Gao Xingjian / Liu Xia ~ Una canna da pesca per mio nonno

 

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Ero passato davanti a un negozio di articoli da pesca appena aperto, dove erano esposte canne di ogni tipo; mi era venuto in mente il nonno, e avevo pensato di regalargliene una. C’era, particolarmente in evidenza, una canna d’importazione in fibra di vetro, scomponibile in dieci segmenti, ma non capivo se fosse la canna o la fibra di vetro a essere importata, e nemmeno perché questa canna fosse migliore delle altre, insomma, i dieci segmenti si innestavano l’uno dentro l’altro, per arrivare a rimpicciolirsi tutti dentro l’ultimo tubo di colore nero, il quale a un’estremità aveva un’impugnatura di calcio di pistola, sulla quale era fissato il mulinello del filo da pesca. Somigliava a una pistola dalla canna allungata,  anche a una Mauser ultimo tipo. Una Mauser il nonno di sicuro non l’aveva mai vista, e neanche per sogno sarebbe mai riuscito a immaginarsi l’esistenza di una simile canna, quelle che aveva lui erano tutte di bambù, mai comprate, erano canne che lui trovava non si sa bene dove, di bambù ritorto, che da sé lavorava sul fuoco fino a che gli si bruciavano le mani, così i rami ingialliti dal fumo si raddrizzavano e finivano per somigliare a vecchie canne da pesca ereditate da generazioni di pescatori.

 

 

Il nonno si faceva da solo anche le reti, e anche per un retino doveva intrecciare decine di migliaia di nodi, giorno e notte annodava senza fermarsi, ogni tanto muoveva le labbra, e non si capiva se stesse contando le maglie o dicendo le preghiere, contando o pregando, insomma passava più tempo lui con le reti che mia madre col lavoro a maglia, ma non riesco ricordare se mai avesse pescato un pesce degno di questo nome, di solito prendeva pesciolini buoni per i gatti.

Quando ero piccolo – le cose di allora le ricordo tutte – se veniva a sapere che qualcuno andava in città. Voleva che gli comprasse degli ami, come se i pesci gli abboccassero solo agli ami comprati in città, e ricordo che continuava a borbottare che in città si vendevano canne da pesca che avevano il mulinello, e quando si era lanciato l’amo ci si poteva tranquillamente mettere a fumare che in cima alla canna suonasse un campanello, e gli sarebbe piaciuto proprio tanto averne una così, fissarla a terra mentre lui poteva tirar su le mani e arrotolarsi una sigaretta, il nonno non aveva mai fumato sigarette già confezionate, che disprezzava profondamente, le chiamava «fumo di carta», secondo lui dentro c’erano soprattutto erbacce, e sapevano di poco. Ora, qui, rivedo ancora le sue dita, simili agli artigli di un vecchio gallo, sbriciolare nel palmo della mano le foglie secchi del tabacco finché diventavano polvere, e allora strappava un pezzo di giornale vecchio e lo arrotolava con la punta delle dita, lo inumidiva con un po’ di saliva ed ecco pronto quello che lui chiamava «arrotolarsi un cannone», il gusto di quelle foglie di tabacco doveva essere davvero forte, perché il nonno continuava a tossire, ma continuava imperterrito ad arrotolare, lasciando per la nonna le sigarette confezionate che gli venivano offerte.

 

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Ricordo che sono stato proprio io, cadendo, a spaccargli la sua canna preferita, stavamo andando insieme a pescare, io mi ero offerto di portargli la canna e, tenendola in spalla, correvo davanti a lui quando in un attimo di distrazione scivolai a terra e la canna volò fin dentro la finestra di una casa, e il nonno dal dispiacere poco mancò che si mettesse a piangere, accarezzava la sua canna spezzata, e sembrava la nonna quando carezzava la sua stuoia tagliata, quella stuoia di striscioline di bambù intrecciate, sulla quale in casa si dormiva da non so quanti anni, era come quella canna da pesca, ormai diventata bruna come agata, e la nonna non mi ci faceva dormire sopra perché diceva che mi sarebbe venuta la diarrea, lei però ci dormiva, e affermava che quella stuoia si poteva persino piegare, io ci avevo provato di nascosto, ma dove l’avevo piegata si era tagliata, io naturalmente non avevo osato dirlo alla nonna, avevo solo detto che non credevo che la stuoia si piegasse, ma lei, dura, continuava a dire che quella era una stuoia di corteccia verde di bambù che si poteva piegare, io non volevo discutere con lei, era vecchia, mi faceva anche un po’ pena, se lei diceva che si poteva piegare allora doveva aver ragione, anche se dove si piegava era tagliata, e ogni estate i tagli si allungavano di più, ma continuava ad aspettare l’arrivo del riparatore di stuoie, erano anni che aspettava ma lui non era mai venuto, io allora dicevo che ormai non si trovava più chi sapesse fare queste cose, e non valeva la pena aspettare tanto, era meglio comprarne una nuova, ma la nonna non era affatto d’accordo, pensava che un stuoia più vecchia era meglio era, proprio come lei, la nonna, che più invecchiava e più si addolciva, e amava chiacchierare ripetendo sempre le stesse cose, mentre il nonno era il contrario, più invecchiava e più si faceva taciturno, magro, come un’ombra che si aggirava senza rumore, solo la notte tossiva e tossiva, senza mai smettere, e io avevo paura che un giorno o l’altro non sarebbe più riuscito a riprendere fiato, ma lui continuava sempre a fumare quelle foglie di tabacco sbriciolate, tanto che aveva la pelle del viso e le unghie dello stesso colore del tabacco, e lui stesso andava sempre più somigliando a una foglia di tabacco secca, sottile e friabile, che poteva sbriciolarsi solo a toccarla inavvertitamente.

Lui però non era solo un pescatore, gli piaceva anche andare a caccia, e possedeva persino un fucile perfettamente oliato, aveva trovato qualcuno che glielo aveva fabbricato usando una canna di acciaio temperato, certo era stato un grosso favore che lui aveva dovuto chiedere e richiedere per almeno sei mesi, io però lo ricordo solo una volta tornare a casa con una lepre, era entrato e aveva gettato sul pavimento della cucina una grossa lepre dal pelo giallo, si era tolto le scarpe, chiedendo alla nonna di scaldare dell’acqua per immergerci i piedi, poi si era messo a sminuzzare le foglie di tabacco dentro il sacchetto, mentre io e Nero, il cane di casa nostra, giravamo eccitatissimi intorno alla lepre morta, chi avrebbe mai immaginato che mia madre entrando avrebbe gridato: presto, gettate via questa lepre morta, perché cacciare questa roba? Il nonno aveva appena balbettato qualcosa che la mamma lo aveva aggredito: se vuoi mangiare del coniglio, non devi far altro che andare per strada dove li vendono già spellati! Da allora mo sono reso conto che il nonno era proprio diventato vecchio, quando la mamma non c’era lui vantava l’acciaio tedesco, se avesse avuto un fucile da caccia con la canna in acciaio tedesco allora sì che avrebbe potuto abbattere bestie feroci, e non solo conigli.

Il nonno diceva che un tempo, tanto tempo prima, sulle colline intorno alla città c’erano ancora i lupi che, soprattutto all’arrivo della primavera quando cominciava a crescere l’erba nuova, stremati dalla fame di un intero inverno, non esitavano a penetrare nei villaggi a rubare maiali o a sbranare mucche, e che una volta erano persino arrivati a sbranare una pastorella, e della piccola non erano rimaste che due treccine, allora sì che ci sarebbe voluto un bel fucile in acciaio tedesco, mentre a lui non restava più nemmeno quel fucile rudimentale che si era fatto fabbricare apposta con la canna d’acciaio, perché quando durante la rivoluzione avevano bruciato i libri, avevano anche detto che quella era un’arma pericolosa, e gliel’avevano portato via , e lui seduto sullo sgabello aveva guardato con occhi impassibili, senza aprire bocca, e quando ci ripenso non posso non provare tristezza per il nonno, avevo persino pensato di comprargli un bel fucile da caccia, fabbricato in Germania, ma non se ne trovavano, solo una volta, in un reparto di articoli sportivi avevo visto una doppietta, ma mi avevano detto che era solo un articolo dimostrativo e che per comprarlo bisognava esibire una lettera di presentazione del Comitato provinciale per lo sport e l’autorizzazione della Pubblica Sicurezza, e allora avevo deciso che gli potevo solo comprare una canna da pesca, anche se sapevo benissimo che ormai, anche con quella canna d’importazione, telescopica e in fibra di vetro, laggiù non si sarebbe più potuto pescare, perché ormai da anni casa nostra era diventata una landa di sabbia.

 

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In origine, non lontano da casa c’era un lago, ricordo che casa nostra era in via del Lago del Sud. Quando andavo a scuola passavo più volte lungo la riva del lago, e quando, finite le elementari, cominciai le medie, non so come mai il lago si era trasformato in uno stagno di acqua fetida in cui proliferavano solo le zanzare ma i pesci non c’erano più, e poi era stato promosso non so quale provvedimento per l’igiene, ed era stato definitivamente ricoperto di terra.

E certo, ricordo benissimo che c’era anche un fiume ma ho l’impressione fosse in un luogo selvaggio e desolato, lontano dalla città, ricordo che tutta la mia infanzia ci sarò andato solo una o due volte, e quando il nonno era venuto a trovarmi mi aveva detto che sul corso superiore del fiume avevano costruito una diga e quindi il fiume era ormai secco, però io pensavo ancora di comprare una canna da pesca al nonno, non so dire perché, né voglio saperlo, insomma era un mio desiderio, come se la canna da pesca fosse il nonno, e il nonno la canna da pesca.

Così, con la canna in spalla mi incamminai per il viale, i segmenti di fibra di vetro tutti ben inseriti l’uno sull’altro, ma così mi sembrava che tutti mi guardassero, e siccome un uomo come non ama farsi notare, pensai di prendere l’autobus per non rimanere in strada sotto gli sguardi di tutti, però non riuscii a smontare i dieci segmenti della canna, io detesto essere sotto posto agli sguardi degli altri, fin da piccolo sono sempre stato terribilmente timido, mi sento particolarmente a disagio quando ho indosso abiti nuovi, mi stringono, mi sento come un manichino dentro una vetrina, sono goffo nei movimenti, tanto più allora, mentre portavo in spalla quella canna nera e lucida, lunghissima e ondeggiante; affrettai il passo, ma la canna si mise a ondeggiare ancor di più, e allora non potei far altro che rallentare, sempre con la canna in spalla, e guardarmi intorno nel bel mezzo della strada, imbarazzato come se avessi il cavallo dei pantaloni scucito, o la cerniera rotta.

So bene che in città i pescatori non vanno certo a cercare pesci ma, comprandosi una licenza per pescare nei parchi, cercano la calma e l’ozio, e ne approfittano per scappar via di casa, sottrarsi alle mogli e ai figli, e starsene tranquilli in totale contemplazione, certo so anche che la pesca oggi viene considerata uno sport, si organizzano competizioni, e sui giornali della sera si tiene gran conto di tali eventi, si pubblicano i risultati per categoria, vengono stabiliti in anticipo i luoghi, ma se ci si va subito dopo una gara e non si vede nemmeno l’ombra di un pesce, non è strano si faccia del sarcasmo, anche se dicono che la sera prima della competizione i membri del Comitato per la pesca avevano gettato in acqua reti piene di pesci vivi, e di sicuro i partecipanti li avranno pescati, saranno già tutti nelle reti, e io portando in spalla quella canna nuova fiammante pensavo di sicuro la gente crederà che anch’io sono diventato un maniaco delle gare di pesca, mentre so che cosa penserebbero a casa se portassi una canna come questa, vedo già la schiena incurvata del nonno, che si tira subito su, e tiene in mano un secchiello di metallo arrugginito in cui mettere vermetti umidi di terra, e penso che questa volta devo proprio approfittare e tornare a casa, proprio per fugare la nostalgia.

 

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Prima di tutto, però, devo trovare un posto dove sistemare la canna, se mio figlio, che è un bambino, la vede, ci vorrà assolutamente giocare e la romperà, e allora: che l’hai comprata a fare? In casa si sta stretti, dove si potrà metterla? Sento già mia moglie che si lamenta, posso solo sistemarla in bagno, sopra lo sciacquone, dove mio figlio non riuscirà mai ad arrivare neanche arrampicandosi su uno sgabello, comunque devo assolutamente tornare a casa per cercare di dissipare quella nostalgia che, quando prende, non vuole più andarsene, ed ecco che d’improvviso si sente un gran baccano, io penso sia mia moglie che in cucina taglia la carne, e invece la sento gridare, ma come, perché non vieni a vedere? E anche io sento venire dal bagno il pianto di mio figlio, e capisco che la canna ha provocato un disastro, ed ecco che ho preso la decisione, bisogna assolutamente portare la canna al paese.

Ma il paese è ormai quasi irriconoscibile, la strada grigia e polverosa è stata asfaltata, e le case sono diventate tutte uguali, fatte con elementi prefabbricati, le donne per strada, vecchie e giovani, portano tutte il reggiseno e indossano abiti così leggeri che sembrano quasi voler mostrare di proposito la biancheria intima, i tetti sono tutti muniti di antenne, segno che nelle case hanno la televisione, e quelli che hanno l’antenna è come se avessero un’anomalia congenita, certo tutti vedono gli stessi programmi, dalle sette alle sette e mezzo le notizie dall’interno, dalle sette e mezza alle otto quelle dall’estero, dalle otto alle nove cortometraggi televisivi più la pubblicità, dalle nove alle nove e un quarto le previsioni del tempo, dalle nove e un quarto alle nove e quarantacinque lo sport, dalle nove e quarantacinque alle dieci la pubblicità e un programma musicale, dalle dieci alle undici un vecchio film, certo non c’è il film tutti i giorni, veramente il lunedì, il mercoledì e il venerdì c’è il teleromanzo, il film è il martedì, il giovedì, il sabato e solo il fine settimana c’è un programma culturale che dura fino a mezzanotte, ma la cosa più rimarchevole sono tutte quelle antenne, è come se sui tetti fosse cresciuta una piccola foresta, e dopo il passaggio di un vento gelato fossero cadute tutte le foglie e fossero rimasti soltanto i tronchi e i rami completamente spogli, ed è come se tu ti fosse perduto in questa foresta, e cerchi qua e là, ma non arrivi a ritrovare la strada di casa.

(…)

 

 

 tratto da:
Gao Xingjian, Una canna da pesca per mio nonno ; Milano : BUR, 2005 ; Collezione • BUR. Scrittori contemporanei • Trad. di Alessandra Lavagnino • [ISBN] 88-17-00546-0 – Classificazione Dewey • 895.1352 (21.) Narrativa cinese. 1949-
Gao Xingjian (Ganzhou, 4 gennaio 1940) scrittore, drammaturgo, poeta, saggista, pittore, naturalizzato francese, è il primo Premio Nobel cinese per la letteratura.
Liu Xia (Pechino, 1961) fotografa cinese, nota soprattutto per essere la moglie del Premio Nobel per la pace 2010 Liu Xiaobo, che sposò quando era già rinchiuso in carcere. Liu è stata la voce del marito sui temi dei diritti umani in Cina. È stato Guy Sorman a portare la sua attività fotografica all’attenzione internazionale.

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