Ghannis Ritsos / Moni Ovadia ~ Delfi

 

 

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Delfi

 

(Il sole è declinato. L’ombra, silenziosa, cristiana, si stende sul luogo fiammeggiante degli antichi templi, fin giù in fondo, sulla piana con lo sconfinato uliveto. Le due guide archeologiche, il Vecchio e il Giovane, s’incontrano sui propilei, dopo la fatica di una giornata estiva inondata di luce. Si danno la buonasera con uno stanco cenno del capo. Siedono sui marmi spezzati, caldi ancora dal solleone. A poco a poco rinfresca. Gitanti e turisti scendono verso la statale con in mano fiori selvatici, ginestre, guide turistiche in varie lingue, cartoline di statue nude o sacche acquistate poco prima nei negozietti d’artigianato popolare. Giù, sulla grande strada, s’ode il rumore delle auto, delle radio, dei venditori di limoni, degli autobus di gitanti: risa giovanili, gridi e canti, mentre qui è già sovrano il silenzio sacro, quasi circolare. Le grida delle ultime cicale e dei primi grilli assumono un’altra intonazione nel dominio delle rovine. S’incomincia a sentire anche la fonte. Le due guide avvertono lo scorrere dell’acqua, forse per il bisogno di pensare – immobili adesso loro due – a un movimento dal di dentro, che non li costringa a muoversi o a parlare, ma che li rinfreschi col senso dell’umidità e del flusso. Con gesto simultaneo, si asciugano entrambi il sudore della fronte. Nonostante la differenza d’età, in questo istante li accomuna la stessa stanchezza fisica e la stessa voglia di parlare; non delle solite cose di lavoro apprese a memoria – date, definizioni approssimative e facili valutazioni – ma due chiacchiere tutte loro, così da spendere – o da guadagnare – un po’ del proprio tempo per sé stessi. Il Giovane intanto tace, come per una decisione o per un’antichissima, inspiegabile collera. Parla il vecchio):

 

 

 

Oggi mi sono stancato molto; – con questo caldo, poi; – tutti questi anni mi sono stancato
su e giù dal Ginnasio al Museo, dal Museo al Teatro,
dal Teatro allo Stadio e viceversa. Sono stanco di indicare
senza che loro vedano; di parlare senza essere ascoltato. Forse perché son vecchio. Ma, lo so,
ti hanno ascoltato ancora meno perché ti osservavano.

Sono stanco di andare avanti e indietro per la via Sacra, il Portico degli Ateniesi, / la Fonte, il Tempio di Apollo, lo spiazzo delle Colonne, – mi sono stancato / come se camminassi da secoli. Credo d’appartenere anch’io / alla famiglia delle statue, di avere la loro età / o anche di più. Solo questa stanchezza / mi resta tutta mia, – e mi piace; – che cos’altro dire?

Quanto durano poco – non solo gli uomini, ma anche le statue, le pietre.
Rovine. Rovine. Guerre su guerre.
Incendi, terremoti, saccheggi. Poi la quiete
delle rovine, tranquillizzante, consolante, senza fine. Percorri
la salita deserta fino allo Stadio: una pietra rotola in un fondo inverosimile, lasciando
un vuoto in aria senza risonanza; – lì dentro
puoi immergere la mano come sotto il tuo cuscino. Niente.
Quiete rappresa lungo le gradinate.
Solo il despota sole, che tutto osserva con indifferenza, fors’anche con malignità,
mostra spietatamente i marmi mutili ogni giorno più dentro.

Fortuna che fa notte, – si smorza la confusione, si spegne il paesaggio;
quiete senza tremore; e s’ode distintamente l’inesistenza –
calma prosperità della facile sottrazione e del ricongiungimento,
come se prendessi a prestito gli occhi delle statue spezzate
che vedono ogni cosa distante, o dal di dentro,
senza preoccuparsi di rispondere. Libertà,
grande libertà del nostro riconosciuto esilio.

Tutte le cose sono quel che sono, quel che non sono – senza storia,
fuori della storia, – indifferenti, sole, fiere, di fronte
alla notte che giunge. In queste ore
credo di capiere le statue, di viverle, di conoscerle.
L’Auriga con le redini rotte nella mano ferma,
con i grandi occhi miti, vitrei, oscuri
davanti alla luce o alle tenebre, mentre nel suo bronzeo cavo
nidificano i ragnetti provenienti dai pini impolverati
della collinetta di fronte. Ogni tanto
uno di questi ragni spunta da qualche piega della sua tunica,
se ne sta un po’ senza guardare niente, poi
si trascina lento sul suo piede stupendo, accanto al laccio del sandalo
o sale sulla sua tempia destra e resta immobile, contrassegnando
con semplice familiarità il risonante, sconfinato inesplicabile.

Allora ogni cosa assume un significato nell’assoluta assenza di significato –
questa colonna solitaria, abbandonata alla sua altezza,
Cleobi e Bitone sotto le grida furiose delle cicale,
quei tappetini campagnoli, stesi sul marciapiedi,
i cinque giovani che incontrammo nel meriggio
con le camicie aperte, gli oleandri e le ginestre; – belli
sciocchi, sfrontati – quelli che si fotografavano accanto alle statue.

E ormai non faccio più alcuna obiezione, nella mia bella stanchezza. Guarda:
questi monti perpendicolari, rocciosi eppure senza fondamenta,
respirano tranquillamente la loro limpida solitudine, si riposano
alti, molto alti, sopra la polvere che fasciano le macchine. Lassù
molto spesso, i meriggi o anche la sera, volano
tre aquile possenti; a volte stanno immobili
nella loro grande, oscura lucentezza – così inavvicinabili e estranee,
e d’un tratto i turisti allungano il collo verso di esse
come se distinguessero al posto elle aquile i segni
dell’antico frontone mancante del tempio di Apollo. Le ombre delle aquile
precipitano sui fianchi dei monti in un tracollo trionfale,
altre volte restano immobili sopra l’uliveto
o sui marmi spezzati, oppure sull’asfalto
stendendo certe isolette segrete, oscure, quasi sotterranee,
sul meriggio colmo di luce, – isolette ambigue
come i responsi dell’Oracolo o le parole che non abbiamo detto.

Allora m’immagino che d’improvviso dentro le macchine fotografiche dei gitanti
tutte le pellicole con i paesaggi geometrici s’oscurino –
non resta altro che un immobile nero
opposto alla volontà spossata delle statue;
perché le statue, col loro biancore, sono
il negativo di tutto il nero. Esse, con le loro mani mozzate,
ci donano molte cose, – o forse ce ne prendono? Cosa possono dare le statue?
Ma forse la felicità è il rifiuto e la privazione di tutto.

 Felicità dubbia, dirai; ma probabilmente la sola
senza più il timore della sproporzione o dell’usura. E solo qui
s’incontrano gli amareggiati, i giusti gli scacciati –
una comunità segreta e silenziosa che la sera o il mattino
straripa dall’inudibile scampanio dell’infinito, – come
quella casetta del sacrista nel peribolo della chiesa
che ogni mattina, quando sbattono dalle due finestre le lenzuola lise,
le stanze s’inondano del suono robusto della campana episcopale,
s’inondano i letti, gli armadi, le sedie,
il tavolo d’assi apparecchiato con un giornale,
perfino le tazzine del caffè mattutino rimaste non lavate in cucina,
tanto che gli uomini non hanno più posto per sedersi
né voce per parlare, né orecchie per udire,
distaccati, liberi, perduti.

Così sospesi, elevati, tenuti dal suono bronzeo della campana,
sentono quasi sotto le ascelle le due grandi mani dell’immortalità,
come sorretti dalle due possenti ali di bronzo
su in alto, senza sapere dove sono, o se sono, e che cadranno.

In questa impenetrabilità e a questa altezza può darsi che si compia
quest’incontro e questa libertà clandestina – muta Anfizionia –
come può vederla, come può espugnarla lo straniero? Senti, la fonte,
una piccola vena che sale dalle viscere della terra, senza perdere nulla
del suo mistero – una vena recisa
così consapevolmente calma da tradire la sua profondità. E questo,
insieme alle altre cose, è inutile, inutile. Sono stanco.

Sono stanco di recitare date – 590, 447, 356; –
cambiano i numeri, e gli uomini gli stessi, le guerre le stesse –
tre guerre sacre (e quante altre profane). E di nuovo le Anfizionie.
di nuovo la Pizia. I morti bocconi sul terreno;
scudi, elmi scintillanti, nel sole, accecanti;
i cavalli correvano nel fuoco, le rondini gridavano sopra le fiamme;
le statue si nascondevano gli occhi con le mani. Gli ieromnèmoni
– rimanevano a Delfi, e i Cirresi sui monti come selvaggina;
i Delfici focesi contro i Focesi; diserzioni, alleanze, violazione dei patti,
divergenze economiche, questioni tributarie tra città portuali; la Pizia
ora con i Persiani, ora con i Macedoni
nella replica eterna dell’immutabile – la guerra.

Intorno a loro dardeggiava il sole; infuocate le pietre; nell’aria
gravava l’aleggiare dei corvi. L’odore della morte
imbeveva in profondità le radici degli alberi. Nei templi
si erigevano nuovi ex voto: quando
il rinomato triplice serpente dei Greci,
quando iol cratere d’oro dei Romani, in ricordo
della loro vittoria sui Veienti, quando
i 1500 talenti del testamento di Alessandro. E i Focesi
spogliavano il tempio degli Alcmeonidi dei suoi ex voto d’oro e d’argento,
con le statue d’oro di Delfi coniavano monete per pagare
i soldati che combattevano contro Delfi.
Che cosa non han visto gli occhi degli uomini e delle statue.

Fu allora che un soldato morto si tolse gli stivali,
bevve acqua dalla sua borraccia calda, guardò giù verso il mare,
e gettandosi sopra la sua lancia s’uccise, la borraccia
nessuno la ricorda; forse sarà proprio quella
nel sotterraneo del Museo, tra le cose inutili, sul muro di destra; –
ha su un disegno appena distinguibile: un valoroso
che si sfrega le gambe sorridendo, – si distingue il sorriso
quasi indifeso, quasi astuto – un niente. Sono stufo.

Perfino le statue sono stufe; stanche anche loro, le innocenti,
le belle, le irresponsabili, plasmate
con tanta tenerezza da mani umane innamorate
e che mostrano in tutta la sua bellezza il corpo umano;
le statue, che hanno simulato gli dèi per nascondere la propria divinità,
e passare diciamo così nell’immortalità completamente nude; – chi? – loro
ch’erano già immortali nella propria effimera bellezza,
loro che, proprio dalla loro immortalità, hanno sognato perfettamente
plasmato perfettamente l’immortalità col loro vulnerabile amore.

Naturalmente, più tardi, soggiacquero anch’esse come i loro artefici alla tirannia. L’arte
divenne un’esca per ricatti, corruzioni, diplomazie, lusinghe;
arte ridotta ad artificio. E le statue
divennero massicce e sovrannaturali, lusingando
i loro modelli, nascondendo enfaticamente i secondi fini
di donatori, venditori, acquirenti, committenti, impresari.

Fu così che le statue si vestirono. La loro semplice, solida nudità, tanto difficile,
fu sostituita dal complicato virtuosismo del drappeggio
così più libero, diciamo, grazie ai vantaggi
dell’elusione e del travestimento sotto le lunghe tuniche e i veli; – di quando in quando
sotto di essi puoi distinguere,
trepido come una preghiera, un arto umano,
e, sfiorando il ginocchio di pietra di una divinità infranta,
percepire tutto quel che vi sicela. Ma a cosa serve tutto questo?

A voltye queste colonne, nel sulfureo chiaro di luna, somigliano
ai denti rotti di un dio smisurato, e le gradinate del teatro
sono come le mascelle nude di giganti morti,
mascelle nude, calme e indifferenti
senza ormai la più avvilente necessità
del cibo, del bacio, del grido, senza più
l’umiliazione della sconfitta, l’alterigia della vittoria, solo
con l’immobile e impersonale vittoria della nudità.

A cosa serve, dunque, tutto questo? – commenti, ripetizioni,
interpretazioni, traduzioni, reviviscenze, imitazioni?
Questo pomeriggio ho notato eretti sui marmi del teatro antico
i nostri scenari contemporanei, dappoco, di cartapesta e iuta verniciate,
nella luce del giorno che smoriva; – colonne di cartapesta,
fiaccole di cartapesta per una rappresentazione di Eschilo o di Euripide, – non ci ho fatto caso
finiva lo spettacolo; gli spettatori applaudivano, schiamazzavano,
si accalcavano già verso l’uscita, compravano ceci abbrustoliti
mentre il tramonto esalava tingendo di rosa le ombre dei marmi.

Pure, su tutto il trambusto e la confusione, sulle traduzioni,
diresti che rimane integro e inalterato il grido silenzioso dell’Intraducibile,
grido inudibile, profondo, imperioso, lontano, estraneo,
eppure nostro; – un grido che ti rinnova
il desiderio di tradurlo; e scopri già
una dolce familiarità tra la luce della sera e i marmi,
tra le povere colonne di cartapesta e il tempio di Apollo,
tra le maschere antiche, i coturni, gli scettri
e questi bastoni dei contadini e i fazzoletti neri delle madri.

Ogni cosa esala una profonda commozione sopra le nostre commozioni,
quando il luogo si svuota degli estranei e la grande calma ritorna nel suo ciclo,
quando su un capitello rotto restano due bottiglie vuote di limonata
a riflettere tranquillamente la prima chiarità degli astri.

Come scende calma la notte. Anche la fonte tace.
Silenzio fraterno, stanchezza riposante, infinita;
estrema sottomissione; sobria disperazione – fors’anche trascuratezza. E sempre
questo nobile coraggio di guardare dritto negli occhi del Destino.

Senti, giù nella strada, voci, automobili; i fari contro gli alberi;
e questo canto, – chissà a che cosa rispondono,
chissà a che cosa resistono. Sorge la luna.
un odore di pesce e di retsina – senti? –
si diffonde sui marmi. Quasi quasi ho fame.
È ora che scendiamo. Che dici? Sta calando l’umidità.

 

(Tacque. Il Giovane sorrise con una condiscendenza nascosta dall’ombra dolce della sera. Finché il Vecchio parlava, lui rifletteva con caparbia insistenza, fors’anche con fierezza: “Io sento e penso storicamente, quantitativamente”. E forse rifletteva al fatto che un tempo qui c’erano 73.000 statue, compresa quella del famoso tuffatore Scillide da Scione in Macedonia, e l’altra di Idna. Queste due soprattutto, per quanto a lui ignote, voleva confrontarle, come per una segreta vendetta, col Vecchio. Sentiva ancora caldo. Voleva gettare via i vestiti, farsi un bagno. La luna gli sembrava una bianca fossa d’acqua trasparente, pura, fresca. Naturalmente non lo confessò al Vecchi, né si spogliò. Gli pareva sconveniente e anzi molto brutto denudarsi davanti a lui. Come sarà stato il tuffatore Scillide? E la sua ombra nel marmo con la luna? Non parlarono più. Nei loro occhi scintillava segretamente una reciproca indulgenza. Scesero insieme per cenare al piccolo ristorante “Pizia”, che aveva i tavoli allineati sul marciapiede).

 

Delfi, Atene, Samo, maggio 1961 – aprile 1962

 

Traduzione di Nicola Crocetti.

 

 

 

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Tratto da
Ghiannis Ritsos , Delfi : la sonata al chiaro di luna ; traduzione di Nicola Crocetti ; introduzione di Moni Ovadia – Milano : Crocetti, 2012 – Collezione        · Lekythos ; 150 –  Testo greco a fronte · [ISBN] 978-88-8306-272-8
Ghannis Ritsos (Monemvasia, 1º maggio 1909 – Atene, 11 novembre 1990) poeta greco, uno dei massimi del Novecento.
Moni (Salomone) Ovadia (Plovdiv, 16 aprile 1946), attore teatrale, drammaturgo, scrittore, compositore e cantante italiano.

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