Walter Benjamin ~ Verbale di esperimento con l’hashish

 

L’uroboros
L’uno è tutto, e perciò tutto e per questo tutto, e se l’uno non contiene tutto, allora il tutto è niente.

 

 

Paul Klee - Angelus Novus, (1920)
Paul Klee – Angelus Novus, (1920)

 

Walter Benjamin, « 29 settembre 1928. Sabato, Marsiglia »

Verso le sette di sera, dopo lunghe esitazioni, ho preso l’hashish. Quel giorno ero stato a Aix. Annoto quanto segue al solo scopo di constatare se sopravvengono degli effetti, giacché, essendo solo, non ho alcun’altra possibilità. Accanto alla mia stanza c’è un neonato che piange e ciò mi disturba. Penso che siano già trascorsi tre quarti d’ora. In realtà ne è passata solo mezza. Di conseguenza… A parte una lieve pesantezza di testa, non sento nulla. Steso sul letto, leggo e fumo. Di fronte a me sempre questa veduta nel ventre di Marsiglia. (Ora le immagini cominciano a prendere il sopravvento su di me). La strada che ho visto tanto spesso mi appare come un taglio tracciato da un coltello.
L’ultimo stimolo a prendere l’hashish me lo hanno dato certe pagine nel Lupo nella steppa che ho letto stamattina.
A questo punto sento chiaramente l’effetto. Principalmente un effetto negativo, giacché leggere e scrivere mi riesce difficile. Sono trascorsi tre quarti d’ora (abbondanti). No, non sembra che accadrà molto.

Proprio ora doveva arrivare il telegramma di [Wilhelm] Speyer: «Interrotto definitivamente lavoro romanzo» ecc. non è bene che una notizia comunque deludente piova nell’ebbrezza del divenire. Ma si tratta poi effettivamente di un’ebbrezza in divenire? Per un istante ho provato una forte emozione, pensando che stesse salendo da me [Marcel] Brion. Ero molto eccitato.
(Aggiunta effettuata la momento della dettatura: la cosa andò così: me ne stavo effettivamente steso sul letto con l’assoluta certezza che in questa città di centinaia di migliaia di abitanti, in cui solo uno mi conosce, non potevo venir disturbato, quando qualcuno batté alla porta. Qui non mi era mai accaduto. Non feci del resto il minimo cenno di aprire, e chiesi invece che cosa stava accadendo senza cambiare minimamente la posizione in cui mi trovavo. Il cameriere: «Il y a un monsieur, qui voudrait vous parler». – «Faites le monter». Sono appoggiato alla colonnina del letto con il cuore che mi batte all’impazzata. Davvero, sarebbe molto strano se ora vedessi comparire Brion. Ma «le monsieur» era un fattorino dei telegrafi).
Quanto segue è stato scritto la mattina del giorno dopo. Con dei postumi meravigliosi e leggeri che mi dànno l’incuranza di non rispettare appieno la successione degli eventi. Brion non venne. Alla fine lasciai l’albergo; l’effetto mi sembrava non prodursi o comunque così debole da poter evitare la precauzione di rimaner chiusi in una stanza. Prima tappa il caffè all’angolo tra Cannebière e Cours Belsunce. Visto dal porto quello di destra, ossia non quello che frequentavo abitualmente. Ebbene? Solo quella certa disposizione d’animo positiva, l’attesa d’imbatterti in persone cordiali. Il senso di solitudine svanisce molto presto. Il mio bastone da passeggio comincia a procurarmi una gioia particolare. Il manico di una caffettiera con cui si usa versare la bevanda sembra all’improvviso grandissimo, e così rimane. (Si diventa ipersensibili, al punto di temere che un’ombra che cade sulla carta possa danneggiarla. – La repulsione si dissolve. Si leggono gli annunci che tappezzano i gabinetti pubblici). Non mi stupirei se il tale o il tal’altro mi venisse incontro. Ma giacché non lo fa, non me ne importa nulla. Per i miei gusti tuttavia qui c’è troppo baccano.
Ecco manifestarsi i sintomi spaziali e temporali tipici del mangiatore di hashish, com’è noto, assolutamente grandiosi. Per chi ha mangiato l’hashish Versailles non è troppo grande, né l’eternità dura troppo a lungo. E sullo sfondo di questa dilatazione interiore, della durata assoluta e di uno spazio senza confini, uno humour meraviglioso e felice di sofferma sulle contingenze del mondo spaziale e temporale. Ho una percezione infinita di questo humour, quando al ristorante Basso apprendo che la cucina e tutto il piano superiore è in procinto di chiudere, proprio mentre ho appena preso posto e mi accingo a inoltrarmi nell’eternità davanti a una tavola imbandita. Dopo ho nondimeno la sensazione che tutto sia luminoso, frequentato, animato e che così rimarrà per sempre. Devo subito annotare come trovai posto da Basso. Ciò che mi importava era la vista sul vieux port che si gode dai piani superiori. Nel passare davanti al locale, in strada. Individuai un tavolo libero sul balcone del secondo piano. Ma non salii oltre il primo. La maggior parte dei tavoli alle finestre erano occupati. Alla fine mi diressi verso un tavolo molto grande che si era appena liberato. Nel momento in cui stavo per prender posto la sproporzione, il fatto di piazzarmi da solo a un tavolo tanto grande mi sembrò così vergognosa, che attraversai tutto il piano verso l’estremità opposta, per sedermi a un tavolo più piccolo che avevo adocchiato solo allora.
Ma la colazione venne solo più tardi. Prima c’era stato il baretto al porto. Ancora una volta stavo per fare dietrofront, senza peraltro sapere dove andare, perché anche da lì provenivano i suoni di un concerto, per la precisione di un complesso di strumenti a fiato. Ebbi giusto il tempo di accorgermi che si trattava solo dell’ululato dei clacson delle automobili. Mentre camminavo in direzione del vieux port mi sentivo già così leggero e deciso da trasformare il terreno sassoso e inarticolato della gran piazza che stavo attraversando nella superficie di levigata di una strada asfaltata che io, robusto pellegrino, percorrevo di notte. In quella fase, non del tutto sicuro delle mie funzioni regolatrici, evitavo ancora la Cannebière. In quel piccolo bar del porto l’hashish cominciò poi a giocare la sua magia canonica con un’intensità primitiva quale non avevo sperimentata prima di allora. Ora esso cominciò infatti a ingenerare in me un talento fisiognomico, o quanto meno a fare di me un osservatore di fisionomie, e vissi allora qualcosa di assolutamente unico nella mia esperienza: mi sprofondai letteralmente nei volti che mi attorniavano e che erano in parte di straordinaria rozzezza o bruttezza: volti che abitualmente avrei evitato per due motivi: non avrei desiderato attirare la loro attenzione, né, d’altra parte, avrei sopportato la loro brutalità. Questa bettola del porto era una sorta di avamposto. (Il più estremo, io penso, che mi fosse ancora accessibile senza correre rischi, e nell’ebbrezza, io l’avevo scelto con la medesima sicurezza con cui, quando si è stanchissimi, si riesce a riempire un bicchiere d’acqua esattamente fino all’orlo senza farne traboccare una sola goccia, operazione, questa, che quando si è in condizioni normali non riesce mai). Il posto era ancora assai distante dalla rue Bouterie, eppure non vi sedevano dei borghesi; tutt’al più, accanto al proletariato portuale propriamente detto, qualche famiglia piccolo-borghese del vicinato. Compresi d’un tratto come a un pittore – non è accaduto così a Rembrandt e a molti altri? – la bruttezza poteva presentarsi come il vero serbatoio della bellezza, o meglio come il suo scrigno, come un pietrame che racchiude tutto l’oro nascosto del bello, luccicante nelle rughe, negli sguardi, nei tratti. Ricordo in particolare una faccia d’uomo infinitamente animalesca, volgare, in cui mi colpì all’improvviso in modo sconvolgente la «piega della rinuncia». Ero affascinato soprattutto dai volti maschili. A questo punto cominciò anche il gioco che aveva tanto tardato, per cui in ogni nuovo volto prendeva forma davanti ai miei occhi una persona nota; a volte ne sapevo il nome, a volte no; l’illusione svanì come le illusioni sogliono svanire in sogno, ossia non con vergogna e sentendosi compromessa, ma pacificamente e gradevolmente come chi ha fatto il proprio dovere. In queste circostanze era ormai impossibile parlare di solitudine; che fossi la compagnia di me stesso? Penso di sì, e neppure in forma tanto distorta. Non so infatti se in tal caso la cosa avrebbe potuto rendermi tanto felice. Piuttosto la verità è questa: io diventavo il più esperto, tenero, svergognato, ruffiano di me stesso, procurandomi le cose con la sicurezza ambigua di chi conosce e ha studiato a fondo i desideri del proprio committente. Poi trascorse una mezza eternità prima che ricomparisse il cameriere. O piuttosto io non ce la facevo più ad attendere la sua ricomparsa. Entrai nel bar e pagai al banco. Non so se in una bettola come quella si usasse lasciare una mancia. In tal caso avrei comunque dato qualcosa. Sotto l’effetto dell’hashish ieri ero piuttosto avaro; nel timore di farmi notare per le mie stravaganze, diedi ancor più nell’occhio.
Lo stesso accadde da Basso, con l’ordinazione. Prima feci venire una dozzina di ostriche. Il cameriere voleva che ordinassi subito anche la seconda portata. Feci il nome di un piatto assai comune. Egli ricomparve comunicandomi che era finito. A questo punto io presi a far girare il dito sulla lista nei pressi di quel piatto, e sembravo intenzionato a ordinare una cosa dopo l’altra, ma poi mi saltava all’occhio il nome di un piatto sopra, e così via, finché giunsi al piatto che apriva il menu. Ma non si trattava di pura ingordigia, bensì anche di una spiccata cortesia nei confronti dei cibi che non volevo offendere con un rifiuto. In breve, alla fine mi arenai in un pâté de Lyon. Pâté di leone, pensai ridacchiando quando me lo trovai pulitamente nel piatto, e poi in tono di spregio: questa delicata carne di lepre o di pollo – o qualunque cosa sia. Alla mia fame da leone non sarebbe parso vero di saziarsi con un leone. Del resto era già tacitamente deciso, che, non appena avessi finito da Basso (erano circa le dieci e mezza), sarei andato altrove a cenare una seconda volta.
Ma prima voglio ancora parlare della mia camminata verso Basso. Avanzai lentamente lungo la banchina, leggendo uno dopo l’altro i nomi delle barche alla fonda. Nel far ciò fui preso da un’incomprensibile euforia, e sorrisi via via a tutti i nomi di Francia. L’amore che i nomi promettevano a queste barche mi sembrava meraviglioso e commovente. Passai con un senso di disagio solo davanti a un «Aero II» che mi ricordava la guerra aerea, proprio come da ultimo anche nel bar da cui venivo avevo dovuto fuggire con lo sguardo talune fisionomie eccessivamente alterate.
Su da Basso incominciarono poi per la prima volta, mentre guardavo giù, i vecchi giochi. La piazza che dava sul porto – questo è forse il modo migliore di esprimere la cosa – era come una tavolozza sulla quale la mia fantasia mescolava le cose in via sperimentale; irresponsabilmente, se si vuole, eppure proprio nel modo in cui un grande pittore guarda alla sua tavolozza come a uno strumento. Esitai molto a bere il vino. Era una mezza bottiglia di Cassis, un vino secco. Un pezzetto di ghiaccio galleggiava nel bicchiere. Tuttavia esso si accorò perfettamente con la mia droga. Avevo scelto il mio posto a causa della finestra aperta dalla quale potevo guardare sulla piazza buia. E quando di tanto in tanto lo facevo, vedevo che tendeva a cambiare ogniqualvolta qualcuno vi metteva piede, quasi che questi per essa costituisse una figura che, beninteso, non aveva nulla a che vedere con il modo in cui la vedeva, ma piuttosto con lo sguardo che i grandi ritrattisti del diciassettesimo secolo, a seconda del carattere di rango che collocano davanti a un colonnato o a una finestra, fanno spiccare in questo colonnato, in questa finestra.
A questo punto devo fare un’osservazione di carattere generale: la solitudine di tale ebbrezza ha i suoi lati d’ombra. Per limitarmi all’aspetto fisico: ci fu un momento, nella bettola giù al porto, in cui una forte pressione sul diaframma cercò sollievo nel canticchiare. Inoltre non vi è dubbio che cose realmente belle e convincenti rimangono assopite. D’altra parte però la solitudine opera come un filtro; ciò che si mette su carta il giorno dopo è più di una pura elencazione di impressioni durate pochi secondi; nel corso della notte l’ebbrezza si differenzia con dei bei bordi prismatici dall’esperienza quotidiana, viene a costituire una sorta di figura ed è più facile da ricordare di quanto accade abitualmente. Direi quasi che si contrae e assume la forma di un fiore.
Per avvicinarsi agli enigmi della felicità provata nell’ebbrezza, si deve riflettere ancora una volta sul fil di Arianna. Quanto piacere nel semplice atto di srotolare un gomitolo. E questo piacere ha una profonda affinità sia con il piacere dell’ebbrezza che con il piacere della creazione. Procediamo, scoprendo non solo la tortuosità della caverna nella quale abbiamo osato inoltrarci, ma al tempo stesso proviamo questa felicità di scoprire solo in virtù di quell’altra felicità ritmica, che consiste nello srotolare un gomitolo. Una tale certezza del gomitolo abilmente arrotolato che noi disfiamo – non è forse questa la felicità di ogni produttività, o almeno quella che assume la forma della prosa? E sotto l’effetto dell’hashish siamo in sommo grado dei prosatori gaudenti. De la poèsie lyrique – pas pour un sou.
Un senso di felicità sommerso nel profondo, manifestatosi poi in una piazza laterale della Cannebière, dove rue Paradis sbocca in un giardino pubblico, è più difficile da raggiungere di tutto quanto era avvenuto prima. Per fortuna sul mio giornale trovo la frase: «Con il cucchiaio si deve attingere l’uguale dalla realtà». Diverse settimane prima ne avevo annotata un’altra di Johannes V. Jensen, che apparentemente esprime un concetto analogo: «Richard era un giovane sensibile a tutto ciò che vi è di affine nel mondo». Questa frase mi era piaciuta molto. Ora essa mi permette di porre a confronto il senso politico-razionale che aveva per me, con quello magico-individuale della mia esperienza di ieri. Mentre in Jensen la frase per me si risolveva nell’affermazione che le cose sono come sappiamo, tecnicizzate, razionalizzate, e il particolare oggi si trova ormai solo nelle sfumature, la conclusione di ieri era assolutamente diversa. Vedevo infatti unicamente sfumature, queste, tuttavia, erano tutte uguali. Mi ero profondamente concentrato sul selciato davanti a me che, da me spennellato come una sorta di unguento, poteva essere proprio questo, ma avrebbe potuto benissimo essere anche quello parigino. Come dice il proverbio: pietre per pane.
Queste pietre erano il pane della mia fantasia, improvvisamente avida di gustare ciò che è uguale ovunque. In questa fase, in cui sedevo al buio su una sedia appoggiata alla parete di una casa, ci furono, seppure isolati, dei momenti di bramosia. Provavo una profonda fierezza a pensare di trovarmi seduto qui a Marsiglia, in strada, sotto l’effetto dell’hashish: chi mai dividerà con me la mia ebbrezza questa sera? Certo pochissimi. E com’ero incapace di temere la futura sventura, la futura solitudine; comunque ci sarebbe sempre stato l’hashish. In questo stadio intermittente svolge una parte straordinaria la musica di un locale notturno che si trovava lì accanto e che mi aveva attratto. È strano come il mio orecchio insistesse nel non riconoscere «Valencia» come «Valencia». [Gustav] Glück mi passò accanto su una carrozzella. Fu un’apparizione fugace. Strano, anche, come prima dall’ombra delle barche alla fonda si era improvvisamente distaccato [Erich] Unger nei panni di un bighellone del porto e ruffiano. E quando da Basso, a un tavolo vicino al mio, individuai nuovamente una di queste figure di letterati, mi dissi che ora avrei finalmente appreso a cosa serviva la letteratura. Ma non vi erano solo conoscenti. Qui, nello stadio di un completo sprofondamento, due ombre – filistei, malandrini, non saprei dire – mi passarono accanto come «Dante e Petrarca». Cominciò così una concatenazione di pensieri che non sono più in grado di ricostruire. Ma il suo ultimo anello, nella costruzione era certo assai meno banale del primo, e forse conduceva a immagini di animali. Questo era dunque uno stadio diverso da quello in cui mi trovavo al porto, sul quale trovo la breve annotazione : «Solo conoscenti e solo bellezze» – che mi passavano accanto.
«Barnabe» se ne stava su u tram che si fermò brevemente davanti alla piazza in cui sedevo. E la tremenda e triste storia di Barnaba non mi sembrò una destinazione malvagia per un tram diretto nei sobborghi di Marsiglia. Molto bello fu quello che accadde vicino alla porta del locale da ballo. Di tanto in tanto ne sbucava un cinese in pantaloni di seta blu, con indosso una giacca si seta rosa lucente. Era il portiere. Nel vano della porta apparvero delle ragazze. In me quasi ogni desiderio era sopito. Era divertente veder sopraggiungere un giovanotto con una ragazza vestita di bianco, ed essere immediatamente costretti a pensare: «Gli è scappata da lì dentro in camicia da notte, e ora lui se la riprende. Che volete farci». Mi lusingava in modo incredibile il pensiero di sedere qui, in un centro di ogni dissolutezza, e il «qui» non si riferiva affatto alla città, bensì al posticino tutt’altro che ricco di eventi in cui mi trovavo. Ma gli eventi si producevano come se la visione mi avesse sfiorato con una bacchetta magica facendomi sprofondare in un sogno su di essa. In re come quelle uomini e cose si comportano come quelle figure di sambuco che, chiuse in cassettine di vetro e carta stagnola e cariche di elettricità elettrostatica, a ogni movimento vengono a formare le più strane combinazioni.
La musica, che frattanto continuava ad aumentare e a calare di tono, io la definii «verghe di paglia del jazz». Non ricordo con quale motivazione io mi concessi di battere il tempo col piede. Ciò contrasta completamente con la mia educazione, e non accadde senza un conflitto interiore. C’erano momenti in cui l’intensità delle impressioni acustiche cancellava tutte le altre. Soprattutto nel piccolo bar del porto fu improvvisamente sopraffatto da un clamore che era di voci, non di strada. La cosa più singolare di questo clamore di voci, era il suo suono assolutamente dialettale. D’un tratto i marsigliesi presero a parlare un francese che non mi sembrava buono abbastanza. Si erano fermati al livello dialettale. Il fenomeno di estraniazione forse insito in ciò, e che Kraus ha espresso con la formula felice: «Quanto più dappresso si osserva una parola, tanto più essa ci guarda da lontano», sembra estendersi anche alla sfera dei fenomeni ottici. In ogni caso tra le mie osservazioni trovo l’annotazione stupita: «Come le cose resistono agli sguardi».
Poi l’effetto cominciò ad attenuarsi quando attraversai la Cannabière per prendere ancora un gelato in un piccolo caffè di cours Belsunce. Non distava molto dall’altro, il primo caffè della serata, nel quale all’improvviso la felicità d’amore procuratami dalla vista di alcune frange in cui la brezza disegnava delle onde, mi aveva convinto che l’hashish aveva cominciato la sua opera. E ricordando quello stato d’animo, vorrei credere che l’hashish ha il potere di convincere la natura a concederci – meno egoisticamente – quello spreco della nostra esistenza che contrassegna l’amore. Se infatti nei primi tempi di un nuovo amore la natura si lascia sfuggire tra le dita la nostra esistenza, come monete d’oro che essa non può trattenere e che è costretta a sprecare per mercanteggiare in cambio il nuovo, ciò che è appena nato, ora, senza poter sperare o potersi aspettare qualcosa, essa ci butta a piene mani nella braccia dell’esserci.

 

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In
Walter Benjamin, Ombre corte : scritti 1928-1929 ; a cura di Giorgio Agamben – Torino : Einaudi, 1993 – Collezione • Nuova universale Einaudi ; 213 • Tit. originale: 29 September 1928. Sonnabend. Marseille ; [tr. it. di Giorgio Blackhaus in Sull’hashish, Torino 1975, pp. 75-86] – [ISBN] 88-06-13253-9 – Classificazione Dewey • 838.912 (20.) Miscellanea tedesca. 1900-1945

 

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