Roma ~ Julien Gracq

 

 

Giuseppe Valadier, Arco di Trionfo per Pio VI, (1800)

Giuseppe Valadier, Arco di Trionfo per Pio VI, (1800)

 

Roma, una città che non ho mai visto.

 

Niente mi suscita maggiore invidia e gelosia retrospettiva dei viaggiatori: Goethe, Stendhal o Chateaubriand, che hanno visto Roma – fra Winckelmann e il Risorgimento – nel suo periodo più commovente di maggior decrepitezza: latifundium incolto e pergolati di rovine di un papato valetudinario e paralitico che vegetava e usciva lentamente dal torpore dopo Bonaparte come un filo d’erba che si risolleva dopo essere stato calpestato; si direbbe che per qualche decennio il papa si sia aggrappato alle rovine colonizzate per trovarvi una vita vegetativa, come un’edera dalle radici troncate si attacca solo per mezzo delle radici avventizie. Per far rivivere nella mia fantasia quella Roma non c’è bisogno della Lettre à Fontanes[1] o della prosa sontuosa dei Mémoires: basta l’aria del pastorello che passa con le sue capre sotto le mura di Castel Sant’Angelo nell’ultimo atto della Tosca, e basterebbe ancora meno: sento i lievi rumori del suo torpore domestico, il silenzio del coprifuoco, come se ci fossi sempre vissuto.

Chateaubriand non confessa tutto su Roma, ed è proprio questo fatto a rivelare inaspettatamente nelle pagine dei Mémoires la sensibilità dell’autore: esse fanno vibrare per simpatia delle corde che lo stesso Chateaubriand si vieta di toccare. Le Génie du Christianisme ha operato come una censura sui suoi scritti: la risonanza liquida della prosa, senza che vi compaia mai il fantastico, è la stessa essenza dei sogni: l’autore si tradisce. Non è la Roma delle antiche vestigia a commuoverlo, dopo tanti altri, bensì un cibo per lui più squisito, ma inconfessabile: è la Roma dei papi, una decadenza abbarbicata alle rovine. Non «la reseda screziata e l’anemone degli Appennini» che spunta sulla tomba di Cecilia Metella, ma il vecchio pontefice, naufrago del secolo, che lo ha ricevuto accanto al camino col gatto sulle ginocchia, e non tanto le auguste rovine quanto la luce del crepuscolo che vi proietta il papato. [2]

Soprattutto la periferia di quella città contratta, smagrita, doveva essere uno strano ambulacro di sogni, e anche tutta quella zona della Roma antica che debordava oltre i confini della Roma ottocentesca: un’ampia fascia di riflusso urbano colonizzata dalle stentate pasture comunali, dai miseri armenti e dalle piante cresciute fra le rovine. Immagino lastricati erbosi sui quali passa cigolando un carro, un antico arco a tutto sesto murato dalla porta di un granaio, una fila di fusti di colonne sprofondati nell’erba che vanno a finire contro un fienile, i tronchi torti dei fichi che sfondano i pavimenti di mosaico, le capre che defecano tra le ortiche sui resti dei muri quiriti. E tutti quei modesti ritrovi festivi, «vigne» campagnole, pergolati, casini rustici, alberghi, dove i signori pittori francesi della Città Eterna vanno a farsi un bicchiere, barba al vento, senza niente in capo e indossando lo spolverino che porta Courbet nel quadro Buongiorno, signor Courbet!, quelle ragazze brune delle incisioni romantiche che mostrano la caviglia sotto le gonne corte e tengono così curiosamente in equilibrio sulla testa un rombo inamidato di stoffa bianca e sulla punta delle dita una tortora. Dove passeggiare sognando se non là, tra cipressi, marmi, vigne e fontane, nella semioscurità di quei terreni coperti di sterpi e avvolti nella bruma dei secoli, e tuttavia sotto un sole puro e un cielo azzurro?

Non sono mai stato a Roma. Un giorno o l’altro ci andrò, visto che tutte le strade vi portano, ma che cosa troverò? Il film di Fellini è un avvertimento; quanto alla campagna di Lettre à Fontanes, immagino non ne resti quasi più traccia dopo le bonifiche di Mussolini; e, a leggere i Mémoires d’Outre-Tombe, veniamo a sapere che per poco la cosa non fu fatta un secolo e mezzo fa, ma l’immobilismo e l’incuria senile dei cardinali di Leone XII hanno goffamente imitato in questa faccenda i tabù del Ministero dell’ambiente con centocinquantanni di anticipo.

«Una compagnia straniera è venuta questo inverno [1829] a proporre il dissodamento della campagna romana […]. i cardinali hanno fatto orecchie da mercante ai calcoli delle bande di speculatori accorse per demolire le rovine di Tusculum che credevano fossero castelli nobiliari; avrebbero fatto della calce col marmo dei sarcofaghi di Paolo Emilio» (Mémoires, libro XXX, cap IX).

Distruzione rinviata del deserto e delle rovine solo per l’ostinazione spaventata di qualche vecchio. Nel 1931 e anche nel 1959, quando ci sono tornato, non era ancora troppo tardi per Venezia: ancora un’altra necropoli e città chiusa! Comprarsi un loculo nel 1972 è diventato troppo caro e da molto tempo non si ottengono più le concessioni perpetue. Nel Mémoires, Chateaubriand si lamenta, pagina dopo pagina, di attraversare solo silenzio e cimiteri: è proprio quello che vorremmo noi.

Riaprendo i Mémoires, mi sono lasciato trasportare e ho riletto tutto quanto Chateaubriand ha scritto dei suoi soggiorni romani. È un’Italia senza italiani: Chateaubriand smorza e assopisce con la sua prosa il leggero rumore indiscreto e inesprimibile della vita che rispunta caparbia tra le rovine, e che lo infastidisce: genio invece di talento, sono delle rovine alla Hubert Robert, con mute comparse, appoggiate o nell’atto di camminare lentamente, che rievocano con la loro immobilità e i loro cortei i motivi ornamentali della ghirlanda e della stele e, come succede spesso anche nei quadri di Poussin, la specie umana ancora sopravvivente sembra curiosamente rappresentata in scala ridotta rispetto alle tombe e ai sarcofaghi; si direbbe che tutti i personaggi siano colti con precisione dallo sguardo e rimpiccioliti.

Stendhal ha visitato l’Italia e vi ha abitato più o meno negli stessi anni, se non nelle stesse condizioni, del nobile visconte: nelle Chroniques Italiennes e nella Chartreuse, l’ingrandimento e la riduzione funzionano esattamente al contrario. Il titanismo abita ogni anima: l’energia, l’amore, l’ambizione, la virtù spinte fino al punto di esplosione occupano con la loro indiavolata farandola il proscenio. Lo scenario: palchi di teatri, piazzette, confessionali, aranceti, boudoirs per cicisbei, anch’essi completamente socializzati e modernizzati – le tele di Ciceri che nascondono ovunque Fori e Colossei – non è più suggestivo di uno scenario goldoniano.

 

* * *

 

(…)

Una pagina di Rome, Naples et Florence en 1817, di Stendhal, mi conferma in quanto scrivevo alcuni giorni fa: la Roma conosciuta da Chateaubriand era esangue e aveva toccato il punto più basso della sua storia: nel 1813, contava appena centomila abitanti. E non solo esangue, ma anche leucemica: nel 1791, ne aveva ancora centosessantaseimila. Il motivo addotto da Stendhal è la malaria: l’aria cattiva avrebbe inesorabilmente guadagnato terreno in quegli anni, a causa dell’incuria dell’amministrazione pontificia.

Stendhal certo convince il lettore della pazza gioia che si prova vivendo nel bel paese, ma non riesce a comunicarlo o a farlo immaginare, e forse non lo cerca neppure. Le pagine del suo diario, quella primavera dell’anima riscoperta in Italia sono come i ricordi confidati e commentati insieme a un compagno di viaggio, a un iniziato, col quale giorno dopo giorno ha condiviso insieme al pane piaceri ed emozioni: basta richiamarli alla mente per farli rivivere. Non è un invito al viaggio: è il rapporto di una missione alla società segreta – e molto chiusa – dei Veri Amanti dell’Italia. L’essenziale è taciuto perché evidente (intelligenti pauca, parole che Stendhal attribuisce all’abate Pirard, sono una delle parole chiave dello scrittore), ma il lettore profano, io per esempio, che ancora aspetta di vedere Napoli, Roma e Firenze, e che non la vedrà mai più come le vide Stendhal, se ne duole un po’.

Non un paesaggio, né un ritratto, ma precise annotazioni sul tal caffè o teatro più o meno in voga, un bollettino medico del balletto e dell’opera seria, della voce delle cantanti e dei castrati alla moda, e un po’ l’equivalente, per la stagione operistica del 1817, di quello che sarebbe oggi per un cronista di gran talento, un resoconto per gli aficionados del sud-ovest della stagione spagnola delle corride, con le note di viaggio e di colore.

Stendhal, quando riesce fastidioso, fa pensare un po’ a un fanfarone di successo, salito nella capitale da una sottoprefettura di provincia, che crede di essere all’altezza della situazione semplicemente perché grida più forte.

 

NOTE AL TESTO:

 

[1] Si tratta della famosa Lettera al Marchese Louis de Fontanes sulla campagna romana di François-René de Chateaubriand. Fontanes fu intimo e fedele amico di Chateaubriand, conosciuto a Parigi e ritrovato in esilio a Londra, suo confidente letterario e mèntore del Génie du Christianisme. La lettera è difficilmente reperibile e fu edita da Passigli nel 1990 insieme al Voyage en Italie. Su Roma (e Fontanes) si vedano d’altronde le stupende Memorie d’oltretomba (edizione italiana Einaudi-Gallimard, [1995], Collezione · Biblioteca della Pléiade ; 2 voll.)
[2] I riferimenti a Cecilia Metella e a Leone XII sono rispettivamente in Memorie d’oltretomba, vol. 2, p. 286 e p. 167.

 

 

 

Tratto da:
Julien Gracq, Letterine ; introduzione di Lionello Sozzi ; traduzione di Aldo Pasquali ; Roma ; Napoli : Theoria, 1989 ; Collezione   · Confini ; 12 – [ISBN] 88-241-0166-6 – Traduzione di Lettrines. – Classificazione Dewey · 843.914 (21.) Narrativa francese, 1945-1999

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