Carlos Germán Belli

 

4885210075_9256ed42e7

 

Da Poemas (1958)

 

Poesia

 

Il nostro amore non sta nei rispettivi
e casti genitali, il nostro amore
neanche nella bocca o nelle mani:
tutto il nostro amore resiste palpitando
sotto il sangue puro degli occhi.
Il nostro amore, il tuo amore aspettano che la morte
porti via le ossa, il dente e l’unghia,
aspettano che nella valle solo
i tuoi occhi e i miei occhi rimangano vicini
a guardarsi già fuori delle orbite
quasi come due astri, come uno.

 

Continua a leggere

Firenze ~ Simone Weil

 

 

Fausto Melotti, Scultura n. 11

Fausto Melotti – Scultura n. 11, 1934, collezione privata, Archivio Fausto Melotti

 

Maggio Musicale e “fiaschetterie” fiorentine.

 

Firenze

 

Caro amico,
le sue preghiere non devono essere molto efficaci, perché le scrivo al suono della pioggia. Lei deve commettere un sacco di peccati: faccia attenzione. Può dire che per me è lo stesso, ma io non ho pregato, e accolgo con amicizia il tempo che viene. Questa pioggia primaverile e fiorentina è affascinante, e peraltro non c’è bisogno di sole dentro la cappella Medici, e non vedo nessun motivo per non passarci giornate intere. Vi ho già passato delle ore. Ero lungi dall’aspettarmi quel che vi ho provato. Quest’arte è troppo commovente, come la terza Sinfonia. Com’è dolorosa quest’Aurora! È il risveglio a una vita amara, a una giornata troppo dura, un risveglio di schiava; il risveglio di Elettra.

Continua a leggere

Joseph Beuys vs Beuys Joseph

 

Joseph Beuys, Autoritratto con cappello, 1970 ca, Serigrafia su PVC, recto/verso, 46 cm x 46 cm, firmata sul recto Joseph Beuys, Firenze, Galleria degli Uffizi

 

tot

 

Continua a leggere

Aharon Appelfeld / August Sander ~ La memoria di Shiko

 

 

August Sander, Middle-class child, 1925

August Sander, Middle-class Child, Germany 1925

 

Dalla guerra emersero molti bambini strani, ma Shiko era unico. La sua memoria, si diceva, non aveva limiti. Poteva ripetere senza sbagliare trenta numeri come se fossero non trenta, ma tre. La prima volta che lo visi eravamo in un campo profughi in Italia, in attesa di imbarcarci per la Palestina. A quei tempi girava con un gruppo di artisti bambini si sette e otto anni. C’erano giocolieri, mangiafuoco, e un bimbo che camminava su un filo legato fra due alberi; c’era anche una cantante bambina, Amalia, con una voce da usignolo. Non cantava in una lingua precisa bensì in una lingua tutta sua, un miscuglio di parole che ricordava da casa, di voci dei pascoli, di suoni del bosco e di preghiere del convento. Chi l’ascoltava, piangeva. Era difficile sapere cosa cantasse: pareva sempre che raccontasse una lunga storia piena di particolari segreti. Un amico di sette anni danzava al suo fianco, e a volte da solo. Ad Amalia piaceva guardarlo ballare, come fosse la sua sorella maggiore. Avevano la stessa età, o forse era ancora più giovane di lui, ma il suo sguardo era maturo e preoccupato, sembrava volerlo proteggere sotto le proprie ali. Un altro suonava tristi canzoni russe su un’armonica a bocca. Aveva sei anni, ma ne dimostrava di meno. Gli preparavano una cassetta, sulla quale montava per suonare.

 

Continua a leggere