Gérard de Nerval ~ L’hashish

 

L’uroboros
L’uno è tutto, e perciò tutto e per questo tutto, e se l’uno non contiene tutto, allora il tutto è niente.

 

 

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Peri, 1875, Kalighat Pat

 

Si era oltre l’anno 1000 dei cristiani, dunque nel quarto secolo dell’egira musulmana. Sulla riva destra del Nilo, in prossimità del porto di Fostat dove si trovano le rovine del vecchio Cairo, non lontano dalla montagna del Mokatam che domina la città nuova, sorgeva un villaggio abitato in prevalenza da gente appartenente alla setta dei sabei.

Dalle ultime case allungate sul fiume si gode una vista incantevole; il Nilo avvolge nei suoi flutti carezzevoli l’isola di Roddah come un canestro di fiori portato a braccia da uno schiavo. Sulla riva opposta si scorge Gizeh. Quando il sole è calato le Piramidi squarciano con i loro giganteschi triangolo il brumoso anello viola che si stende sull’occidente. Le cime delle palme dum, dei sicomori e dei fichi si staccano nere sul fondo chiaro.

Mandrie di bufali che la sfinge sembra sorvegliare da lontano, accovacciata sulla pianura come un cane all’erta, scendono in lunghe file ad abbeverarsi, e le luci dei pescatori costellano di punti dorati l’ombra opaca delle sponde.

Il punto più favorevole per godere di quella vista era un okel bianco immerso tra i carrubi con una terrazza a sbalzo sul fiume; ogni notte i barcaioli che scendevano o risalivano il Nilo potevano scorgervi i lumini tremolanti nei pozzetti d’olio.

Un curioso che si fosse trovato su una canga in mezzo al fiume avrebbe potuto facilmente distinguere attraverso le arcate i viaggiatori e i clienti abituali all’interno, seduti davanti ai tavolini su sgabelli di legno di palma o su divani ricoperti di stuoie, e certamente si sarebbe meravigliato del loro strano contegno. I gesti stravaganti seguiti da un’immobilità ebete, le risate abnormi, le grida inarticolate che di tanto in tanto si lasciavano sfuggire, avrebbero rivelato l’esistenza di uno di quei locali in cui sfidando i divieti, i miscredenti trovano l’ebbrezza nel vino, nella buza (birra) o nell’hashish.

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Peter Abrahams / Jodi Bieber ~ Il mondo dentro una goccia

 

 

"I had gone to the fields. I was pregnant then. Five Fox caught me from behind. My basket fell to the ground and they dragged me to a path where all five men raped me. I stayed there until I was carried back to my village by my husband. They took me to the hospital, they treated for me for a week and then I stayed home until I delivered. My baby died after four months. When this happened my husband decided to divorce me. I am alone with eight children. The house that I now live in is my brother, who is in Tanzania, because I do not have anything left. I have gone back to the fields to cultivate but I have no hope." Raped in 2002

“I had gone to the fields. I was pregnant then. Five Fox caught me from behind. My basket fell to the ground and they dragged me to a path where all five men raped me. I stayed there until I was carried back to my village by my husband. They took me to the hospital, they treated for me for a week and then I stayed home until I delivered. My baby died after four months. When this happened my husband decided to divorce me. I am alone with eight children. The house that I now live in is my brother, who is in Tanzania, because I do not have anything left. I have gone back to the fields to cultivate but I have no hope.”
Raped in 2002

 

Schiacciai il naso e le labbra contro il vetro della finestra e cercai di leccare una goccia di pioggia che scivolava giù dall’altra parte. Non appena mi passò davanti agli occhi, vidi i mille colori racchiusi nella goccia… Doveva far caldo là dentro. Caldo e asciutto. E forse il sole ci brillava dentro. Il verde erano gli alberi e l’erba; lo splendore era il sole… Io ero dentro la goccia, lontano dall’infelicità di quella stanza fredda e triste. ero immerso nel calore e nello splendore, nel mondo della mia goccia.

«Lee».

Il suono mi strappò dal mondo della mia goccia. Ero alla finestra, guardavo fuori, mi sentivo triste.

«Lee».

Capivo che quello era il suono con cui mi si identificava. Mi girai e guardai l’uomo che lo aveva pronunciato. Era alto, magro e scuro. Aveva una gran testa, una fronte ampia e un viso lungo che terminava con un mento stretto. Gli occhi erano grandi, rotondi e pieni d’ombra. C’era dolcezza in essi. Si appoggiò alla spalliera di una sedia, allungò le gambe, incrociando la destra sulla sinistra, tese la mano destra verso il fuoco, al centro della stanza. Con la sinistra giocava con i capelli di una bambina seduta sul pavimento davanti a lui.

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Henri Michaux ~ Un barbaro in Giappone

 

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Henri Michaux, barbaro in Asia

 

 

 

«dato che siamo in Paradiso, tutto in questo mondo ci fa male. Fuori dal Paradiso non c’è nulla che dia fastidio poiché non c’è nulla che conti».
Mi augurerei d’essere scusato con questa deliziosa frase di Komachi, la poetessa giapponese, per aver ricevuto dal Giappone alcune impressioni sgradevoli.

 

È mancato[1] ai giapponesi un gran fiume. «La saggezza accompagna i fiumi», dice un proverbio cinese. Saggezza e pace. In fatto di grande pace non hanno che un vulcano, che li inonda regolarmente di melma, di lava e di iatture.

Non solo manca il gran fiume, mancano anche i grandi alberi, i grandi spazi. Ho percorso 1200 chilometri nelle province più reputate del Giappone senza vedere alberi belli. So bene che i bei panorami frequentano poco le strade ferrate, ma tuttavia…

Il Giappone ha un clima umido e traditore. Il paese che conta il maggior numero di tubercolotici al mondo.

Gli alberi sono malaticci, striminziti, magri, crescono debolmente, ingrossano difficilmente, lottano contro le avversità, torturati non appena possibile dall’uomo, allo scopo di apparire ancora più nani e miserabili.

I bambù giapponesi: stremati, tristi, grigi, poveri di clorofilla, a Ceylon non li vorrebbero per canneti.

Quel che non è striminzito non trova amici. Il cedro deve nascondersi dietro il ciliegio malaticcio. Il ciliegio malaticcio dietro il susino nel vaso, il susino nel vaso dietro il pino che sembra un ditale.

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Tre interventi su Lettera a una professoressa: Giovanni Giudici (3)

 

 

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[Dei tre interventi su Lettera a una professoressa questo di Giovanni Giudici sembra il più diretto, il più umano, ancora sotto la forza di un incontro notturno milanese tra un sacerdote austero, avvolto in un mantello nero, alto e stempiato, e un intimidito poeta, intellettuale «condizionato dalla vanità» che si mostra inutile di fronte alla intellettualità, seppure «di città», mossa da uno «scopo concreto di lotta». Rimane così nudo e pieno del fascino del ricordo il tema della recezione della novità rivoluzionaria e della sua difficile e a volte impossibile traduzione contemporanea al suo manifestarsi.]

 

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Sun Ra

 

Sun Ra 1968

Sun Ra 1968

 

Sun Ra nacque il 22 maggio 1914 e, come si addice ad un Profeta, incerto è il luogo di nascita e il vero nome. “Giunse” in Alabama e a fronte del nome “legale” di Le Sony’s Ra circolarono sempre altri nomignoli quali Sonny Lee, Sunni Bhlount, Armand Ra e H. Sonne Bhlount.
Eclettico, scandaloso e a volte mistificante ma sempre intriso di una forte coscienza jazzistica, la sua musica ha resistito agli scettici e ai detrattori per più di 60 anni, durante i quali Sun Ra è stato sia parte che oltre la tradizione jazz. Sun Ra infatti è stato il primo tra i musicisti jazz ad usare tastiere elettroniche (1956), il primo a perseguire un’improvvisazione collettiva in una big band, mentre il suo interesse per i viaggi nello spazio come soggetto compositivo precedette band come gli Weather Report di una ventina d’anni. Tutto questo da un uomo che rifiutava considerare come casa propria il pianeta Terra e diceva di essere arrivato da Saturno.

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