Emily Dickinson ~ On the Fields of Gazing Grain

 

Black-white_photograph_of_Emily_Dickinson

 

Quando avevo una libreria nella provincia postindustriale italiana, nel periodo poco precedente alla fine dell’illusione di un commercio culturale “puro” e nobile, imparai ben presto due verità: 1) non c’è più differenza, se mai ci sia stata, tra un libraio e un rivenditore di ferramenta; 2) gli “attori” sono tra i principali responsabili della lontananza che suscita la poesia.

 

Una mattina di tarda primavera, fuori vi era un luce accecante, entrò nel negozio una signora gentile e sorridente. Mi chiese un libro, sapendo che non lo avrebbe trovato tra gli scaffali e mi lasciò il suo nome e cognome perché glielo ordinassi. Poi fece un giro quasi di Cortesia e si fermò nel reparto di poesia. Mi fece i complimenti perché a suo dire difficilmente, in provincia e ormai anche in città, avresti trovato i testi di Anne Sexton o Fernanda Romagnoli, mentre i titoli della Merini o di Sylvia Plath abbondavano persino nei supermercati. Citò solo poetesse mentre teneva in mano il Meridiano Mondadori delle poesie di Emily Dickinson, libro che a me sembrava un prezioso e completo scrigno di tesori. Capii di avere di fronte un’esperta, una “lavoratrice del settore” e mi apprestai ad ascoltare più che a mostrare una competenza che non avevo. D’altronde, come il rivenditore di ferramenta non può aver inchiodato tutte le bullette che vende, neppure il libraio può leggere tutti i libri che tiene esposti. Mi sedetti perciò sul divano giallo lì vicino mentre la signora mi parlò dei limiti della traduzione della poesia. Poi prese dallo scaffale un altro libro ancora e, stando alle mie spalle dietro il divano, mi chiese quale traduzione per me era migliore della medesima poesia della Dickinson. Mentre leggeva ascoltavo solo la sua voce: non era un’attrice perché rendeva con estrema semplicità e senza interpretazione il testo dickinsoniano che ora però mi appariva due cose diverse, quasi lontane tra loro. Evidentemente non mi chiedeva un’opinione ma faceva un test, perché quando espressi la mia preferenza, seguì un silenzio Eterno e sentii solo il frusciare dei volumi riposti nello scaffale. Ci salutammo con improvvisa velocità: sapevo di averla delusa. Quando fui solo nel negozio, ripresi i due volumi e ricercai le due versioni della medesima poesia: ora mi sembrava migliore l’una, ora preferivo l’altra. Presto mi accorsi che la traduttrice del libro che avevo “scartato” era proprio la gentile cliente che mi aveva fatto visita.

 

 

[712]

Because I could not stop for Death –
He kindly stopped for me –
The Carriage hel but just Ourselves –
And Immortality.

We slowly drove – He knew no haste
And I had put away
My labor and my leisure too,
For His Civility –

We passed the School, where Children strove
At Recess – in the Ring –
We passed the Fields of Gazing Grain –
We passed the Setting Sun –

Or rather – He passed Us –
The Dew drew quivering and chill –
For only Gossamer, my Gown –
My Tippet – only Tulle –

We paused before a House that seemed
A Swelling of the Ground –
The Roof was scarcely visible –
The Cornice – in the Ground –

Since then – ‘tis Centuries – and yet
Feels shorter than the Day
I first surmised the Horses Heads
Were toward Eternity –

(1863)

 

 

 

Poichè non potevo io fermarmi
A attendere la Morte, fu la Morte
Cortese, e venne a me –
Non portava il suo carro che Noi due –
E l’Immortalità.

Lentamente andavamo – perché fretta
Ella non conosceva, ed io avevo
Dismesso il mio lavoro
E il mio riposo anche, riverente
Alla sua Urbanità.

Passammo oltre la Scuola dove Bimbi
In circolo giocavano alla lotta –
Oltre i Campi passammo
Da cui ammiccava il Grano – oltre il Sole
Morente noi passammo –

O fu il Sole che ci oltrepassò?
Tremavano nel gelo le rugiade –
La Gonna avevo io di tenue filo
La Mantiglia di Tulle –

Poi ci siamo fermati presso una
Casa che sembrava avere erotto
Dalla Terra – il Suo tetto noi appena
Vedevamo, e la Cornice –
Come tumulo bruna –

Da allora son passati molti secoli –
Ma ognuno più breve di quel Giorno,
Quando la prima volta indovinai
Ch’eran le Froge dei Cavalli tese
Verso l’Eternità.

 

Traduzione di Guido Errante, 1956

 

 

Poiché non potevo fermarmi per la Morte –
Fu lei gentile a fermarsi per me –
La carrozza portava noi soltanto –
E l’Immortalità.

Ma lentamente – lei non aveva fretta,
Io avevo messo via
Tutto il mio lavorare e il mio riposo
Per la sua Cortesia –

Passammo oltre la scuola – dove i fanciulli
Nell’intervallo vociavano – in cortile –
Passammo oltre i campi di grano abbagliante –
Passammo oltre il sole cadente –

O piuttosto – lui ci sorpassò –
Piovvero le rugiade con un brivido –
Era una ragnatela la mia gonna –
Di tulle – la mia mantellina –

Sostammo a una casa che sembrava –
Come un gonfiore del prato –
Il tetto era appena visibile –
E la sua gronda – nel prato –

Da allora – sono secoli – eppure
Li sento più brevi di quel giorno
In cui compresi d’un tratto che i cavalli
Correvano verso l’Eterno –

 

Traduzione di Giovanni Giudici, 1957

 

 

Non potevo fermarmi per la Morte.
Essa, benigna, si fermò per me.
Il carro noi due sole conteneva
e l’Immortalità.

Era lento (la morte non ha fretta)
e dovetti riporre
il mio lavoro ed anche i miei trastulli
per quella visita.

Passammo oltre la scuola, dove bimbi facevano
la ricreazione, in cerchio;
ed oltre i campi d’attonito grano
e oltre il sole al tramonto.

O piuttosto fu il sole che passò oltre di noi;
venne la guazza, tremolante e fredda,
ché la mia gonna era garza sottile
e la mia mantellina solo tulle.

Sostammo ad una casa che sembrava
un rigonfio del suolo:
il suo tetto si distingueva appena;
per cornicione aveva poche zolle.

Sono passati secoli, ma ognuno
è più breve del giorno
in cui seppi che vòlte eran le teste
dei cavalli verso l’eternità.

 

Traduzione di Margherita Guidacci, 1961

 

 

Poiché non potevo fermarmi per la morte –
lei gentilmente si fermò per me –
la carrozza portava solo noi due –
e l’immortalità.

Andavamo piano – ignorava la fretta,
e io avevo abbandonato
il mio lavoro e il mio riposo –
per la sua cortesia –

Passammo oltre la scuola dove i bambini
nell’intervallo facevano la lotta in cortile –
passammo campi di grano che ci fissava –
passammo oltre il tramonto –

o piuttosto, fu lui a oltrepassarci –
scesero rugiade tremanti e gelide
– solo garza il mio vestito –
il mio mantello – di tulle.

Ci fermammo a una casa che
sembrava un gonfiore della terra –
il tetto era appena visibile –
il cornicione – sepolto nel suolo.

Da allora – sono secoli – eppure
sembrano più brevi del giorno
che intuii la prima volta
che le teste dei cavalli
erano rivolte all’eterno –

 

Traduzione di Nadia Campana, 1982

 

 

Poiché io non potevo fermarmi per la Morte
lei gentilmente si fermò per me.
La carrozza bastava a contenere
noi due soltanto – e l’Immortalità.

Piano andavamo – non aveva fretta
ed io avevo tralasciato
il mio lavoro ed anche il mio riposo
per la Sua cortesia –

Passammo oltre la scuola, dove bimbi
giocavano in cortile, a ricreazione –
passammo i campi di occhieggiante grano
e passammo oltre il sole che moriva –

O piuttosto, fu lui ad oltrepassarci –
Le rugiade tremavano di freddo,
di sola garza era la mia gonna –
la bavera, di tulle –

E ci fermammo davanti a una casa
che somigliava a un’onda della terra –
il tetto si scorgeva a malapena –
la sua cornice era dentro la terra –

Da allora sono secoli, ma sembrano
più brevi dell’istante in cui m’accorsi
-in un attimo – che all’Eternità
le teste dei cavalli eran protese.

 

Traduzione di Silvio Raffo, 1986

 

 

Poiché per la Morte non potevo fermarmi,
gentilmente la Morte si fermò per me.
Per noi soli in carrozza c’era spazio –
E per l’Immortalità.

Lentamente – non aveva fretta,
Io, per la sua cortesia,
avevo messo da parte
l’ozio e anche il lavoro.

Passammo oltre la scuola, dove i bambini
nell’intervallo, in cortile, lottavano –
oltre i campi dai quali il grano ci fissava –
oltre il tramonto, del sole –

Noi lo passammo, o meglio, lui ci passò
e la rugiada si fece fredda e tremante –
che di garza avevo la veste,
e il mantello nient’altro che tulle –

Ci fermammo di fronte a una casa –
come un rigonfiamento di terra –
il tetto appena visibile –
il cornicione – nella terra –

Da allora – sono secoli – pure se mi sembrano
più brevi del giorno in cui, per la prima volta
mi venne il sospetto, che le teste dei cavalli
fossero volte all’eternità.

 

Traduzione di Barbara Lanati, 1986

 

 

 

Molti sono stati gli autori italiani che si sono cimentati con Emily Dickinson, prima e dopo l’edizione critica di Thomas H. Johnson del 1955 che ordinò e numerò progressivamente l’intera sua opera poetica. Oltre ai traduttori qui citati si devono ricordare per lo meno Emilio Cecchi, Eugenio Montale, Elémire Zolla, Ginevra Bompiani, Cristina Campo, Adriana Seri, Francesco Binni, Bianca Tarozzi. Al di là del mito, la poesia della Dickinson, giunta da un ignoto in un tempo differito e divenuta pubblicabile dopo che era stata sfigurata e corretta in un’impossibile nuova identità quando la poetessa era ancora in vita, si dimostrò subito apparentemente facile quanto facilmente aperta ai travisamenti. In realtà, il paesaggio della Nuova Inghilterra della prima metà dell’800, la monotonia del paese di Amherst, la sua stanza, la finestra aperta, dove si vedevano i fiori e gli uccelli, in una scrittura fatta di «sottrazione» rivela e rinnova sempre il miracolo della parola nuda. Una parola circondata dallo spazio bianco e densa di silenzio, con quelle lineette che incorniciano e le maiuscole che mettono a fuoco a indicare il mistero della loro unicità e il vano tentativo di una loro traduzione che può solo interrogarle più che svelarle.
La poesia [712] non è ovviamente il testo che la gentile traduttrice mi lesse inchiodandomi al divano giallo ed è solo una delle tante che si sono posate come veli nei recessi della propria anima. La lettura continua e in successione delle varie traduzioni qui messe in ordine cronologico ricompongono in un attimo illusorio il senso di un quadro, dandoci ognuna la ragione di un tentativo, lo squarcio di una scena assolutamente mentale ma piena della vita vera che tutti noi conosciamo e che solo la poesia americana riesce a fare con tanta semplicità e quasi banalità.
Senza alcuna pretesa critica, noto come il solo Guido Errante, in una classicheggiante e a volte inutile e complicata versione, riportò fedelmente i sostantivi in maiuscolo, non riuscendo tuttavia a infondere in quei nomi il mistero dell’essere. Al contrario, Nadia Campana sceglierà di cancellare ogni maiuscola restituendo alla parola un suono spoglio e “laico”. La Guidacci evidenziò solo la Morte e l’Immortalità sottolineando un senso quasi religioso e “diminuendo” curiosamente quell’altrove infinito verso cui i cavalli sono rivolti. A loro volta, Giudici e Raffo lasciarono nell’ultimo distico il maiuscolo di Eternity, con cui si chiudeva la poesia della Dickinson a contraltare della Death del primo verso, ma il solo Giudici risulterà l’unico ad essersi preso la licenza di creare una tensione di libertà e movimento con quei cavalli lanciati al galoppo. Piccole differenze nella grande diversità che ognuno è.
Alla fine la mia chiave personale per giungere alla parola dickinsoniana di questa poesia è tutta in quel We passed the Fields of Gazing Grain. Che siano chicchi di grano luminosamente abbaglianti, scherzosamente occhieggianti, superiormente ammiccanti, perdutamente attoniti o misteriosamente fissi, tutti rimandano il loro sguardo su di noi e non c’è immagine migliore per dirci quanto la parola giochi a sfuggire dal definito e dalla certezza.
Tuttavia non dirò mai più: «questa è la versione che preferisco!».

 

ℵ ℵ

 

La traduzione di Guido Errante apparve da Mondadori nel 1956 con il titolo E,D., Poesie.
La traduzione di Giovanni Giudici è tratta da Addio, proibito piangere : e altri versi tradotti (1955-1980) ; Torino : Einaudi, 1982. Nella nota ai testi Giudici fa risalire al 1957 le traduzioni delle otto poesie della Dickinson, spinto dalla recente «pubblicazione di una mediocre traduzione italiana»-
La traduzione di Margherita Guidacci, la quale si era cimentata con la Dickinson fino dal 1947, apparve in E. D., Poesie e lettere ; Firenze : Sansoni, 1961 Da allora è stata ristampata da Bompiani e Bur. La medesima traduzione è ripresa in E. D., Tutte le poesie ; a cura e con un saggio introduttivo di Marisa Bulgheroni ; Milano : A. Mondadori, 1997. Il meridiano fu composto utilizzando le versioni di più traduttori, per lo più poeti, sotto la revisione complessiva di Massimo Bagicalupo. La versione mondadoriana della Guidacci differiva da quella sansoniana al v. 3 (cocchio invece di carro) e al v. 23 (capii che volte eran invece di seppi che vòlte eran…).
Il testo di Nadia Campana apparve nella raccolta antologica E. D., Le stanze d’alabastro : 140 poesie ; Milano : Feltrinelli economica, 1983.
La traduzione di Barbara Lanati è in E. D., Silenzi ; Milano : Feltrinelli, 1986.
Infine la versione di Silvio Raffo apparve prima in E.D., Poesie ; Torino : Fògola, 1986 e poi in Geometrie dell’estasi : bollettini dall’immortalità ; Milano, Crocetti, 1988..

 

 

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