Castello, Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

 

Aia Pasquini

 

Questo fatto succedeva attorno le 7,30, nel momento in cui Gesuina Mariottini era riuscita ad entrare in paese da il Casalone in cerca del dottore Pretini. Per farlo è passata per scorciatoie e quando ha incontrato una sentinella tedesca ha fatto il saluto fascista per ingannarlo, ma il dottore è ormai nascosto tra i rovi nei pressi dell’aia Pasquini con altri uomini tra cui Ricciotti Gambassi.

Un altro gruppo di uomini infatti si salvò attorno a quest’aia. Alla spicciolata riuscirono a svicolare nel retro della casa e da lì a nascondersi nei campi di mais o tra i rovi. Interrogati da Crawley, forniranno un racconto tutto incentrato sulla propria esperienza di salvezza; così, come le cugine Primetta e Angiolina Coccoloni crederono di essere stati presenti pochi attimi prima le esecuzioni nell’Aia Melani, a questi uomini parve di essere appena scampati alla fucilazione, ma in realtà gli spari che vennero uditi da parte delle donne dal rifugio, presumibilmente tra le 9,30 e le 10,00, sono troppo distanti dalla loro fuga. Nessuno di loro d’altronde parlò del concentramento al Monumento e nel loro racconto non era contemplato dopo la cattura un primo spostamento nel retro della chiesa ed un secondo ritorno alle aie. Alla fine le informazioni di Ricciotti Gambassi, ad esempio, tendono a complicare più che a chiarire i movimenti e la sua sembra una narrazione accrescitiva che nell’evidenziare la propria situazione di scampato aggiunge particolari conosciuti dopo dal racconto di altri.

[Con mia moglie e mio figlio] prendemmo la strada che portava fuori gli abitati, ma ci imbattemmo in un soldato tedesco che sorvegliava l’uscita del paese. Questo soldato lasciò passare mia moglie e il bambino, ma ordinò a me di andare nell’aia del Signor Pasquini, che era vicina. Non potei oppormi. Entrato nell’aia, vidi un Maresciallo tedesco, riconoscibile per il grado su una spalla della mantella mimetica che mostrava due stellette. Era un uomo di circa 26 anni, alto sul m. 1,68, biondo, dalla carnagione fresca, faccia tonda, indossava un elmetto di acciaio, calzoni lunghi kaki, casacca mimetica: lo udii parlare bene in italiano con accento fiorentino. Nell’aia vidi anche altri civili, tutti uomini del paese. Fra questi riconobbi: Eugenio Peretoli, Guido Pasquini, Modesto Camici, Osvaldo Camici, Lanfranco Cheti e Giov. Batta Casucci. Questi erano tutti raccolti insieme ed erano sorvegliati da un soldato tedesco che stava in piedi dietro a una mitragliatrice. Era chiara l’intenzione dei Tedeschi di ucciderci, così, dopo un po’ di tempo, molto lentamente mi portai verso l’estremità della facciata della casa colonica. Non appena si presentò la possibilità, svoltai velocemente la cantonata che mi poteva coprire dal Tedesco che piantonava la mitragliatrice. Ricordo di aver udito alcune raffiche sparate contro di me, ma andarono a vuoto. Continuai a correre, senza sapere dove andavo, fino a che mi ritrovai in un campo di granturco, che penso sia stato a circa 500 metri dalla casa colonica. Saranno state allora le ore 7,15.

Dopo essere restato un po’ di tempo in mezzo al granturco, decisi di provare ad andare più lontano, in aperta campagna, nel caso che i Tedeschi mi cercassero. Uscii dal campo di granturco, ma dopo aver fatto pochi metri, scorsi all’improvviso tre soldati tedeschi a poca distanza. Avevano l’aria di cercare qualche persona scappata dal paese. Fortunatamente non mi videro, così mi buttai dentro una macchia.

Circa un quarto d’ora dopo, fui raggiunto dal dottore Signor Pretini che si nascose con me nella macchia. Pochi minuti dopo arrivò un altro uomo ancora, non ricordo però il suo nome. Il dottore mi disse che era riuscito a scappare dalla sua casa poco prima che i Tedeschi vi entrassero.[12]

 

Alberto Burri - Combustione plastica rossa - 1961 - cm.32x31

Alberto Burri – Combustione plastica rossa – 1961 – cm.32×31

 

Il Rifugio antiaereo

 

ore 7,30 – 8,30 circa

 

L’ora seguente servì ai Tedeschi per compattare i vari gruppi di catturati. L’Ufficiale comandante aveva deciso di inviare, sotto il controllo di un soldato, Lino Fratini per dare ordini chiari: portare sotto la chiesa tutti gli uomini ed evacuare il paese dalle donne e i bambini per poterlo incendiare. Questa azione si protrasse a lungo e il Fratini, forse volutamente, condusse il soldato fino alle case più lontane, cercando il momento propizio per scappare.

Dopo aver visitato un certo numero di case ed aver avvertito le donne, arrivammo lungo la strada che porta al cimitero vecchio. Vidi circa cinque soldati che sorvegliavano la strada che conduce, oltre il cimitero, in aperta campagna. Mi resi allora conto che molte donne e ragazzi si andavano a rifugiare in un rifugio antiaereo lì vicino. Noi proseguimmo fino ad arrivare alla casa di un contadino, di nome Sanni, nei pressi del rifugio. Non c’era nessuno in casa, ma nell’affacciarsi dentro il vicino rifugio antiaereo, spuntarono fuori alcune donne che, in un grande stato di disperazione, chiedevano notizie riguardo ai loro parenti. Io non potevo sapere qual era la loro sorte. Allora si fecero tutte attorno al soldato tedesco, tempestandolo di domande. In quel momento entrai dentro il rifugio, con la speranza che il soldato se ne potesse andar via senza di me, o che comunque si dimenticasse di me. Però, dopo pochi minuti, il soldato mi invitò ad uscire. Fui costretto a farlo ma mi rendevo conto che lui era ancora assediato dalle donne che lo assillavano con domande. Allora mi misi a scrutarlo attentamente e non appena la sua attenzione nei miei confronti fu distratta dalle donne, mi dileguai dentro un campo di granturco e mi nascosi. Sarò stato, allora, approssimativamente a 100 metri dal soldato e dalle donne. Non potevo vederli perché il granturco mi impediva la vista, e stavo disteso fermo e immobile con la paura di fare il minimo movimento. Per un po’ continuai a udire le donne che ancora assillavano il soldato, poi, finalmente le voci andarono ad affievolirsi.[13]

Il rifugio antiaereo cosiddetto del Sanni, costruito dagli stessi uomini del paese pochi giorni prima, non fu l’unico punto di raccolta delle donne, ma sicuramente il principale, anche perché come si è visto i Tedeschi circondarono attorno ai campi tutti gli abitati ma spingevano in quella direzione di fuga tutte le persone per essere lì divisi uomini da donne. Già attorno alle 7,00- 7,15 le donne iniziarono a ritrovarsi nel rifugio, come è attestato ad esempio dalle testimonianze di Odilia Riccesi, Virginia Chiosi, Bruna Borgheresi, Olimpia Merli, Iole Pazzagli, Nella Tozzi.

Furono ovviamente momenti di terrore e confusione e alcune donne provarono ad uscire da quella situazione di attesa. Ginetta Peretoli, moglie di Giovanni Quartucci e madre di Omero, fatto ostaggio a San Cipriano dalla domenica precedente, insieme alla figlia Cesarina, moglie di Andrea Camici, decisero di fare un tentativo proprio presso la Feldgendarmerie di San Cipriano prendendo una strada che evitava il paese e lungo la ferrovia delle miniere giungeva nei pressi di San Cipriano. D’altronde la stessa mattina presto avevano chiesto al prete Don Giovanni Fondelli di fare un tentativo presso quel “comando” tedesco. Così facendo le donne non furono testimoni degli spari provenienti dall’abitato, mentre al loro ritorno nel primo pomeriggio al contrario furono tra le prime a trovare i corpi senza vita degli uomini.

Anche Gigliola Casini, mentre il Fratini riesce a dileguarsi ed eludere la sorveglianza del soldato tedesco, decide di uscire dal rifugio, provando a rientrare nel paese e trovarsi di fronte ad un’agghiacciante scoperta.

… arrivai fin presso l’aia del Pasquini e vicino all’entrata vidi subito il cadavere di mio fratello Adon che giaceva per terra. Aveva un’ampia ferita nel retro della testa che sanguinava abbondantemente, il sangue stava scorrendo anche dagli occhi e dalla gola. Mi sembrava che fosse stato fucilato. Prima che io potessi esaminarlo attentamente, due soldati tedeschi che erano più in su nella strada del paese, spararono con dei mitra contro di me, alcune pallottole mi mancarono per poco. Fuggii subito indietro verso il rifugio e più tardi, quel giorno, andai in una casa in campagna dove rimasi per una notte.

Secondo Cesarina Camici (PMNSC: 204-5), Adon Borgheresi sarebbe stato preso, nonostante la sua giovane età, perché di corporatura massiccia tale da poter essere scambiato per un adulto. Tuttavia la modalità dell’uccisione rende poco credibile questo “errore”. Il fatto che presso il Monumento nessuno dei testimoni lo ricordi, a differenza di tutto il suo gruppo familiare, lascia dei dubbi sulla sua morte. La sorella Gigliola Rossini, infatti, riferisce che attorno alle 8,30 trova il cadavere del fratello all’entrata dell’aia Pasquini. È probabile che in quel momento il controllo nella strada sia parzialmente arretrato verso l’interno del paese, in quanto tutti gli uomini sono stati portati verso il centro nel giardino pubblico: è «dall’alto del paese» infatti che due soldati le sparano alcune raffiche di mitra, come se in quel momento l’aia non fosse occupata dai tedeschi. Il ragazzo può essere stato ucciso quindi da solo e prima della riconduzione dei circa 25 uomini nell’aia Pasquini quando tutti gli uomini sono ancora nel retro della Chiesa. Il suo corpo d’altronde fu ritrovato distante dal fienile dove furono uccisi e bruciati tutti gli altri e non presentava bruciature di sorta e poté essere identificato subito dalle donne, grazie alla sua diversa posizione. Nella Pastorini parlò di ferite di pugnale nel torace, mentre altre dichiarazioni fanno pensare ad una situazione convulsa o un macabro rituale: Attilia Balsimelli e Gina Pasquini infatti lo descrissero giacente accanto ad un bue morto mentre Cesarina Camici ricordava che teneva una scodella in mano.

È probabile perciò che Adon sia in ordine di tempo la quinta vittima di Meleto, dopo i tre di Masseto e Luigi Bindelli.

 

 

Alberto Burri, Sacco nero e rosso, 1953

Alberto Burri, Sacco nero e rosso, 1953

 

L’invalido contabile e la divisione in quattro gruppi

 

ore 8,30-9,30

 

Nel frattempo nei pressi del Monumento la tensione sale. Sicuramente i Rossini, anche se siano stati ignari di quello che stava succedendo a Adon, sanno che il giovane Bindelli è stato ucciso mentre tentava la fuga e gli uomini di Masseto possono raccontare aver visto morire i Morelli e il Simonti.

Arturo Panichi, invalido ad una gamba e fermato proprio dall’Ufficiale comandante, venne separato dal grosso del gruppo e posto su un muretto di fronte ai giardini. Da qui, attorno le 8,00, contò gli uomini radunati:[14]

Verso le ore 8 l’Ufficiale iniziò a contare il numero degli uomini che erano stati radunati. Io pure li contai e mi parvero un totale di 55. Fra questi uomini vidi e riconobbi i seguenti: Angiolo Turchi, Ferdinando Coccoloni, Giuseppe Ermini, Giovacchino Camici, Osvaldo Camici, Eugenio Peretoli, Dino Ferrati, Pilade Gonnelli, Cesare Ferrati, Giuseppe Mugnai, Umberto Forasti, Pietro Pasquini, Guido Pasquini, Ivan Pastorini, Modesto Camici, Dino Camici, Silvio Camici, Giulio Camici, Antonio Freccioni, Oscar Bonaccorsi, Atos Bonaccorsi, Antonio Bottai, Amedeo Panicali, Numa Matassini, Giovanni Rossini, Francesco Rossini, Valentino Rossini, Luigi Mugnai, Giovanni Quartucci, Ofelio Camici, Marino Navarrini, Pasqualino Pratellesi, Emilio Piccioli, Iacopo Tigli, Don Giovanni Fondelli, Arduino Innocenti, Luigi Siberio Innocenti, Giuseppe Sottani, Mario Fabbri, Giocondo Salami, Egidio Bartolini, Luigi Melani, Antonio Ciapi e Giov. Batta Casucci.[15]

Ad un certo punto l’Ufficiale prese ad esaminare i documenti di tutti gli uomini, dopo di che venne verso di me ed esaminò anche i miei. L’Ufficiale tuttavia mi disse di non aver paura poiché io non sarei stato fucilato. Dopo questo indicò l’aia del Sottani con il braccio disteso e mi fece capire che io dovevo andare là.

Andai in quest’aia dove vidi un altro uomo, il quale si chiama Ido Matassini, che era stato mandato dentro l’aia dall’Ufficiale tedesco pochi minuti prima di me. Penso che a Matassini sia stato consentito di andarsene perché lui prestava lavoro per i Tedeschi a Montevarchi. Nell’aia con noi c’era anche un soldato tedesco, il quale evidentemente era stato mandato a sorvegliarci.[16]

 

Arturo Panichi e Ido Matassini sono portati in un’aia e dopo da lì condotti dentro una casa vuota. Nel frattempo l’Ufficiale avrà deciso che uccidere gli uomini nel retro della chiesa fosse troppo difficoltoso: troppi gli uomini trovati nel paese per essere fucilati in massa o a piccoli gruppi, con il timore di ribellione generalizzata. Si decise perciò di tornare nelle aie poste ai margini del paese con quattro gruppi di persone, di questi un gruppo fu condotto verso la Fattoria in Barberino e qui diviso tra l’aia Benini e l’aia Melani, mentre un altro fu condotto nella parte opposta verso le aie Rossini e Pasquini.

Quanti e chi erano gli uomini di questi gruppi? Riguardo a coloro che sono condotti verso la Fattoria Rosselli del Turco, Arturo Panichi parlo di circa 40 uomini, indicando solo il nome di due di loro: Silvio Camici e il fattore Emilio Piccioli. Ido Matassini parlò di circa 50 uomini, indicando tra di loro Dino Camici, Ferdinando [nomignolo di Osvaldo] Camici, Numa Matassini, Giovacchino Camici, Antonio Bottai, Marino Navarrini, Don Giovanni Fondelli ed Egidio Bartolini. Dall’analisi delle dichiarazioni delle donne e dei sopravvissuti che ricercarono tra i corpi bruciati e difficilmente riconoscibili i propri familiari si notano delle incongruenze con quanto affermato dal Matassini. Degli 8 indicati dal Matassini, infatti, 4 (Osvaldo Camici, Egidio Bartolini, Marino Navarrini e Numa Matassini) saranno identificati nelle aie opposte alla direzione della Fattoria Rosselli Del Turco.

L’identificazione degli uomini non poteva essere né facile e neppure certa. A questo proposito si ricordi che di 10 uomini non fu testimoniata l’identificazione,[17] mentre per 18 fu molto incerta:[18] d’altronde 31 furono i corpi seppelliti in una fossa comune, di cui solo 4 furono riconosciuti. Secondo un’analisi puntuale delle dichiarazioni del 1944 e di successive testimonianze (PMNSC e R4L44) nell’aia Melani sarebbero stati uccisi 22 uomini e 25 nell’aia Benini.[19] Dei primi 22 furono riconosciuti da parenti o conoscenti Artini Pietro, Bartolini Alfredo, Biagini Vasco, Bonaccorsi Oscar, Camici Andrea, Camici Dino, Camici Giovacchino, Camici Ruggero, Camici Silvio, Ciapi Antonio, Chianni Bruno, Ermini Antonio, Gonnelli Pilade, Innocenti Luigi, Melani Mario, Melani Virgilio, Pasquini Guido, Piccioli Emilio, Tigli Iacopo; altri 3 rimasero non identificati.[20]

Molto più difficile fu il riconoscimento dei 25 dell’aia Benini, forse uccisi a piccoli gruppi ma in uno spazio molto ristretto il cui incendio causò il crollo del fienile e lo spregio dei corpi. Furono comunque riconosciuti Camici Modesto, Ferrati Cesare, Ferrati Dino, Don Giovanni Fondelli, Sottili Giovacchino, con 20 (!) non identificati.

Secondo Ido Matassini,[21] che prima di essere portato in una casa sostò per pochi minuti nell’aia Sottani da dove era visibile l’aia Benini, da questo punto il fumo dell’incendio si alzò prima che si sentissero le raffiche di mitragliatrice. Così come testimoniò Decimo Morelli per Masseto, è probabile che i soldati abbiano incendiato i fienili prima delle fucilazioni in un’esecuzione a ridosso del fuoco e successivo accatastamento sopra di esso.

 

 

Alberto Burri, Combustione legno (part.), 1957

Alberto Burri, Combustione legno (part.), 1957

 

 

La strage dall’interno di una conca

 

Sogno:
questa voce
non sarà più la mia voce
tu sei il cadavere respinto
io sono il sangue che fugge da una civiltà sgozzata
accendendo il fuoco della morte
spegnendo il fuoco della morte.
Adonis

 

ore 9,30-10,30

 

 

La determinazione di questi numeri è fatta a partire dalla testimonianza di Augusto Sottani, presente al Monumento e condotto sino all’aia Rossini: l’uomo parlò di 17 uomini condotti fino all’aia Rossini e «circa 25» indirizzati all’aia Pasquini. L’uomo sarà protagonista di una coraggiosa e rocambolesca salvezza.[22]

Verso le ore 10,30 fummo divisi in quattro gruppi e allontanati, sotto scorta, dal Monumento. Due di questi gruppi discesero il Viale Barberino in direzione della Fattoria Rosselli Del Turco, che si trova nel mezzo di un insieme di piccoli poderi. Gli altri due gruppi, dei quali io facevo parte, salirono per il Viale Barberino, nella direzione opposta a quella dei primi due gruppi. Il gruppo nel quale ero io, era composto in tutto di 17 uomini e di loro ora ne ricordo solamente alcuni: Valentino Rossini, Francesco Rossini, Giustino Meacci, Gino Benini, Ivan Pastorini e Giocondo Salami. Mentre stavamo camminando su per il Viale Barberino fummo sorpassati dall’altro gruppo, che procedeva nella nostra direzione. Qui vi erano circa 25 uomini, fra i quali riconobbi un uomo chiamato Pasquale Neri. Questo gruppo andò nell’aia di un contadino chiamato Pasquini e il nostro gruppo entrò nell’aia del contadino Rossini. Ogni gruppo era scortato da circa 5 o 6 soldati tedeschi.

Secondo la nostra ricostruzione i 17 condotti nell’aia Rossini, oltre Augusto Sottani, furono riconosciuti Bartolini Egidio, Benini Gino, Coccoloni Ferdinando, De Carolis Ettore, Martini Gino, Matassini Numa, Meacci Giustino, Pastorini Ivan, Rossini Eudelfo, Rossini Francesco, Rossini Giovanni (?), Rossini Valentino e Salami Giocondo, più 3 non identificati. I 24 dell’aia Pasquini, escludendo da questo conteggio Adon Borgheresi, furono Baldi Gabriello, Balsimelli Guido, Camici Osvaldo, Casucci Giov. Batta, Cheti Lanfranco, Dumossi Faustino, Ermini Giuseppe, Failli Orazio, Forasti Umberto, Lachi Alfredo, Lachi Giustino, Marzocchi Argante, Mugnai Giuseppe, Navarrini Marino, Neri Pasquale, Pascasi Pasquale, Pasquini Pietro, Pazzagli Elio, Peretoli Eugenio, Quartucci Giovanni, Rossi Giuseppe, più 3 non identificati.

Ma il racconto di Augusto Sottani così proseguiva:

All’arrivo nell’aia del Rossini, fummo introdotti in un fabbricato usato come frantoio. Cinque minuti dopo, cinque del nostro gruppo furono portati fuori e dall’aia seguì il rumore di una raffica di mitragliatrice. Un giovane, Ivan Pastorini, tra quelli rimasti nel frantoio, nell’udire i colpi della mitragliatrice, saltò attraverso una apertura interna in una stanza adiacente, adibita a magazzino per l’olio, dove c’erano delle grandi conche da olio. Immediatamente seguii Ivan e lo trovai nascosto dietro una conca. Io invece mi nascosi dentro una conca vuota e tirai il coperchio sopra. Udii altre raffiche di mitragliatrice provenienti dall’aia. Dopo che erano trascorsi 15 minuti, vidi due soldati tedeschi guardare attraverso la porta di ingresso del magazzino. Parvero soddisfatti e sparirono dalla porta: io vedevo attraverso una fessura che mi ero fatto fra la parte superiore della conca e il coperchio. Pochi mo­menti dopo però un altro soldato tedesco entrò nel magazzino e lo vidi guardare attentamente oltre la conca dietro la quale era nascosto Ivan: lo sentii urlare e il soldato tede­sco sollevò il fucile dalla spalla e gli sparò a bruciapelo. Ivan cadde a terra e rimase immobile. Il soldato allora uscì fuori dal magazzino, ma ritornò quasi immediatamente con due manne di paglia. Una di queste manne la gettò sul corpo del giovane e l’altra sopra il coperchio della conca dove ero nascosto. Poi il soldato diede fuoco e se ne andò dalla stanza lasciando la porta aperta. Attraverso la porta vedevo i soldati tedeschi fuori nell’aia raccogliere i corpi degli uomini che giacevano attorno e sistemarli in mucchio. Sopra gettavano la paglia per poi dare fuoco. Intanto il calore dentro la conca dove ero nascosto era insostenibile, ma ero troppo terrorizzato per pensare di muove­rmi.

Alla fine, dopo un altro quarto d’ora, non potevo sopportare di più il calore e uscii dalla conca. La paglia sopra al corpo di Ivan bruciava ora furiosamente, ma io non potevo più aiutarlo. Guardai fuori dal magazzino e mi accorsi che i Tede­schi se ne erano andati. Mi affrettai in un campo vicino dove mi nascosi. Dal mio nascondiglio vedevo fu­mo e fiamme che si alzavano dalle case del paese.

Rimasi nascosto per otto giorni e al ritorno in paese praticamente ogni abi­tazione era stata distrutta dal fuoco.

Poco distante dal frantoio, Ugo Mulinacci se ne stava ancora sotto il cumulo di cenere nel forno

Verso le 10,30 udii una prima raffica di mitragliatrice nell’aia, seguita da altre sei raffiche, a in­tervalli di circa cinque minuti ciascuno. Ero pietrificato dallo spavento, ma non osai muovermi dal mio na­scondiglio. Più tardi, quando gli spari cessarono, udii i soldati tedeschi che ridevano e parlavano nell’aia.

La tragedia era consumata e gli uomini nascosti nei campi sentirono le ripetute raffiche di mitra. Dalla parte dell’aia Pasquini e Rossini, Ricciotti Gambassi udì la mitragliatrice e le «urla unite agli spari». Dopo «nuvole di fumo si alzarono da alcune case del paese».

Nei pressi del rifugio Lino Fratini, nascosto tra il mais, sentì gridare le donne

« Sta bruciando Mele­to! ». Guardai verso il paese, ma non potei vedere cosa stava bruciando, sebbene nere nuvole di fumo stessero salendo nel cielo.    

Le donne del rifugio del Sanni attestarono l’inizio delle fucilazioni attorno alle 10-10,30 e mezz’ora dopo iniziare nuvole di fumo nero dalle case del paese. Fu così anche dalla parte di Barberino dove il Melani udì «urla e invocazioni di aiuto».

La sera, consumata nel paese la tragedia, assistito vanamente da Gesuina muore dissanguato Agostino Mariottini, l’uomo che per primo era stato colpito nella mattina: «Stetti al capezzale di mio marito tutto il pomeriggio, poi lui morì dissanguato in mia presenza alle ore 21 di quel 4 Luglio 1944». Sotto il letto si era formata una pozza di sangue.

 

 

 

note:

[1]  Dichiarazione del 21 Novembre 1944 di Zelindo Cuccoli.<
[2]  Dichiarazione del 9 Novembre 1944 di Erminia Simonti.
[3] La testimonianza del Cuccoli termina  con la frase rituale che accompagnava la quasi totalità delle dichiarazioni dei congiunti delle vittime: «my [son] was in no way connected with the Partisans operating in the mountains of this district», insieme a l’espressione «he wasn’t a member of any Partisan group» e simili. Qual è in realtà nel Rapporto Crawley la gradazione percepita di avversione/simpatia dei civili uccisi nei confronti dei Partigiani da parte di chi testimonia?
Abbiamo analizzato 93 dichiarazioni relative a tutte le risposte degli interrogati per Meleto (76), per Massa (9) e San Martino (8), restringendo l’indagine ai soli testimoni di questi paesi perché, oltre che assai ricche di particolari, ci permettono di analizzare figure diverse fra ostaggi, scampati e congiunti. Abbiamo invece escluso le testimonianze riguardanti Castelnuovo, in quanto le risposte date sono assai povere e “standardizzate”, forse perché raccolte all’inizio dell’Inchiesta (settembre ‘44) in un momento di “rodaggio”. La scala di gradazione percepita è stata divisa in Forte Appartenenza, relativa a chi era riconosciuto come esponente della Resistenza; Partecipazione Attiva, per chi saltuariamente o stabilmente aveva aiutato i Partigiani; Partecipazione Passiva, per chi lo aveva fatto finanche costretto dalle circostanze; Non Appartenenza, per chi era rimasto estraneo alla Resistenza; Decisa Avversione, per chi avvertiva il ruolo negativo dei Partigiani; Nessuna Risposta, per chi non fa nessun riferimento ai Partigiani; Altro, per altre dichiarazioni.
Ovviamente i risultati non possono decifrare qualitativamente il vissuto dei testimoni rispetto al movimento partigiano, per il carattere troppo conciso delle risposte. Nel 95% dei casi esaminati, infatti, il 40% dichiarò la Non Appartenenza, il 40% non fece alcun cenno ai Partigiani [Nessuna Risposta], mentre il 13% riferì solo la mancanza di un regolare processo o interrogatorio degli uccisi, evidenziando l’aspetto di illegittimità formale della rappresaglia [Altro]. Anche la metà di Non Appartenenza rivelò la mancanza di interrogatorio. Le dichiarazioni si schiacciano nella zona mediana di incerta definizione della non adesione o dell’assenza di riferimento, che possono significare alternativamente estraneità o complicità, avversione o indifferenza. Nessuno degli ostaggi, di cui alcuni sembrano essere stati ex fascisti, pur essendo stati tutti interrogati dai Tedeschi sul ruolo dei Partigiani, riferì episodi specifici né dichiarò avversione o simpatia verso la Resistenza.
A questo proposito quando Tognarini (2002) afferma che «una delle conclusioni su cui si è realizzata una convergenza tra tutti gli studiosi, è stata la constatazione della sostanziale assenza di atteggiamenti spiccatamente antipartigiani nei racconti e nelle ricostruzioni degli anni Quaranta», leggendo in senso letterale il silenzio sui Partigiani, manifesta uno sbrigativo tentativo di legare la costruzione della memoria divisa unicamente ad un’azione politica ideologica tutta post Resistenziale. In realtà, è del tutto illusorio far emergere un qualsiasi punto di vista da un aggettivo o da una presunta intensità emotiva, perché l’esigenza istruttoria del S.I.B. prevedeva domande standard a cui corrispondevano risposte rituali (cfr le considerazioni di Polverini e Manfroni). Crawley d’altronde non insisté mai su questa questione (e purtroppo non lo fece neppure relativamente ai Fascisti), perché aveva ben chiaro il ruolo dei Partigiani e dava per scontata la relazione tra la loro presenza e la rappresaglia. Dal Rapporto emerge che fu più importante verificare l’attendibilità delle dichiarazioni piuttosto che spiegare le cause ultime dell’eccidio. Partigiani, collaboratori fascisti, civili e uccisioni sono attori e parti di un testo la cui decifrazione serve unicamente a dare un volto ai Tedeschi come criminali di guerra. Anche Crawley, da una prospettiva altra come straniero, partecipa con la popolazione colpita all’esperienza della temporalità storica in una fase ancora di sospensione e di non elaborazione. Il problema della responsabilità si pose infatti successivamente quando, dovendo ricostruire il legame sociale, rimasero solo risentimenti, lutti asimmetrici, episodi di vigliaccheria e atti di sciacallaggio.
Rimane tuttavia il problema di capire quel restante 5% di dichiarazioni che si smarcano dalle risposte apparentemente indistinte. Nessun teste indicò Forte Appartenenza e d’altronde non fu interrogato nessun Partigiano della Castellani dove operavano i Partigiani di Meleto: gli Inglesi infatti si appoggiarono nella ricostruzione e organizzazione alla Chiatti, escludendo del tutto l’apporto dei meletani. Solo 2 testimonianze si possono interpretare come Decisa Avversione, ossia quella di Enrica Righi Cheti, dove la non appartenenza al movimento partigiano è chiaramente gridata ai Tedeschi per ottenere la liberazione del congiunto, e quella di Cesarina Camici, dove la responsabilità dei Partigiani è chiaramente sottintesa. Troppo poche per essere significative, tanto che la Decisa Avversione è praticamente impossibile da decifrare nelle risposte.
Due dichiarazioni individuano una Partecipazione Passiva: quella del parroco di Meleto, Don Giovanni Fondelli, che avrebbe fornito viveri pochi giorni prima della strage ai Partigiani (Loretta Benini) e quella del Parroco di San Martino, Don Giuseppe Cicali, poi scampato alla strage, che viveva a ridosso delle formazioni partigiane e cercò rifugio presso loro. Altre 3 testimonianze sono classificate come Partecipazione Attiva, e riguardano Don Ernesto Morini, Parroco di Massa (nelle dichiarazioni del fratello Luigi e della madre Serafina Morini), e Mario Melani (Giov. Batta Melani, Dichiarazione 139). Interessante il tenore di queste risposte: «Mio fratello era un uomo coraggioso [fearless] che, in numerose occasioni, aveva dato da mangiare e aveva nascosto Partigiani locali. Questa fu, senza dubbio, la causa della sua morte per mano dei Tedeschi» (Luigi Morini); «Mio figlio non era un Partigiano, ma in parecchie occasioni, aveva dato da mangiare e aveva nascosto Partigiani locali» (Serafina Morini). Il paradosso è che su 5 dichiarazioni 4 si riferiscono ai Parroci dei paesi coinvolti e il loro “coinvolgimento” è testimoniato da parenti o da loro stessi. Le loro ammissioni sarebbero bastate ai Tedeschi per giustificare la fucilazione della popolazione intera: questo paradosso ci farebbe pensare che in questi casi il movimento partigiano non è percepito preventivamente in senso negativo. Inoltre nel Rapporto nessun testimone collegò gravi fatti specifici commessi dai Partigiani alla rappresaglia, neppure per dare conferma a quei Tedeschi che legarono i fatti all’uccisione di uno o più commilitoni o ad altri atti di sabotaggio. Le testimonianze vengono rese in una situazione complicata per i vari passaggi di traduzione, ma libera nella sua espressione e sono sempre i testimoni a rivolgere la loro attenzione più agli uccisi e ai Tedeschi piuttosto che al contesto locale. Si considera probabilmente pericolosa l’appartenenza alla Resistenza (presenza percepita fortemente da circa il 47% di tutte le testimonianze e dal 65% di quelle dei congiunti delle vittime), ma i Partigiani, nel contesto del Rapporto, non vennero mai correlati direttamente a fatti specifici.
Così, se è improprio interpretare l’apparente silenzio sui Partigiani, come se questi non fossero collegati alla strage, non si può neanche delegittimare l’Inchiesta inglese perché non testimonia al contrario un diffuso atteggiamento antipartigiano.
[4] Dichiarazione del 25 Ottobre 1944 di Paolo Pretini.
[5] Dichiarazione del 17 Ottobre 1944 di Evaristo Maggesi.
[6] Dichiarazione del 28 Novembre 1944 di Olinto Bindelli.
[7] Dichiarazione del 14 Novembre 1944 di Gigliola Casini, moglie di Valentino Rossini che sarà ucciso nella propria aia e  sorella di Adon Borgheresi. Sua madre, Maria Auzzi, rimasta vedova di Pietro Casini (padre di Gigliola), aveva risposato Giovan Battista Borgheresi dal quale aveva avuto il figlio Adon. La donna, ultima vedova e testimone diretta della strage di Meleto, è morta nel 2015.
[8] Augusto Sottani, ad esempio, porterà il suo racconto verso il clou della sua disperata trovata che gli permetterà di sfuggire la morte; Ido Matassini come si è visto adatterà i propri movimenti ad una oggettiva necessità costrittiva; Ricciotti Gambassi dal canto suo parla dell’“accento fiorentino” di un Ufficiale con tanto di mantella e stellette, riportando quanto forse fu detto dagli ostaggi di San Cipriano e che non trova altre conferme.
[9] Qui Gigliola Casini, così come altre testimonianze, non parla di “accento fiorentino”, come disse Ricciotti Gambassi, e descrive un individuo dalle caratteristiche fisico somatiche diverse dall’«interprete» di San Cipriano. Se la presenza anche di più italiani non può portare a identificare la responsabilità ideativa di questa strage tout court con il fenomeno del “nazifascismo”, ossia con l’omicida e consapevole complicità di truppe naziste addestrate allo sterminio e l’estrema ideologia di morte dei repubblichini, dobbiamo tuttavia abbandonare l’ipocrita idea che l’eccidio fu tutto “tedesco” e affrontare una volta per tutte l’oggettivo ruolo dei Fascisti Italiani che uccisero altri Italiani in modalità di strage.
[10] Dichiarazione del 16 Ottobre 1944.
[11] Questo particolare non collima con la versione di Gigliola Casini che sarebbe ritornata al forno in casa con il fratello dopo l’uccisione del Bindelli.
[12] Dichiarazione del 25 Ottobre 1944 di Ricciotti Gambassi. Abbiamo lasciato il nome Ricciotti, ma era chiamato Ricciotto. Dal Casellario Politico del Fascismo risulta essere stato iscritto al Partito Nazionale Fascista come Bucciotti.
[13] Dichiarazione dell’8 Novembre 1944 di Lino Fratini.
[14] Si ricordi che l’Inchiesta inglese non censì per Meleto Pieralli Egisto, ma contò 92 civili tra residenti e sfollati. 61 di loro erano residenti in Meleto, 32 invece erano sfollati o per motivi di lavoro temporaneamente provenienti da comuni limitrofi (19 da San Giovanni, 3 da Figline, 1 da Montevarchi, 1 da Terranova) e da città varie (4 da Livorno, 2 da Firenze, 1 da Roma e 1 da Trieste). Cfr PMNSC: 76-85.
[15] Da questo elenco possiamo valutare quanti uomini attorno alle 8,00 erano già concentrati nel retro della Chiesa. Dei 93 uomini che moriranno 6 sono già stati uccisi: si tratta dei fratelli Morelli e del Simonti a Masseto, di Agostino Mariottini che ferito a Il Casalone morirà in realtà a tarda sera, del Bindelli mitragliato mentre fugge dall’aia Rossini e Adon Borgheresi. Includendo coloro che si salveranno (Ido Matassini, Augusto Sottani, Lino Fratini e lo stesso Panichi) il numero totale degli uomini rastrellati nel giardino pubblico dovrebbe essere di 91. Il Panichi contò 55 uomini ricordando il nome di 44 di loro. Precedentemente Loretta Benini aveva parlato di 17 uomini in un gruppo che con il parroco è fatta risalire verso il Monumento dal Viale Barberino, 13 di questi non furono indicati dal Panichi. Altri 7 nuovi nomi furono fatti da Brunetta Tigli, Lino Fratini, Augusto Sottani. Dall’insieme delle Dichiarazioni sappiamo che per lo meno altri 9 uomini sono insieme a questi catturati. Degli 87 che ancora dovranno morire il numero degli identificati certi è di 73: si consideri la difficoltà a contare un gruppo di circa 90 persone che cresce in continuazione e che contiene al proprio interno gli sfollati non sempre conosciuti per nome. Il valore di questo calcolo sta nella individuazione della decisione che i Tedeschi stanno prendendo: il numero dei civili presso il piccolo spiazzo del giardino aumenta con decisione nella stretta finale (dai 55 del Panichi ai 91 finali). Questo forse fu uno dei motivi della successiva suddivisione degli uomini verso le aie dei contadini e della diversa modalità di uccisione da Castelnuovo, dove la piazza IV Novembre era più ampia e più “adatta” a raccogliere i 68 uomini addossati al muro. I fienili delle aie dei contadini peraltro avrebbero fornito la paglia per il fuoco.
[16] Dichiarazione del 15 Ottobre 1944 di Arturo Panichi.
[17] Si tratta di Bartolini Elio, Becattini Natale, Bonaccorsi Atos, Brilli Giuseppe, Camici Giulio, Dumossi Dino, Dumossi Terzilio, Panicali Amedeo, Pieralli Egisto e Urbani Terzilio.
[18] Si tratta di coloro le cui risultanze testimoniali sono unicamente indiziarie senza riscontri oggettivi: Bottai Antonio, Brogi Azelio, Chianni Antonio, Corsi Ezio, Cuccoli Mario, Fabbri Mario, Freccioni Antonio, Gonnelli Armando, Innocenti Arduino, Malvisi Giustino, Martini Cesare, Marziali Bruno, Meacci Giustino, Melani Brunetto, Melani Luigi, Mugnai Luigi, Nocini Pietro e Turchi Angiolo.
[19] Questi dati non coincidono con quelli riportati in PMNSC che parlano di 22 per l’aia Melani e 27 per l’aia Benini.
[20] In PRO Martini Gino è considerato nell’aia Rossini, mentre in R4L44 è indicato nell’aia Melani.
[21] Dichiarazione del 19 ottobre 1944 di Ido Matassini.
[22] Dichiarazione del 16 Ottobre 1944.

© Francesco Gavilli

Un commento su “Una strage ~ 17. L’angelo dell’Abisso: uccisioni a Meleto

  1. wwayne ha detto:

    Visto che condividiamo la passione per la classicità, ti consiglio caldamente questo libro: https://wwayne.wordpress.com/2014/09/08/roma-zona-di-guerra/. Buona serata! 🙂

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