John Ashbery ~ L’impossibilità di spiegare attraverso l’arte

 

 

John Ashbery, Villa Madama, Roma, 1963

John Ashbery, Villa Madama, Roma, 1963

 

Leggere John Ashbery significa compiere un’esperienza sensoriale particolare: ben prima della comprensione vale infatti la situazione. La sua poesia è particolarmente aderente alle minuzie del quotidiano ma è irrimediabilmente incapace a rendere la loro spiegazione. Paradoxes and Oxymorons è il titolo non casuale di una sua poesia: «Questa poesia riguarda il linguaggio a un livello molto semplice. / Guardala mentre ti parla. Guardi fuori dalla finestra / O fingi fastidio. Ce l’hai ma non ce l’hai. / Non fai centro, non fa centro. Non vi centrate a vicenda. (…) ». Vi è un approccio tipicamente anglosassone: niente può vivere al di là dei sensi ma al tempo stesso rimane sempre l’idea di compiere un’inintellegibile esperienza mentale. Ogni poema ci immette in uno spazio aperto, estremamente ricco e vigile, dove il reale sembra emergere a piccoli tocchi come pennellate astratte e artificiose parti di un tutto: persino quando ci si immagina in una stanza paiono mancare le pareti. Ma la visione conclude la relazione e la comprensione è sempre rimandata e delusa.
John Ashbery nasce a Rochester nello stato di New York nel 1927. Studia ad Harvard e alla Columbia dove si laurea con una tesi su Henry Green. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta vive a Parigi, dove lavora come critico d’arte per lo Herald Tribune. Il suo rapporto con l’arte influenza l’approccio alla poesia e nell’attenzione al ritmo e alla formazione della frase come tessitura complessa e aperta chiari sembrano i rimandi all’espressionismo astratto, a Jackson Pollock, a Willem de Kooning.
Come Henry James visse in Europa, come la Dickinson rimase appartato e ostinato nella propria inconfondibile cifra, come Wallace Stevens scelse di praticare il rischio di una logica mentale che sembra inaridire il fare poetico, ma un’ironia sfuggente lo pone sempre dentro la vita da cui attinge e riflette la sua più pura essenza: l’impossibilità (e la necessità) che tutto si spieghi attraverso l’arte.

 

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Gerard Manley Hopkins ~ Da «Il naufragio del Deutschland»: traduzioni

 

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Roma ~ Julien Gracq

 

 

Giuseppe Valadier, Arco di Trionfo per Pio VI, (1800)

Giuseppe Valadier, Arco di Trionfo per Pio VI, (1800)

 

Roma, una città che non ho mai visto.

 

Niente mi suscita maggiore invidia e gelosia retrospettiva dei viaggiatori: Goethe, Stendhal o Chateaubriand, che hanno visto Roma – fra Winckelmann e il Risorgimento – nel suo periodo più commovente di maggior decrepitezza: latifundium incolto e pergolati di rovine di un papato valetudinario e paralitico che vegetava e usciva lentamente dal torpore dopo Bonaparte come un filo d’erba che si risolleva dopo essere stato calpestato; si direbbe che per qualche decennio il papa si sia aggrappato alle rovine colonizzate per trovarvi una vita vegetativa, come un’edera dalle radici troncate si attacca solo per mezzo delle radici avventizie. Per far rivivere nella mia fantasia quella Roma non c’è bisogno della Lettre à Fontanes[1] o della prosa sontuosa dei Mémoires: basta l’aria del pastorello che passa con le sue capre sotto le mura di Castel Sant’Angelo nell’ultimo atto della Tosca, e basterebbe ancora meno: sento i lievi rumori del suo torpore domestico, il silenzio del coprifuoco, come se ci fossi sempre vissuto.

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Walter Benjamin ~ Verbale di esperimento con l’hashish

 

L’uroboros
L’uno è tutto, e perciò tutto e per questo tutto, e se l’uno non contiene tutto, allora il tutto è niente.

 

 

Paul Klee - Angelus Novus, (1920)

Paul Klee – Angelus Novus, (1920)

 

Walter Benjamin, « 29 settembre 1928. Sabato, Marsiglia »

Verso le sette di sera, dopo lunghe esitazioni, ho preso l’hashish. Quel giorno ero stato a Aix. Annoto quanto segue al solo scopo di constatare se sopravvengono degli effetti, giacché, essendo solo, non ho alcun’altra possibilità. Accanto alla mia stanza c’è un neonato che piange e ciò mi disturba. Penso che siano già trascorsi tre quarti d’ora. In realtà ne è passata solo mezza. Di conseguenza… A parte una lieve pesantezza di testa, non sento nulla. Steso sul letto, leggo e fumo. Di fronte a me sempre questa veduta nel ventre di Marsiglia. (Ora le immagini cominciano a prendere il sopravvento su di me). La strada che ho visto tanto spesso mi appare come un taglio tracciato da un coltello.
L’ultimo stimolo a prendere l’hashish me lo hanno dato certe pagine nel Lupo nella steppa che ho letto stamattina.
A questo punto sento chiaramente l’effetto. Principalmente un effetto negativo, giacché leggere e scrivere mi riesce difficile. Sono trascorsi tre quarti d’ora (abbondanti). No, non sembra che accadrà molto.

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Malcolm X ~ «La scheda o il fucile» (2)

 

Richard Avedon, Malcolm X

Richard Avedon – Malcolm X, (1963)

 

The Ballot or the Bullet 

 

(…)

 

Una settimana fa ero a Washington quando stavano discutendo se aprire o no il dibattito sulla legge per i diritti civili. In fondo alla sala in cui il Senato tiene le sue riunioni c’è un’enorme carta geografica degli Stati Uniti su cui sono indicati i luoghi in cui risiedono i negri. Da quella carta si ricava che il Sud del paese, gli stati in cui più forte è la concentrazione dei negri, sono anche quelli che mandano a Washington senatori e rappresentanti che organizzano l’ostruzionismo e si servono di tutti i trucchi possibili per impedire che i negri votino. Tutto ciò è doloroso, ma per noi ormai non lo è più. In realtà è doloroso per l’uomo bianco perché ben presto, quando i negri si sveglieranno un po’ di più, capiranno la trappola in cui si trovano, i veri termini del gioco, e seguiranno una nuova tattica.

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