Wolfgang Kliege ~ Helios-Elias

Wolfgang Kliege Helios-Elias, 2011 Legno, acciaio 80 x 340 x 162 cm Collezione del’ artista

 

Wolfgang Kliege, Helios-Elias, 2011 – Legno, acciaio – 80 x 340 x 162 cm – Casa Masaccio, Centro per l’arte contemporanea, San Giovanni Valdarno (Ar) – foto di Filippo Boni

 

 

 

Helios-Elias, piattaforma mobile dell’immaginario

 

La collocazione dell’opera Helios-Elias di Wolfgang Kliege nel Salone dell’Allocco (Villa Barberino, Meleto Valdarno, Ar – I), donata dall’artista alla collezione d’arte contemporanea della Casa Masaccio di San Giovanni Valdarno, ha anche una motivazione extra artistica, fatta di coincidenze e piccole scommesse che riflette l’imponderabilità dell’arte e la difficile ricostruzione dei suoi percorsi. All’interno di Giardino d’arte infatti l’opera notevole e impegnativa per le sue dimensioni era inserita in un contesto inusuale, oltreché inutile e improprio, “aggravando” e leggendo un suo nuovo possibile significato . Nel percorso di Zig Zag quel concetto di imprevedibilità si amplia e la contestualizzazione in un nuovo, benché identico, scenario potenzia il valore individuale dell’opera: siamo spinti infatti a riconsiderare la città, intesa come un mobile tessuto connettivo oltre la dimensione urbana, in un territorio che ridisegna la propria geografia. Nella presentazione di Contemporary City si parla di una città in «movimento», «luogo del conflitto», «sempre in pericolo», ma anche luogo di «cura», «zona autonoma temporanea», luogo che permette di «allargare il dominio della coscienza o dell’esperienza». Questa doppia significazione, una sottile ambivalenza che non è opposizione tra un negativo e un positivo ma dinamica interazione inerente al «caos», è espressa dalla parola «ospitale». Ospite è colui che giunge e viene accolto ma anche colui che sta e riceve chi arriva: il luogo ospitale così esprime una sospensione piuttosto che un’ambiguità, permettendo un continuo spostamento, una permanente instabilità della propria condizione. Noi qui riceviamo come temporanei cittadini la presenza dell’Helios-Elias di Kliege, ma siamo anche accolti nel suo visionario fare artistico.

 

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Lu Xun ~ «Eremiti» e «Morire in segreto»

 

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Eremiti

 

25 gennaio 1935

 

Quello di eremita è sempre stato un bel nome, anche se qualche volta viene preso in giro. Fra i più notevoli, i versi di satira su Chen Meigong [sec. XVIII], citati ancora oggi

Veloce una gru fra le nubi
Vola avanti e indietro dallo yamen del primo ministro

Credo che vi sia qui un malinteso. Da parte sua, egli «presumeva troppo di sé», per cui negli altri si generava una «sopravvalutazione»; dalle due parti «ci si è dimenticati di chi si trattava» e non si riusciva a «intendersi», ma non si rinunciava a «esprimersi»; dal che venne un gran questionare.

 

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Saul Bellow / Stanley Kubrick ~ Nonna Lausch e gli occhiali per la mamma

 

Stanley Kubrick, The Shoe Shine Boy

Stanley Kubrick, The Shoe Shine Boy, 1947

 

Sono americano, nato a Chicago – Chicago, quella tetra città – affronto le cose come ho imparato a fare, senza peli sulla lingua, e racconterò la storia a modo mio: primo a bussare, primo a entrare; a volte un colpo innocente, a volte non tanto. Ma il destino di un uomo è il suo carattere, dice Eraclito, e tutto sommato non è possibile dissimulare la natura dei colpi foderando la porta di materiale isolante o rivestendo di guanti le nocche.
Tutti sanno che l’eliminazione dei fatti va a scapito della chiarezza e della precisione: se si nasconde una cosa, si nasconde anche quella che viene dopo.

I miei genitori non ebbero molta importanza per me, anche se volevo bene a mia madre. Era una donna semplice, e ciò che appresi da lei non fu quel che insegnava, ma qualcosa di simile alle esercitazioni pratiche che si fanno a scuola. Non aveva molto da insegnare, povera donna. I miei fratelli ed io le volevamo bene. Parlo a nome di tutti e due: per il maggiore so di non sbagliarmi; per il più piccolo, George, devo rispondere io – era nato deficiente – ma non occorre che tiri a indovinare, perché aveva una canzoncina che cantava quando correva, strascicando i piedi nel suo rigido trotto da idiota, su e giù lungo la rete metallica del cortile:

Georgie Masci, Augie, Simey
Winnie Masci, volion tutti bene a mamma.

 

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Théophile Gautier ~ L’hashish

 

L’uroboros
L’uno è tutto, e perciò tutto e per questo tutto, e se l’uno non contiene tutto, allora il tutto è niente.

 

 

Caccia all'unicorno

Caccia all’unicorno, arazzo(fine XV secolo)

 

Da molto tempo sentivamo parlare, senza crederci troppo dei meravigliosi effetti provocati dall’hashish. Conoscevamo già le allucinazioni causate dall’oppio fumato; ma l’hashish ci era noto solo di nome. Parecchie volte alcuni amici orientali avevano promesso di farcelo assaggiare; ma sia per la difficoltà di procurarsi la famosa pasta sia per qualche altro motivo, il progetto non era ancora stato realizzato. Finalmente è accaduto ieri, e l’analisi delle nostre sensazioni sostituirà la recensione delle commedie che non sono andate in scena[1].

Da sempre gli orientali, la cui religione proibisce l’uso del vino, hanno cercato di soddisfare cin diversi preparati il bisogno di eccitazione intellettuale comune a tutti i popoli e che le nazioni dell’Occidente appagano per mezzo di alcolici e bevande fermentate. Il desiderio dell’ideale è così forte nell’uomo da fargli cercare di allentare, finché esso è in lui, i legami che tengono l’anima unita al corpo; e siccome l’estasi non è alla portata di tutte le nature, allora beve l’allegria, fuma l’oblio e mangia la pazzia sotto forma di vino, tabacco e hashish. – Che strano problema! Un po’ di liquore rosso, una boccata di fumo, una cucchiaiata di una pasta verdastra, e l’anima, essenza impalpabile, è modificata all’istante! Le persone serie fanno mille stravaganze; le parole sgorgano involontariamente dalla bocca dei taciturni: Eraclito ride a crepapelle e Democrito piange.

 

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Valdarno superiore ~ Lady Sydney Morgan

 

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«Subito… subito!»

 

Il genere di sentimento con il quale si cerca ogni grande città italiana dipende dal gusto, dall’obiettivo o dai punti di vista del viaggiatore. Per chi sia portato a ricondurre le proprie associazioni storiche al medio evo, Firenze è ciò che Roma è per il cultore di antichità classiche, o Loreto per il pellegrino devoto. L’autrice di queste pagine vi si avvicinò con l’emozione che ingenera un interesse a lungo accarezzato e atteso; e la lasciò con profondo rimpianto associato a tutto ciò che rende dolce il ricordo e che connette i legami della memoria con quelli del cuore. Lo scenario, l’aria, il luogo stesso dove sorge Firenze, la libertà che un tempo seppe gustare, il merito che ancora racchiude, la genialità che seppe produrre, il patriottismo che richiama alla mente, l’amicizia sperimentata di persona dei suoi abitanti e infine la raffinatezza, la cordialità e la gentilezza degli stranieri che vivono fra le sue mura, provenendo da ogni parte del mondo, lasciano profonde impressioni, ad un tempo deliziose e piene di tristezza

 

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