Una strage ~ 18. «Vidi un fuoco che ardeva furiosamente»

 

Enzo Cucchi, Carro di fuoco, 1981
Enzo Cucchi, Carro di fuoco, 1981

 

Mentre a Castelnuovo si consumava la più tremenda delle scene (una settantina di corpi ammassati e bruciati in un’unica «orrenda pira»), il Tenente Danisch continuò la sua opera oscura di depistaggio e di colpevole compromissione, di parallela attività investigativa e meschina ricerca di un capro espiatorio. Comprendere il ruolo e la figura di questo Ufficiale, indiziato dagli Inglesi come la figura chiave dell’organizzazione della strage, non è semplice e mai sarà chiaro nella sua completezza. Presente nei giorni precedenti, sfrontatamente impassibile nelle ore delle uccisioni e «compiaciuto» del proprio operato a lavoro eseguito, non fu forse né il responsabile né tanto meno il comandante unico delle stragi: probabilmente aveva il compito di fare da tramite tra lo Stato maggiore del LXXVI Panzerkorps e la Hermann Göring, cui era stata affidata una vasta azione di «ricognizione» del territorio per dare un grosso colpo al fenomeno partigiano e distruggere gli impianti minerari. Poco importava se quel mandato sarebbe stato affrontato con spietatezza e crudeltà, come era pratica corrente per i reparti della Göring.

 

 

Enzo Cucci, Caccia mediterranea
Enzo Cucchi, Caccia mediterranea, 1979, tela

 

La mitragliatrice

 

A differenza di Meleto, dove i Tedeschi si accertarono che donne e ragazzi avessero abbandonato il paese, a Castelnuovo alcune persone riuscirono a rimanere nascoste nelle proprie abitazioni o addirittura furono testimoni diretti nei pressi della piazza. Inoltre, se da una parte sembra che i soldati, in forze più consistenti che altrove, si preoccupino di “rimanere nell’ambito di un numero stabilito”, dall’altra è evidente la violenza omicida diffusa e indiscriminata, la mancanza di “discernimento” delle situazioni più particolari e la velocità dell’esecuzione, senza cioè un riscontro numerico oggettivo.

Pia Bonci e Ernesta Pagni furono due delle testimoni dirette di quanto avvenne nella piazza, entrambe nella posizione dietro la mitragliatrice.

 

Più tardi, verso le ore 9,30 di quella mattina, dal giardino della mia casa che si affaccia proprio sopra Piazza IV Novembre, potei scorgere mio padre e mio fratello con un gruppo di altri uomini tutti addossati in linea e schiene al muro ad un lato della Piazza. D’improvviso si sentì il crepitio di una raffica di mitragliatrice e allora vidi mio padre, mio fratello e gli altri uomini raccolti, cadere a terra. Seguirono in successione altre raffiche di mitragliatrice. Andai fuori di testa per quello che avevo appena osservato e corsi in casa per dirlo a mia madre. (…) [1]

 

All’incirca intorno alle ore 10, mio marito evidentemente si accorse di me che stavo in piedi dietro la mitragliatrice: infatti iniziò a gridare: «Ernesta, Ernesta, salvami!». Addirittura mi parve che ad un certo punto abbia tentato di correre verso di me, ma fu proprio nel momento in cui i soldati aprirono il fuoco e così io lo vidi cadere a terra. Anche gli altri uomini, che erano lì radunati, caddero falciati dal fuoco della mitragliatrice. Credo di essere svenuta terrorizzata perché non ricordo più niente riguardo a ciò che successe dopo: posso solo dire che passai la notte in un campo vicino al cimitero, insieme ad altre donne del luogo.[2]

 

I colpi della mitragliatrice furono sentiti chiaramente sia da coloro che avevano raggiunto rifugi fuori del paese sia da chi era rimasto a casa: in queste testimonianze si parla di «parecchie raffiche di mitragliatrice», «improvvise» e «a vari intervalli».[3]

Che alcune donne fossero rimaste nel paese o avessero avuto la possibilità di rientrare nelle proprie case è dimostrato dalla vicenda di Roberto Filandi, che morì ucciso alla finestra da dove non si poteva muovere perché invalido: la moglie, la cognata e una vicina di casa lo trovarono attorno le 10 del mattino nel pieno della uccisione degli uomini in Piazza IV novembre.[4]

Al contrario, subito dopo la fucilazione, chi tentava di rientrare in paese o dal di dentro avvicinarsi alla piazza venne respinto dai soldati: Assunta Innocenti Degli aveva mandato da Santa Barbara la figlia a cercare il proprio marito ma questa non poté entrare perché «i soldati tedeschi stavano sorvegliando l’ingresso» al paese.[5] Inoltre fino alle ore 16 chi tenta in qualche modo di vedere cosa è successo in piazza non parla dell’«orrenda pira», come la chiama il Sergente Maggiore Crawley che brucia i cadaveri. Arduina Beni, ad esempio, fuggita da sopra la piazza pochi attimi prima la fucilazione, attorno alle 14 e 30 non riesce a raggiungere il contrafforte, ma non intravede neppure alcun segnale di fuoco.[6]

 

Rimasi in casa fin verso le ore 14,30 quando lo stesso Ufficiale tedesco, che avevo visto prima in Piazza, (…) entrò in casa cercando armi. Io tentavo di far capire che non avevamo armi in casa, ma quello le cercò lo stesso. Alla fine della sua inutile ricerca gli chiesi che fine avesse fatto mio padre e lui evasivo rispose che da parte sua aveva soltanto eseguito un ordine. Tentai immediatamente di precipitarmi verso la Piazza, ma un altro soldato mi impedì di farlo. Cercai mia madre che era fuggita via impaurita dalla nostra casa e la trovai nascosta, con parecchie altre donne, in un campo vicino al cimitero.

 

Enzo Cucchi, Fuoco prezioso
Enzo Cucchi, Fuoco prezioso, 1983

 

Il fuoco

 

Solo a partire dalle 16 si parla del «grande fuoco» appiccato alla catasta dei civili uccisi e questa è un’altra particolare differenza rispetto a quanto successe a Meleto o a Masseto dove invece il fuoco è contestuale alle fucilazioni o addirittura precedente. Già Agostino Foggi, che assistette per tutta la giornata nascosto nella sua abitazione prospiciente la piazza, affermò che

 

dopo circa un’ora dalla fucilazione i tedeschi accumularono sopra i caduti, alcuni dei quali certamente ancora viventi, del legname e materie infiammabili. Dettero fuoco a questo materiale verso le 16 e il fuoco durò violento fin verso le diciassette ora in cui i tedeschi si allontanarono cercando di incendiare le case della strada alcune delle quali bruciarono. Quando il fuoco si estendeva poco dopo le sedici, uno dei caduti che non conobbi e che era stato fino ad allora immobile sentito il calore si alzò seduto in un tentativo di allontanarsi, forse perché ferito alle gambe, ma un soldato tedesco prese un fucile che aveva appoggiato al muro e sparò altri tre colpi.

 

Così invece descrissero la scena le donne che si avvicinarono alla piazza:

 

Verso le ore 16 dello stesso giorno, feci rientro nel paese. Mentre camminavo verso la Piazza IV Novembre, vidi un gran fuoco che ardeva furiosamente presso la muraglia di sostegno della chiesa.[7]

 

Nell’entrare nella Piazza IV Novembre fui terrorizzata alla vista di un gran numero di cadaveri in fiamme. A quell’ora i soldati tedeschi erano ancora nella Piazza e non mi permisero di avvicinarmi al fuoco, così non potei riconoscere alcuno dei cadaveri.[8]

 

Verso le ore 17 di quello stesso giorno, lasciai il cimitero per andare in Piazza. Fui sconvolta nel vedere una quantità di corpi umani accatastati insieme, che bruciavano con violenza. A causa delle fiamme, non fui capace di riconoscere alcuno dei corpi.[9]

 

… verso le ore 17, entrai in paese per cercare mio marito. Andai in Piazza IV Novembre (…) dove fui rimasi terrorizzata nel vedere il fuoco consumare un gran numero di corpi umani. Non fui capace di riconoscere alcuno di questi corpi. Turbata da quella scena, lasciai di nuovo il paese e non tornai fino al 20 Luglio.[10]

 

Il fuoco divampò a lungo per tutta la serata e fino verso le 19 si parla di «corpi umani accatastati insieme che bruciavano con violenza».[11]

 

Nel frattempo, mentre i Tedeschi iniziano a lasciare il paese bruciando anche le case, inizia a correre la voce dell’entità della strage e con essa l’abbandono totale delle case e la ricerca di rifugi in campagna e nei monti. Dario Ussi, che era fuggito all’ultimo momento dalla piazza, fece ritorno a I Villini e avvertì le donne del posto, ma nessuna di loro fu in grado di riconoscere nessuno, forse per la violenza del fuoco ancora forte, l’orrore della scena e la paura che ancora fossero presenti i Tedeschi.[12]

 

Verso le 20 Anita Borgia ritrova il corpo del marito, Remigio Neri, nel nascondiglio presso casa, mentre solo dal mattino successivo, a partire dalle prime ore dell’alba, le donne riescono ad avvicinarsi e tentare, là dove è possibile, i difficili riconoscimenti. Rita Filippa Abrate, alle 5 del mattino, giunge in piazza libera dai Tedeschi e inorridita dalla scena si può avvicinare ai resti bruciati dei corpi umani accatastati: «Andai più vicino e scorsi quello che rimaneva di mio marito, che era completamente bruciato nella parte inferiore del corpo, ma aveva il volto ancora riconoscibile».[13] Pia Bonci riconobbe padre e fratello da pochi scampoli di abito e calzature.[14] Giulia Caselli addirittura riconosce uno dei calzini rimasto aderente alla pianta del piede come quelli che aveva dato al marito la mattina precedente.[15] Solo due uomini in piazza, Giovanni Pasinetti e Annibale Boni erano riconoscibili, perché non erano stati lambiti dal fuoco, il primo si trovava all’estremità destra del luogo, distante dagli altri, il secondo, invece, era sopra un mucchio di cadaveri bruciati.[16] Arduina Beni, che dal contrafforte in alto aveva assistito al concentramento degli uomini e che ricostruì agli Inglesi l’identità di ventidue uomini, riconobbe il padre «perché la testa e le spalle erano sfuggite al fuoco» e Ferruccio Abrate e Giovanni Mercante. La donna descrisse anche quello che lei ritenne l’Ufficiale comandante dell’operazione: «un uomo dall’apparente età di 22 anni, alto m. 1,68 circa, ben formato, occhi scuri, capelli scuri. Portava giacca e calzoni mimetici e non aveva alcun altro contrassegno particolare».[17] I cadaveri d’altronde continuavano «a bruciare senza fiamma» fino alla prima mattina del 5 luglio e solo dopo le 14 le testimonianze parlarono come di un termine: diversamente e da allora non era più possibile riconoscere nessuno.[18] Flavia Bruni, la perpetua della canonica presunse il cadavere del prete da un «pezzi della tonaca sfuggiti al fuoco»,[19] e Bruna Spaghetti, moglie di Emilio Pierazzini, trovo una «scarpa (ortopedica) simile a quella del marito».[20] Anche due giovani Ufficiali italiani che avevano disertato dopo l’8 settembre furono riconosciuti da Annunziata Paradisi Mrakic che li aveva ospitati.[21] Ancora l’8 luglio, dopo quattro giorni, Olga Mercante riconobbe il padre «dalla forma dei denti davanti e da una parte del suo vestito che non era bruciata».[22]

 

Nessun altra donna dichiarò agli Inglesi di aver riconosciuto i propri parenti nella piazza IV Novembre, mentre gli altri corpi nelle immediate vicinanze furono raccolti e sepolti con difficoltà. Ricordiamo che questi erano sei: Sabatino Pieralli, non censito dagli Inglesi, ucciso poco distante dal paese presso il Colto, Remigio Neri, nascosto in un rifugio vicino alla propria casa, Roberto Filandi, ucciso nella propria abitazione perché non in grado di camminare e raggiungere la piazza, ed Estevan Nannoni, Nello Donati e Amato Lucherini, che tentarono di fuggire nel burrone sottostante la piazza. Soltanto Roberto Filandi e Sabatino Pieralli furono sepolti prima dell’11 Luglio e al di fuori della fossa comune. Alla madre di Estevan Nannoni i Tedeschi ad esempio impedirono di raccogliere il corpo:[23]

 

Fui avvertito da un conoscente che il corpo di mio figlio giaceva nel burrone adiacente alla Piazza IV Novembre. Andai a cercarlo e lo trovai morto per una ferita nella parte bassa della schiena. Il suo corpo era parzialmente decomposto e lo riconobbi dal vestito che indossava. (…) Chiesi il permesso ai Tedeschi che erano ancora nel paese, se potevo seppellire mio figlio, ma essi rifiutarono.

 

 

Enzo Cucchi, Musica ebbra
Enzo Cucchi, Musica ebbra, 1982

 

San Martino di Pianfranzese: un perfido comandante o degli spietati esecutori?

 

Nella tarda mattinata a Massa Sabbioni, dopo le uccisioni di Meleto e Castelnuovo, un manipolo di soldati al comando di un Tenente risalì le colline sopra Castelnuovo, uccise appena fuori l’abitato Sabatino Pieralli, appiccò il fuoco e devastò alcune case sparse ed entrò nel piccolo paese, quattro case attorno ad una piazza, che nel frattempo si era svuotato degli uomini. Due di loro, il parroco e un giovane poco più che ventenne, per caso o per dovere, erano tornati in paese; catturati, furono sgozzati e poi gettati nel fuoco. Nel primo pomeriggio altri quattro uomini vennero uccisi nella stessa modalità a San Martino di Pianfranzese.

 

Difficile dire se si sia trattato dei medesimi soldati o se appartenessero ad un’altra compagnia che già nella mattina aveva occupato la zona attorno il “Castello” di Pianfranzese. Gli Inglesi considerarono gli uomini di Danisch i veri responsabili di queste morti, perché giunti in zona fin dall’alba. Questa lettura tuttavia deve far conseguire che, se Danisch giunse nella zona di  Pianfranzese per permettere alla Göring di effettuare la strage, bloccando i Partigiani nelle proprie postazioni, lo Stato Maggiore del LXXVI Panzerkorps, di cui la Wachkompanie era appunto compagnia di guardia, diverrebbe il vero ideatore di tutta l’operazione, vista l’importanza strategica di Pianfranzese. Al contempo i reparti della Göring, dall’Alarmkompanie Vesuv ai Pionieren sarebbero stati dei semplici e spietati esecutori. Purtroppo questa lettura si base alla fine su considerazioni più morali (la subdola perfidia del Tenente) che sull’analisi coerente dell’effettivo comportamento di tutte le forze in campo. Si ricordi che secondo lo storico Carlo Gentile, alla Hermann Göring era stata affidata la gestione di un’estesa operazione antipartigiana (Seidenraupe) dalla Val di Chiana alla zona mineraria del Valdarno, mentre in realtà il comportamento di Danisch non sembra del tutto coerente con la dinamica stragista. Avevamo già fatto notare l’insolita dinamica del comportamento della Wachkompanie al suo arrivo a San Martino e le incongruenze con quanto si sta compiendo a valle proseguono anche dopo le 11.

 

Quella che sembra un’azione estenuante e crudele nel tenere sul filo della morte gli ostaggi e poi rivalersi solo su alcuni di loro, liberandone altri, è la spia di un meccanismo della strage non univoco, dal momento che il Tenente Danisch al comando delle operazioni tiene un comportamento diverso da quello tenuto negli altri paesi dove i comandi sono veloci, i tempi di rastrellamento studiati e i margini di manovra dei civili ridotti al minimo.

 

Quando Danisch decide di trattenere quattro dei quattordici prigionieri di San Martino, lasciando liberi tutti gli altri e unendoli ad altri sedici prelevati dal Castello poco distante, sono le 10 del mattino ed è l’ora in cui a Meleto e Castelnuovo si stanno uccidendo più di 170 uomini. Tutti vennero condotti a San Cipriano. Tra coloro che invece erano stati lasciati liberi vi erano anche Giovan Battista Cappelli, Amedeo Ermini e Pasquale Borgheresi, tre boscaioli non più giovani, che con il fermo di Giuseppe Bruno, Derlindo Bucchi, Giorgio Capitani e Giuseppe Innocenti hanno creduto che i Tedeschi abbiano concluso la loro missione esplorativa, corredata anche di una trattativa con i Partigiani.

 

Purtroppo il Sergente Maggiore Crawley non colse a fondo la dinamica dell’azione e inserì l’accaduto nel medesimo copione di Meleto, Massa e Castelnuovo dei Sabbioni, finendo per interrogare solo i civili che vivevano a San Martino dove avvennero le uccisioni, escludendo di indagare sulla fattoria di Pianfranzese, a ridosso della postazione della Castellani e conosciuta dai repubblichini locali e Wehrmacht come crocevia importante per i movimenti di Partigiani e tedeschi, entrambi interessati ai viveri lì presenti.[24]

 

A conferma di un comportamento complessivo anomalo si ricordi che in questo frangente la moglie di Amedeo Ermini porterà del caffè al marito tenuto in ostaggio, a riprova che la situazione è sì di angosciante attesa, ma al tempo stesso c’è anche una calma insolita. Inoltre, nel ricordo di Giorgio Grassi, il parroco Don Giuseppe Cicali, durante la presa in ostaggio, avrebbe ottenuto addirittura il permesso di celebrare la Messa a cui parteciparono gli stessi familiari degli uomini catturati: nella testimonianza del prete, invece, la Messa venne celebrata non appena i Tedeschi ripiegarono «verso San Cipriano». Se negli altri paesi si invita immediatamente la popolazione a lasciare le proprie case per incendiarle, a San Martino le donne e i ragazzi sono potute rimanere nelle proprie abitazioni.

Attorno alle 10 la piatta e inconcludente attesa a San Martino prese una svolta. Secondo il parroco Don Giuseppe Cicali:

 

Verso le ore 9, l’Ufficiale tedesco risalì sull’automobile e fu condotto via dal suo autista ritornando nella direzione di San Cipriano. Dopo un po’ di tempo però l’automobile ritornò, ma con l’autista al posto dell’Ufficiale c’era un altro soldato in uniforme tedesca. Scesi dall’automobile si avvicinarono al nostro gruppo e l’autista indicò con la mano quattro del nostro gruppo e disse: « Voi quattro uomini sarete trattenuti come ostaggi contro qualsiasi attacco di Partigiani ». Alcune donne del paese, che stavano radunate in­torno a noi, a sentire queste parole cominciarono a piangere. Fu allora che l’altro soldato prese parola in perfetto italiano: « Se voi vorrete avere notizie dei vostri parenti, venite a San Cipriano ». I quattro ostaggi, il dottor Giuseppe Bruno, Giorgio Capitani, Giuseppe Innocenti e Derlindo Bucchi, furono fatti salire sul camion, che si allontanò in direzione di San Cipriano. Non sono sicuro però che tutti i soldati tedeschi abbiano lasciato il paese.

Partito il camion con i soldati, potei celebrare la Messa nella chiesa del paese. Quando fu terminata, rientrai in casa, ma non trovai mia madre. Preoccupato la cercai nei boschi vicini.[25]

 

 

Enzo Cucchi, Lezione
Enzo Cucchi, Lezione, acquerello su carta e scultura in gesso, 2004

 

Tutti gli ostaggi a San Cipriano e il ritrovo alla Minierina

 

Il camion pieno di ostaggi e soldati giungerà attorno le 11 e 30 a San Cipriano, quando gli altri ostaggi lì presenti lo videro arrivare da un campo dove erano stati messi a fare un lavoro di mimetizzazione di autoveicoli. Tutti lo riconobbero come lo stesso camion alla guida del quale era il Maresciallo comandante dei soldati che erano comparsi durante un funerale a Meleto. A questo punto gli uomini in mano a Danisch sono venticinque: i quattro di San Martino, i sedici del Castello di Pianfranzese, i tre di Meleto, uno di Santa Barbara più un presunto infiltrato non conosciuto da nessuno. Nelle Dichiarazioni si parla solo dei camion ma non della vettura con il Tenente Danisch e l’autista Casuski: il Tenente infatti ricomparirà solo negli interrogatori del pomeriggio. [26]

 

Attorno a mezzogiorno a San Martino gli eventi precipitano. I tedeschi hanno inscenato una rappresaglia, hanno fatto di tutto per farsi notare dai Partigiani, non hanno mobilitato una compagnia di soldati molto nutrita, pur essendo presenti in vari punti della zona circostante, non hanno cercato di fare le operazioni con fretta, infine se ne sono andati permettendo ai “risparmiati” e alle loro famiglie di fuggire. Fulvio Pasquini, nipote di Pietro e figlio di Guido, entrambi uccisi a Meleto, quella mattina si trovava bei pressi di Pianfranzese e venne catturato vicino al Castello. La sua testimonianza dà un quadro prospettico più ampio rispetto alle Dichiarazioni rilasciate dalla gente di San Martino agli Inglesi:

 

Il giorno 3 luglio, mio padre comandò a me e mio fratello di andare su per la montagna da una famiglia a pulire un fondo della sua casa perché la mattina dopo mio zio ci doveva portare i buoi della nostra stalla, perché nella zona si sentiva dire che passavano i tedeschi dalle case dei contadini e le bestie che trovavano le portavano via. La mattina del 4 luglio mi alzai presto e mi incamminai per andare a incontrare mio zio che doveva arrivare su con i buoi. Quando arrivai alla casa del Begliuomini vicini a Pianfranzese mi dissero delle persone che erano nel campo a lavorare: “Dove vai? Senti come sparano?”. Continuai ad andare. Un po’ più giù vicino ad una casa vidi due tedeschi ed erano armati; allora mi buttai giù nel bosco (…) Cominciò a piovere e si tornò indietro. Quando arrivai alla casa del Crini si vide una decina di uomini messi al muro fra i quali c’era anche mio fratello che aveva 14 anni e quei due tedeschi con i fucili puntati. Fermarono pure noi ci misero insieme a loro, ci fecero tornare verso Pianfranzese e via via che trovavano uomini lungo la strada venivano raggruppati con noi. Arrivati a Pianfranzese lungo il viale c’erano una decina di automezzi: camioncini, automobili, jeep; erano tutte guaste, perché non riuscivano a partire. Ci diedero l’ordine di spingerle in piazza. (…) Una volta finito il lavoro io credevo che ci mandassero a casa e invece a mezzogiorno ci caricarono su un camion e ci portarono a San Cipriano; mentre passavamo giù si vedeva bruciare a Meleto, ma non pensavo che avessero fatto questa strage umana.[27]

 

Il Pasquini, conferma perciò l’ora in cui una ventina di uomini furono portati a San Cipriano e parla di un rastrellamento effettuato soprattutto nelle abitazioni sparse dei contadini. Il Castello di Pianfranzese sembra il luogo operativo centrale di tutta l’azione, mentre la zona interessata non riguarda solo il piccolo paese di San Martino ma comprende tutto il circondario a ridosso delle postazioni partigiane. La Wachkompanie di Danisch ne sembra interamente responsabile perché andandosene porta con sé tutti i catturati. A fronte di questa evidenza rimangono però alcuni interrogativi: perché vengono fatti gli ostaggi che risultano in numero maggiore delle persone su cui ricade la rappresaglia e che legame vi è tra le due azioni? Quando Crawley scriverà le conclusioni dell’Inchiesta leggerà nel comportamento di Danisch una subdola pretestuosità: che senso avrebbe avuto, si domanda il Sergente Maggiore, interrogare nel tardo pomeriggio gli ostaggi di San Martino per indagare la loro appartenenza ai Partigiani se poche ore prima aveva già ucciso quattro uomini del paese? La spiegazione trova risposta nella considerazione morale del comportamento dei Tedeschi che avrebbero agito con perfida determinazione.

 

Se il grosso della cattura degli ostaggi infatti avviene attorno al Castello di Pianfranzese, l’epilogo sanguinoso e la devastazione delle case riemerge improvvisamente ad opera di un gruppo molto ristretto di soldati. Quando il pericolo sembra scampato il piccolo paese si trova di nuovo invaso dai Tedeschi. Per questo nuovo e inatteso capitolo della storia è determinante la testimonianza del 1944 di Giovacchino Moracci, un anziano di 72 anni.

 

(…) verso le ore 11, stavo lavorando in un campo vicino alla mia casa [in San Martino di Pianfranzese] quando apparvero due soldati tedeschi. Uno di loro mi fece il segno di avvicinarmi e, parlando un italia­no poco corretto, capii che li dovevo seguire. Si incamminarono verso il centro del paese, in quella che si chiama l’aia del Bigazzi. C’erano altri soldati, anche se non ricordo il numero preciso: tenevano in ostaggio quattro uomini, tre dei quali erano persone conosciute del paese, Pasquale Borgheresi, Amedeo Ermini e Giovan Battista Cappelli, mentre mi sfugge il nome del quarto uomo.
Rimanemmo nell’aia all’incirca due ore in attesa fino a che i soldati aggiogarono due paia di bovi a due carri. A me e all’uomo di cui non ricordo il nome ci fu ordinato di salire su uno dei carri. Così fecero anche molti dei soldati lì presenti, mentre mi ricordo che sicuramente altri soldati fossero rimasti nell’aia con i tre uomini di San Martino.
Accompagnati dai soldati sui carri dei bovi, lasciammo il paese per la strada che va verso Santa Barbara. Appena partimmo, iniziò ad alzarsi il fumo dall’interno del paese nei pressi dell’aia del Neri: devo dire però che non vidi né udii nient’altro di in­solito.
[28]
Quando arrivammo all’abitato di Bomba, i soldati scesero dai carri per bere del vino e riprendemmo il cammino dopo circa dieci minuti: finalmente – alle ore 17-18 circa – arrivammo alla miniera Poggio Àvane, dove con altri soldati tedeschi incontrai due uomini di Meleto che conosco di nome come Arturo Panichi e Ido Matassini. Ci fermammo  alla miniera Poggio Àvane. Verso le ore 21 di quella stessa sera, il Panichi e il Matassini furono lasciati partire da Poggio Àvane. Poco dopo anch’io e l’altro uomo fummo lasciati andare. Potei riprendere i bovi e i carri.
Facemmo ritorno a San Martino verso le ore 23. [29]

 

L’arrivo di questo carro di buoi dalla direzione di San Martino alla Minierina di Poggio Avane con «due civili e quattro soldati» fu confermato da Ido Matassini e Arturo Panichi: secondo quest’ultimo però il carro sostò lì per un po’ per poi ripartire «in direzione di Santa Barbara»[30], mentre al contrario per il Moracci furono per primo gli ostaggi di Meleto ad essere lasciati tornare nel proprio paese attorno alle 21 e solo dopo fu permesso a lui di ritornare a San Martino dove vi giunse alle 23. Comunque sia gli orari del racconto del Moracci sono significativi: alle 11 del mattino è condotto in piazza del paese, dopo circa due ore di attesa (ore 13-14) viene costretto a guidare il carro «verso Santa Barbara». Solo dopo 3-4 ore, anche per la sosta di dieci minuti a Bomba, giungono alla Minierina di Poggio Avane, che risulta essere così una stazione di raccolta dei soldati impegnati in tutto il territorio interessato alla strage. Secondo Arturo Panichi anche l’Ufficiale comandante l’operazione di Meleto, che lo aveva catturato e tenuto fuori dal gruppo degli altri, vi arrivò con una decina di soldati verso le 21, quando cercò di convincere il Matassini ad arruolarsi con loro e decidere poi la loro liberazione.

 

Alla medesima ora la comunità intera di San Martino ha ripreso possesso del paese dopo aver passato il pomeriggio a spegnere gli incendi delle case e ad aver trovato, quasi casualmente, i cadaveri dei tre compaesani più una quarta persona a tutti ignota. Secondo gli Inglesi questa quarta persona sarebbe stata Giuseppe Corsi, costretto già dalla fine di giugno a lasciare la propria abitazione di Cetinale alla volta di Caiano, una serie di case nei monti ancora più in alto rispetto a San Martino, per far posto allo Stato Maggiore del LXXVI Panzerkorps dove la sera precedente aveva deciso di fare ritorno per prendere dei medicinali. Secondo le autorità comunali tuttavia quest’uomo, possidente terriero e, si presume, ben conosciuto in zona, sarebbe stato in realtà catturato e ucciso a Castelnuovo.

Il parroco del paese, Don Giuseppe Cicali, che era ripiegato verso i Partigiani, trovò i cadaveri nell’aia del Neri: stavano bruciando ed erano stati sgozzati con le baionette. «È duro dover descrivere il modo come furono uccisi» disse il prete agli Inglesi. Giuseppe Giannetti, a sua volta, affermò: «I corpi erano stati incendiati con della benzina e della paglia gettata sopra di loro. Infatti, mentre cercavo di tirar fuori i corpi dal fuoco, sentivo i forti odori dei vapori di benzina». Infine la moglie di Amedeo Ermini, presente in casa alla “seconda” cattura del marito, descrisse l’abbigliamento dei soldati «calzoni corti e camicia kaki» come sostanzialmente diverso dalle tute mimetiche indossate dai soldati a Meleto e Castelnuovo, ma simile alla compagnia che giunse a piedi a Massa.[31]

 

 

Enzo Cucchi, Paese ardente
Enzo Cucchi, Paese ardente, olio su tela, 1998-1999

 

«Il Capitano è molto compiaciuto»

 

Nel primo pomeriggio a San Cipriano il Tenente Danisch aveva interrogato i quattro ostaggi di San Martino. Come era avvenuto per gli ostaggi di Meleto, nelle Dichiarazioni traspare una diffidenza reciproca, come se alla fine fosse rimasto il dubbio che qualcuno abbia passato informazioni compromettenti. Dopo alcune ore infatti il Tenente Danisch se ne uscì fuori con una manifestazione di “compiacimento” sull’insieme della giornata e lasciò liberi gli ostaggi di tornare a casa. Le domande non riguardarono più la localizzazione delle postazioni partigiane, richieste il giorno prima agli ostaggi di Meleto, ma i nomi dei componenti della Castellani, l’utilizzo degli autoveicoli rubati ai Tedeschi e la produzione della Miniera. Questa la Dichiarazione di Derlindo Bucchi:

 

Un po’ di tempo dopo mezzogiorno, noi quattro di San Martino fummo prelevati dalla stanza dove eravamo stati rinchiusi e interrogati uno alla volta in un’altra stanza. Il Dottor Bruno fu il primo ad essere chiamato, seguito da Innocenti e poi da Capitani. Subito dopo fu il mio turno e fui accompagnato fuori dalla stanza dallo stesso uomo che ci aveva scelto come ostaggi a San Martino. Mi portò in un’altra stanza nello stesso edificio, dove vi trovai lo stesso Ufficiale tedesco del mattino e un altro soldato ancora, che faceva da interprete ed era quello che aveva accompagnato l’attendente dell’Ufficiale a San Martino. L’Ufficiale mi rivolse allora queste domande:
«Cosa sai a proposito dei Partigiani di San Martino?» e «Qual è la produzione della miniera di Castelnuovo?»
Risposi a queste domande per quanto mi era possibile dire e mi fu quindi permesso di tornare con il resto degli ostaggi
.[32]

 

A seguito degli interrogatori, che sembrano essere fatti solo ai quattro di San Martino, attorno alle 18 agli uomini viene dato il permesso di tornare al proprio paese, perché, dirà loro l’attendente, «il ‘Capitano” è molto compiaciuto per come sono andate le cose a San Martino». Più precisamente Giorgio Capitani venne liberato dopo il primo interrogatorio e il “compiacimento” dell’Ufficiale è comunicato solo a Derlindo Bucchi e Giuseppe Innocenti, mentre a Giuseppe Bruno invece viene aggiunto: «[Strada facendo] potrete vedere cosa è successo a Meleto». I tre così tornarono dopo le 19 verso San Martino, mentre gli altri ostaggi, quelli catturati a Meleto la domenica e i sedici prelevati nei dintorni del Castello, rimangono ancora un giorno a San Cipriano.

Non basta presupporre, come fece Crawley, il carattere pretestuoso degli interrogatori. Forse è più verosimile pensare che l’«informazione» ricevuta (da Capitani?), per cui il giorno successivo Danisch libererà tutti i detenuti, non è legata all’attuazione della strage. Può essere al contrario una motivazione post factum da utilizzare da parte dello Stato maggiore come giustificazione di quanto commesso dalla Göring o ancora un’informazione riguardante l’operato dei Partigiani indipendente dall’azione stragista stessa. D’altronde è strano che Danisch inviti a vedere cosa si è fatto a Meleto e non a San Martino dove gli uomini sarebbero tornati.

 

La testimonianza di Fulvio Pasquini ne è una conferma:

 

Arrivati a San Cipriano ci chiusero in una stanza di una casa delle Carpinete. La sera verso le sette (…) chiesi ad un tedesco: “Camerata cosa è successo a Meleto?”. “Siete di Meleto? – rispose lui – Avete avuto fortuna a non esserci perché stamani hanno ucciso tutti.” Si fece tardi; con noi ci mandarono un individuo che, da come  parlava mi era parso una spia e da noi cercava di capire se sapevamo qualcosa dei Partigiani; questa persona era un italiano. La mattina dopo i tedeschi lo chiamarono prestissimo e andò con loro; sempre quella mattina più tardi mi vidi arrivare mia madre e non so come avesse saputo che mi trovavo lì. Quando la vidi ebbi un senso di sollievo: ci parlammo alla finestra, ma si vedeva che aveva pianto; subito le chiesi notizie del paese, ma lei non mi confermò pienamente quello che era successo, mi voleva fare coraggio. Nel tardo pomeriggio i tedeschi ci chiamarono uno alla volta e con la pistola puntata ci interrogavano sui Partigiani, volevano sapere dov’erano e cosa sapevamo di loro; ma lì nessuno parlò, poi io e mio fratello eravamo giovani, non sapevamo nulla. Poi ci mandarono via e ci dissero: “Andate via e non vi fate riprendere, perché la prossima volta vi ammazziamo”.

 

note:

 

[1] Dichiarazione del 28 Ottobre 1944 di Pia Bonci. La donna era già stata sentita nell’inchiesta preliminare cosiddetta Stump fatta nell’immediato post Liberazione. Si noti a margine che le testimonianze ritenute significative, perché in qualche modo rese da testimoni oculari della vicenda, non furono, a differenza di quanto avvenne a Meleto, raccolte immediatamente dagli Inglesi ma alcune giunsero fin due mesi più tardi (Arduina Beni e Dario Ussi), a riprova che a Castelnuovo la costruzione della narrazione della strage partì da zero.
[2] Dichiarazione del 31 Ottobre 1944 di Ernesta Pagni vedova di Zanobi Borchi.
[3] Si vedano le Dichiarazioni di Luigia Merluzzi vedova Baldassini dalla propria abitazione de I Villini, di Fosca Borgia vedova Camici appena fuori il paese, Elisa Cuccoli vedova Balbetti da San Michele in Colle, di Maria Rossi, e quelle dal rifugio antiaereo delle Màtole, di Rita Abrate, di Evira Tognazzi vedova Garzonetti e Tosca Secciani vedova Foggi.
[4] Dichiarazione del 26 Ottobre 1944 di Assunta Camici vedova Filandi, Anna Camici e Brunetta Zeni in Camici. Secondo una dichiarazione di Assunta Camici del 5.10.1944 (Archivio del Comune di Cavriglia, Morti nel 1944 non denunziati) rilasciata al Comune di Cavriglia e da varie testimonianze, sembra che Roberto Filandi sia stato affacciato alla finestra, nel momento in cui passavano i Tedeschi che stavano rastrellando gli uomini. Un soldato gli intimò di uscire di casa; egli, non potendosi muovere agevolmente, rimase alla finestra. Il soldato sparò ed egli cadde in avanti rimanendo penzoloni: il sangue, che usciva copiosamente dalla ferita, bagnò il muro esterno della casa sotto il davanzale della finestra: la vistosa macchia di sangue, rimasta per molto tempo sul muro, fu vista da moltissimi testimoni. La dichiarazione di Brunetta Camici racconta invece di un soldato che entra in casa e lì attua l’omicidio.
[5] Dichiarazione del 25 Settembre 1944 di Assunta Bottai Innocenti Degli, ma anche le dichiarazioni di Clara Innocenti vedova Brandini del 19 settembre 1944 o di Tosca Secciani vedova Foggi del 2 ottobre 1944.
[6] Dichiarazione del 2 Novembre 1944 di Arduina Beni, ma si veda anche la moglie di Domenico Biagini, Maddalena Venturi.
[7] Dichiarazione del 31 Ottobre 1944 di Gina Rosseti.
[8] Dichiarazione del 25 Settembre 1944 di Elisa Dallan vedova Trefoloni.
[9] Dichiarazione del 21 Settembre 1944 di Anita Borgia Neri.
[10] Dichiarazione del 4 Dicembre 1944 di Sveda Neri vedova Rossinelli; si veda anche la dichiarazione di Fanny Neri vedova Cavicchioli del 18 Ottobre 1944.
[11] Dichiarazione del 19 Settembre 1944 di Luigia Merluzzi ved. Baldassini, ma si veda anche quella di Tosca Secciani vedova Foggi. Entrambe queste donne si rifugeranno nel rifugio dentro la Miniera delle Bicchieraie e rimarranno lì fino alla Liberazione: questa miniera, secondo Emilio Polverini, arriverà ad ospitare un migliaio di persone. Cfr anche la Dichiarazione di Corradina Lucherini.
[12] Si vedano le Dichiarazioni di Fernanda Periccioli vedova Biancalani, di Marcella Rossi vedova Cavalli, di Santa Tilli vedova Pasinetti, di Maria Carolina Allegri vedova Giuffredi, di Ersilia Piccioli vedova Periccioli, nonché di Adele Vannini moglie dello stesso figlio di Dario Ussi.
[13] Dichiarazione del 15 Settembre 1944 di Rita Filippa Abrate.
[14] Dichiarazione cit. di Pia Bonci.
[15] Dichiarazione del 20 Settembre 1944 di Giulia Caselli vedova Paciscopi.
[16] Dichiarazioni del 28 Ottobre 1944 di Giuseppe Bonci e del 13 settembre 1944 di Rossana Boni.
[17] Dichiarazione cit di Arduina Beni. Oltre al padre, Giovanni Beni, la donna indicò tra gli uomini in piazza il parroco Don Ferrante Bagiardi, Agostino Burbui, Teodosio Rossinelli, Fedele Trefoloni, Fortunato Bonci, Andrea Giannini, Domenico Biagini, Giuseppe Polverini, Giuseppe Brandini, Girolamo Periccioli, Federigo Biancalani, Giovanni Pasinetti, Augusto Baldassini, Otello Giuffredi, Giorgio Cavalli, Ottavio Caselli, Giovanni Mercante, Ferruccio Abrate, Santo Grillo, Domenico Minenna, Ivo Cristofani.
[18] Dichiarazione cit. di Assunta Bottai ved. Innocenti Degli.
[19] Dichiarazione del 19 Settembre 1944 di Flavia Bruni.
[20] Dichiarazione del 26 Settembre 1944 di Bruna Spaghetti ved. Pierazzini.
[21] Dichiarazione del 22 Settembre 1944 di Anna Paradisi Mrakic.
[22] Dichiarazione del 20 Settembre 1944 di Olga Mercante.
[23] Si vedano le Dichiarazioni di Lola Donati Rejnaldi, di Isolina Perini, di Assunta Camici vedova Filandi, di Anita Borgia vedova Neri.
[24] Si veda PRO 013-014. Rino Romiti in R4L1944 testimonia quanto accaduto in quel periodo: «Un giorno a Bomba, piccola frazione poco distante da casa mia, capitò un fatto strano. Le persone del paesino videro una motocicletta che scendeva da Pianfranzese con sopra un certo Noferi, il tipografo di San Giovanni [conosciuto come repubblichino, subì nell’immediato dopoguerra processi con l’accusa di collaborazionismo con i tedeschi], e gridava: “Lassù ci sono i Partigiani, ci ammazzano tutti! Ci ammazzano tutti!” E disse che era andato su a fare un giro a Pianfranzese e alla fattoria di Pianfranzese i Partigiani che erano sull’avamposto gli avevano sparato, ma non erano riusciti a colpirlo. Il giorno dopo questo fatto si cominciò a sentire delle cannonate; i tedeschi avevano puntato il cannone del carro armato verso Pianfranzese e colpirono la casa del Bartolozzi. Dopo pochi giorni, neanche una settimana successero i fatti del 4 luglio. (…) Quando si fece sera andai in montagna su a Pianfranzese per nascondermi meglio; nel bosco mi incontrai con i Partigiani. Da loro seppi che dalla piccola frazione di Pianfranzese i tedeschi avevano preso un camion di uomini, raccolti nelle case dei contadini e quelli che trovavano nei campi. Li avevano portati a San Cipriano. In seguito si disse che questi uomini li avevano tenuti di riserva in caso che gli uccisi non fossero stati sufficienti. I Partigiani stavano confabulando dicendo che dovevano scendere per venire a difendere almeno queste persone, ma altri dicevano: “Ragazzi ma dove volete andare con quattro pistole e due fucili? Appena arrivate giù vi ammazzano subito!”. E la cosa finì lì, perché più che essere Partigiani erano giovani che si nascondevano, che se i repubblichini li trovavano a casa li prendevano e li mandavano al fronte». Riguardo all’episodio del cannoneggiamento di Pianfranzese vedi la testimonianza di Marisa Guerrini in http://www.cultura.toscana.it/eccidi/doc_fonti/testimonianze/4_luglio_44.shtml.
[25] Dichiarazione del 27 Novembre 1944 di Don Giuseppe Cicali.
[26] Dichiarazioni di Livio Lombardini, Lorenzo Fabbrini, Omero Quartucci e Paolo Verzetti.
[27] Testimonianza di Fulvio Pasquini in R4L1944.
[28] Secondo Giorgio Grassi (PMNSC: 248-258), l’episodio dell’aereo inglese che passa sopra Massa, sgancia delle bombe e vira sopra Le Corti, tra Massa e San Martino, segna il precipitare della situazione. Sarebbe stato allora che i soldati se ne sarebbero andati e subito dopo la dinamica dell’azione sarebbe divenuta molto convulsa: «I Tedeschi, verso le quattordici, riapparirono a San Martino. Ritornarono e questa volta avevano un assetto ancora più … più da guerra» (…). Si prese […] un po’ di roba e tutta la gente… chi andava verso Massa, chi andava verso i’ Marzoli, chi andava verso Montedomenici… e noi si decise di andare verso Pianfranzese. E si passò per la strada: appena […] un pochino più in giù, cominciarono, allora… l’operazione. Perché buttavano un po’ di benzina , nelle case, e le bombe. E lì [nel] pagliaio, loro purtroppo li sgozzarono… . […]. Noi s’era lì sotto… a venti metri. […] Si sentiva gridare: le urla».
[29] Dichiarazione del 21 Dicembre 1944 di Giovacchino Moracci. Incrociando la testimonianza di Fulvio Pasquini si può pensare che i carri di buoi furono utilizzati perché alcuni autoveicoli si erano guastati.
[30] Dichiarazione cit. di Arturo Panichi.
[31] Dichiarazioni citate di Giuseppe Giannetti, Don Giuseppe Cicali e Dichiarazione del 4 Ottobre 1944 di Maddalena Casprini vedova Ermini.
[32] Dichiarazione del 29 novembre 1944 di Derlindo Bucchi. Dello stesso tenore sono le Dichiarazioni di Giuseppe Bruno, Giuseppe Innocenti e Giorgio Capitani.

 

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