Carmina Priapea, 1 – 13

 

Albero dei peni

Anonimo, L’albero dei peni, secolo XIII, Massa Marittima

 

 

1. Se ti appresti a leggere questi versi audaci ma alla buona
non aggrottar le ciglia come farebbe un palloso Latino.
Mica sono la sorella di Apollo, o una Vesta qualunque,
o quell’altra che uscì dalla testa di un Giove!
Sono il rosso custode degli orti, dotato di un membro fuori dal normale,
che non ci penso neppure a tenerlo nascosto con un panno.
Se ti schifa, copri con la tonaca quello che vuoi coprire,
altrimenti leggi questi versi con gli occhi con cui lo guardi.

 

1. Carminis incompti lusus lecture procaces, / Conveniens Latio pone supercilium. / Non soror hoc habitat Phoebi, non Vesta sacello, / Nec quae de patrio vertice nata est, / Sed ruber hortorum custos, membrosior aequo, / Qui tectum nullis vestibus inguen habet. / Aut igitur tunicam parti praetende tegendae, / Aut quibus hanc oculis adspicis, ista lege.

 

2. Per scherzo, ne sei testimone, Priapo,
e neppure con fatica, ho scritto questi versi
degni al massimo d’esser cantati nell’orto, non certo in un libro.
E non valeva la pena invocare le Muse, come fanno i poeti,
per invitarle in un luogo poco consono alle vergini:
non avevo cuore e cervello a condurre le caste sorelle,
il coro delle Pieridi, davanti alla sventola di Priapo.
Allora, ti prego, qualunque cosa abbia scritto sulle pareti,
del tuo sacello, così per ammazzare il tempo, prendila dal lato giusto.

 

2. Ludens haec ego teste te, Priape, /Horto carmina digna, non libello /Scripsi non nimium laboriose. /Nec Musas tamen, ut solent poetae, /Ad non virgineum locum vocavi: /Nam sensus mihi corque defluisse, /Castas, Pierium chorum, sorores /Auso ducere mentulam ad Priapi. /Ergo quicquid id est, quod otiosus / Templi parietibus tui notavi, / In partem accipias bonam, rogamus.

 

 

3. Con un giro di parole potevo dirti: «Dammi quello che dai
ogni volta che vuoi… mica ti si consuma!
Dammi quello che un giorno bramerai invano voler dare
quando la barba infida ti coprirà la faccia,
quello che a Giove diede il ragazzo rapito dal sacro uccello,
e che ora mesce il vino all’amante,
quello che a un marito arrapato la prima notte dà
la verginella, mentre teme d’essere ferita in quel posto».
Ma mi resta più semplice dirtelo alla latina: «Dammi il culo».
Che ci vuoi fare? La mia Minerva è questa!

 

3. Obscure poteram tibi dicere: “Da mihi, quod tu /Des licet assidue, nil tamen inde perit. /Da mihi, quod cupies frustra dare forsitan olim, /Cum tenet obsessas invida barba genas, /Quodque Iovi dederat qui raptus ab alite sacra /Miscet amatori pocula grata suo, /Quod virgo prima cupido dat nocte marito, /Dum timet alterius volnus inepta loci.” /Simplicius multo est ‘da pedicare’ Latine /Dicere. quid faciam? crassa Minerva mea est.

 

 

4. Osceni quadretti al dio rigido offre
Lalage, si è ispirata ai libercoli di Elefantide,
e intanto prega che tu voglia provare quanto
è brava a riprodurre dal vivo le figure dipinte.

 

4. Obscaenas rigido deo tabellas /Dicans ex Elephantidos libellis /Dat donum Lalage rogatque, temptes, /Si pictas opus edat ad figuras.

 

 

5. Qui trovi scritto in due versi la legge
che Priapo, così si dice, diede a un ragazzo:
«Tu puoi prendere liberamente ciò che è nel mio orto,
basta si possa fare altrettanto con quello che offre il tuo».

 

5. Quam puero legem fertur dixisse Priapus, /Versibus his infra scripta duobus erit: /“Quod meus hortus habet sumas inpune licebit, /Si dederis nobis quod tuos hortus habet”.

 

 

6. Benché, come vedi, io, Priapo, sia di legno
e di legno è la falce, di legno è il mio pene,
ti prenderò, stai tranquilla, e ti terrò stretta
finché tutto quest’aggeggio, senza inganno
e più teso della corda di una cetra,
arrivi a toccare la tua settima costola.

 

6. Quod sum ligneus, ut vides, Priapus /Et falx lignea ligneusque penis, / Prendam te tamen et tenebo prensam / Totamque hanc sine fraude, quantacunque est, / Tormento citharaque tensiorem / Ad costam tibi septimam recondam.

 

 

7. Quando parlo, sempre m’impunto su una lettera;
Pe invece di te, «t’inculo» insomma… che sia bleso?

 

7. Cum loquor, una mihi peccatur littera; nam te / Pe dico semper blaesaque lingua mihi est.

 

 

8. «O caste matrone, fuori da questi paraggi!
non sta bene che voi leggiate così indecenti parole».
Par di parlare a un muro e quelle tiran dritto:
da’ retta, anche le matrone ben volentieri
apprezzano e guardano un arnese di tal fatta.

 

8. Matronae procul hinc abite castae: / Turpe est vos legere inpudica verba. / Non assis faciunt euntque recta: / Nimirum sapiunt videntque magnam / Matronae quoque mentulam libenter.

 

 

9. Mi fai ridere! Mi chiedi perché non copra tutto questo ben di dio!
Rispondi a me: e perché nessun dio copre i suoi stendardi?
Il padrone del mondo tiene il fulmine, mica lo nasconde!
E nascosto è il tridente del dio del mare?
Né Marte cela quell’arma cui deve tutto il valore,
né la lancia di Pallade si camuffa nel suo tiepido seno.
E Febo? Ha vergogna delle sue frecce d’oro?
Diana non mostra con orgoglio la sua faretra?
Forse Alcide nasconde la forza nodosa della clava?
Forse che il dio alato tiene il caduceo sotto la tunica?
Chi ha mai visto Bacco stendere la sua veste sull’esile tirso,
e chi vide te, Amore, nascondere la fiaccola?
E allora, sarà un crimine se tengo l’uccello all’aria?
Anch’io senza il mio stendardo non sono niente.

 

9. Cur obscaena mihi pars sit sine veste, requiris? / Quaero, tegat nullus cur sua tela deus. / Fulmen habet mundi dominus tenet illud aperte; / Nec datur aequoreo fuscina tecta deo. / Nec Mavors illum, per quem valet, occulit ensem; / Nec latet in tepido Palladis hasta sinu. / Num pudet auratas Phoebum portare sagittas? / Clamne solet pharetram ferre Diana suam? / Num tegit Alcides nodosae robora clavae? / Sub tunica virgam num deus ales habet? / Quis Bacchum gracili vestem praetendere thyrso, / Quis te celata cum face vidit, Amor? / Nec mihi sit crimen, quod mentula semper aperta est: / Hoc mihi si telum desit, inermis ero.

 

 

10. Cos’hai da ridere ragazzina come un’idiota?
Si vede che non mi ha scolpito Prassitele o Scopa,
né m’ha rifinito la mano di Fidia:
fu un rozzo contadino a tirarmi fuori da un legno,
e poi disse: «Ti chiamerò Priapo!»
E tu continui a guardarmi e ridi.
Per forza! ti sembra buffa questa colonna
che s’innalza tra le mie gambe!

 

10. Insulsissima quid puella rides? / Non me Praxiteles Scopasve fecit, / Nec sum Phidiaca manu politus; / Sed lignum rude vilicus dolavit / Et dixit mihi “tu Priapus esto”. / Spectas me tamen et subinde rides: / Nimirum tibi salsa res videtur / Adstans inguinibus columna nostris.

 

 

11. Prega che non ti prenda! Perché non userò il bastone,
né ti scuoierò con la falce ricurva: piuttosto,
infilato da quest’arnese lungo un piede,
ti sembrerà di avere il culo levigato.

 

11. Ne prendare cave! prenso nec fuste nocebo, / Saeva nec incurva volnera falce dabo: / Traiectus conto sic extendere pedali, / Ut culum rugam non habuisse putes.

 

 

12. Una donna, non più giovane della madre di Ettore
e sorella, penso, della Sibilla Cumana,
dell’età di quella che, ritornando a casa,
Teseo trovò ormai distesa su di un rogo,
non si regge in piedi, ma è sempre qui,
con le mani grinzose rivolte al cielo,
e non la smette di pregare ché non le manchi il cazzo.
Intanto ieri, tra uno strillo e una preghiera,
sputò uno degli ultimi tre denti rimasti.
«Togliti di torno» le urlai «e tienila nascosta
sotto quello straccio lacero e la stola rossa,
non farle vedere la luce, come fa di solito,
fessura tanto inguardabile che mi sembra
la smunta faccia pelosa d’Epicuro con quel
suo naso che si sporge mentre sbadiglia annoiato».

 

12. Quaedam iunior Hectoris parente, / Cumaeae soror, ut puto, Sibyllae, / Aequalis tibi, quam domum revertens / Theseus repperit in rogo iacentem, / Infirmo solet huc gradu venire / Rugosasque manus ad astra tollens, / Nec desit sibi, mentulam rogare. / Hesterna quoque luce dum precatur, / Dentem de tribus excreavit unum. “Tolle” inquam “procul ac iube latere / Scissa sub tunica stolaque russa, / Ut semper solet et timere lucem, / Qui tanto patet indecens hiatu, / Barbato macer eminente naso, / Ut credas Epicuron oscitari”.

 

 

13. Io t’avverto, inculo te, ragazzo, e fotto la ragazza;
quanto al ladro barbuto gli rimane la terza pena.

 

13. Percidere puer, moneo: futuere puella: / Barbatum furem tertia poena manet.

 

 

 

NOTE AL TESTO
1. La sorella di Febo (epiteto di Apollo nel suo significato di «puro») era Diana, che insieme a Vesta e Pàllade Atena, partorita dalla cervice del padre Zeus, erano le dee caste. Le statuette di Priapo dal canto loro erano sempre dipinte di rosso. Il sacello del testo, come si vedrà, risulterà essere un’edicola tabernacolo piena di scritte sconce.
2. Le Pieridi, figlie di Piero di Pella, sfidarono le Muse nel canto e persa la gara furono trasformate in uccelli.
3. Epigramma attribuito a Ovidio per il riferimento all’Ars amatoria (III, 90: «mille licet sumant, deperit inde nihil»). Il ragazzo cui si fa riferimento è Ganimede, rapito da un’aquila per conto di Giove.
4. Elefantis, poetessa greca del I secolo a.C..
7. «Non te / pe dico»: gioco di parole, si direbbe oggi, pedico, pedicare è praticare la pederastia. Il bleso poi non pronunzia la r e predico si trasforma in pedico.
9. Alcide era il nonno di Ercole. Il dio alato che porta la verga con due serpenti (caduceo) è Mercurio.
12. La vecchietta di Teseo era Ecale, che diede ospitalità all’eroe ateniese; questi, di ritorno dalla guerra, volendola ringraziare la trovò invece già morta e pronta per il rogo.
13. La terza punizione è la fellatio.

 

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