Clarice Lispector ~ “Felicidade clandestina” [1]

 

Candido Portinari - Menino com pião
Candido Portinari – Menino com pião (1947)

 

«Guardarsi allo specchio e dirsi meravigliata: come sono misteriosa. Sono così delicata e forte. E la curva delle labbra ha serbato l’innocenza. Non c’è uomo o donna che non si sia guardato per caso allo specchio senza rimanerne sorpreso. Per una frazione di secondo ci vediamo come un oggetto che è guardato. Ciò si chiamerebbe forse narcisismo, ma io la chiamerei: gioia di essere. Gioia di trovare nella figura esterna le eco della figura interiore: ah, allora è vero che non mi sono immaginata, io esisto» (La sorpresa, 19 agosto 1967)

 

Tra il 1967 e il 1973 Clarice Lispector pubblica ogni sabato una rubrica sul Jornal do Brasil. Sono appunti, abbozzi di storie, confessioni familiari, inutili e leggere considerazioni che paradossalmente, per lei che è considerata una scrittrice difficile, scrittrice dell’indicibile, riscuotono subito il successo di migliaia di lettori. Dispersi nel testo, nel tempo inaspettato del quotidiano, inserisce racconti da cui emergono tracce della propria infanzia e adolescenza. Venticinque di loro confluiranno nella raccolta Felicidade clandestina, che è anche il titolo del primo di questi racconti leggeri nel tema e misteriosi nel profondo a cui rimandano. Con Felicidade clandestina, apparso il 2 settembre 1967 con il titolo Tortura e gloria inizia a cadenza settimanale la pubblicazione di questi racconti, leggeri nel tema e misteriosi nel profondo a cui rimandano.

 

Felicidade clandestina

 

Era grassa, bassa, lentigginosa, e aveva i capelli esageratamente crespi. Si ritrovò con un petto enorme quando ancora tutte noi eravamo piatte. Come se non bastasse, riempiva le tasche della camicetta, quelle in alto sopra il petto, di caramelle. Ma possedeva ciò che qualsiasi bambino divoratore di storie vorrebbe avere: il padre proprietario di una libreria.

Se ne giovava poco. E noi meno ancora: anche per il compleanno, invece di qualche libriccino, ci dava in mano una cartolina del negozio del padre. Per giunta con i paesaggi della stessa Recife, dove abitavamo, con i suoi ponti. Sul retro, a lettere ricamatissime, scriveva parole come «Buon compleanno» e «Con affetto».

Ma che talento per la crudeltà. Era un concentrato di vendetta che succhiava rumorosamente caramelle. Come ci doveva odiare quella bambina, noi che eravamo imperdonabilmente carine, smilze, slanciate, con i capelli soffici. Nei miei confronti esercitò con fredda ferocia il suo sadismo. Per la mia ansia di leggere, io non notavo nemmeno le umiliazioni a cui mi sottoponeva, continuavo a implorarle che mi prestasse i libri che non leggeva.

 

Finché per lei arrivò il fatale giorno di cominciare a esercitare su di me una tortura cinese. Come per caso, mi informò che possedeva Nasino . Era un libro grosso, mio Dio, era un libro per viverci assieme, mangiandolo, cullandolo nel sonno. E completamente al di sopra delle mie possibilità. Mi disse di passare a casa sua il giorno dopo, che me lo avrebbe prestato. Fino al giorno dopo io mi incarnai nella speranza stessa della gioia: non vivevo, nuotavo placidamente in un mare dolcissimo. Il giorno dopo andai a casa sua, letteralmente correndo. Non abitava in un appartamento come me, ma in una vera e propria casa. Non mi fece entrare. Guardandomi dritta negli occhi mi disse che aveva prestato il libro a un’altra bambina, e di tornare a prenderlo il giorno dopo. A bocca aperta, me ne andai piano, ma presto la speranza mi invadeva di nuovo e ricominciavo a camminare per strada saltellando, che era il mio particolare modo di camminare per le strade di Recife. Quella volta non caddi nemmeno: la promessa del libro mi guidava, il giorno dopo sarebbe arrivato, i giorni dopo erano tutta la mia vita, l’amore per il mondo mi aspettava, camminai saltellando per le strade come al solito, e non caddi nemmeno una volta.

Bene, ma le cose non andarono così lisce. Il piano segreto della figlia del proprietario della libreria era paziente e diabolico. Il giorno dopo eccomi davanti alla porta di casa sua, con un sorriso sulle labbra e il cuore al galoppo. Per sentire la risposta calma: il libro non l’aveva lei, che tornassi il giorno dopo. A quel tempo non sapevo ancora come più tardi, nel corso della vita, il dramma del giorno dopo si sarebbe ripetuto col cuore sempre al galoppo.

E andò avanti così. Per quanto tempo? Non lo so. Lei sapeva che era un tempo indefinito, fino a quando il fiele non avrebbe smesso completamente di scorrere fuori dal suo grosso corpo. Io avevo già cominciato a sospettare che mi avesse scelta per farmi soffrire, a volte lo indovino. Ma, anche indovinandolo, a volte lo accetto: come se chi vuole farmi soffrire abbia bisogno che io soffra.

Per quanto tempo? Andavo ogni giorno a casa sua, senza saltare nemmeno un giorno. A volte diceva: ecco, il libro ce l’avevo ieri sera, ma tu non sei venuta, e allora l’ho prestato a un’altra bambina. E io, che non avevo mai avuto le occhiaie, avvertivo le occhiaie formarsi sotto i miei occhi sbalorditi.

Finché un giorno, mentre mi trovavo sulla porta di casa sua, ascoltando umile e silenziosa il suo rifiuto, apparve la madre. Doveva aver trovato strana l’opposizione muta e giornaliera di quella bambina sulla porta di casa. Chiese spiegazioni a tutte e due. Ci fu una confusione silenziosa, inframmezzata da parole poco chiarificatrici. La donna trovava sempre più strano il fatto di non riuscire a capire. Finché quella brava madre comprese. Si girò verso la figlia ed esclamò stupefatta: ma quel libro non è mai uscito di casa, e tu non l’hai nemmeno voluto leggere! E la cosa peggiore per lei non era questa scoperta. Era scoprire che razza di figlia si ritrovasse. Ci osservava con evidente orrore: la potenza della perversità di una figlia sconosciuta, e la bambina in piedi sulla porta, esausta, esposta al vento delle strade di Recife. Fu allora che, ricomponendosi, disse con tono fermo e calmo rivolta alla figlia: le presterai subito Nasino. E a me disse il massimo che mi sarei aspettata di sentire: «E il libro rimane a te per tutto il tempo che vuoi» è il massimo che una persona, piccola o grande che sia, possa desiderare.

Come raccontare quello che è successo dopo? Ero stordita, e fu in quelle condizioni che ricevetti il libro. Penso di non aver detto niente. Presi il libro. No, non me ne andai saltellando come al solito. Mi incamminai piano piano. So che lo tenevo con tutte e due le mani, stringendomelo contro il petto. Quanto tempo impiegai a tornare a casa, non conta poi molto. Il mio petto era caldo, il cuore raggelato, pensoso.

Arrivata a casa, non cominciai a leggere. Facevo finta di non avere il libro, solo per poi provare l’emozione di averlo. Alcune ore più tardi lo aprii, lessi qualche riga, lo chiusi di nuovo, mi misi a passeggiare per casa, mi attardai ulteriormente mangiando pane e burro, finsi di non sapere dove l’avevo messo, lo trovavo, lo aprivo per qualche istante. Creavo le complicazioni più false per quella cosa clandestina che era la felicità. Quanto indugiai! Mi sentivo fluttuare… In me c’erano orgoglio e pudore. Ero una regina delicata.

A volte mi sedevo sull’amaca, dondolandomi con il libro aperto in braccio, senza toccarlo, in purissima estasi. Non ero più una bambina con un libro: ero una donna col suo amante.

 

 

 

Candido Portinari
Candido Portinari – Grupo meninas (1940)

 

 

Traduzione da:
Clarice Lispector, La scoperta del mondo, 19671973 ; traduzione di Mauro Raggini -Milano : La tartaruga, 2001 – Collezione • Saggistica • [ISBN] 88-7738-332-1 • Traduzione di A descoberta do mundo – Classificazione Dewey • 869 (19.) Letteratura portoghese – pp.13-15.

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