Mary Lou Williams

 

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Mary Lou Williams (8 maggio 1910, Atlanta, Georgia – 28 maggio 1981, Durham, North Carolina).

Duke Ellington la chiamò «perennemente contemporanea» e ne diede il miglior ritratto, mentre lei, cercando di porsi in un luogo più avanzato del sentire comune, voleva essere «uno specchio che mostra ciò che accadrà dopo». Contemporaneità, avanguardia e tradizione sono i tre poli problematici della sua personalità che tuttavia non si mettono a fuoco senza contraddizione e la cui forza mai fu percepita a pieno nel suo tempo.

Musicista che per la sua precoce attività affondava le radici nella musica degli anni ’20 con il suo pianismo stride giunse a incontrare il free negli anni ’70, compiendo un percorso che da Benny Goodman arrivò a Cecil Taylor. La sua ricerca tuttavia non fu un’evoluzione progressiva perché si ha sempre la sensazione di una soluzione espressiva temporanea e mai definitiva: in fondo la sua identità se ne stava sempre altrove in un «tempo dispari». Figlia di una ragazza madre che lavorava come domestica e suonava spirituals e ragtime al pianoforte e organo, Mary dovette passare attraverso diverse “identità”: nata Mary Elfrieda Winn, divenne Mary Elfrieda Scruggs, dal nome del suo patrigno, ma fu conosciuta come Mary Lou Burley. A sedici anni si sposò con il sassofonista John Williams e rimase Mary Lou Williams anche dopo che divorziò e risposò “Shorty” Baker.

Ma è il suo essere donna che ha definito al meglio la sua posizione nel panorama musicale jazz. Mary apprese a suonare senza studiare, per intuizione e imitazione, e si guadagnò l’ammirazione di Jelly Roll Morton. Non ancora ventenne, senza conoscere niente di teoria e notazione musicale, scrisse arrangiamenti per l’orchestra di Andy Kirk e iniziò a comporre pezzi che diverranno dei cavalli di battaglia dei vari Benny Goodman, Earl Hines e Tommy Dorsey. È quasi incredibile come sia riuscita ad entrare dalla porta principale nel mondo jazz, storicamente un mondo maschile, con naturalezza e determinazione, senza rivendicazione ma non con minore impatto rivoluzionario: si pensi a cosa volesse dire negli anni trenta una donna in una band che non era una cantante e che piano piano arrivasse ad avere nelle proprie mani quasi tutte le decisioni musicali nelle sue mani. Eppure abbandonò anche questo ruolo preminente e iniziò un’attività di composizione originale e nuovo (negli anni ’40 compone il capolavoro “Zodiac Suite”). Gradualmente modernizzò il suo stile e incoraggiò una generazione di modernisti a intraprendere la rivoluzione bebop, e tra questi Thelonious Monk, Bud Powell, Tadd Dameron e Dizzy Gillespie.

Con gli anni ’50 inizia una svolta imprevista e dolorosa: da una sua crisi spirituale abbandona per alcuni anni l’attività musicale e aderisce alla Chiesa Cattolica. Riapparve come ospite con l’orchestra di Dizzy Gillespie al 1957 Newport Jazz Festival per tornare poi al jazz. Di nuovo nei primi anni ’70 sembrava suonare più come un giovane musicista modale più che come un sopravvissuto degli anni ‘20. Estranea in qualche modo all’avanguardia, suonò anche il free, anche se il duo del 1977 con Cecil Taylor fu un fiasco completo.

 

 

Mary Lou Williams (piano solo)

Montreux, 16 luglio 1978

 

 

Discografia minima:
1945   Zodiac Suite  – Smithsonian Folkways Recordings
1953    The First Lady of the Piano  – Inner City
1953    Piano Moderns
1954   Mary Lou Williams Quartet (featuring Don Byas)  GNP
1964   Mary Lou Williams Presents Black Christ of the Andes  – Smithsonian Folkways Recordings
1974    Zoning  – Smithsonian Folkways Recordings
1975   Mary Lou’s Mass  – Smithsonian Folkways Recordings
1978    Mary Lou Williams Solo Recital  – Pablo
1999    At Rick’s Café Americain – Storyville

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