Firenze ~ Simone Weil

 

 

Fausto Melotti, Scultura n. 11
Fausto Melotti – Scultura n. 11, 1934, collezione privata, Archivio Fausto Melotti

 

Maggio Musicale e “fiaschetterie” fiorentine.

 

Firenze

 

Caro amico,
le sue preghiere non devono essere molto efficaci, perché le scrivo al suono della pioggia. Lei deve commettere un sacco di peccati: faccia attenzione. Può dire che per me è lo stesso, ma io non ho pregato, e accolgo con amicizia il tempo che viene. Questa pioggia primaverile e fiorentina è affascinante, e peraltro non c’è bisogno di sole dentro la cappella Medici, e non vedo nessun motivo per non passarci giornate intere. Vi ho già passato delle ore. Ero lungi dall’aspettarmi quel che vi ho provato. Quest’arte è troppo commovente, come la terza Sinfonia. Com’è dolorosa quest’Aurora! È il risveglio a una vita amara, a una giornata troppo dura, un risveglio di schiava; il risveglio di Elettra.

Vi si potrebbero incidere questi versi bellissimi:

Seule je n’ai plus la force de tirer
le poids du chagrin qui m’entraine à terre.

Anche la Notte è un sogno di schiavo che non si rilassa, che dorme per soffrire meno. E infatti i versi

Caro m’è ‘l sonno, e più l’esser di sasso
Mentre che ‘l danno, e la vergogna dura, ecc.

Sono proprio di Michelangelo, compaiono in una buona edizione delle sue Rime. (Dove c’è anche un sonetto sulla notte, con questi tre versi:

O ombra del morir, per cui si ferma
ogni miseria a l’alma, al cor nemica
ultimo degli afflitti e buon rimedio…)

si capiscono meglio i versi “Caro ecc.”, e il sentimento che queste statue esprimono se si pensa che Michelangelo stava lavorandovi quando ha dovuto lasciar tutto per accorrere alla difesa di Firenze (come Archimede a quella di Siracusa) e fortificare San Miniato contro Alessandro de’ Medici, che è stato sconfitto e ha visto Firenze sottomessa per dieci anni a quest’Alessandro, che vi passava il tempo a comprare o violentare donne, fino al giorno in cui è stato assassinato (È il soggetto del Lorenzaccio di Musset).
A questo proposito, ho riflettuto molto sulla domanda che un giorno lei poneva (se i dittatori soffochino o favoriscano la civiltà). Firenze è stata più o meno una democrazia in senso proprio fino al 1378, data della rivolta dei lavoratori della lana. Dante, Giotto, Petrarca si collocano in questo periodo. Dopo la repressione della rivolta, i governi successivi sono stati più autoritari, ma sempre con lotte di partiti e libertà d’opinione. Machiavelli pone la fine della libertà d’opinione al 1466, Brunelleschi, Ghiberti, Donatello, Verrocchio, e tanti altri, e molti monumenti sono del periodo precedente. In quel momento Leonardo aveva 14 anni, Michelangelo è nato 6 anni più tardi, Machiavelli nel ’69, Lorenzo il Magnifico ha esercitato dal ’69 al ’92 un’autorità moderata dalle apparenze dell’eguaglianza repubblicana. Dopo la sua morte, le lotte di partito sono ricominciate, e Firenze non ha definitivamente smesso di essere una città che nel 1527. Solo (salvo dimenticanze) Benvenuto Cellini e il Giambologna sono del periodo che segue. E Galileo, ancora più tardi.
Si può concludere, tutto sommato che i periodi di slancio creativo, di ribollimento intellettuale, sono anche periodi di grande libertà e anche di discordie civili; e che in seguito a questi periodi solo un’autorità forse può favorire lo sviluppo, portando stabilità, costringendo il pensiero a concentrarsi e esprimersi per vie traverse, un fatto egualmente favorevole all’arte, che vive di trasposizione.
Qui ho riletto con passione le Istorie fiorentinee di Machiavelli. Ci sono passi più belli di Tacito, ammesso che questo sia possibile. Qui tutto sembra vivo.

(…)

Quanto a Firenze, è la mia città. Tra i suoi uliveti ho sicuramente vissuto una vita anteriore. Non appena ho visto i bei ponti sull’Arno mi sono chiesta cosa avevo mai fatto così tanto tempo lontana da Firenze. Se l’è chiesta certamente anche lei, perché alle città essere amate piace. Credo decisamente che stavolta non andrò a Venezia. Firenze e Venezia, troppo in una volta sola. Non ho il cuore libero per amare Venezia, perché me lo ha rapito Firenze.
Ci sono ancora un mucchio di cose belle che non ho visto, perché non visito le città, le lascio entrare in me per osmosi. Ma ho percorso a piedi, come di dovere, il Viale dei Colli, ubriacata dai profumi dei fiori e dalla moltitudine degli ulivi. San Miniato è davvero bella, al tramonto del sole. Ho contemplato a lungo il Concerto di Giorgione alla galleria Pitti (non so quali idioti l’attribuiscono da qualche tempo a Tiziano). Mi ha fatto una tenerezza particolare il Perseo di Benvenuto Cellini, sotto la bella Loggia dei Lanzi, e soprattutto le figure poste al disotto (la vergine nuda, il genio senz’ali che si leva in volo). Ecc. ecc.
Ecco i punti più salienti del Maggio Musicale (per colpa del quale, tra parentesi, si ha a volte l’impressione che Firenze manchi significativamente di Italiani). Glieli comunico affinché lei mi dia quanto prima dei pareri motivati, perché possono modificare i miei progetti:
Otello di Verdi, diretto da Sabata.
Tristano e Isotta, dir. da Elmendorff.
Cantanti: Karin Branzell, Amy Konetzny, Hans Grahl, Jos, von Manowarda, Hans Nissen.
Oedipus Rex di Strawinsky, e la Passione di Malipiero, dir. da Molinari.
Nozze di Figaro, dir. da Bruno Walter.
Incoronazione di Poppea di Monteverdi, dir. da Marinuzzi. (Giardino di Boboli)
Mi scriva fermo posta a Roma, perché vi passerò la Pentecoste (a causa della musica religiosa) e qualche giorno successivo. Al ritorno seguirò le tracce di San Francesco, che ho cercato proprio a questo fine nei Fioretti, poi mi ritufferò dentro Firenze.
(…)
Ho cercato nei Fioretti l’episodio della sosta presso la bella fontana, e l’ho trovato ancora più bello di quanto non mi ricordavo, soprattutto le parole di San Francesco:
“E questo è quello che io reputo gran tesoro, ove non è cosa veruna apparecchiata per l’industria humana; ma ciò, che ci è, si è nel pane accattato, nella mensa di pietra così bella e nella fonte così chiara; e però io voglio che noi preghiamo a Iddio che ‘l tesoro della santa povertà così nobile, il quale ha per servidore Iddio, ce faccia amare con tutto il cuore”.
Ecco come io intendo i piaceri puri.

S.W.

(…)

 

***

 

Arturo Martini, Testa di Vittoria
Arturo Martini, Testa di Vittoria, 1938

 

Firenze

Caro amico,
le sue indicazioni per il Maggio musicale corrispondevano ai miei gusti, e mi ci sono adeguata. Le nozze di Figaro, che non conoscevo (salvo dei brani) dirette da Bruno Walter in modo superiore a ogni elogio, mi hanno fatto un’impressione che può facilmente immaginare. Eppure quest’impressione è impallidita di fronte all’Incoronazione di Poppea, presentata nell’anfiteatro del giardino di Boboli sotto un cielo stellato, con il Palazzo Pitti a far da scena sullo sfondo. Ho rimpianto amaramente che lei non fosse qui, perché avrebbe assaporato questa meraviglia, di quelle il cui ricordo dura tutta una vita. Ma mi piace pensare che un giorno la sentirà. Il pubblico era freddo (banda di bruti!) ma per fortuna ho goduto io per tutto un anfiteatro. Una musica così semplice, così serena, così soave, così danzante… Ricorda come reagivo quando, dopo aver ascoltato Bach, metteva sul giradischi una cosa qualsiasi? Ebbene, ci sono melodie di Monteverdi che ammirerei ancora dopo il famoso Andante.
Il ritorno a Firenze è stato per me delizioso. Se il primo contatto con Firenze è una felicità, quanto si è più felici di ritrovarla come una patria che si è lasciata per un breve viaggio! È esattamente questa l’impressione che ne ho avuto. Per questa volta ho rinunciato decisamente a Venezia. Sono certa che, se mai la vedrò, l’amerò (non fosse che per obbedirle), ma altrettanto certamente non sarà mai così vicina al mio cuore come Firenze. Le bellezze di Firenze sono di quelle che D’Annunzio non cesserebbe mai di celebrare, credo. Lo dico a lode di Firenze, perché non condivido affatto la sua simpatia per il Fuoco, che mi raccomandava di leggere in una lettera; questo modo di vedere l’arte e la vita mi fa orrore, e sono certa che quell’uomo sarà profondamente e giustamente dimenticato.
A Firenze avrò accumulato in breve tempo una certa quantità di puri godimenti. Fiesole (da cui sono discesa per sentire Mozart…), San Miniato (dove sono tornata due volte, secondo me la più bella delle chiese fiorentine), la sacrestia vecchia di San Lorenzo, i Donatello, i bassorilievi del campanile, gli affreschi di Giotto a Santa Croce, il Concerto di Giorgione, Davide, l’Aurora e la Notte… e frammisti a questo versi di Dante, di Petrarca, di Michelangelo, di Lorenzo il Magnifico. (Lo conosce? Prima di venire qui non sapevo che ne avesse scritti: ce ne sono di molto graziosi:

Quant’è bella giovinezza
Che si fugge tuttavia…)

Rossini, Mozart, Monteverdi, Galileo, perché ho appena comprate le sue opere complete, e ho passato un luminoso pomeriggio a perlustrare le sue straordinarie scoperte sul movimento uniformemente accelerato; procura un piacere estetico non inferiore a nessun altro, soprattutto letto qui. Machiavelli, ecc. ecc. Quanto vorrei conoscere e capire il legame tra tutti questi fiori del genio italiano, invece di godere semplicemente alla superficie… Nella mia memoria ho collezionato molte “fiaschetterie” fiorentine (che bel nome!), perché mangio solo lì (pasta al sugo tra 70 centesimi e 1 lira) e ogni volta in una diversa. Una, vicinissima al Carmine (come sono belli gli affreschi del Masaccio!), piena di giovani operai e di pensionati, che si divertono a improvvisare canzoni, con versi e musica! Compiango molto gli infelici che hanno la sfortuna di aver soldi e mangiano nei ristoranti da 8 e 10 lire.
Si figuri che, a parte questo, a Firenze frequento la casa del Fascio, posta in un palazzo delizioso. Mi ci ha introdotto uno dei fondatori del fascio fiorentino, di mestiere ferroviere e ex sindacalista (di qui il contatto tra lui e me) con il quale era iniziata per caso una conversazione sulla terrazza di un caffè in piazza V.E. Nella casa del Fascio c’è un ufficio informazioni per stranieri dove sta un giovane intellettuale sincero, intelligente e, beninteso, simpatico (li scelgono così). Ho incontrato nel suo ufficio un marchese di una delle più vecchie famiglie fiorentine, molto ricco, molto fascista, molto interessante. Tra le cose che mi ha raccontato (noti che io non mi sono camuffata), certe mi sono simpatiche, altre meno. Troppo lungo da raccontare. Nell’ufficio del Dopolavoro mi hanno dato una raccolta di racconti scritti da operai; disastrosi, se li paragona con quelli dei diari che leggo (se ne ricorda?). scemenze parrocchiali in tutto il loro orrore. Per me, questo è un fatto significativo.
(…)
Grazie al cielo, in questo paese non c’è soltanto gente ossessionata da tutti questi miti, ma anche uomini e donne del popolo, ragazzi in tuta blu la cui fisionomia e il cui portamento sono stati visibilmente modellati solo dal contatto quotidiano con i problemi della vita reale. Bensì il suo amico condivida con loro quella nazionalità italiana cui attribuisce così tanto valore, credo di essere più vicina di lui a tutti costoro. È quanto ho pensato in particolare sul treno da Roma a Terontola (coincidenza per Assisi), in uno scompartimento pieno di tipi magnifici, operai tornati dall’Abissinia con i quali ho fraternizzato senza fatica. (Non parlo delle opinioni, ma del contatto umano).

(…)

S.W.

 

 

 

Queste lettere non hanno data, ma sono della primavera del 1937, scritte a uno studente, Jean Posternack. Apparvero in lingua originale sul numero 2/1953 di “Nuovi argomenti”. La presente traduzione è di Saverio Esposito apparsa con il titolo Lettere dall’Italia in “Linea d’ombra”, luglio/agosto 1990, n. 51.
Presso Castelvecchi nel 2015 è uscita con il medesimo titolo l’edizione di queste lettere.

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