Umberto Bellintani

 

 

Umberto Bellintani

 

 

La parola che dice

 

La parola fatica
di grido la parola
di spina nel cuore
di ali tarpate

la parola fatta di speranze tramontate
di cielo ingombro di nubi
di nere corolle

è insomma la parola che dice
come stride un cardine
d’una porta che si chiude
e la stella si spegne
polare che fu.

Non cercare le parole nel gorgheggio
azzurro delle rondini, nel rivolo
di celesti memorie o nella lieta
presenza di un bimbo oltre il muro
nella strada dei liberi
passi.
Per te è sorta l’ortica
il buio, e nel buio lo sbattere
oscuro delle ali
di pipistrelli di morte.

La parola fatica
la parola di nude
cose,
la parola ch’esclude
la speranza delle rose.
Notte è la parola
unica che tutto
dice.

Circa la metà degli anni Quaranta

 

Ti suonerò con l’armonica

 

Ti suonerò con l’armonica
come al cinema i gauci
come io stesso facevo là
nel campo duro di Gorlitz.

Mi verrà voglia di piangere
e continuerò con l’armonica
a suonarti per godere
il cuore farsi a pezzi.

Suonerò questa sera, la campagna
di quest’ora: tace l’asina
che ragliava a Montecucco.
Suonerò il raglio d’asina.

Mia terra, mia santa terra,
sono ancora quel ragazzo
che ti stringeva al petto
bocconi, in amore, sul verde campo.

1953?

 

Con te fuggire, tristezza

 

A che l’amore nostro sia perenne,
come l’amante con l’amata nella notte
furtivamente attraversando la campagna
con te fuggire, tristezza. Pellegrini
andare oltre la pianura, dopo i monti,
all’aldilà del grande mare, più lontano.
E dai deserti, dalle tundre, le brughiere,
lungi dal volto contento delle cose,
a questo borgo non aver mai più ritorno.

(Felicità di chi ritrova il suo paese,
il caro nido al casolare della rondine,
il campo amato, la siepe del suo orto.
Quando la luna d’inverno chiama il grillo,
al focolare degli avi ancor seduto
con l’occhio volto alla dorata fiamma accesa
narra le storie d’un tempo ai suoi nipoti.)

Perché l’amore nostro sia per sempre,
a questo caro paese, alle fraterne
voci dei campi lombardi dare addio.
E dalle plaghe sconsolate d’una Alasca,
tra fitte nebbie sotto cieli a noi stranieri
vagando uniti, mia tristezza, rammentare
il nostro borgo, il cinguettare delle passere.

1953?

 

 

in Poesia, Anno X, Maggio 1997, N. 106, a cura di Silvio Ramat
Umberto Bellintani (Gorgo di San Benedetto Po, 10 maggio 1914 – San Benedetto Po, 7 ottobre 1999).

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